Linguaggi

Liriche cinesi

21.12.2023

LI BAI

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“Le sue pennellate impauriscono vento e pioggia,

le sue poesie fanno piangere spiriti e demoni.”

(Du Fu)

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“Guardando al cielo,

con una grande risata mi diparto.

Una persona come me

può forse stare tra le erbe selvatiche!”

 

*****

 

“La grande strada è come il cielo azzurro,

solo io non so ritrovarla.”

 

*****

 

“Com’è possibile piegare il capo e chinarsi

al servizio dei signori al potere,

ciò mi impedisce la gioia al cuore e al viso.”

 

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“Il vento di primavera conosce la pena
di chi parte,
non riveste di verde i rami del salice.”
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“Il tramonto scende al monte verde,

la luna sul monte accompagna

il ritorno delle genti.”

 

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“Al mattino è lucida seta,

è neve alla sera.”

 

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“Vorrei guardare il Fiume Giallo,

ma il ghiaccio serra la corrente,

tento la scalata del Taihang,

ma di neve è ammantato il monte.”

 

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Prendi la spada per tagliare l’acqua,

l’acqua continua a scorrere.

Alza il calice per calmare la tristezza,

la tristezza aumenta sempre di più.”

 

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“Di tremila zhang i capelli bianchi,

lunghi quanto la mia angoscia.”

 

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“Di fronte al mio letto la Luna rischiara la terra
come riflessi di brina.
Alzo lo sguardo alla fulgente Luna,
poi chino il capo: la mia terra è lontana.”

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“Bivacco notturno al monastero sui monti

Allungo la mano, afferro le costellazioni

Non oso parlare ad alta voce

Ho paura di svegliare chi sta sopra il cielo.

 

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Aiwa Katsushi (artista giapponese contemporaneo)

 

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“Leggero vento autunnale

Lucente luna d’autunno

Le foglie cadute si ammonticchiano e poi vanno distanti

Il corvo si accoccola e poi si agita

E quando ti penso vorrei conoscere il giorno in cui potrò rivederti

In questo momento, in questa notte, difficili sono i sentimenti”

 

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“Anche quel muro vecchio

anche quel magro cane

anche il gelo nel secchio

gode il sol, stamane.”

 

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“Non vedi le acque del Fiume Giallo

scaturire dal cielo

 e scorrere rapide nel mare senza ritorno?

Non vedi nell’alta sala il lucente specchio

rattristarsi per la canizie,

al mattino fili d seta neri,

 la sera sono già neve?”

Per essere contenti della vita

occorre godere fino in fondo,

non lasciamo le coppe d’oro vuote alla luna!

Il talento che il cielo ci ha donato

servirà di sicuro,

per mille monete d’oro dissipate,

altrettanto torneranno.

Cuocere l’agnello, uccidere il bue,

quale piacere!

dovete tracannare d’un sol fiato

 trecento coppe.

Maestro Cen e amico Danqiu,

bevete senza mai fermarvi.

Per voi intonerò una canzone,

vi prego, porgete l’orecchio, ascoltate.

Campane, tamburi e delicati cibi

poco valgono per me,

voglio piuttosto un’ebbrezza

che non abbia mai fine.

I santi e i savi sin dall’antichità

sono caduti nell’oblio,

solo dei grandi bevitori è rimasto il nome.

Un tempo banchettava il principe Chen

a Ping Le,

con moggi di vino da diecimila monete

e motteggi licenziosi e allegri.

Ospite, perché dici di avere pochi soldi,

via, va a comprare per noi.

Il mio cavallo dai fiori a cinque petali,

la mia pelliccia da mille monete d’oro,

chiama il garzone che li baratti

con del buon vino,

insieme a voi, dissiperò un’amarezza

vecchia di diecimila anni.”

 

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“Ahimè, quanto è insidiosa e alta!

Difficile è la strada per Shu,

difficile più che la scalata al cielo!

In tempi immemorabili, Can Cong e Yu Fu

fondarono il Regno di Shu.

Nei quarantottomila anni trascorsi,

 né uomini né fumo oltrepassarono mai

i confini di Qin.

Ad ovest del Monte Taibai

un sentiero tracciato da uccelli,

serpeggiava fino alla vetta del Monte Emei.

La terra si spaccò e perirono gli eroi

sotto il monte squarciato,

nacque poi una scala sino al cielo

avvinta alle catene tra le rocce.

Al sommo, le alte vette fecero ritornare

il carro del sole trainato dai sei draghi,

nel fondo, spumeggiano le onde

e il torrente s’infrange in gorghi.

