“È impossibile
dice l’esperienza
È quel che è
dice l’amore“
Erich Fried, dalla poesia “È quel che è”,
in “È quel che è. Poesie d’amore di paura di collera”, 1983
*****
La verità vi prego sull’amore
“Dicono alcuni che amore è un bambino
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è un’assurdità
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.
Assomiglia a una coppia di pigiami
o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare i lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un prugno
o è lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben liscio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull’amore.
I manuali di storia ce ne parlano
in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi
e l’ho visto persino scribacchiato
sul retro degli orari ferroviari.
Ha il latrato di un alsaziano a dieta
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
La verità, vi prego, sull’amore.
Sono andato a guardare nel bersò
lì non c’era mai stato;
ho esportato il Tamigi a Maidenhead,
e poi l’aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo,
o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio
e non era nemmeno sotto il letto.
Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull’amore.
Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore.”
Wystan Hugh Auden, dalla raccolta omonima – Traduzione di Gilberto Forti
*****
Lisa Larsen
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Tu sei il mio amore e la mia disperazione
“Tu sei il mio amore e la mia disperazione.
Tu sei la mia follia e la mia saggezza.
E sei tutti i luoghi in cui non sono stato
e che mi chiamano da tutti gli angoli del mondo.
Tu sei queste sei righe
cui devo limitarmi per non gridare.”
Henrik Nordbrandt (Danimarca), da “Il nostro amore è come Bisanzio”, 2000 – Traduzione di Bruno Berni
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Innamorarsi: sì! di chi? di cosa?
“Innamorarsi: sì! di chi? di cosa?
dell’orma che si slabbra nel grecale?
del tuo sguardo che ferma l’aquilone?
innamorarsi del disamorare?”
Sandro Penna, da “Peccato di gola (poesie al fermo posta)”, 1989
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Vorrei che fossi qui
“Vorrei che fossi qui
Che bussassi alla porta
E mi dicessi sono io
Indovina che cosa ti porto
E mi portassi te.”
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Casa mia
“Sorpresa
dopo tanto
d’un amore
Credevo di averlo sparpagliato
per il mondo”
Giuseppe Ungaretti, “Casa mia”, da “Vita d’un uomo. Tutte le poesie”, 1969
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Bansky
“Saper vedere
che cade
fra i fiocchi della neve
la piuma bianca dell’uccello migratore
riparato sotto la grondaia.
Sunay Akın (poeta, giornalista e filantropo turco, fondatore del “Museo Del Giocattolo” di Istanbul), “Amare”, da “AntiQuori”, 2005 – Traduzione di Laura Rotta e Giampiero Bellingeri
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Foto di Avaro Fogliani
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Quasi che il sonno, l’uno all’altra
“Quasi che il sonno, l’uno all’altra
li rapisse, nel buio intrecciano le dita
si sfiorano con la punta del piede
e pensano – gli estremi si toccano
nel cuore della notte.”
Biancamaria Frabotta, da “La pianta del pane”
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Egon Schiele, “Coppia addormentata”, 1909
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Mai smetterò di amarti
“Mai smetterò di amarti
E ti dimenticherò quando venerdì sarà mercoledì, quando le rose cresceranno dappertutto, azzurre, come uova di tordo.
Quando il topo griderà “chicchiricchì”.
Quando la casa si reggerà sul comignolo, quando il salame mangerà l’uomo.
E quando ti sposerò.”
Andrej Andreevič Voznesenskij
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Luisa Azevedo
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Tempo d’amarsi a Saint-Antoine
“Questo cielo
Non è il cielo di ogni giorno su Saint-Antoine
Certo è tempo d’amarsi
Per prime si sono aperte le finestre
Le formiche sono spuntate fuori dai nidi
Il muschio si è ravvivato
La volta del cielo si è tesa sempre più
La ragazza che cuce alla finestra è felice per la prima volta
Le case e i caffé rivolti al mare per la prima volta sono felici
Lambodis non ha più da temere
Eleni non deve temere
Tutti i colombi spiccheranno il volo, nessuno più saprà cos’è la paura
Nell’ora in cui tutto si risveglia
L’amore avrà inizio
E tutto si arresterà
Le mani della ragazza, stendendosi sul vestito, si bloccheranno
Saint-Antoine si leverà dal sarcofago per incamminarsi verso la costa
Lo seguiranno tutte le tombe, le immagini dei santi e Gesù stesso
Ogni cosa lascerà il posto all’amore
La sedia, all’amore
La finestra, all’amore
Il soffitto di Saint-Antoine s’incamminerà verso un altro soffitto
Il portone, verso un portone diverso
Nulla avrà voglia di ritrarsi
Vedremo il cielo espandersi ancora
Il mare farsi più blu
Quell’amore passerà dagli occhi ad altri occhi come una pelle scura
Adesso è lui a venire a Istanbul con i canti più belli
Per questo le mani della ragazza, la sua bocca, ora crescono da qualche parte
Per questo il bimbo non si stacca dal petto della madre
I colombi di Saint-Antoine
È per questo che volano nel cielo
L’ansia dell’ordine in poesia viene da qui
Né avrà mai altre ragioni
Questa volta del cielo.”
