Magazzino Memoria

La resistenza delle donne

24.07.2024
“Tutte le donne hanno oggi un lutto nel cuore. Fate che questo lutto non sia stato vano.”
(Ada Gobetti)
“Sentivo come una cappa di piombo, tutti i ricordi mi dilaniavano il cuore. (…) In diciotto mesi ne ho persi tre (la madre, il padre e il fratello Aldo n.d.r.). (…)
I vent’anni miei sono proprio stati… fra disgrazie e campi di concentramento.”
(Tea Palman, partigiana bellunese, a lungo rinchiusa nel lager di Bolzano)
“È questa la prima causa della tristezza della Liberazione. Dolore a lungo trattenuto, bloccato, congelato dalla tensione costante dei nervi nell’azione, che infine può erompere senza freni. (…)
Al lutto si mescolano dolori non meno laceranti, l’ombra nera degli stupri, delle torture, della fame, ma anche la sofferenza per i tradimenti e le delusioni, a cui si mescola il fantasma inquietante della violenza agita, che si vorrebbe seppellire in fondo alla coscienza per non pensarci più.
Accresce la tristezza il sapere d’essere stati pochi. Una consapevolezza cruda, frettolosamente oscurata da un cocktail fatale di retorica e rimozione, come aveva profetizzato il comandante Severino e come dichiara con franchezza lapidaria Franco Antonicelli nel discorso per la Liberazione a Torino: “la Resistenza è stata il riscatto di pochi, di questi pochi molto non sono più e presto cadrà l’oblio.”
Pochi tra molti indifferenti, inerti, spaventati oppure – peggio – opportunisti, che già cominciano ad affollarsi come sciacalli sul corpo nudo della vittoria partigiana, resa inerme dagli Alleati che hanno disarmato i volontari, in tutta fretta, perché non si sa mai.
“Ho visto arrivare i primi tre inglesi, con certe facce di tolla, di bronzo, proprio come quelle dei tedeschi” racconta l’ostetrica Maria Rovano, alias Camilla, “agli inglesi abbiamo presentato tutti questi morti, e loro: “questo non interessa niente! Posare le armi! Posare le armi!”
I partigiani piangevano come bambini. La nostra guerra partigiana è morta in quel momento”, e per qualcuno è un lutto immenso.”
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Foto dal web
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“Sai chi sei?
Sai a cosa sei chiamata?
Per cosa vale la pena vivere e morire?
Che cosa è giusto fare?
Rompere con clamore o resistere in silenzio nel quotidiano. Tuffarsi al centro del campo di battaglia o restare ai margini – parete, pilastro, confine, protezione; grembo e custode del dolore degli altri. O entrambe le cose?
Invisibile o sfrontata, mani impeccabili o spellate, sporche d’ inchiostro o di farina, mitra in spalla o in casa a dar di pedale sulla macchina da cucire. In quanti modi puoi lottare?
Chi vuoi essere?
Dentro quali sguardi ti muovi?
Sei madre, ti “senti” madre?
Potresti uccidere? E dare, invece, la vita? (“Dare la vita”; le stesse parole per significare il mettere al mondo qualcuno e l’esser pronta a morire).
Essere donna è avere la guerra dentro, sempre, da sempre.
Cosa farai nei conflitti là fuori?
Come scriverai il tuo nome nel libro grande della storia e della vita?
Guardatele. Direste mai che sono impegnate in una guerra?
È il loro punto di forza, l’arma segreta. Nessuno sospetterebbe del viso giovane incorniciato dal colletto bianco da commessa timida, di una maestrina occhialuta in sottana scozzese e calzettoni, della bellezza che guarda trasognata a labbra dischiuse, coi capelli al vento.
Sono solo donne, quindi creature fragili, vanitose, pettegole, tutte nervi, incapaci di nuocere ma anche di tenere un segreto, destinate a sposarsi, buone solo a fare figli, a servire, a decorare i salotti, a dar piacere al maschio, gratis o a pagamento. Le contadine poi, cosa vuoi che capiscano? Semianalfabete strappate alla scuola per faticare a sostegno della famiglia. Come le operaie delle filande, dei tabacchifici, delle fabbriche tessili, muli da sfruttare, pagandole sempre meno degli uomini. E loro zitte, con la furbizia di Penelope trasmessa di generazione in generazione, maturata nei pensamenti di milioni di donne intelligenti, anche se non hanno potuto affinarsi sui libri. Mai rassegnate, sorridono, dissimulano, fanno spallucce. Sanno come cavarsela, all’occorrenza. Ognuna a modo suo. Arte antica, puro teatro.
Sei bruttina. Nessuno ti guarda: sarà la tua salvezza.
Sei bellissima. Sono stupidi: li fregherai scoprendoti appena, come una stirpe di sirene prima di te.
Ti sottovalutano. Bene, li prenderai alla sprovvista.
Sorridi, annuisci, disfa la tela sottobanco. Sorridi e prepara l’attacco senza fartene accorgere.
Meravigliosa ironia, le partigiane prendono la retorica della femminilità morbida e rassicurante esaltata dalla propaganda fascista e gliela ritorcono contro.
Non era mai successo prima che le donne entrassero in scena da protagoniste. Non così numerose, e di ogni condizione sociale.”
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Foto dal web
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“I loro nomi di battaglia sono ordinari, innocenti.

