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Perdersi per ritrovarsi
“C’è stato un momento
in cui mi sono persa.
Ho perso tutto quello che avevo
attaccato alla schiena
i vecchi paradigmi
forme
maschere
vergogna
senso di colpa
costumi
e le regole.
Ho perso ore e orologio
calendario e aspettative
le speranze e le certezze.
Ho perso tutto ciò che era
tutte le inutili attese
tutto quello che avevo cercato
tutto quello per cui avevo camminato
e tutto ciò che è avevo lasciato
sul ciglio della strada.
E così, nel perdere tutto
ho anche perso la paura
la paura di infrangere le regole
e le autocritiche feroci
la paura della morte
e la paura della vita
la paura di perdersi
e la paura di perdere
E completamente nuda
priva della vecchia pelle
ho trovato un cuore
che vibra dentro ogni poro
del mio essere
un profondo tamburo
fatto di argilla
stelle e radici
il suo eco dentro di me
è la voce della Vecchia Donna
Fu allora che ricordai
battito dopo battito
che ero viva
eternamente viva
che ero libera
coraggiosamente libera.”
Ada Luz Márquez – Hermana Águila, “Perdersi per ritrovarsi”
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Wislawa Szymborska, “Discorso all’ufficio oggetti smarriti”, dalla raccolta omonima che riunisce le poesie 1945-2004 – Traduzione di Pietro Marchesani
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Ogni giorno perdo tutto
Beatrice Zerbini, “Ogni giorno perdo tutto”, da “In comode rate”, 2019
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Alex Howitt

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Lascia andare
Franco Arminio, da “Cedi la strada agli alberi”, 2017
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La vera ricchezza non è aggiungere ma togliere
Manuela Toto, da “Sotto le scale”, 2019
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L’arte di perdere
“L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.
Ho perduto l’orologio di mia madre.
E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.
Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato). Questa è la prova. È evidente,
l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero (scrivilo!) disastro.”
Elizabeth Bishop, “L’arte di perdere”, dalla raccolta omonima del 1976
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Titika Røtkjær

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Aveva l’abitudine…
“Aveva l’abitudine di raccogliere
ciò che la gente perdeva:
chiavi di vecchi cassetti,
lettere mai arrivate a destinazione,
disegni fatti da mano incerte,
sgorbi lasciati su fogli accanto ai telefoni,
numeri di telefono senza nome.
ogni mattina usciva con la sua sporta vuota
e cominciava a raccogliere
le parole lasciate sulle panchine.
di tanto in tanto raccoglieva sassi di delusione,
erano lisci perché chi li aveva tenuti in mano
li aveva levigati a forza di crederci.
a volte trovava rossetti pieni ancora di baci,
qualche bottone che nessuno avrebbe reclamato,
echi di risate e respiri smorzati.
raccoglieva tutto, prendendolo con delicatezza.
vicino alle siepi trovava rimbalzi di palla,
magliette sudate e la luce degli sguardi ancora bambini,
poi, richiami di cani e il fiato caldo di chi si fida,
briciole di pane e di cose dolci e salate,
piccole cure per grandi amori.
camminava lentamente osservando
ciò che la gente perdeva continuamente,
pezzettini piccoli di vita propria
lasciati come cose senza importanza.
eppure, un giorno ciascuno avrebbe voluto
riavere il sorriso sdentato dello scolaretto
accaldato per la partita a pallone
o il broncio per il gelato
che aveva sporcato il vestitino nuovo.
qualcuno avrebbe pagato per ricordare
dove aveva lasciato
la dichiarazione d’amore
alla brunetta della seconda fila,
il cuore in gola per il ritardo,
la disperazione per il lavoro perduto,
la rabbia per il tradimento subito.
lei camminava lentamente, osservando
ciò che la gente con la fretta di vivere perdeva.
raccoglieva tutto con pazienza.
la sera tornando a casa prendeva
l’ultima luce del giorno
quella che tanti dimenticavano di portare via.
osservava tutti i riflessi
sui vetri delle case,
sulle foglie ancora bagnate,
sull’orologio del campanile.
annotava pure i rumori,
il rumore della fretta,
quello della stanchezza,
quello dell’impazienza.
avrebbe passato la notte
come ogni notte
a conservare tutte le cose raccolte.
le metteva dentro a delle storie
la cosa buffa era che solo dopo
la gente si stupiva di quanto fossero belli
e importanti quei pezzi che aveva perso,
tante volte non li riconosceva neppure.
nel silenzio della notte, lei sorrideva
mentre conservava
le storie delle cose perdute.
Maria Carmela Miccichè, da “Poesie ignoranti”, 2020
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Dove ho perduto qualcosa
“Dove ho perduto qualcosa
cammino con più cautela.
Non so se troverò quello che cerco,
ma questo luogo è come un tempio:
in esso esiste tutto ciò ch’è possibile.
Dove ho perduto qualcosa,
quel qualcosa perso mi chiama
e una parte di me chiama quel ch’è perduto.
La cautela non va bene per incontrarci:
la cautela serve a non calpestare
il luogo sacro dove dimora
l’oscuro animale della speranza.”
Alfonso Brezmes, da “Quando non ci sono”, 2021 – Traduzione di Mirta Amanda Barbonetti
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Non perdo le cose. Le cose perdono me
In evidenza: Foto di Rosanna Cirone