İlhan Berk (poeta turco), da “L’antico mare”, 1982 – Traduzione di N. Verderame
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Foto di Rodney Smith

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Amore a prima vista
“Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
É bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella
Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla tra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
si scansava con un salto
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volo via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito,
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.”
Wislawa Szymborska, “Amore a prima vista”, da “La gioia di scrivere”, Traduzione di Pietro Marchesani, 2009
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Foto di Henri Cartier-Bresson
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“I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è soltanto la loro ombra
Che trema nel buio
Suscitando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini
la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Loro sono altrove ben più lontano della notte
Ben più in alto del sole
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.”
Jacques Prévert, “Les enfants qui s’aiment”, da “Spectacle”, 1951
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Gilles Peress, 1975
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È quel che è
“È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l’amore
È infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l’amore
È ridicolo
dice l’orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quel che è
dice l’amore.”
Erich Fried, da “Poesie d’amore di paura di collera”, 1988
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Foto di Ferdinando Scianna

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Perdona i traditori
“Ogni volta che tornerò
ti incontrerò.
E dovremo ricominciare da capo
alla scoperta della favola del bosco,
capirci con le parole
che ci porta la pioggia
e aprire la notte
con un lampo di lucciole.
E ricordare il tuo nome,
il tuo nome di mele e strade,
dell’eucalipto profumato delle farmacie,
di piccole e azzurre lontananze.
E dovremo tornare
alle stazioni ferroviarie
che esistono solo nel cuore
e aspettare quel treno notturno
che attraversa gli inverni
per andare insieme a quella città silenziosa
dove il sole matura presto
e le stelle scendono
fino a sfiorarci i capelli.
Era un’altra epoca. Non ne dubito.
Ora abitiamo la nostalgia
come se fosse una vecchia casa.
Una stanza chiusa che non ci permette di vedere
oltre le mani.
Così
Io ti ascolto, tu mi ascolti
Ti amo, tu mi ami.
E siamo di nuovo
quello che eravamo ieri.
Una specie di luce tra le reti del destino
Come uno che si sveglia, ritorno
a quando il tuo corpo si è girato verso il mio
e l’amore cresceva lentamente
in un bagliore rotondo
e cristallino.
E in mezzo a due mondi tremanti
quelle gocce di luce
attraverso l’oscurità.”
Marino Muñoz Lagos (Cile), “Perdona i traditori”, da “I volti della pioggia”, 1971
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Foto di Massimo Della Latta
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Amare è questo errore essenziale
“Amare è questo errore essenziale
per vivere,
questo modo diverso di sentire la pioggia
quando arriva l’autunno
e la saliva
dei parchi più tristi
parla solo all’orecchio dei pazzi,
dei sani di legare,
di questa poesia
inzuppata di sete,
morta d’amore e di freddo,
scogliera sull’orlo di un abisso
che non ho mai scritto prima.”
Fernando Beltràn (poeta spagnolo), da “Amore cieco”, 1995
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Ralph Gibson, “Mary Ellen”, 1967
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“Ho paura di vederti
necessità di vederti
speranze di vederti
inquietudine di vederti.
Ho voglia di trovarti
affanno di trovarti
certezze di trovarti
poveri dubbi di trovarti
Ho urgenza di sentirti
allegria di sentirti
fortuna di sentirti
e timore di sentirti.
Insomma,
per dirla tutta,
sono fottuto
e radioso
forse più la prima
che la seconda.
