Linguaggi

Notturni

13.11.2021

“E’ di notte che si percepisce meglio il frastuono del cuore, il ticchettio dell’ansia, il brusio dell’impossibile e il silenzio del mondo.”

Fabrizio Caramagna

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εὕδουσι δʼ ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες
πρώονές τε καὶ χαράδραι
φῦλά τʼ ἑρπέτ’ ὅσα τρέφει μέλαινα γαῖα
θῆρές τʼ ὀρεσκώιοι καὶ γένος μελισσᾶν
καὶ κνώδαλʼ ἐν βένθεσσι πορφυρέας ἁλός·
εὕδουσι δʼ οἰωνῶν φῦλα τανυπτερύγων.

Alcmane, frammento Diehl 58

Dormono le cime dei monti e i dirupi,
i promontori e i greti dei torrenti,
le famiglie dei rettili che la nera terra nutre,
le belve montane e la stirpe delle api
e i mostri nelle profondità del tempestoso mare;
dormono le famiglie degli uccelli dalle grandi ali.
*****
ἀστέρας εἰσαθρεῖς Ἀστὴρ ἐμός· εἴθε γενοίμην
οὐρανός, ὡς πολλοῖς ὄμμασιν εἰς σὲ βλέπω.

Platone, Antologia Palatina VI/669

Tu guardi le stelle, stella mia, e io vorrei essere
il cielo per guardare te con mille occhi.
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δέδυκε μὲν ἁ σελάνα
καὶ Πληϊάδες, μέσαι δὲ
νύκτες, παρὰ δ’ ἔρχεθ’ ὥρα
ἐγὼ δὲ μόνα καθεύδω.

Saffo, frammento 168 B. Voigt

È ormai tramontata la luna;
caddero anche le Pleiadi.
A mezzo è la notte e scorre rapido il tempo.
Io sto qui
sola.
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Vincent Van Gogh, “Notte stellata sul Rodano”, 1888
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La notte
“La notte
è piena quando la luna è vuota la luna
inghiotte se stessa e la notte
se ne felicita
il nero… si rimpinza del
bianco”
Yusuf Kadel, da “Surenchairs”
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Sereno

Bosco di Courton, Luglio 1918″

“Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle

Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo

Mi riconosco
immagine
passeggera

Presa in un giro
Immortale.”

 

Giuseppe Ungaretti, “Sereno”, da “L’allegria”

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Henri Matisse, “Icaro”, 1947 (Applicazione di silhouette di carta ritagliata su cartone)

 

 

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La notte bella

Devatachi, 24 agosto 1916 

 

“Quale canto s’è levato stanotte
che intesse
di cristallina eco del cuore
le stelle
Quale festa sorgiva
di cuore a nozze
Sono stato
uno stagno di buio
Ora mordo
come un bambino la mammella
lo spazio
Ora sono ubriaco
d’universo”

 

Giuseppe Ungaretti, “La notte bella”, da “L’allegria”

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Vorrei il giorno finisse

 

“Vorrei il giorno finisse
con un’allodola sul petto
volando così lieve da dare
aria ai sogni più bui, invece
di cerchi e nubi agli occhi
che la mente è vagabonda
e la notte una casa straniera
dove non cerco riposo né ombre
ma il dormire dei rododendri
e della donna invisibile che sento
dentro me aspettarmi vegliando;
ma il giorno mai mi finisce
cresce con me la radice più dura
che è natura il mio stare svegliato
e ascoltare il cuore, le rotte del corpo
ininterrotte finché l’alba mi centra,
così posso dormire, nel nido del corvo
bianco che il pensiero traduce
in un cielo interiore senza pensiero
che canti ninnenanne o voglia
i miei incubi solo uno specchio;
così la notte mi dura in eterno
e il mio amore uguale non dura
ma posso sognarlo, nei sogni
vi è quell’abisso di mostri
che di giorno sembrano neri
e calmi di una maschera buffa
che mi stanco a stanare, ora invece
il buio dona ricordi, sono ragazzo
di nuovo, non sento già vecchia la vita
ho solo il mio amore nei gesti
e quella forza che stanca mi ferma”

Antonio Bux, da “Terrestrità”

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Leon Spilliaert, “Donna sul molo”, 1908

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Giuliano Scabia, poeta del platano alto dei Ronchi Palù, ai poeti di Marmoreto, 1988

“O poeti di Marmoreto – che tempo fa sulle stelle?
Se arrivasse domani a cavallo
un re color oro che chiede
che tempo fa sulle stelle
noi sicuri diremo: stellato!
Stellato è chi ha stelle
e chi le può sognare:
stellato è chi torna indietro
avendo il cielo volato.
Se arrivasse adesso una stella
a domandare chi siamo
forse dire dovremmo
di non saper dove andiamo.
Forse le stelle a fiume
si dirigono a qualche infinito:
a noi che le interroghiamo
rispondono tremolando.
O poeti di Marmoreto
volanti nel cielo stellato:
un re color oro saluta
l’anno nuovo illuminato».”

