“Non esiste sogno che regga il confronto con la realtà, perché la Realtà stessa è a sua volta sogno dal quale una parte sola dell’Umanità si è risvegliata mentre alcuni di noi sono una Penisola estranea.”
Emily Dickinson, dalla lettera a A Susan Gilbert Dickinson, in “Emily Dickinson, Lettere 1845-1886”, 1982, a cura di Barbara Lanati
Non so com’è
“Non so com’è
essere cacciato cacciata
trovarsi in un paese di lingua diversa
imparare in fretta la parola “grazie” se qualcuno ti aiuta
la parola “scusa” se qualcuno ti guarda storto
a non essere mai troppo affamato quando ti offrono del cibo.”
Wislawa Szymborska, da “Racconto antico e altre poesie disperse” – Traduzione di Andrea Ceccherelli
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Foto di Noell Oszvald
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Sei lontana dal tuo paese
“Sei lontana dal tuo paese, e io sono là
ogni giorno che passa la mia poesia
somiglia a lettere smarrite dalle poste:
Ti sei addormentata sul lungo sofà color banana,
lo chignon disfatto, gli occhiali sul punto di scivolarti dalle dita,
i resti di quattro o cinque mele nel piatto,
il pettine usato come segnalibro,
una copertina blu di Prussia sulle ginocchia,
forse sogni una scena teatrale con vecchie voci:
Sei in casa nostra, tua madre non è ancora impazzita,
mio fratello non è ancora stato coscritto
Zeki Müren canta alla radio
‘Adesso sei lontano’
tra un minuto interrompendo la canzone annunceranno
che le forze armate hanno preso il controllo
per la sicurezza e la salvezza nazionale,
fra un minuto dirai ‘devo andare via’
‘non posso venire, perché il turco…’
Avrai visto quest’opera mille volte,
ma quando sarai sul punto di svegliarti in un bagno di sudore
noterai un telegramma stropicciato sul grammofono:
…/non svegliarti../:vento/ stop
cadere foglia secca../’sul tuo seno
come mie notizie../ stop
Sei lontana dal tuo paese immerso nel caos
io sono vivo, per il momento, e
innamorato, dubbioso e immune alle separazioni.”
Gökçenur Ç (poeta, traduttore e ingegnere turco)
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Amore, tu non lo puoi sapere
“Amore, tu non lo puoi sapere
Tu non lo sai cosa vuol dire essere straniero
in un paese bello e affascinante come questo,
ti manca tutto, alla fine niente: solo un pezzo
sottile di carta che chiamano “permesso”.
Non hai provato a camminare come un’ombra
perché il tuo nome non esiste in nessun ufficio,
vedere i propri sogni infranti sotto i tuoi passi,
nessuno pronuncia il tuo nome, sei un anonimo.
Sognare ad occhi aperti d’incontrare i parenti,
poter tornare almeno una volta nella casa natale,
seguire con gli occhi in lacrime un aereo in cielo,
dormire poco: l’ansia e il desiderio non ti lasciano.
Tu non hai provato quando ti spinge il soldato
nel posto di blocco che le due frontiere divide
e poi se in un istante osi guardarlo negli occhi,
la rabbia e rancore si scateneranno come scintille.
No, tu non lo sai cosa vuol dire beffarsi di te
mentre la parola giusta cerchi di trovare invano,
come ti senti così piccola, inutile, un nonnulla
e da questo mondo vorresti sparire all’istante.
Amore, tu non lo puoi comprendere anche se
vicino al camino conversiamo giorno e notte.
Non puoi sapere cosa vuol dire essere straniero,
la sofferenza non ha voce, nemmeno il dolore.
Irma Kurti (poetessa, scrittrice, paroliera e traduttrice albanese)
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Renato Guttuso, “Passeggiata in giardino a Velate”, 1983

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Ci mancava un presente
“Andiamocene come siamo:
una signora libera
e un amico fedele.
Andiamocene su due strade diverse,
andiamocene come siamo, uniti
e separati.