Mario Benedetti – Traduzione di Milton Fernández
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Foto di Paolo Roversi
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Ogni volta che andrai via da te stessa
“Ogni volta che andrai via da te stessa
non dimenticarti che ti aspetto
in tre o quattro punti cardinali
ci sarà sempre un posto in qualche posto
con una quantità di benvenuti
ciascuno ti riconosce da lontano
e prepara una festa così discreta
senza canti né lampi né tamburi
che solo tu saprai che è in tuo onore
ogni volta che andrai via da te stessa
fa’ in modo che la vita non si rompa
che il tuo altro io non muoia d’abbandono
e per favore non dimenticarti che ti aspetto
con questo cuore appena rimediato
nel miglior mercatino della domenica
ogni volta che andrai via da te stessa
non distruggere la via del ritorno
tornare è una forma di incontrarsi
e anche lì vedrai che io ti aspetto”.
Mario Benedetti, Traduzione di Milton Fernández
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Tutte le istanze della mia vita hanno qualcosa di tuo
“Tutte le istanze della mia vita hanno qualcosa di tuo
e questo in verità non ha niente di straordinario
obiettivamente lo sappiamo da sempre tutti e due.
Tuttavia c’è qualcosa che vorrei chiarirti,
quando dico tutte le istanze,
non mi riferisco a quanto accade ora,
questo fatto di aspettarti e alleluia trovarti,
e poi mannaggia perderti,
per ritrovarti ancora,
e speriamo mai più.
Non mi riferisco al fatto che all’improvviso dici, mi viene da piangere
ed io con un discreto nodo nella gola, piangi pure.
E che un bello scroscione invisibile ci ripari
ed è forse per quello che appare presto il sole.
Non parlo soltanto del fatto che un giorno dopo l’altro,
si accresce la riserva delle nostre piccole e decisive complicità,
o il fatto che io possa illudermi di riconvertire le mie sconfitte in vittorie,
e che tu mi faccia il tenero dono della tua più recente disperazione.
No.
La cosa è molto più seria di quanto appare.
Quando dico tutte le istanze
voglio dire che oltre quel dolce cataclisma,
stai anche riscrivendo la mia infanzia,
quell’età in cui si dicono cose adulte e solenni,
e gli adulti le festeggiano,
mentre tu sai invece che tutto ciò non serve.
Voglio dire che stai rimontando la mia adolescenza,
quel tempo in cui ero un vecchio carico di astio,
e tu sai quanto mi costa estrarre da quel guazzo,
il mio germe di gioia e annaffiarlo guardandolo.
Voglio dire che stai scuotendo la mia giovinezza,
quella giara che nessuno prese mai nelle sue mani,
quell’ombra che nessuno accostò mai alla sua ombra,
e che tu invece sai come agitare
fino a farle cascare tutte le foglie secche,
e scoprire il telaio della mia verità senza prodezze.
Voglio dire che stai abbracciando questa mia età matura,
questo miscuglio di stupore e di esperienza,
questo strano confine di angoscia e di nevischio,
questa candela che illumina la fine,
questo dirupo della povera vita.
Come vedi, il problema è più serio.
Ma serio per davvero.
Perché con queste o con altre parole,
voglio dire che non sei soltanto quella ragazza così cara ai miei affetti,
ma tutte quelle donne splendide e accorte
che ho amato e amo ancora.
Perché grazie a te ho scoperto,
(dirai, e con ragione, era già ora),
che l’amore è una baia bella e generosa,
che splende e si rabbuia
al passo della vita,
una baia nella quale le navi approdano e ripartono,
arrivano pieni di uccelli e di auguri,
partono tra sirene e nuvoloni.
Una baia bella e generosa,
dove le navi arrivano e se ne vanno.
Ma tu,
per favore,
non te ne andare.”
Mario Benedetti (Uruguay) – Traduzione di Milton Fernández
*****
Katrien De Blauwer
*****
Non ho smesso di pensarti
“Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.”
*****
Édouard Boubat, Paris, 1968
*****
Ora che arriva il buio, amore mio
“Ora che arriva il buio, amore mio
il malanimo dei giorni
questo tempo che raffredda i piedi
solo a pensarci
quando cola il naso
e la sera piomba in casa all’improvviso.
