Insomma, gli abbiamo insegnato tutto del libro all’epoca in cui non sapeva leggere. Gli abbiamo rivelato l’infinita diversità delle cose immaginarie, l’abbiamo iniziato alle gioie del viaggio verticale, l’abbiamo dotato dell’ubiquità, liberato da Crono, immerso nella solitudine favolosamente affollata del lettore… Le storie che gli leggevamo brulicavano di fratelli, sorelle, doppi ideali, squadriglie di angeli custodi, schiere di amici tutelari che si facevano carico delle sue pene, ma che, lottando contro i propri orchi, trovavano anch’essi rifugio fra i battiti inquieti del suo cuore. Era diventato il loro angelo reciproco: un lettore. Senza di lui, il loro mondo non esisteva. Senza di loro, lui rimaneva imprigionato nello spessore del suo. Cosi scoprì la virtù paradossale della lettura, che è quella di astrarci dal mondo per trovargli un senso.Da quei viaggi tornava muto. Era mattino, e si passava ad altro. In verità, non cercavamo di sapere che cosa avesse conquistato laggiù e lui, innocentemente, alimentava questo mistero. Era, come si usa dire, il suo universo. I suoi rapporti personali con Biancaneve o con uno qualsiasi dei sette nani rientravano nella sfera dell’intimità, che esige il segreto. Grande piacere di lettore, questo silenzio dopo la lettura!
Si, gli abbiamo insegnato tutto del libro.
E abbiamo meravigliosamente stimolato il suo appetito di lettore.
Al punto, ricordate, al punto che aveva fretta di imparare a leggere! (…)
L’intimità perduta…
A ripensarci in quest’inizio di insonnia, il rituale della lettura, ogni sera, ai piedi del suo letto, quando era piccolo – orario fisso e gesti immutabili – aveva qualcosa della preghiera. Quell’improvviso armistizio dopo il frastuono della giornata, quell’incontro al di là di ogni contingenza, quel momento di silenzio raccolto che precede le prime parole del racconto, la nostra voce finalmente identica a se stessa, la liturgia degli episodi… Sì, la storia letta ogni sera assolveva la più bella funzione della preghiera, la più disinteressata, la meno speculativa, e che concerne solamente gli uomini: il perdono delle offese. Non confessavamo nessun peccato, non cercavamo di conquistarci nessuna fetta di eternità, era un momento di comunione, tra di noi, l’assoluzione del testo, un ritorno all’unico paradiso che valga: l’intimità. Senza saperlo, scoprivamo una delle funzioni essenziali del racconto e più in generale dell’arte, che è quella di imporre una tregua alla lotta degli uomini.
L’amore ne usciva rinato.
Era gratis. (…)
Cos’è dunque accaduto fra l’intimità di allora e lui adesso, arenato davanti a un libro-scogliera, mentre noi cerchiamo di capirlo (cioè di tranquillizzarci) incolpando il secolo e la televisione – che forse abbiamo dimenticato di spegnere?
È colpa della tivù?
Il ventesimo secolo troppo “visivo”? Il diciannovesimo troppo descrittivo? E perché no il diciottesimo troppo razionale, il diciassettesimo troppo classico, il sedicesimo troppo rinascimentale, Puskin troppo russo e Sofocle troppo morto? Come se i rapporti fra l’uomo e il libro avessero bisogno di secoli per diradarsi.
Basta qualche anno.
Qualche settimana.
Il tempo di un malinteso.
All’epoca in cui, ai piedi del suo letto, evocavamo la mantellina di Cappuccetto rosso, e, fìn nei minimi dettagli, il contenuto del suo cestino, senza dimenticare le profondità del bosco, le orecchie della nonna divenute d’un tratto stranamente pelose, e il paletto dell’uscio, non ricordo che trovasse le nostre descrizioni troppo lunghe.
Da allora non sono passati secoli. Ma momenti che chiamiamo la vita, a cui diamo un’andatura di eternità a forza di principi intangibili: “Bisogna leggere”.