Giuliano Scabia, da “Una signora impressionante”

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C’erano tre stelle

“C’erano tre stelle, tre
rimaste per ultime
ridevano piano tra loro
bisbigliandosi storie
si alzò da un angolo di mondo
un vento dispettoso
le soffiò e le spense
da una finestra aperta
appena un puntino lontano
una voce disse:
– era ora! buona notte”

m.c.m. (Maria Carmela Miccichè)

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Stava finendo il giorno
“Stava finendo il giorno
quel giorno quando il sole scese oltre le colline
e c’è un attimo
quando il giorno sta finendo
che anche le domande più incalzanti
sembrano trovare la loro metà perfetta
ammesso che esista
quando il sole scese oltre le colline
le domande e le risposte andarono insieme
trovandosi
cercandosi
a volte semplicemente
svanendo nella poca luce rimasta
sulla curva delle colline
stava finendo il giorno
quel giorno quando il sole scese oltre le colline
e lei trovò quella parola nuova
era talmente piena di cielo e di stagioni
che la respirò socchiudendo gli occhi
strinse la parola nuova al petto
e sorrise di un sorriso
che era aria e terra
luce e buio
“esistendosi”
sussurrò aprendo le mani
verso le colline che trattenevano ancora
il sole di quel giorno che stava finendo”

m.c.m. (Maria Carmela Miccichè)

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Caspar David FriedrichUn uomo e una donna in contemplazione della luna”, 1819

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L’incidente è chiuso

“È già l’una passata.
A quest’ora tu sarai a letto.
Come un fiume d’argento
traversa la notte
la Via Lattea.
Io non ho fretta
e non ti voglio svegliare
con speciali messaggi.
Come si dice,
l’incidente è chiuso.
Il battello dell’amore
s’è infranto contro la vita circostante.
Tu ed io
siamo pari.
Non vale la pena di citare
le offese
i dolori
e i torti reciproci.
Guarda com’è pacifico il mondo.
La notte
ha imposto al cielo
un tributo stellato.
È in ore come questa
che si sorge
e si parla ai secoli,
alla storia,
alla creazione.”
Vladimir Majakovskij, “L’incidente è chiuso”
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Ascoltate!
“Ascoltate
Ascoltate!
Se accendono le stelle –
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d’essere in ritardo,
piange,
gli bacia la mano nodosa,
supplica
che ci sia assolutamente una stella! –
giura
che non può sopportare questa tortura senza stelle!
E poi
cammina inquieto,
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
“Ora va meglio, è vero?
Non hai più paura?
Sì?!”.
Ascoltate!
Se accendono
le stelle –
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?!”

Vladimir Majakovski, “Ascoltate!”

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William Turner, “La stella della sera”, 1830
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Dolce chiude l’ora di sera

“Forse non esiste Dio. Forse
solo il rapporto
fra noi esiste e gli alberi
annosi o appena d’anni
uno e le erbe
e i coccodrilli e il buon tepore
della sera. Non v’è
che poi la morte ed altro ancora
innanzi ad essa da soffrire. Ma poi tutto
per lei si placa; e in noi s’alterna
timore d’essa e quieta attesa
del suo riposo:
così
oggi è da porre questo giorno fra non quelli
di sofferenza e sgomento: dolce chiude
l’ora di sera col risorgere di una
ampia stellata. Dunque
forse soltanto un dolcissimo rapporto
fra noi e il tutto fa ponte e il tempo passa
lento e veloce.”

 

Umberto Bellintani, “Dolce chiude l’ora di sera”

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La sera

 

“Come una indefinibile fata d’ombre…
Vien da lungi la Sera, camminando per l’abetaia tacita e nevosa.
Poi, contro tutte le finestre preme le sue gelide guance e, zitta, origlia!
Si fa silenzio, allora, in ogni casa.
Siedono i vecchi, meditando.
I bimbi non si attentano ancora ai loro giochi!
Le madri stanno siccome regine.
Cade di mano alle fantesche il fuso.
La Sera ascolta, trepida pei vetri:
tutti, all’interno, ascoltano la Sera.”

Rainer Maria Rilke, “La sera”

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 Jean-François Millet, “L’Angelus”, 1858-1859

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La notte prende in segreto

“La notte prende in segreto dai tuoi capelli
dimenticati riflessi tra le pieghe della tenda.
Guarda, desideravo soltanto le tue mani tra le mie
e quiete e silenzio e in me profonda pace.
Così la mia anima s’accresce e spezza in mille
schegge la monotonia dei giorni; e si fa immensa:
sul suo molo al chiarore dell’alba
muoiono le prime onde dell’eternità.”