Il volo della gialla gru

non s’eleva a quell’altezza,

la scimmia tenta il valico

ma se ne rivela incapace.

Per il Monte Fango Verde

quante spire si avvolgono

cento passi nove tornanti

tra le rocce scoscese.

Toccando le stelle e alzando la testa

Il viandante trattiene il respiro per la paura,

con la mano premuta sul petto siede fra i lunghi sospiri.

Vuoi andare all’Ovest, ma quando?

Irta di pericoli è la strada,

sulle rupi scoscese è difficile arrampicarsi!

Non odi tra gli alberi antichi

il mesto grido degli uccelli,

il volo del maschio

che insegue la femmina tra i boschi…

E ascolti ancora sotto la luna il cuculo

che piange tutta la notte,

malinconico delle vuote montagne.

Difficile è la strada per Shu

difficile più che la scalata al cielo,

 solo a sentirne parlare

i volti si sbiancano!

Alte catene ad un dito dal cielo,

i pini inariditi pendono

sugli orridi abissi.

I torrenti e le cascate gareggiano

nel fragore,

contro le rocce il rimbombo

 fa rotolare le pietre

e si ripercuote come il tuono

in mille e mille gole.

Con tale pericolo,

ahimè, viandante,

perché vieni da tanto lontano!

Il pericoloso Passo della Spada

sporgente si erge,

da diecimila attaccanti

un sol uomo lo difende.

Se si rivela non fidata la sentinella,

diventa furioso come uno sciacallo.

Di giorno fuggi la feroce tigre,

di notte i lunghi serpenti

digrignano denti avidi di sangue

e recidono gli uomini come piante di canapa.

Si dice sia un luogo piacevole

la città di Broccato,

ma è meglio tornare presto a casa.

Difficile è la strada per Shu,

difficile più che la scalata al cielo,

 mi volgo indietro e guardo all’Ovest:

un lungo sospiro!”

 

*****

 

“Dall’Incensiere in pieno sole

s’innalzano vapori purpurei,

di fronte, in lontananza,

la cascata sospesa come un torrente.

Il corso d’acqua volante precipita giù per tremila piedi,

 come se dal cielo cadesse la Via Lattea.”

 

*****

 

I corvi che gracchiano a sera

 

“Le nuvole d’oro bagnano la muraglia,
I corvi neri gracchiano a volo sui nidi.
Nidi dove vorrebbero riposare:
Triste e sola la giovane sposa sospira.
Le mani lasciano abbandonato il telaio,
Gli occhi guardano l’azzurra tenda del cielo.
Tenda che sembra dividerla dal mondo,
Come la nebbia leggera che vela il fiume.
E’ sola: lo sposo viaggia in terre lontane;
Sola tutte le sere nella sua stanza.
Le stringe il cuore quella solitudine,
E le sue lacrime come pioggia leggera – cadono
sulla terra.”
Li Po, da “Liriche cinesi (1753 a. C. – 1278 d. C.) Antologia dell’antica poesia cinese”, a cura di Giorgia Valensin con Prefazione di Eugenio Montale, 1981

 

***

 

Li Bai (701-762), noto in Occidente anche come Lu Po o Li Po, è considerato, insieme a Du Fu, uno dei maggiori poeti  dell’epoca Tang, tradizionalmente considerata l’epoca d’oro della poesia cinese. Definito “il poeta immortale”, fu anche un raffinato calligrafo, pittore e musicista, ma la sua fortuna di poeta di corte ebbe vita breve: una prima volta, ne venne bandito  (a quanto pare, per aver insultato un eunuco che lo diffamò presso l’imperatore) e quando venne richiamato grazie all’intercessione di un amico,  non riuscì a sopportare lo sfarzo e la corruzione dilaganti, in contrasto stridente con la crisi in cui versava il Paese. Per di più, Li Bai non tollerava l’idea di dover comporre versi per il solo diletto dell’imperatore, da cui si sentiva trattato come una sorta di giullare; per cui abbandonò l’incarico di erudito e cominciò a viaggiare, cercando quella libertà che tanto amava. Le lunghe peregrinazioni che ritmarono la sua vita alimentarono in lui un grande amore della natura, che fu uno dei temi costanti della sua poesia, insieme al vino, che, a quanto sembra, gli costò la vita, in quanto si dice che morì “per il troppo bere”. Li Bai fu un autore particolarmente prolifico, che ha lasciato circa 900 poemi, nei quali si avverte, oltre ad una forte influenza del taoismo,  una complessa  visione del mondo, al tempo ascetica, intimista e gaudente.

