Pensieri

A schiovere

28.10.2025
Si è spiccicata orale, quando il latino si chiuse nei libri e nelle chiese. Sorse da un torrente di dialetti, compreso quello di Dante. Raccolse un alveare di proverbi, di canti, d’ingiurie, di bestemmie.
Sussurrata nel cinema, ingrandita in piazza, era di analfabeti che sapevano a mente le preghiere in latino, parti della Gerusalemme Liberata, dell’Orlando Furioso, liberi in cuore e sottomessi a tutto. Amo quella degli italiani nuovi, cantanti di opera lirica, zingari, emigrati, papi. Mi spiace in bocca ai cravattati esperti che inzeppano l’inglese nel loro gergo esotico economico, ai deputati scarsi di grammatica, nei concorsi di bellezza, la lingua italiana da premio e da ricetta, da cartella del fisco e barzelletta. Va all’estero coi sarti e gli architetti, con gli scienziati e i vini, con le pubbliche frègole dell’arrapato anziano. Mi salvo l’italiano a cena leggendolo in un libro poggiato sul cestino del pane. Mi tiene la migliore compagnia mentre il giorno s’incarta nella notte. Sta con me nello zaino tra borraccia e corda, quando salgo in montagna. Sta nell’orecchio interno dove accolgo le voci di quelli che mi presero per figlio. Suona come un aglio che frigge, si stempera le scorie nell’acqua regia dei cercatori d’oro, profuma delle alici biancazzurre, brilla come il limone, s’accalora di rosso di mattone, l’italiano mio sarto, calzolaio, piccione viaggiatore, farina del mio grano, clorofilla che fabbrica la linfa con la luce, mio mandorlo piantato davanti alla finestra. Lo sento cavalcare le onde radio sopra i tetti di antenne e di croci, ammutolire di sgomento durante gli applausi ai funerali. Lo voglio irreparabile, che uscito di bocca non possa tornarci come non può la pioggia nella nuvola. Sia danno e carie in bocca la sua parola detta e non tenuta.
E sia cammino a piedi, le sue sillabe i passi sulle strade, sia viaggio, sacco in spalla, di notte un libro aperto a tenda di campeggio, le sue pagine il tetto che separa dalle stelle. Possa gracchiare in gola ai cantastorie rauchi, sgolarsi nei giochi dell’asilo e nella chiamata dell’ambulante, nel canto della lavandaia e nel disgelo dei lutti, dopo le vocali dei singhiozzi. Sia madre ai figli delle molte pelli, che saranno poeti in italiano, sia cittadinanza di chiunque lo parli. Il suo ciao possa far da saluto ovunque nel mondo, ciao dirà l’arabo al cinese, l’irlandese al cileno, il siberiano al bèrbero.
Sia lingua d’armistizio, sia la sponda neutrale e naturale per chiudere una guerra, sia lingua franca di chi insegue pace. E ora qui mi fermo, lascio la penna, il foglio, è presto di mattina e ho fretta di affidare alla prima persona il mio: buongiorno.
Erri De Luca, da “A schiovere”, 2023
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Immagine in evidenza: Dipinto di Rafal Olbinski

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