Rainer Maria Rilke, “La notte prende in segreto”

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L’ora nostra

“Sai un’ora del giorno che più bella
sia della sera? tanto
più bella e meno amata? È quella
che di poco i suoi sacri ozi precede;
l’ora che intensa è l’opera, e si vede
la gente mareggiare nelle strade;
sulle mole quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell’aria serena.
È l’ora che lasciavi la campagna
per goderti la tua cara città,
dal golfo luminoso alla montagna
varia d’aspetti in sua bella unità;
l’ora che la mia vita in piena va
come un fiume al suo mare;
e il mio pensiero, il lesto camminare
della folla, gli artieri in cima all’alta
scala, il fanciullo che correndo salta
sul carro fragoroso, tutto appare
20 fermo nell’atto, tutto questo andare
ha una parvenza d’immobilità.
È l’ora grande, l’ora che accompagna
meglio la nostra vendemmiante età.”

Umberto Saba, “L’ora nostra”, da “Mediterranee”

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Sera di febbraio
“Spunta la luna.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s’allaccia;
sbanda a povere mete.
Ed è il pensiero
della morte che, infine, aiuta a vivere.”
Umberto Saba, “Sera di febbraio”, da “Ultime cose” (1935-1938)

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Foto di Michael Bilotta

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Con lo scialle nero

“Con lo scialle nero
sulle spalle, quel velo,
tre chicchi di riso
tre passi di danza
oltre la nebbia che sale dal fosso
il prato afferrato alla zolla
e il cane bagnato, senza padrone,
poi il ferro del treno, buio e lontano
una menzogna, qualche chicco di riso
e addormentata nel sacco la scorta di grano;
un pretesto e sorridi
con le scarpe infangate,
sulle assi stese per ponte
è venuta la notte dagli odori
di finocchio e di limo
e quel velo non dorme
che pensa la città polverosa,
in realtà, qui è la nebbia che ondeggia
lungo il serpente dei fossi
e i treni non fischiano
o almeno mi sembra
e tu, lo confessi, non dormi
da tempo, quel velo
tre chicchi di riso
tre passi di danza
e la lampada spenta;
poi esci nei campi
con lo scialle legato sui fianchi
sulle spalle curvate quel velo,
e la musica sale e non disturba nessuno,
tre passi di danza
e tre chicchi di riso”
Giancarlo Sissa, “Con lo scialle nero”, da “Quaderno Bolognese” (1992)
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  Piet Mondrian, “Notte d’estate”, 1907
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La mattina quando comincia a nevicare

“Questa notte, dal sogno,
ho preso una stella.

Ma dove nasconderla
quando si sfalda il sonno
e l’uccello del mattino
con becco d’acciaio
m’incide il volto?

Basso è il cielo,
cade neve sui campi,
si disfano
nelle zolle i fiocchi
come i nostri pensieri
in disperse parole.

Il silenzio è l’assenza
di ogni rumore. Resta
il battito del cuore
che oscilla
su sigillate fonti.”

 

Erika Burkart, “La mattina quando comincia a nevicare”

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Ode alla notte

 

“Vieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio, Notte
con le stelle, lustrini rapidi
sul tuo vestito frangiato di Infinito.
Vieni vagamente,
vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute
lungo i fianchi, vieni
e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,
tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un’altra luce e un’altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.
Nostra Signora
delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano
sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.
Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d’essere baciati
se non per una differenza nell’anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall’antichissimo di noi
laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può
essere nella vita.
Vieni solennissima,
solennissima e colma
di una nascosta voglia di singhiozzare,
forse perché grande è l’anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.
Vieni, dolorosa,
Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
fresca mano sulla fronte febbricitante degli Umili,
sapore d’acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.
Vieni, dal fondo
dell’orizzonte livido,
vieni e strappami
dal suolo dell’angustia in cui io vegeto,
dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
dal quale naturalmente sono spuntato.
Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
e fra erbe alte margherita ombreggiata,
petalo per petalo leggi in me non so quale destino
e sfogliami per il tuo piacere,
per il tuo piacere silenzioso e fresco.
Un petalo di me lancialo verso il Nord,
dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.
Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
dove sono i mari e le avventure che si sognano.
Un altro petalo verso Occidente,
dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.
E l’altro, gli altri, tutti gli altri petali
– oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! –
affidali all’Oriente,
l’Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
l’Oriente pomposo e fanatico e caldo,
l’Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
l’Oriente buddhista, bramanico, scintoista,
l’Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
tutto quanto noi non siamo,
l’Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,
dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto…
Vieni sopra i mari,
sopra i mari maggiori,
sopra il mare dagli orizzonti incerti,
vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
e calmalo misteriosamente,
o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!
Vieni, premurosa,
vieni, materna,
in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
e che vedesti nascere Geova e Giove,
e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
e il grande Spazio Misterioso al di la di essi… Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
avvolgi nel tuo mantello leggero
il mio cuore… Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,
con le stelle che brillano (o Travestita dell’Oltre!),
polvere di oro sui tuoi capelli neri,
e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.
Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
Quando tu entri ogni voce si abbassa
Nessuno ti vede entrare
Nessuno si accorge di quando sei entrata,
se non all’improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
che tutto perde i contorni e i colori,
e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all’orizzonte,
già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.”

