Linguaggi

Quando la grammatica diventa poesia

10.01.2022

 “Il Punto Interrogativo è il simbolo del Bene, così come quello Esclamativo è il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete nei Punti Interrogativi, nei sacerdoti del Dubbio positivo, allora andate sicuro che sono tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e democratiche. Quando invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle Grandi Certezze, i puri dalla Fede incrollabile, allora mettevi paura perché la Fede molto spesso si trasforma in violenza.”

Luciano De Crescenzo

*****

Ode al dizionario

“Lombo di bue, pesante
caricatore, sistematico
libro spesso:
da giovane
ti ignorai, mi vestì
la sufficienza
e mi credetti completo,
e tronfio come un
melanconico rospo
detti un parere: “Ricevo
le parole
direttamente
dal Sinai muggente.
Sottometterò
le forme all’alchimia.
Sono mago”.
Il gran mago taceva.
Il Dizionario,
vecchio e pesante, col suo giacchetto
di pelle logora,
rimase silenzioso
senza mostrare le sue provette.
Ma un giorno,
dopo averlo usato
e messo in disuso,
dopo
averlo dichiarato
inutile e anacronistico cammello,
quando per tanti mesi, senza protesta,
mi servì da poltrona
e da cuscino,
si ribellò e piantandosi
sulla mia porta
crebbe, mosse le sue foglie
e i suoi nidi,
mosse l’elevazione del suo fogliame:
albero
era,
naturale,
generoso
melo, meleto o manzanero,
e le parole
brillavano nella sua coppa inesauribile,
opache e sonore
feconde nella fronda del linguaggio,
cariche di verità e di suono.
Scelgo una
sola delle
sue
pagine:
Caporal
Capuchón
che meraviglia
pronunciare queste sillabe
con aria,
e più sotto
Cápsula
vuota, attendendo olio o ambrosia,
e vicino a essa
Captura Capucete Capuchina
Capraio Captatorio
parole
che si inseriscono come soavi uve
o che alla luce esplodono
come germi ciechi che attesero
nel magazzino del vocabolario
e vivono un’altra volta e danno la vita:
una volta di più il cuore le brucia.
Dizionario, tu non sei
tomba, sepolcro, feretro,
tumulo, mausoleo,
tu sei preservazione,
fuoco nascosto,
piantagione di rubini,
perpetuità vivente
dell’essenza,
granaio dell’idioma.
E è bello
raccogliere nelle tue file
le parole
della stirpe,
la severa
e dimenticata
sentenza,
figlia della Spagna,
indurita
come vomere di aratro,
ferma nel suo limite
di antiquato attrezzo,
preservata
con la sua bellezza esatta
e la durezza di medaglia.
O l’altra
parola
che lì vedemmo perduta
nelle righe
e che immediatamente
si fece saporita e liscia nella nostra bocca
come una mandorla
o tenera come un fico.
Dizionario, una mano
delle tue mille mani, una
dei tuoi mille smeraldi,
una
sola
goccia
dei tuoi versanti verginali,
un chicco
dei
tuoi
magnanimi granai
al momento
giusto
alle mie labbra conduce,
al filo della mia penna,
al mio calamaio.
Dalla tua spessa e sonora
profondità di selva,
dammi,
quando lo necessito,
un solo trillo, l’abbondanza
di un’ape,
un frammento caduto
della tua antica legna profumata
per una eternità di gelsomini,
una
sillaba,
un tremore, un suono,
una semenza:
di terra sono e con parole canto.”

Pablo Neruda

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La punteggiatura

“Ho cercato nella punteggiatura
la virgola di sfogo,
per avanzare un pensiero
senza chiudere il precedente.

Ho guardato imbarazzata
i due punti e le loro posizioni
mai decisivi e mai inutili
nel togliere e nel dare.

Ho sostato a lungo
dopo il punto e virgola;
sentendomi in continuità
con passato e futuro.

Mi sono crogiolata molto
tra parentesi (mie o di altri)
senza scansione del tempo
che non fosse interna.

Non avevo capito che è il punto
-come dicono anche i manuali di scrittura che
rende possibile il respiro.

Jorie Graham, “La punteggiatura”

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Joan Miró, “Untitled”, 1978

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Avverbi di luogo

“Qui è dove io sono. Ovunque io sia
sono sempre qui dove mi vedi.
Questa casa, questi volti, queste cose
stancano, perché qui stanca.
Qui fa venire sete di andarsene, sete di lì.
Ma lì è il luogo dove non potrò mai essere,
dove io sono impossibile. Ovunque io vada,
il là dove arriverò diventerà qui
e starò già aspettando me stesso
con un mazzo di rose uguali in mano.