Chi penserebbe che una Trottolina può scaricarti addosso la cartucciera di un mitra?
Niente Falchi né Lupi, spietati Robespierre o spavaldi D’Artagnan. Mancano i riferimenti a cui volgersi, le stelle a cui attaccare l’aratro. Serve a poco Cleopatra, Teodora ancor meno. Niente regine lascive o nobildonne assassine: sono di stoffa buona, loro, checché ne dicano i maligni.
Alle “politiche” più illustri tocca un nome da uomo. Ada Gobetti è Ulisse, chi altri?
La storia non offre precedenti, né modelli. Non è mai stata il loro campo, fino ad ora. Non ha scritto delle vedove incrollabili che hanno retto le famiglie e le fattorie, delle madri che si sono sfiancate nei campi e sulle pietre dei lavacri. Delle assennate amministratrici di botteghe, mulini e magazzini, donne senza uomini che destano sospetti, che i compaesani ostili provano a mettere in ginocchio con le minacce o gli incendi dolosi.
Sono maestre di se stesse e s’ insegnano a vicenda, hanno ancora tanta vergogna, dentro.
Hanno paura ad aprir bocca, schiacciate sotto il peso dei libri non letti, dei diplomi mai presi. I nomi di battaglia sono come quelli ordinari: Elena, Maria, Rosa, Piera, Luisa, Laila, Cecilia, Gloria, Lidia, Vittoria, Matilde, Sonia, Lucia, Camilla, Laura… Se scelgono un’immagine, sono, con modestia, Brina, Nuvola o Alba – Rossana, tuttalpiù, per chi ha fede nel sol dell’avvenire.
Timorose di apparire troppo, di farsi più grandi di quel che pare loro di essere, però anche fiere di quel che fanno, e sempre ironiche – qualcuna osa persino immaginare il proprio monumento, dopo la Liberazione: sarà una statua senza i calcagni, dice una, perché li ha consumati tutti a consegnar messaggi!
Se qualcuno dicesse loro che stanno facendo la storia, gli riderebbero in faccia.
Scrivono i loro nomi nuovi su di una parete bianca, a caratteri nitidi e minuti.
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Una staffetta partigiana
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Il sole. I campi a perdita d’occhio e la strada bianca che li taglia. Un ululato acuto, gioioso, rompe l’aria immobile. Poi una ragazza in bicicletta. La polvere fine le fa i piedi come di marmo nei sandali, mentre pesta i pedali a ritmo serrato; le sporca i polpacci tesi, sale fino ai capelli sfuggiti dalle trecce che schiaffeggiano le guance, secchi come stoppe, caldi di sole – li laverà nel fontanile quando arriva, poterseli fare belli con una mano d’olio d’oliva! pensa. Una fetta di pane unta d’olio col sale, che sogno – lo stomaco gorgoglia, ha sedici anni e una fame da lupi, sempre.
Molla il manubrio e fila a braccia aperte. Lascia che la gonna del vestito di cotonina a fiori gialli salga sopra le cosce, rossa in viso – l’abbasserà solo se incrocia qualcuno. Ride da sola. Ha sedici anni e la morte forse l’aspetta in fondo alla strada bianca, ma non può crederci e neppure pensarlo, urla al cielo per sfidarla.
Non sarà mai più così felice. Così libera. Lo ricorderà sempre. Combatterà tutta la vita perché ogni ragazza possa sentirsi, nel proprio corpo, nel proprio tempo, come si sentiva lei allora. Una rondine in volo.
Benedetta Tobagi, da “La resistenza delle donne”, 2022

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