Prima che arrivi il gelo
amore mio
ad augurarci la buona giornata
e bisognerà volare come i pipistrelli
e camminare con le mani avanti
quando verranno i tempi oscuri
in cui non ci riconosceremo più
che non ci trovino inermi
che nessuno ci convinca ad abbassare le braccia
che la paura non abbia la meglio
che le mie mani non perdano la strada per arrivare a te
che il tuo corpo
nel groviglio del letto
continui ad essere il miglior indizio per trovare la via di casa
ora che arriva il buio,
amore mio.”
*****
Ho stirato finestre
“Ho stirato finestre
verniciato camicie
spazzolato i gatti
e accarezzato i libri
ho sorriso alle cozze
tradotto il lavandino
sturato gli amici
riordinato i vicini
ho cavato dal buco
il ragno
ho pianto di gioia
disperato di noia
abbracciato a un lampione
ho disossato il modem
stuprato il decoder
e avvelenato il mouse
non so perché ho fatto tutto quanto
ma tu non ci sei più
e io faccio fatica a riorganizzare l’universo.”
*****
Salvador Dalì, “Donna con testa di fiori”, 1937
*****
Regalami la tua voce
“Regalami la tua voce
Regalami il tuo volto
Le tue gioie e tuoi dolori
I tuoi sogni e la tua realtà
Le tue mani sul mio corpo
Le tue labbra sulle mie
Le tue certezze e i tuoi dubbi
Il tuo sorriso più spontaneo
E le lacrime
Che hai cercato di trattenere
Riportami fra le stelle
La gravità della terra
Mi fa venire le vertigini
Regalami I tuoi odori
I tuoi desideri più intimi
I tuoi pensieri più intensi
Così che io possa riconoscermi
Nei tuoi occhi quando si poseranno sui miei
Regalami la tua anima
Poiché la mia ti appartiene già.”
Edvania Paes, poetessa brasiliana
*****
Foto di Brassaï (pseudonimo di Gyula Halász)
*****
“Nei mesi oscuri la mia vita scintillava
solo quando ti amavo.
Come la lucciola si accende e si spegne, si accende e si spegne,–
dai bagliori si può seguire il suo cammino
nel buio della notte tra gli ulivi.
Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata
e senza vita
ma il corpo veniva dritto verso di te.
Il cielo notturno mugghiava.
Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti.”
Tomas Tranströmer, da “Poesia dal silenzio”, a cura di M. C. Lombardi, 2025
*****
“Tu, che giungi camminando
dal fondo della mia vita;
che porti come una bandiera
la musica delle tue risa;
tu che negli occhi nascondi
ciò di cui la mia anima ha bisogno;
tu, che nel mio petto hai vissuto
per anni addormentata
e oggi mi risvegli di colpo
tanto che non ha spazio
il mio piccolo cuore
per questa esplosione di felicità.
Sei il fiume dove volli
un giorno porre delle dighe.
Oggi che si è levata la tua corrente
non ci sono dighe che le resistano.
Nella casa del mio petto,
nel sonno e nella veglia,
nelle strade delle mie mani,
nelle città dei miei giorni,
nella patria dei miei passi
e nel paese della mia vita
vieni, entra e governa: è il tuo regno,
la tua vittoria, la tua conquista.”
Manuel José Arce (Guatemala), “Ciao”
*****
*****
Vorrei essere pane
“Vorrei essere pane
e lasciare che tu mi prenda
come capita
– per avidità
appetito
o abitudine dell’ora.
Vorrei essere pane
perché tu avessi almeno
il dovere di poggiarmi
alla tua tavola
– in offerta
senza più la libertà d’affamarti.
Vorrei essere pane
perché l’unico dolore
sarebbe quello del coltello
che incide la crosta.
Poi saresti lieve
pur nell’ansia di conoscere
il mio cedevole bianco.
Vorrei essere quel pane
che tu dovresti avere lo scrupolo
d’impastare
e per il quale ti leveresti
a trascurare le notti.
A farmi crescere
sotto il panno di cure
della tua carne.”
Elisa Ruotolo, da “Corpo di pane”, 2019
*****
Foto di Aikaterini Theocharidou
*****
“Viene lentamente,
entra
inciampa nella mia tosse,
nella mia abitudine di lasciare il collo
ovunque.
Viene lentamente,
mette in ordine i miei silenzi,
slega le parole necessarie
riceve la corrispondenza dei miei occhi.
Viene lentamente,
e stende le sue tovaglie d’amore.
Viene lentamente,
fatta solo di fumo per non svegliarmi.
Si apre il passo tra bicchieri scaraventati contro il giorno,
ritratti di donne,
notti di risse e di gin.