Là è il tuo qui.
Là sembra un grido perché è dove ti fa male.
Io voglio stare là, dove sei tu,
tu qui o, meglio, tutti e due lì, remoti, insieme
perché ciò che è vivo è ciò che è insieme.
Là c’è l’amore che non c’è qui.
Quelle cose toccate dalle tue mani,
quello che pensi, dici, taci, sogni,
quei luoghi dove sei senza di me,
quello desidero, di quello ho bisogno.
E l’essere tu là, il tuo alito interposto.

Laggiù è la salvezza, il miraggio
nato dalla sete di essere qui.
Laggiù sì che saremmo felici,
dove il tuo qui e il mio là sarebbero insieme,
avrebbero un lieto fine che non esiste.
Laggiù è la pioggia quella
che cade su questa landa assetata.
Laggiù è il paese di bengodi, l’El Dorado. Non ci sono parole
che possano dare l’idea di quel posto.

Le parole sono queste, mai quelle.

Io sono qui e tu là e laggiù noi quando.
Questo è pietra. Codesto è seta. Quello è mare.

Qui, focolare impossibile, intima assenza,
odiato domicilio, carcere dell’ogni giorno.

Là, calore del tu, la tua vita mia,
tesoro della tua isola, aria d’amore.

Lì, dove non siamo, piove sulla vita
che mai sarà nostra e ci attende.”

 

Juan Vicente Piqueras, da “Ritorno”

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Gli accenti

 

“E vedo che preferiscono
i prìncipi ai princìpi
che si pèrdono sul perdòno,
che vogliono tutto sùbito
senza ricordare cosa hanno subìto
che non gettano mai l’àncora
ma ne vogliono sempre ancòra
che desiderano le loro vite leggère
ma non sanno lèggere negli occhi
e ho capito che
le persone
trovano sempre le parole giuste,
ma sbagliano l’accento.”

Gio Evan

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Le parentesi

“Se solo si potesse vivere tra parentesi
si potrebbe prendere chi vuoi dentro con te,
e il resto del mondo aspetterebbe fuori
a guardare educatamente dall’altra parte.

Se si sbucasse fuori dalla parentesi,
la vita continuerebbe come prima.

Non ci sarebbero conseguenze
e per una volta i muri si troverebbero
dove vuoi tu.

Se solo fosse possibile.

Ma le parentesi esistono solo nei libri.
E il mondo gira di conseguenza.”

Anna Fienberg; “Se solo si potesse vivere tra parentesi”

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Rosa della grammatica latina

“Rosa della grammatica latina
che forse odori ancor nel mio pensiero
tu sei come l’immagine del vero
alterata dal vetro che s’incrina.
Fosti la prima tu che al mio furtivo
tempo insegnasti la tua lingua morta
e mi fioristi gracile e contorta
per un dativo od un accusativo.
Eri un principio tu: ma che ti valse
lungo il cammino il tuo mesto richiamo?
Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo
perché hai la grazia delle cose false.
Anche un fior falso odora, anche il bel fiore
di seta o cera o di carta velina,
rosa della grammatica latina:
odora d’ombra, di fede, d’amore.
Tu sei più vecchia e sei più falsa, e odori
d’adolescenza e sembri viva e fresca,
tanto che dotta e quasi pedantesca
sai perché t’amo e non mi sprezzi o fori.
Passaron gli anni: un tempo di mia vita.
Avvizzirono i fior del mio giardino.
Ma tu, sempre fedele al tuo latino,
tu sola, o rosa, non sei più sfiorita.
Nel libro la tua pagina è strappata, strappato
il libro e chiusa la mia scuola,
ma tu rivivi nella mia parola
come nel giorno in cui t’ho “declinata”.
E vedo e ascolto: il precettore in posa,
la vecchia Europa appesa alla parete
e la mia stessa voce che ripete
sul desiderio di non so che cosa:
Rosa, la rosa Rosae, della rosa…”
Marino Moretti, “Elogio di una rosa”
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Tutto

“Tutto –
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

Wislawa Szymborska, “Tutto””

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Il Punto

“Il servo Punto s’addestra nella penna.
Eccomi! mi dice assoluto.
“Avrei portato Virgola, mia sorella, per dare aiuto alle tue rime.”
“Ahimè.” rispondo triste al caro annesso.
“Sapessi quanto sia difficile imprigionare parola che ho proprio scelto la libertà di non adoperare gli altri legittimi dell’ordine per una libertà di verbi. Non usarmi rabbia o disappunto, io sono legato ai battiti per una ragione, il Fato vuole che mi pieghi a una condanna e dipendere dall’aria, dal cibo o dall’acqua ma la mia parola non è serva a nulla se non a un decoro del cogito di cui sono adepto assoluto.”