Fernando Pessoa, “Ode alla notte”

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Edward Hopper, “Sera blu”, 1914

 

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Penso a te nel silenzio della notte

“Penso a te nel silenzio della notte
quando tutto è nulla,
e i rumori presenti
nel silenzio sono il silenzio stesso,
allora solitario di me, passeggero fermo
di un viaggio senza Dio, inutilmente penso a te.
Tutto il passato in cui fosti un momento eterno
è come questo silenzio di tutto.
Tutto il perduto, in cui fosti quel che più persi.
è come questi rumori,
tutto l’inutile, in cui fosti quel che non doveva essere,
è come il nulla che sarà
in questo silenzio notturno.

Ho visto morire o sentito che morirono,
quanto amai o conobbi,
ho visto non saper più nulla di quelli che un po’ andarono
con me, e poco importa se fu un’ora
o qualche parola;
o un passeggio emotivo e muto,
e il mondo oggi per me è un cimitero di notte,
bianco e nero di tombe e alberi e di chiardiluna,
ed è in questo quiete assurda di me e di tutto
che penso a te.”

Fernando Pessoa

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Foto di Alberto Braz

 

 

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Testo per una canzone da non musicare

 

“Quando un giorno ti ricorderai di me, ricorda le notti avvolte
in cortine nere, bene in alto, da qualche parte laggiù,
a Skagerrak, accompagnate da qualche pianeta
pulito e felice che scintillava

in una luce distante quasi come nella nebbia,
una stella solitaria, senza nome
che nei fatti non esiste.
Ma sta tutta qui l’Arte di amare

o quella di vivere:
vedere la carne che la natura non possiede,
e dove c’è il vuoto, andare a caccia di tesori
e di donne che sbattono le ali

e di femmine di leoni e magari di idoli scuri,
piuttosto piccoli ma potenti,
femmine di aquile che predicono il risultato finale.
Molto più semplice, poi, di queste fatiche

e di questa caccia agli idoli femminili,
di questo volteggiare tra cielo e terra
e le altre superfici, molto più semplice è
stabilire un punto fermo, una vocale.

Fissa lo sguardo fuori, nella nube notturna.
In che direzione? Vanno bene tutte.
Non conta quel che la vita ha,
ma solo la fede del singolo in quel che dovrebbe esserci.

Punta il tuo dito sottile nel buio:
lì, in alto a sinistra nella pece
ci dovrebbe essere una stella;
e se non è lassù, pardon,

sorrisi ben distesi ti offrono un compenso;
come un gallo che abbia perso l’incontro con l’alba,
la mente, diminuita malamente dalla
nostra partenza, semplicemente tenta di slanciarsi.”

 

Iosif Aleksandrovič Brodskij, “Testo per una canzone da non musicare”

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René Magritte, “L’uomo e la notte”, 1964 

 

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Ci abituiamo al buio

 

“Ci abituiamo al buio
quando la luce è spenta;
dopo che la vicina ha retto il lume
che è testimone del suo addio,

per un momento ci muoviamo incerti
perché la notte ci rimane nuova,
ma poi la vista si adatta alla tenebra
e affrontiamo la strada a testa alta.

Così avviene con tenebre più vaste –
quelle notti dell’anima
in cui nessuna luna ci fa segno,
nessuna stella interiore si mostra.

Anche il più coraggioso prima brancola
un po’, talvolta urta contro un albero,
ci batte proprio la fronte;
ma, imparando a vedere,

o si altera la tenebra
o in qualche modo si abitua la vista
alla notte profonda,
e la vita cammina quasi dritta.”

 

Emily Dickinson

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Quella notte

“Quella notte
quando i morti
decisero all’improvviso di fare i morti,
i quadri i quadri
appesi sui muri,
i libri acconsentirono
a mettersi al loro posto
uno accanto all’altro in biblioteca,
le stelle a percorrere
la loro orbita prestabilita,
i condòmini ad accendere allo stesso tempo
le loro luci nelle piccole cucine
e nei grandi saloni
perfettamente nello stesso istante
e le automobili ad aprire
i loro altoparlanti al massimo,
il mio gatto decise
per una volta anche lui
di fare solo il gatto
e per quella notte
sparire dai miei occhi.”

Sotirios Pastakas, “Quella notte”

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James Abbott McNeill Whistler, “Notturno in nero e oro, i fuochi d’artificio”, 1875

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Da lontano

“Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio,
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.”