 

*****

DU FU

*****

 

Ai confini del cielo penso a Li Bai

 

"Sale un vento freddo ai confini del cielo.
Mi chiedo quali sono le tue ragioni da uomo nobile
e quando arriverà l’oca selvatica
se c’è un autunno così, d’acqua in grande quantità.
Scrivere bene porta sfortuna.
I demoni ridono della nostra sconfitta.
Perché non affrontiamo assieme le offese che fanno alla lingua 
gettando in regalo un poema al fiume Mi Lo *?

 

Il Mi Lo è il fiume in cui si gettò  il poeta Quy Yuan (III secolo),  perché le sue opere non venivano debitamente apprezzate

 

*****

 

Sguardo di primavera

 

"Gli imperi crollano, i monti e i fiumi restano
nelle città distrutte, in primavera crescono alte erbe ed alberi
i fiori schizzano lacrime
odio le separazioni, sono uccelli spaventati che allarmano il mio cuore
le fiamme della guerra ci hanno accompagnato per tre mesi
per una notizia della mia famiglia darei diecimila denari
ho i capelli bianchi e spuntati, la testa graffiata
porta  uno sciocco desiderio
e non sopporta più spilla e capelli"


*****

Gabbiano

"Sulla riva del fiume il gabbiano canta nel freddo
non ha altri luoghi, basta a sé
rifiuta, riflette, rovescia ostile la giada degli onori con le penne delle ali
inseguendo un  desiderio d’amore, un germoglio, un cucciolo
in cambio ha neve e buio e scrosci per bagnarsi
Il vento cresce, sale al centro della tempesta
dove solo pochi sanno l’oceano cosi dall’alto
e si sente trasparente ombra, riflessa al sole di urla solitarie e desolate."


*****

 

Bella donna

"Unica fra i contemporanei  a possedere il dono della bellezza
in silenzio esisti in questa valle vuota

figlia di buona famiglia 
nella sfortuna la tua vita si conforma ora  all’erba e agli alberi
in questo tempo  critico, al centro del disordine

soffri per i fratelli uccisi 
non ti è permesso di raccoglierne le ossa
perché nel mondo ogni sentimento è cessato
ogni cosa ci trasmette il senso di un lume tremolante di candela 

come il tuo frivolo marito
ora ha una nuova sposa, giovane e splendida come giada

anche la mimosa sa quand’è il tempo di chiudersi
e l’anatra mandarina non passa mai la notte sola 

io vedo solo la nuova donna ridere
la sposa del passato piange

ci sono sui monti acque trasparenti
che cadendo dalle montagne diventano fangose

la domestica ritorna dalla vendita delle tue perle
mentre tu cogli i fiori senza inserirli nei capelli
raccogli rami di cipresso per riempire le mani giunte

nel cielo freddo le maniche color smeraldo sono così sottili
e il sole al tramonto si appoggia sulla cima dei bambù."


*****

 

Sulla via di Fengxian canto cinquecento caratteri
 
  
Sono un uomo qualunque
indosso vesti delle mie colline.     

Sono vecchio e sempre più stupido 
anche se consento ancora al mio corpo qualche sua follia

vorrei rubacchiare come gli altri funzionari
ma stranamente non mi ricevono più a corte.

Incanutisco, ma la mia mano lavorerà ancora
finché il coperchio di un sepolcro, com’è normale, cesserà l’ufficio.

Le mie aspirazioni vengono spesso incrinate
sarà un anno triste per la maggioranza di noi
e il mio intestino sospira e arde.

Gli altri letterati mi deridono
ma il mio canto si spande sempre più intenso.

Ho attraversato fiumi e mari
solitario, mi accompagnano tramonti e chiari di luna.

Ho dedicato la vita all’imperatore
ma non sopporto i compromessi segreti del successo.

Oggi la corte ha molte voci come strumenti musicali
ma mancano i pilastri.

Il girasole inclina verso il sole 
questo sostanziale carattere non può essere cancellato.

Non voglio essere come i vermi e le formiche
che si sforzano nel loro buco di pensare solo a sé
trascurano di ammirare la bellezza della grande balena
che salta e sprofonda nel mare.

Ho compreso le ragioni della mia vita
che sollecita solo umiliazioni e affari aridi.

Per ora si sta in piedi
mi trattengo dal diventare polvere
morirò col rimorso di non essere un eremita.
Ma sono incapace di cambiare:

Amo bere per ottenere la gioia
e la poesia per limitare la tristezza.