Viene lentamente,
entra,
si inginocchia vicino alla mia anima
a ricomporre i frammenti delle mie risate.
Poi vola via azzurra come il pomeriggio.”
Jorge Boccanera (Argentina), da “Parola d’ordine”, 1976
*****
Dorota Górecka
*****
Vive
“Quell’amore
quello
che ho preso con la punta delle dita
che ho trascinato per terra
che ho lasciato ho dimenticato
quell’amore
adesso
in qualche riga che
cade da un cassetto
è qui
è ancora qui
continua a dirmi
che fa male
che sta
ancora
sanguinando.”
Idea Vilariño (Uruguay), “Vive”, da “Di rose che si aprono nell’acqua”, 2021 – Traduzione di Laura Pugno
*****
Henri Cartier-Bresson, “Isabelle Huppert”
*****
Comunque sia, questo mondo è per te
“Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile.
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, “io me ne vado a letto”.
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.”
Juan Rodolfo Wilcock, da “Italienisches Liederbuch”, 34 poesie d’amore, in “J. Rodolfo Wilcock, Poesie”, 1980
*****
Ti ho notato mentre correvo
“Ti ho notato mentre correvo. Non ho avuto il tempo di fermarmi
per baciarti la mano. Il mondo intero mi inseguiva come se fossi un ladro
e mi era impossibile fermarmi. Se ti fermi, vieni ucciso. Ma io,
ti ho notata: la tua mano uno stelo di narciso in un bicchiere d’acqua, la tua bocca l’asola
di un bottone, aperta sul petto di una camicia e i tuoi capelli un nibbio in volo.
Ti ho notato. Tra le mani, non avevo fiammiferi per accendere un fuoco e danzarci
attorno. Il mondo mi stava deludendo, per poi abbandonarmi. Non ti ho
nemmeno salutato.
Ma, un giorno, il mondo si calmerà e i folli satellitari
si fermeranno, i piedi che mi hanno braccato si disperderanno. E io tornerò sulla
stessa strada su cui ti ho notato. Ti troverò
sulla stessa panchina: la tua mano uno stelo di narciso, il tuo sorriso un nibbio
e il tuo cuore un fiore di albicocco. E da te, sotto l’ombra del tuo albicocco,
distruggerò la tenda della mia orfanezza per costruirci casa mia.”
Zakariyya Muhammad (Palestina), da “Kushtiban” – Traduzione di Angelantonio Cafagno
*****
Nick Alm
*****
“Il centro dell’amore
non sempre coincide
con il centro della vita.
Entrambi i centri si cercano dunque
come due animali tormentati.
Ma quasi mai si incontrano,
perché la chiave della coincidenza è un’altra:
nascere insieme.
Nascere insieme,
come dovrebbero nascere e morire
tutti gli amanti.”
Roberto Juarroz, “Il centro dell’amore”, da “Ottava poesia verticale”, 1984
*****
Il futuro
“E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menu,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.
Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.”
Julio Cortàzar, “Il futuro”, da “Le ragioni della collera”, 2018 – Traduzione di Gianni Toti
*****
Andreas Feininger, “Woman at the seashore”, 1933
*****
Quante volte ho creduto di essere riuscito
“Quante volte ho creduto di essere riuscito
a farmi trattenere da un verso,
mentre in verità
mi trovavo già sul bordo della pagina,
annullato dalla mia stessa presenza.
Questa poesia è il mio volto:
il volto che hai amato.
Lo cancello con movimenti lenti, fermi.
Resta. Ascolta.
M’incontrerai là dove le parole
(con i fili consunti di una promessa a vuoto)
formano il gomitolo colorato del mio silenzio.
Là dove il lirismo s’inclina
alla realtà crudele del progetto.
La notte, ogni notte,
nasconde un’“alba di rosa”.
Ciò che muore dentro di noi
muore sempre assieme a noi.