Pierluigi Cappello, “Da lontano”

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Denis Fremond, “Calma”

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Piccoli annunci

“CHIUNQUE sappia dove sia finita
la compassione (immaginazione del cuore)
– si faccia avanti! Si faccia avanti!
Lo canti a voce spiegata
e danzi come un folle
gioendo sotto l’esile betulla,
sempre pronta al pianto.
INSEGNO il silenzio
in tutte le lingue
mediante l’osservazione
del cielo stellato,
delle mandibole del Sinanthropus,
del salto della cavalletta,
delle unghie del neonato,
del plancton,
d’un fiocco di neve.
RIPRISTINO l’amore.
Attenzione! Offerta speciale!
Siete distesi sull’erba
del giugno scorso immersi nel sole
mentre il vento danza
(quello che in giugno
guidava il ballo dei vostri capelli).
Scrivere a: Sogno.
SI CERCA persona qualificata
per piangere
i vecchi che muoiono
negli ospizi. Si prega
di candidarsi senza certificati
e offerte scritte.
I documenti saranno stracciati
senza darne ricevuta.
DELLE PROMESSE del mio sposo,
che vi ha ingannato con i colori
del mondo popoloso, il suo brusio,
il canto alla finestra, il cane fuori:
che mai resterete soli
nel buio e nel silenzio tutt’intorno
– non posso rispondere io.
La Notte, vedova del Giorno.”

Wislawa Szymborska, “Piccoli annunci”

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Kai Nielsen, “Deserted Moment”, 1911
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Sulle quattro

“Stamane sulle quattro, vagolando
col mio scettro d’insonnia per la casa,
senza accendere le luci, m’avvenne
d’intuire alla soglia
del terrazzo qualcosa, tra feroce
e soave
– non certo l’umidore
dell’edera risalita in apnea
né fantasmi di voce dalle antenne
dei palazzi accosciati. –
era là fuori
la notte in piena doglia;
si sforzava di uscire dalle grotte
di se stessa. Affannosa. Le esultava
l’ampio addome di brividi, il madore
ne intrideva le stelle.
Fu come
per una donna: trattenne
un lungo attimo il fiato. E il suo dolore
s’assommò, sangue ed anima, in un grido
– lassù – di rosa.”
Fernanda Romagnoli, “Sulle quattro”, da “Il tredicesimo invitato”
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Non la conosco più la notte

“Non la conosco più la notte, atroce anonimia di morte
Una flotta di stelle approda in fondo alla mia anima.
Espero, sentinella, brilla accanto alla brezza
Turchina di un’isola che sogna
Mentre annuncio l’alba dall’alto degli scogli
I miei occhi ti fanno navigare abbracciato alla stella
Del mio cuore più giusto: Non la conosco più la notte.

Non li conosco più i nomi di un mondo che mi rifiuta
Chiaramente leggo conchiglie foglie stelle
L’inimicizia mi è superflua nelle strade del cielo
A meno che non sia il sogno a guardarmi
Attraversare con lacrime il mare dell’immortalità
Espero, sotto l’arco del tuo fuoco d’oro
La notte che è soltanto notte non la conosco più.”

 

Odisseo Elytis, da “Sole il primo”, 1943

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    Felice Casorati, “Via Lattea con barche”, 1913

 

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Fragile

“C’è un sapere nelle notti sbucciate
sotto l’acino di una mezzaluna
Un sapere di anime e di silenzio
Un Viaggio senza una meta
Una o troppe stelle lontane
per una materia vecchia
come il tempo che ci rimane
perché ci si accorge di un sorriso
e di qualche ruga che traspare
tra le occhiaie e gli sbadigli
dell’impietoso specchio
che ti saluta tutte le mattine
C’è un vetro rotto nelle anime
che incontrano la tua
una pausa un timore
un nulla senza sapore

E vorresti sapere anche altro
vorresti sapere della terra
che sfami e che ti sfama
questa terra che sembra un caso
come se tutto l’universo fosse
un incidente divino e che la vita
sia solo fatta di 118 soldatini
con le loro stelle e le loro galassie
quasi sempre infinite come l’urlo
indefinito che ti sale da dentro
e confonde ogni sogno e ogni desiderio

Devi sapere devi comprendere
l’innocenza che ti assale
nelle notti sbucciate
sotto l’acino di una mezzaluna”

Gianluca Regondi

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 Edvard Munch, “Notte stellata”, 1922-1924

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La luce che viene

“Perfino così tardi avviene:
l’amore che arriva, la luce che viene.
Ti svegli e le candele si sono accese forse da sé,
le stelle accorrono, i sogni entrano a fiotti nel cuscino,
sprigionano caldi bouquet d’aria.
Perfino così tardi gli ossi del corpo splendono
e la polvere del domani s’incendia in respiro.”
Mark Strand, “La luce che viene”, da “The late hour”, 1978
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L’uccello ambizioso

“Eccola, arriva – l’insonnia delle 3.15 –  all’orologio s’inceppa il motore

come se a una rana sulla meridiana
le prendesse un colpo apoplettico
proprio al quarto d’ora.