Sono un tramonto che lascia cento erbe appassite
un vento forte che sgretola la cima delle colline.

Oggi il cielo è nuvoloso e ripido
come uno straniero nella notte vado al centro della Cina.

La brina fredda  rompe la cintura del mio vestito
Il mio dito gelato non può più indicare.

Prima dell’alba supererò le montagne
il trono imperiale è sul loro arcobaleno.
Un luogo fantastico, il gelo riempie il cielo vuoto.

Solennemente scendo a valle per scivolosi dirupi
nella testa laghi profumati da paradisi caldi. 

Ecco le guardie imperiali in attesa di nuovi conflitti.	
E i cortigiani che si divertono lieti.

La musica scuote l’anima come il terremoto le montagne.
Solo ai più alti funzionari è concesso  bagnarsi nelle terme
ai banchetti le giacche corte non sono ammesse.

Si distribuisce, secondo il rango, la seta rossa
da portare alle donne con le case calde 
i loro mariti  picchiano i domestici
e si riuniscono per imporre tributi alle città distrutte.

Se il saggio porge un canestro di grazie
riempito col desiderio che la nazione rimanga viva
e se il cortigiano riuscisse  a cogliere questa ragione
credi che il monarca spargerebbe ancora la sua seta?
Molta gente riempie la corte
quelli benevolenti tremano.

Senti i piatti d’oro
custoditi nei locali delle concubine.
Al centro della casa danzano come fossero immortali.
Il fumo inganna sulla giada della loro pelle.
Agli ospiti pellicce di martore e sorci per restare caldi.

Le tristi musiche scacciano quelle belle. 
Si raccomandano all’ospite zuppe esotiche  
la brina arancione copre la fragranza del mandarino
nei magazzini vino rosso e carne sono ammassati fino a imputridire.

Fuori nelle strade ci sono gelo, morte e scheletri
La gloria sfiorisce molto vicino, dove il mondo è diverso.
Mi sconsolo a narrare ancora disgrazie.

Vado a nord in direzione dei fiumi Jing e Wei
ma le guardie mi fanno cambiare strada.

Una massa d’acqua scende da occidente
dai picchi più alti il mio occhio torreggia.
Mi sembra di essere a Kong Dong 
Temo di toccare il pilastro del cielo con la mano.

Per fortuna il ponte sul fiume c’è ancora
la pertica si rompe con un suono che sembra il lamento d’un animale
ci aiutiamo reciprocamente nel passaggio
del vasto fiume che dobbiamo attraversare.

Mia moglie è al sicuro a Feng Xian
siamo dieci bocche  separate dalla tempesta.
Come ho potuto non averne cura per così tanto tempo? 

Vado con loro a condividere fame e sete.
Ho imparato a riconoscere i lamenti.

Il mio figlio più piccolo è morto di fame.
Cerco di non abbandonarmi al dolore
e di non piangere.

Ho il rimorso di non essere un buon padre
perché non ho cibo da portare a casa.

Non sapevo che in autunno c’è il raccolto del riso
ma i poveri muoiono lo stesso di stenti.

Io vivo senza pagare le tasse
e non mi mandano in guerra.

Nelle tracce della mia vita trovo afflizione
ma le persone comuni sono molto più tormentate di me.

Hanno perso tutto.
Penso ai soldati morti lontano in battaglia
e la tristezza mi sormonta
come un’enorme caverna di cui non vedo la fine."


Du Fu”, da “Canto cinquecento caratteri e altre poesie” – Traduzione di Giancarlo Locarno

 

***

 

Du Fu o Tu Fu (712-770), noto anche come Dù Shàolíng  o Dù Gōngbù, apparteneva ad una famiglia della nobiltà decaduta, per cui studiò per diventare un  funzionario civile ma fu ripetutamente bocciato. La guerra, la carestia, la morte del suo figlio più piccolo gli causarono grandi sofferenze, alle quali si aggiunsero l’arresto per aver perorato la causa di un amico condannato per motivi insignificanti e la delusione legata al fatto che le sue opere, come pure il suo operato come consigliere dell’imperatore, non incontravano alcun credito, tanto  che fu  degradato al ruolo di Commissario all’Educazione. Fino agli ultimi anni della sua esistenza, mantenne una vita errabonda, per quanto glielo consentiva la tubercolosi polmonare di cui soffriva e che lo stroncò all’età di 59 anni.


                                                                                

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