Nulla ci fa male,
non il divorzio delle colombe,
né il freddo alle mani
o il vento intorno alla chiesa.
I mandorli non sono abbastanza in fiore,
sorridi e fioriranno di più
tra le farfalle delle tue fossette.
Presto avremo un altro presente.
Se ti volti, dietro di te
non vedrai che esilio:
la tua camera da letto,
il salice della piazza,
il fiume dietro gli edifici di vetro,
il caffè dei nostri appuntamenti… tutti, tutti
pronti a mutarsi in esilio.
E allora siamo buoni!
Andiamocene come siamo:
una donna libera
e un amico fedele ai suoi flauti.
Non bastava la nostra età per invecchiare insieme,
andare al cinema con passo stanco,
vedere l’epilogo della guerra tra Atene e le sue vicine
e assistere alle celebrazioni di pace tra Roma e Cartagine.
Presto gli uccelli lasceranno un tempo per un altro.
Che sia stato vano questo cammino
ammantato di senso? Ci ha condotti
in un viaggio effimero tra due miti?
Come se fosse necessario, come se fossimo necessari:
uno straniero che vede se stesso negli specchi della sua straniera.
«No, non è questa la strada verso il mio corpo».
«Nessuna soluzione culturale ai crucci esistenziali».
«Ovunque tu sia, il mio cielo è vero».
«Chi sono io per restituirti il sole e la luna precedenti?».
E allora siamo buoni…
Andiamocene come siamo:
un’amante libera
e il suo poeta.
La neve di dicembre non è caduta abbastanza,
sorridi e cadrà a fiocchi sulle preghiere del cristiano.
Presto torneremo al nostro domani dietro di noi,
quando eravamo due bambini all’inizio dell’amore
e giocavamo a Romeo e Giulietta
per imparare il lessico di Shakespeare…
Le farfalle si sono involate dal sonno
come il miraggio di una rapida pace,
che ci incorona con due stelle
e ci condanna a morte nel conflitto per il nome
tra due finestre.
E allora andiamocene,
siamo buoni.
Andiamocene come siamo:
una donna libera
e un amico fedele,
andiamocene come siamo.
Venuti con il vento da Babilonia,
a Babilonia torniamo…
Non bastava il viaggio
affinché, sulle mie tracce, i pini si tramutassero
in parole d’elogio del luogo meridionale.
Qui, siamo buoni. Del nord il nostro vento
e del sud le canzoni,
Sono un’altra te?
E tu, un altro me?
Non è questa la strada verso la terra della mia libertà,
la strada verso il mio corpo,
e io non sarò io per due volte
ora che il mio passato ha sostituito il mio futuro
e mi sono scissa in due donne.
Non sono orientale
né occidentale
e non sono un ulivo che ha ombreggiato due versetti.
E allora andiamocene.
«Nessuna soluzione collettiva alle ossessioni personali».
Non bastava essere insieme
per essere insieme…
Ci mancava un presente per vedere
dove eravamo. Andiamocene come siamo,
una donna libera
e un vecchio amico.
Andiamocene insieme su due strade diverse.
Andiamocene insieme
e siamo buoni…”
Mahmoud Darwish, “Ci mancava un presente”, da “Il Letto della straniera“
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Bansky

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“In nessuna
parte
di terra
mi posso
accasare
A ogni
nuovo
clima
che incontro
mi trovo
languente
che
una volta
già gli ero stato
assuefatto
E me ne stacco sempre
straniero
Nascendo
tornato da epoche troppo
vissute
Godere un solo
minuto di vita
iniziale
Cerco un paese
innocente”
Giuseppe Ungaretti, da “Allegria di naufragi”, 1919 (successivamente inserita nella raccolta “L’allegria”, del 1931)
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Attori girovaghi “Scavalcamontagne”
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“Sono nata straniera.
E ho continuato da allora
a diventare straniera ovunque
andassi, anche nel posto
dove i miei parenti stanno come piante,
tuberi di sei piedi che mettono radici,
dita e volti che spingono verso l’alto
nuovi germogli di mais e di canna da zucchero.