Trafficare con le parole mi tiene sveglia.
Bevo una cioccolata calda mamma marrone.”

Anne Sexton, da “Il libro della follia”

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Io sono verticale

“Io sono verticale
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.”

Sylvia Plath

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 Anselm Kiefer, “Il famoso ordine della notte”, 1997

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Notte in riva al fiume

“Silenzioso tetto nel cielo,
guizzi di raggi di luce,
fiume che scorre nel buio,
rive bordate da salici.
I salici si tendono ai salici
come a voler darsi la mano
o a discorrere dei segreti del fiume.
I salici si piegano al fiume,
il fiume ne riflette le ombre.
Sono salici le ombre dei salici
o immagini del loro essere?
Le luci delle rive
si infiltrano nei vuoti tra i rami
sull’acqua creano strisce diverse
là chiare là scure
come all’alba tra le nubi di oriente.
I pochi riflessi chiari svelano il fiume
e la malinconia del suo corso nel buio.”

Chu Tzu-ch’ing, “Notte in riva al fiume”, da “Poesia cinese moderna”

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  Joan Mirò, “La stella del mattino, serie delle costellazioni”, 1939

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È finita la notte

 

“È finita la notte
Spegni la lampada fumante
nell’angolo della stanza.
Sul cielo d’oriente
è fiorita la luce dell’universo:
è un giorno lieto.
Sono destinati a conoscersi
tutti coloro che cammineranno
per strade simili.”
Rabindranath Tagore
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Sera
“La luce passa
da crinale a crinale,
da fiore a fiore –
la distesa di hepatica,
sotto la luce
intristisce –
i petali si rinchiudono,
le cime azzurre si piegano
verso il cuore più blu
e i fiori sono perduti.
Le gemme di corniolo
sono ancora bianche,
ma un’ombra dardeggia
dalle radici –
scivola nera da radice a radice,
ogni foglia
ne taglia un’altra sull’erba,
ombra cerca ombra,
poi foglia
e ombra sono perdute.”
H. D. (Hilda Doolittle), da “Poesie imagiste”
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 Wenzel Hablik, “Notte stellata, tentativo”, 1909
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Il buio ha destrezza d’inganno
“Il buio ha destrezza d’inganno
Quando gli occhi vagano errabondi,
S’apre e si chiude in lunghi sentieri
Che il pensiero non sa dimostrare.
Il buio s’apre e si chiude;
Cela un roseto di cinta
Tre diversi fantasmi
E ogni pertica un monito.
Finché uno non giunge sull’orlo del crinale,
Si volta, vede la città spiegarsi
In una lunga schiera di vividi brillii
Che lo chiamano, grato, verso casa.”
Ivor Bertie Gurney
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Night
“La tua mano è pesante, Notte, sulla mia fronte.
Non sostengo un cuore mercurico come le nuvole,
per osare.
Inasprimento dal tuo sottile aratro.
Donna come vongola, sulla cupola del mare.
Ho visto il tuo occhio geloso estinguere il mare
Fluorescenza, danza sul polso incessante
Delle onde. E rimasi in piedi, esausto
Sottomesso come la sabbia, sangue e salamoia
Rotta alle radici. Notte, sei piovuta
Ombre dentellate attraverso foglie umide.
In eterno, immerso nella calda soffusione delle tue cellule screziate
Le sensazioni mi facevano male, senza volto, mute come ladri notturni.
Nascondimi ora, quando i bambini della notte perseguitano la terra
Non devo sentire nessuno! Queste cellule appannate ancora
Annullami; nudo, spontaneo, alla nascita muta della Notte.”
Wole Soyinka Abeokuta (poeta nigeriani), “Night”
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Vincent Van Gogh, “Cielo stellato”,  1889
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La notte
“So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.
Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.
Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.
Un giorno torneremo a essere.”
Alejandra Pizarnik
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Vado a dormire

“Denti di fiori, cuffia di rugiada,
mani di erba, tu, dolce balia,
tienimi pronte le lenzuola terrose
e la coperta di muschio cardato.

Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù.
Mettimi una luce al capo del letto
una costellazione; quella che ti piace;
tutte van bene; abbassala un pochino.