Charis Vlavianòs, da “L’angolo della storia”, 1999 -Traduzione di Filippomaria Pontani
*****
“Guardandola dormire
lasciai che la barca si inclinasse
lentamente, verso un fianco
precisamente sopra quello su cui lei dormiva
appoggiando appena la guancia sinistra
lʼocchio azzurro
il nero dolore dei suoi sogni
e per guardarla mentre dormiva
scordai le manovre
pensai invece ai versi di una poesia
che ancora non era stata scritta
e per quello
era la più bella tra tutte le poesie
così serena,
sottile quanto la sua pelle di donna fra il sonno
e il risveglio
con la stessa perfezione di quella sua presenza inaccessibile
sul letto
vicinanza ingannevole del mio contemplarla
come se davvero avessi potuto possederla
là, in una zona trasparente
dove le sillabe di una preghiera non potevano raggiungerla
né potevano fissarla il clamore degli occhi
che vogliono avvicinarsi
nella falsa, ipocrita intimità dei sogni.”
Cristina Peri Rossi (Uruguay) – Traduzione di Daniela Raimondi
*****
Maria Jatzlau
*****
L’amore è la paura che ci unisce agli altri
“L’amore è la paura che ci unisce agli altri.
Quando hanno soggiogato i nostri giorni e li hanno appesi come lacrime
Quando insieme a loro sono morte pietosamente deturpate
le nostre ultime forme di sentimenti infantili
cosa trattiene la mano che gli uomini porgono?
Sa stringere con la forza là dove la ragione ci fuorvia
quando il tempo s’è fermato e il ricordo è stato sradicato
come un’assurda affettazione al di là di ogni senso?
(E loro tornano indietro un giorno senza una ruga nel cervello
trovano le loro mogli e i loro figli cresciuti
vanno nei negozietti e nei caffè del quartiere
leggono ogni mattina l’epos della quotidianità).
Moriamo forse per gli altri o perché così vinciamo la vita
o perché così sputiamo a uno a uno sui simulacri da nulla
e per un attimo nella loro mente asciutta passa un raggio di sole
qualcosa come un pallido ricordo di una preistoria animale.
Vengono giorni in cui non sai più su cosa contare
storie d’amore e imprese finanziarie
non trovi specchi per gridare il tuo nome
semplici propositi di vita garantiscono un’attualità
tedio, nostalgie, sogni, contratti, raggiri
e se penso è perché l’abitudine è più accessibile del rimorso.
Ma chi verrà a trattenere l’impeto della burrasca che scende?
Chi conterà le gocce a una a una prima che muoiano al suolo
prima che si confondano con il fango come le voci dei poeti?
Mendicanti di un’altra vita disertori dell’Attimo
cercano una notte inaccessibile i loro sogni putridi.
Perché il nostro silenzio è l’esitazione tra la vita e la morte.”
Manolis Anagnostakis, da “Stagioni 3”, 1951 – Traduzione di Filippomaria Pontani
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Non so se mi ero innamorata di te
“Non so se mi ero innamorata di te.
Mi innamorai però di altre cose, lo so:
di una stanza scomoda rivolta a nord,
di una teiera che crepitava di sera.
Degli alberi mi innamorai che toglievano spazio,
dei solitari e soffocanti cinema di quartiere,
dei dolorosi ricordi di prigione,
di un muro ferito dalle bombe.
Delle fermate del tram, delle foglie ricoperte di brina,
di una calda tasca con castagne bruciate,
della pioggia scrosciante, del suono del telefono,
perfino della nebbia fonda color cenere.
Di tutto il mondo mi ero innamorata, non di te.
Lo scoprivo nuovo, interessante, ricco.
Per questo soffro… Non per averti perso.
Altro ho perduto – il mondo intero.”
Blaga Dimitrova (Bulgaria), da “Segnali. Poesie scelte 1937-1999”, 2000 – Traduzione di V. Salvini
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Robert Doisneau
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La ballata del tardo amore
“Amore che sei arrivato tardi,
portami almeno la pace:
Amore di tramonto, su quale
strada sbagliata sei arrivato alla mia solitudine?
Amore che mi hai cercato senza che io ti cercassi,
non so cosa vale di più:
la parola che tu mi dirai
o quella che io non dirò più…
Amore… Non senti freddo? Sono la luna:
Tengo la morte bianca e la verità
lontana… Non darmi le tue fresche rose,
le rose non sono più per me. Dammi il mare…
Amore che sei arrivato tardi, non mi hai visto
quando ieri cantavo nel campo di grano…
Amore del mio silenzio e della mia stanchezza,
non farmi piangere oggi.”
Dulce Marìa Loynaz (Cuba), da “Poemas sin nombre”, 1953 – Traduzione di Susanne Detering
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Vorrei un amore sognato nel tempo
“Vorrei un amore sognato nel tempo
dove non eri ancora nato
vederti crescere al mattino
non morire mai la notte
mischiare le correnti
alla fine della terra
dove crescono le nostre viole.