Luoghi di ogni tipo e gruppi
di persone con una storia gloriosa
alle spalle, quasi certamente,
prenderebbero le distanze da me.
Sono stonata,
come una poesia mal tradotta;
come un cibo cotto nel latte di cocco
dove ti saresti aspettato il ghee o la panna,
il retrogusto imprevisto
del cardamomo o del neem.
C’è sempre quel punto dove
la lingua inciampa
su un sapore sconosciuto;
dove le parole ruzzolano
su un abile sgambetto della lingua;
dove i contorni sfuggono,
la ricezione di un’immagine
non del tutto intonata, dai bordi sfocati,
che denuncia la straniera
in mezzo a loro.
E così io gratto, gratto
tutta la notte questa
crosta che cresce sul nero sul bianco.
Chiunque ha il diritto
di infiltrarsi in un foglio di carta.
La pagina non oppone resistenza.
E forse questi versi – chi sa,
riusciranno a furia di grattare
a penetrarti in testa – –
in mezzo a tutte le chiacchiere del quartiere,
la famiglia, il rumore dei cucchiai,
i bambini che vengono allattati –
a migrare nel tuo letto,
a occupare la tua casa,
e in un angolo, a mangiare il tuo pane,
finché un giorno non incontri
la straniera che cammina furtiva per la tua strada
penserai di riconoscerne il volto
scarnificato all’osso,
guarderai nei suoi occhi di esclusa
e riconoscerai in quel volto il tuo.”
Imtiaz Dharker (poetessa, pittrice e film-maker pakistana)
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Foto di Sonia Simbolo
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Ormai
“Ormai la primula e il calore
Ai piedi e il verde acume del mondo
I tappeti scoperti
Le logge vibrate dal vento e il sole
Tranquillo baco di spinosi boschi;
il mio male lontano, la sete distinta
come un’altra vita nel petto
Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio
Qui volgere le spalle.”
Andrea Zanzotto, “Ormai”, da “Dietro il paesaggio”, 1951
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Foto di Nézir Muhadri

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Qui non posso udire la voce del cuculo
“Qui non posso udire la voce del cuculo.
Qui l’albero non indosserà una mantella di neve,
ma qui all’ombra di questi pini
tutta la mia infanzia risorge alla vita.
Lo scampanio degli aghi tanto tempo fa –chiamano patria lo spazio della neve,
e il ghiaccio verdastro che incatena il fiume
lingua della poesia in una terra straniera.
Forse solo gli uccelli migratori conoscono
quando sono sospesi tra la terra e il cielo
questo dolore di avere due patrie.
Con voi sono stata piantata due volte,
con voi, pini, sono cresciuta,
le mie radici in due diverse terre.
Il viaggio più breve è quello lungo gli anni.
La luce non è ancora passata.
La casa crollò. Il muro si mosse.
Ed ecco stanno l’uno accanto agli altri come vicini
le mie notti di oggi, i miei giorni di allora.
Che cosa si dissero? Siamo cambiati? Siamo invecchiati?
Il viaggio più breve è quello dentro il passato.
Ti ricordi? Un mare freddo, due navi che si abbracciavano
bambini in cima a una collina sollevavano torce –Siamo invecchiati? Siamo cambiati?
Credimi: fino a domani ho ancora ore assai lunghe.”
Leah Goldberg (poetessa e scrittrice di ebrea), da “Lampo all’alba”, 2022 – Traduzione di Paola Messori
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Foto di Sonia Simbolo
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“Ingannarci
non dovevi, vita,
Casa di Altri.
Quale tristezza nascere stranieri.”
Anna Maria Ortese, da “Il mio paese è la notte”
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“Apri gli occhi,
neonato,
apri gli occhi e non vedi nulla,
come me.
Credevi di vedere un’infermiera,
un biberon con del latte,
una pulita stanza d’ospedale,
un giardino deserto.
E se adoperi il senso
della vista, per giorni
e anni innumerevoli
vedrai oltre la finestra
un boschetto di pini senza foglie,
uccelli annoiati
e un cielo color del piombo.