Lasciami sola: ascolta erompere i germogli…
un piede celeste ti culla dall’alto
e un passero ti traccia un percorso

perché dimentichi… Grazie. Ah, un incarico
se lui chiama di nuovo per telefono
digli che non insista, che sono uscita…”

Alfonsina Storni, “Vado a dormire”

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Notte di veglia
“Alle dieci di sera al Caffè d’Inghilterra
tranne noi tre
non c’era nessuno
s’udivano fuori i passi umidi dell’autunno
passi di cieco gigante
passi di bosco che stan per giungere in città.
Con mille braccia mille piedi di nebbia
viso di fumo uomo senza viso
l’autunno marciava sul centro di Parigi
con sicuri passi di cieco.
La gente camminava nel gran viale
alcuni furtivamente si strappavano il volto.
Una prostituta bella come una papessa
traversò la strada e scomparve in un muro verdigno
la parete tornò a chiudersi…
Octavio Paz
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Karl Friedrich Schinkel, il grande fondale del “Salone delle stelle nel palazzo della Regina della Notte”, realizzato nel 1815 per il Flauto Magico di Mozart
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La mano paziente della notte 
“La mano paziente della notte –
Il cielo ora scopre le sue stelle,
che ha custodito a lievitare.
Svelato l’incanto,
quest’ora di miracolo
invoglia ad essere grandi
anche nel dolore.”
Anna Marchesini, dalla serie “Fiori di Fitolacca”, in “È arrivato l’arrotino”, 2016
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Vincent van Gogh, “Terrazza del caffè la sera”, 1888
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Nella notte illuminata di parole
“Nella notte illuminata di parole:
PEPSI-COLA
PALMOLIVE CHRYSLER COLGATE CHESTERFIELD
che si spengono e si accendono e si spengono e si accendono
le luci verdi rosse azzurre degli hotel e dei bar
e dei cinema, i trappisti si alzano per il coro
e accendono le loro lampade fluorescenti
e aprono i loro grandi Saltieri e i loro Antifonari
tra milioni di radio e di televisori.
Sono le lampade delle vergini sagge che aspettano
lo sposo nella notte degli Stati Uniti!”
Ernesto Cardenal Martinez (poeta e teologo nicaraguense)
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Vincent van Gogh, “Sentiero di notte in Provenza”, 1890
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Crepuscolo
“Verrà l’ora… l’ora arriva… è questa…
sarò straniera nella mia casa
un’ombra sconosciuta nasconderà
la mia ragione sotto altre ragioni.
Diranno che ho perso la luce
perché vedo ciò che nessun occhio vede:
luce che precede l’alba, avanza
lungo la sera che insorge.
Diranno che non sono presente
perché attraggo presagi:
dal retro della mia nascita
mi chiamano, sento le case aprirsi.
Diranno che la mia bocca è folle
che non so più cosa dico
perché sul margine del giorno, dal suo pallore,
emergono parole insolite e profonde.
Diranno che ritorno all’infanzia
che non riconosco la verità:
anni lucidati a nuovo, saggezze passeggere
mentre rientro nell’Eterno.”
Marie Noël, “Crepuscolo”, da “Les Chants de la Merci”, 2003
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Night
I
“Ora ondate di rose stendono una coltre sulla memoria, ma resta dall’infanzia il desiderio di entrare nel cuore del tempo.
Nulla si muove. L’erba cresce diversamente dalle parole. In quelle rose, l’infinito è l’infinito.
Dal desiderio di abitare la tempesta nascono le città in fiamme. Le tracce diventano segni e il pensiero precede se stesso negli
anfratti del cervello. Sotto i vestiti, i corpi sono sempre nudi.
Le parole si sciolgono nei riflessi; ecco perché c’è un che di inutile in questa notte, in questo mio sentir mancato il fiume, nel
ritardare l’amore… la luce prende impeto nella vicinanza delle querce che coprono questo terreno, questo silenzio.
Non poter salire su una montagna, correre da un luogo all’altro, vedere che le cose migliorano per gli amici o per le nazioni,
o anche desiderare una giornata chiara, non fermare la tortura…
ma in questo tardo pomeriggio le foglie cadute erano morbide, camminarci sopra non sembrava far male per nulla, erano
amiche. Ho fatto molta strada. Quel che è successo dopo non ha importanza.
Nata in un grembo sigillato, dove la notte è origine, dirò che di tutto, anche del nulla, resta sempre qualcosa.
II
Entro dei quanti di tempo germogliano e cadono eruzioni vulcaniche. Di tutte le energie che respiriamo, quelle che è meglio
seguire scaturiscono dai sogni. Questa stagione è fredda, fredda come la mia anima.
La memoria e il tempo, entrambi immateriali, sono fiumi senza sponde, e si fondono in continuazione. Entrambi sfuggono
alla nostra volontà, anche se noi dipendiamo da loro. Misurati, sì, ma da chi o da che cosa? Una è dentro, l’altro fuori, o
così pare, ma è poi vero? Anche il tempo sembra sepolto nel profondo di noi, ma dove? La memoria è proprio qui, nella
