La vita di tutti i giorni
Basta, ormai è finita
e non voglio più gente in casa mia.
Quello che è stato è stato
– una gran birberia –
ma chi ha avuto ha avuto
e chi ha dato ha dato
dal Cardinale all’Innominato.
Cara la mia Lucia
non sarò più tanto snello
ma il cielo di Lombardia
è rimasto sempre quello.
Tu sai bene che non moraleggio,
però la poteva andare anche peggio:
in fondo, ce la caviamo con poco
anche se tu… sì, proprio tu
sembravi fare apposta a scherzare col fuoco…
Ma adesso il romanzo è finito,
e una volta scampati alla peste
com’è vero che almeno una cosa ho capito:
facciamo meglio – i capponi – a mangiarceli noi per le feste.
Va bene, va bene, Lucia,
te l’ho detto, è proprio finito.
E allora, cosa fai lì con le mani in mano?
Non hai mica – per caso – nostalgia?
Con tutto quello che abbiamo da fare…
Appena adesso, si cominciava a parlare…
… O ripensi magari a Milano?…
Io, francamente, non voglio pensarci mai più.
Se è per me, li perdono
tutti quanti, e ci faccio una croce su.
Proprio, da buon cristiano.
Ma è finito – hai capito? – è finito!
Su, su,
prendi, l’anello ti dono,
senza tante parole.
Andiamo, su, hai sentito?
D’ora in poi ci si alza col sole
e si va a letto – al più tardi – alle dieci.
… Mica come in lazzaretto…
A proposito… sai che era saporito
quel giambonetto
e il tuo minestrone di ceci…
Lucia… rimembri ancora
l’invasione… e non saper dove andare…
e la persecuzione… e sempre scappare…
Dormivi?… Ma io ci ho ripensato.
Forse era quel minestrone squisito,
ma io stanotte non ho proprio dormito.
Mi sono alzato,
ho bevuto – ma niente – non ci sono riuscito.
E tu dormivi – tu –
Ma appena mettevo la testa giù
Era come se mi sentissi – io! – sul viso
Ancora quell’orribile alito del Griso.
Eppure… vedi… sento che dimenticheremo…
Cosa vuoi… l’abitudine di ogni giorno…
Gli oggetti familiari tutti intorno…
Alberto Arbasino, “La vita di tutti i giorni”, da “Matinée: un concerto di poesia 1943-1983”
*****
Moby Dick
“Alla preda perfetta che sempre
rinasce, nuotando libera
nei sogni, oltre i confini
dei nostri orizzonti
Parte I – Ismaele
(Parla Ismaele)
Sono nell’odore dell’acqua salata che asciuga
in alghe strappate agli abissi, in mappe segrete
nel legno relitto impregnato di luoghi remoti.
E poi per coste sconosciute distese addormentate
in spiagge dorate, in ripide scogliere, in baie profumate.
Sono nell’oceano che muove incessante,
invade ogni spazio e riempie la mente
col rombo dell’onda che frange e nel tuono
col fileggiare di vele e scotte
o venti muti, caduti, bonaccia.
Sono lo scricchiolio delle navi alla fonda
che dicono storie, leggende, ballate e cantate;
sono nei marinai, negli ufficiali e nel capitano
persino in voi che restate al sicuro
coi piedi per terra, se lo sguardo viaggia lontano.
Io sono il richiamo della foresta
il perché degli eroi partiti per la guerra di Troia
io sono acqua che danza e invade la mente
di chi parte per mare e si fa voce.
Per questo non posso morire ingoiato dai flutti:
Chiamatemi Ismaele.
Nel mio giaciglio ho incontrato un regale selvaggio
che insegue balene per tutti gli oceani. Il destino ci ha avvinti
e ha scelto una nave intarsiata nell’osso da miti e leggende
annerita dal tempo, dal sole, dal mare e dal sangue.
Sarò voce della sua storia e di quella del suo capitano:
sarò la voce del mare.
Paolo Nicolini, “Moby Dick”, da “Verso Occidente”, 2021
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Chiamatemi Ismaele
“Dalle onde più quiete
(così umane)
emerge Moby Dick.
Questo dio imponente
cammina sull’acqua
del tutto indifferente.
Quel che ha di mito
(tra i moli)
di sacro (nel bosco)
Luis Armenta Malpica (Messico), da “Chiamatemi Ismaele”, 2019 – Traduzione di Alessio Brandolini
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In evidenza: Eliseo Sala, “Lucia Mondella alla finestra”, 1843
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