E ti domanderai
come faccio io
ogni mattina
e nelle notti vane
chi mi ha condotto in questo paese?
Che ci faccio qui, Dio mio?
Óscar Acosta (Honduras), “Bambino grande”, da “Il mio paese”, 1971
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“In quel passo che allunghi
tra la terra che ti ha visto nascere
e il suolo che ti ha accolto
c’è un filo che li lega
come una flebo.
Ti nutre di parole e frasi
di proposizioni e lunghi periodi
non puoi analizzarli
e li lasci fluire in te
tra i globuli rossi che attraversano le tue vene
nella tua epidermide scura e liscia
che non permette congetture
ma giudizi perentori:
hadaad soomaali tahay maxaad somali ugu hadlin?*
o
come parli bene l’italiano!
Di qua e di là
il mutismo la fa da padrone
l’unica risposta certa
è una non risposta.
Dicono che le parole sono musica
dicono che le parole sono cibo
dicono che le parole sono arte
ma non dicono che le parole creano
confusione
disordine
disagio
allontanano
tormentano
ammutoliscono
davanti ad altre parole
non ti dicono che le parole sono lingua
che le lingue sono tante
che non tutti le posseggono
che la lingua materna
può diventare matrigna
e quella matrigna diventare materna
che non sono intercambiabili, non sempre
e che si può trascorrere una vita intera
senza parlarne una benché
altre due o tre siano dentro te.
La lingua materna cura
ma può far ammalare
se non la parli bene
e ti leghi a quella matrigna
come una fonte che ti nutre.
Quando la diaspora
ti trasporta da un paese all’altro
scegli un linguaggio veicolare
che ti fa attraversare varchi
reali e immaginari
un codice
che apre porte
e in questo vacuum in cui vivi
altri nascono e crescono
e la distanza tra fratelli si dilata
rimane un unico filo che unisce
non è il somalo, l’olandese, lo svedese,
ma le mani, la pelle, gli occhi,
il tuo corpo intero
a riempire quel vuoto
da un paese all’altro.
E’ l’involucro esterno
che risponde tacito alle domande,
che parla per te,
perché la tua bocca è resa muta
dalle troppe lingue che l’hanno invasa.”
(* Se sei somala perché non parli il somalo?)
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Ilona Heinrich
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“Sono felice solo quando me ne sto andando.
Non tra quattro muri, ognuno con le sue spade,
ma tra qui e lì, una casa e l’altra,
entrambe estranee, preferibilmente.
Ormai non posso, né voglio, starmene fermo.
Né ora né dopo. Né qui né lì.
In ogni caso là, dove sei tu,
chiunque tu sia, mettimi il tuo nome
sulle labbra assetate, insaziabili.
Io non sono io né posso avere una casa.
Non dico ormai perché non lo sono mai stato,
non l’ho mai avuta, sono sempre stato straniero
dentro e fuori di me. Sono ciò che non sono:
il mendicante che dorme sotto il ponte
che unisce le mie due rive e io attraverso
senza che possa, né giorno né notte, fermarmi.
Scrivo perché cerco, perché aspetto.
Ma oramai non so che cosa, l’ho dimenticato.
Scrivendo spero
di poterlo ricordare. Persevero nelle intemperie.
Nonvivo tra parentesi
nello spazio vivo e il tempo morto
dell’attesa di che cosa, tra due qui.
Mai in ma tra. Esci da me,
chiunque tu sia, lasciami in pace
o falla finita ormai con me e con l’amaro
miele di stare solo parlando da solo.
Ho deciso che la mia patria sia
non decidere, non stare da nessuna parte
bensì in transito, ponti, navi, treni,
dove io sia soltanto il passeggero
che so di essere, mentre sento
che mi inquieta la pace,
che la quiete mi spaventa,
che la sicurezza non mi alletta,
e sono felice soltanto quando so di essere fugace.”
Juan Vicente Piqueras, da “Andata”, in “Avverbi di luogo”, 2019 – Traduzione di Roberta Buffi
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Nell’immagine: Roman Zakrzewski, artista polacco