testa, ma può uscire, abbandonare quella testa, lasciarsela indietro, scomparire. La memoria, santuario di infinita pazienza.
III
Anima cara,
io te lo dico,
tu vivi non in
me,
ma intorno,
in un cerchio,
una nube
Dormi accanto a me,
dove non dorme
nessuno
non farmi aspettare, che
sappiamo così poco
l’una dell’altra
Sale il caldo, quello
che mira ai giovani
predatori in
uscita
Perché ci sentiamo più soli
quando insieme, dovunque
sia?
Dovremo allora cercare
la frangia
tremante dell’amore?
o sedere sotto l’ombra
di una piramide,
da qualche parte in Messico,
le nubi,
oh le nubi!”
Etel Adnan, poetessa libanese
*****
Rafal Olbinsky
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Notturno
“Sorvegliamo i lupi fino a tarda notte
Poi mangeremo la luna
Resteranno fosse piene di stelle
Il buio profuma dolce come segale
Abbiamo voglia soprattutto di dormire
e meditiamo come rivolgerci alla morte
Senza di lei non ci sarebbe l’infanzia
la regione della cava libertà dei fili d’erba”
Jan Skácel (poeta ceco)
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Donzel, la notte piú bella
“Donzel, la notte più bella
è quella che mi tace
dentro, minuta come
un centesimo di pace
dentro la tasca del cuore
dove il quarto di luna
nel silenzio del cielo
brilla come un orecchino
e il gattomammone sorride
che da bambino faceva paura
e tace l’urlío del giorno
e noi non si è più noi
e il dolce cadersi dentro
non è dormire ancora.”
Pierluigi Cappello, da “Assetto di volo”
*****
Cominciano ad accendersi
“Cominciano ad accendersi
le domande della notte.
Ve ne sono di distanti, quiete,
immense, come astri:
chiedono da lassù
sempre
la stessa cosa: come sei.
Altre, fugaci e minute,
vorrebbero sapere cose
lievi di te e precise:
misura
delle tue scarpe, nome
dell’angolo del mondo
dove potresti aspettarmi.
Tu non le puoi vedere,
ma il tuo sonno
è circondato tutto
dalle mie domande.
E forse qualche volta
tu, sognando, dirai
di sì, di no, risposte
miracolose e casuali
a domande che ignori,
che non vedi, che non sai.
Perché tu non sai nulla:
e al tuo risveglio,
loro si nascondono,
invisibili ormai, si spengono.
E tu continuerai a vivere
allegra, senza mai sapere
che per metà della tua vita
sei sempre circondata
da ansie, tormenti, ardori,
che incessanti ti chiedono
quello che tu non vedi
e a cui non puoi rispondere.”
Pedro Salinas, da “La voce a te dovuta”
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Foto di Nezir Muhadri
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Mi lavavo di notte nel cortile
“Mi lavavo di notte nel cortile;
il firmamento splendeva di rozze stelle.
Il loro raggio – è sale sulla scure,
la botte, colma fino all’orlo, gela.
Il portone è chiuso a chiave,
la terra è severa secondo coscienza.
Non troverai trama di verità più pura
che in una tela fresca di bucato.
Nella botte si scioglie, come sale, una stella
e l’acqua gelata è più nera,
più pulita la morte, più salata la sventura,
più sincera e terribile la terra.”
Osip Ėmil’evič Mandel’štam, da “Quaderni di Mosca” – Traduzione di Serena Vitale, 1972
*****
Senza titolo
“La nebbia raggruma in ombrelli di luce
da piccole lune arancioni e stanche
al di là del parabrezza.
La strada indossa il buio rimanente
con estrema noncuranza
mentre cado mollemente nei tranelli
dell’asfalto scorticato.
Veloci fari ignoti
percorrono la notte
e questa scia di case spente.
La radio posa vecchie note
e polveri sottili di un esausto passato
monossido notturno di memorie
nei titoli di coda verso casa.”
Luigi Di Costanzo, “Senza titolo”
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Foto di Sonia Simbolo
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Sera
(In memoria di Hugo Claus)
“La sedia azzurra sulla terrazza, caffè, sera,
l’euforbia si tende verso divinità assenti,
piena di nostalgia della costa, ogni cosa un alfabeto
di segreti desideri, questa è la sua
ultima visione prima del buio,
il velo dentro la sua testa. Lui sa,
svaniranno le forme di parole,
nel bicchiere solo la feccia,
le linee non più collegate
che erano state un tempo pensieri,
non verrà più qui alcuna parola
che sia vera. Grammatica sbriciolata,
immagini mosse, scollegate,
del vento il suono
ma non più il nome,
qualcuno l’ha detto
e la morte era distesa sul tavolo,
un domestico pigro, in attesa
in corridoio, con uno stupido sorriso
mentre sfoglia il giornale
con le sue folli notizie.
Tutto questo lui lo sa, l’euforbia,
la sedia azzurra, il caffè in terrazza,
il giorno che lentamente lo avvolge
e se lo porta via a nuoto,
animale mansueto
con la sua preda.”
Cees Nooteboom (poeta e scrittore olandese), da “Luce ovunque”, 2016
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Immagine in evidenza: René Magritte, “L’impero delle luci”, 1954

 

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