Così inaspettato è
l’incanto dei sogni che volano
i simili sono ‘i soli’ che parlano ai lombrichi
camminano le stesse pietre
con gambe in prestito
divaricano il mare
per infornare il pane
perdono lacrime nelle carezze
sorrisi negli schiaffi
e così invecchiano il tempo
di ricordi…”
Ginevra Dellanotte, inedito – Fonte: Interno poesia
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Le sei del mattino
“Le sei del mattino.
Ho aperto la porta del giorno ci sono entrato
ho assaporato
l’azzurro nuovo nelle finestre
le rughe della mia fronte di ieri
sono rimaste sullo specchio
sulla mia nuca una voce di donna
tenera peluria di pesca
e le notizie del mio paese alla radio
vorrei correre d’albero in albero
nel frutteto delle ore
verrà il tramonto, mia rosa
e al di là della notte
mi aspetterà
spero
il sapore di un nuovo azzurro.”
Nazim Hikmet, da “Poesie d’amore”, 2002 – Traduzione di Joyce Lussu
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Poesia dell’amore inevitabile
“Tu arrivasti alla mia anima quando era dimenticata:
le porte divelte, le sedie nel canale,
le tende cadute, il letto sradicato,
la tristezza curata come un vaso di fiori.
Con le tue piccole mani di donna laboriosa
ponesti tutte le cose in fila:
lo sguardo al suo posto, al suo posto la rosa,
al suo posto la vita, al suo posto la stuoia.
Lavasti le pareti con uno straccio bagnato
nella tua chiara allegria, nella tua fresca dolcezza,
collocasti la radio nel luogo appropriato
e pulisti la stanza di sangue e spazzatura.
Ordinasti tutti i libri dispersi
e stendesti il letto nel tuo enorme sguardo,
accendesti le povere lampade spente
e lucidasti i pavimenti di legno consumato.
Fosti d’un tratto enorme, ampia, potente, forte:
sudasti grandi fatiche lavando arnesi vecchi.
Apprendesti che nella mia anima d’avanzo era la morte
e la tirasti all’orto con pezzi di specchio.”
Jorge Debravo (Costa Rica), “Poesia dell’amore inevitabile”, pubblicata su Sagarana – Traduzione di Tomaso Pieragnolo
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Foto di Willy Ronis
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Come ho fatto a non amarti un po’ più forte
“Come ho fatto a non amarti un po’ più forte
Eppure l’ho amata molto oltre la morte,
solo così, io riuscivo ad amarla,
e comunque non posso perdonarmi
di non averla amata un po’ più forte.
Un po’ più forte dove l’anima si frattura,
chiederò: “un poco, ancora” a quanto ci separa,
per ingannare la nostalgia che non cede,
i ricordi insieme, inganneremo, per poco.
Oltre la morte, oltre tutti gli universi,
là dove inizia un altro “ancora un poco”
per te sola, che siedi in mezzo agli dei:
come ho fatto a non amarti un po’ più forte.”
Fatos Arapi (Albania) – Traduzione di Julian Zhara
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Sono forse io quegli elementi di cui mi servo?
“Sono forse io quegli elementi di cui mi servo?
Oggi dico no,
oggi, che ne sono prigioniera,
devo ripetere ancora una volta no.
Annuncio soltanto il fuoco: pronto è il giorno,
terra che in me brucia in questo modo.
Eri talmente a settentrione
che lo sguardo raggiunse l’orizzonte,
e l’unica parola che lasciai per te
mi infreddolì.
Qui per te sono il pegno del nulla
il flutto dismesso dal vento
e puoi guardare.
Il giorno accreditato come un bonifico
su un conto a me ignoto,
e talmente corporea mi sento
per quanto sia possibile in questa situazione.
Ogni notte procede affiancata al giorno
né prima, né dopo.
Come quel merlo corvino
canta di giorno, di notte.
E una bruma minuta si alza sulla breve serata
dalle foglie degli alberi, dai volti,
a volte di anonima origine,
respiro sulla pelle della tua mano e dico:
così fa il vento quando gli piaci.”
Mirkka Rekola (Finlandia), da “Siedo in questo treno lungo un viaggio”, 2016 – Traduzione di Antonio Parente
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In evidenza: Foto di Sonia Simbolo