Jacqueline Miu, “Della vita, dell’uomo e del punto”, da “Terre dell’Eden”

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Joan Mirò, “Paesaggio catalano”, 1923-1924

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Il dittatore
Un punto piccoletto,
superbo e iracondo,
“Dopo di me” gridava
“verrà la fine del mondo!”.
Le parole protestarono:
“Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e-basta,
e non è che un Punto-e-a-capo”
Tutto solo a mezza pagina
lo piantarono in asso
e il mondo continuò
una riga più in basso.
Gianni Rodari, “Il dittatore”
*****

«Ambito»

Compaiano uno
dopo l’altro
nel vocabolario.
Solo l’accento cambia il senso,
separa lo spazio
dal desiderio.

«Anafora»

Chiamo chi amo
con nome inventato
anziché anagrafico.
Codice segreto
tenuto stretto
per rendere mio
quel rapporto.

«Obiettivo»

Di raggiungere quel dopo
in calce a tutti gli sforzi,
di riprendersi perfino dalla goduria.

Di andare a letto e non pensare
a tutto ciò da ritirare
consegnare imparare tollerare.

Passiamo al participio,
la pace prolungata,
la scrivania ignorata.

L’ossatura della vita una serie
di infiniti, compreso morire,
da cancellare.

«Obrizo»

Detto dell’oro
senza lega.
A me però evoca
la prosa pura
d’un chimico che sapeva
l’angoscia del domani.

«Perchè ‘P’iace»

Per poter(e)
pensare e parlare,
pendolare,
persino poetare.
Propria a Pessoa,
Lettera che punteggia
il titolo trittico di
Pier Paolo Pasolini.
Per purgatorio giunto
e le sette P ne la fronte
di Dante;
Paradiso che proviene
dal pairidaeza persiano.
Purtroppo perturba e piange.
Patria mi pesa,
preferisco piazza, Porta
Portese e portagioie:
parola preferita.
Peccato perdita.
Mentre la parola peripezia
(preferibilmente al plurale)

che vuol dire mutare radicalmente
le cose
è sbarcata in italiano
nel Cinquecento
nonostante le proteste
dei puristi.
Ah però.

Jhumpa Lahiri (poetessa bengalese), da “Il quaderno di Nerina”

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A B C D
“A. Se vuoi conoscere un uomo, dagli potere.
B. Se mi ami, le tue azioni me lo diranno.
C. Nemmeno esiste l’amore, puoi solo darne prova.
D. Gridare è degno.”
Joan Brossa, da “La chiave in bocca”, 1997
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Calligramma 
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Tecnica per diliscare i testi
I
Il pesce del testo (come anche il testo del pesce) si consuma dopo aver asportato la lisca centrale e
le spine delle consonanti. Abbiate a mente che per i bambini piccoli i primi pesci (testi) sono soffici
e molbidi (non morbidi), composti esclusivamente dalla tenera anima-carne delle vocali. Con la
crescita si radicano in questa carne lische dule, dure e sempre più durrre.
Sostengo che la primitiva morbidezza della lingua può ancora essere conservata nella poesia.
II
– SONO SAPORITO, CARA?
Le parole sono pesciolini
con molte lische-consonanti
permettimi di pulirle un attimo
prima di sciogliermi nella tua bocca
OO AOIO AA?
III
Questa tecnica può essere applicata con successo per una migliore comprensione di testi classici.
Diliscandoli si ottiene una sonorità della carne del testo e gli si conferisce un aspetto più originario.
Così
“Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini…”
diventa
“ioaa ua oie a eo: uieo ae a ii:
ea aea e eo u ieo: a ea e uoi oiii…”
Le lische scartate dalle consonanti
r t rn v n r nd n l t tt – buttatele
a qualche cane.
Auuuuu
Sentite!
Nemmeno una lisca
nella voce del cane.
Georgi Gospodinov (poeta e scrittore bulgaro), da “Lettere a Gaustìn e altre poesie”, a cura di Giuseppe Dell’Agata, 2022
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Tobia Ravà, “Vela d’Infinito”, 2019
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Una delle cose che più amo di te
“Una delle cose che più amo di te
è il tuo uso perfetto dei congiuntivi
e da quando ti ho conosciuto
non solo ti dedico il mio presente,
il mio passato, il mio futuro
e il mio trapassato remoto
che fa paura solo a dirlo
e che è già parecchio indicativo
ma anche, anzi soprattutto, il mio congiuntivo,
il condizionale e il gerundio
perché amando te ho visto
l’infinito.»
Cecilia Roda, da “L’amore da quando ci sei tu”
*****
Nell’immagine: Foto di Christine Ellger

 

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