Linguaggi

Sui mezzi pubblici

28.01.2026
“Troppo spesso mi fermo su richiesta.
Dovrei fermarmi meno veloce e per più tempo.
Osserverei le stagioni dell’umanità una ad una
e saprei già dove portarle”.


Lo Stendiversomio, da “Versi poetici alle fermate del bus”, RomaToday

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Dal finestrino del vecchio autobus
“Dal finestrino del vecchio autobus
vedo il mondo correre,
gli alberi correre,
correre il vento,
il bambino che dice addio correre,
il battente, il reticolato, la strada.
Sono loro
quelli che se ne vanno?
Sono loro quelli che fuggono?
Mia sorella ed io portavamo cappotti:
lei rosso ed io azzurro,
mio fratello dorme.
Non piangete,
madre,
padre,
il pianto di un adulto è una pietra
sulle spalle di un bambino silenzioso.”
Piedad Bonnet (Colombia), da “Tretas del débil” (“Stratagemmi del debole”), 2013 – Traduzione di Alessio Brandolini
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Dario Sartini
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“Se la incontrate prestategli un attimo di attenzione, quello è il luogo ideale per iniziare un viaggio inedito ed inaspettato.
Non serve il biglietto e non c’è attesa. Basta solo uno scambio di sguardi e il viaggio è fatto.
La durata dipende da voi, potete scendere quando volete.
La fermata  è lì per voi in direzione poetica ed errante”. 
Ma Rea, da “Versi poetici alle fermate del bus”, RomaToday
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 La stazione

 

“Il mio arrivo nella città di N.
È avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
Con una lettera non spedita

Hai fatto in tempo a non
Venire
All’ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo
Binario
È scesa molta gente.

L’assenza della mia persona
Si avvicina verso l’uscita tra la
Folla

Alcune donne mi hanno
Sostituito
Frettolosamente
In quella fretta

A una è corso incontro
Qualcuno che non conoscevo

Ma lei lo ha riconosciuto
Immediatamente

Si sono scambiati
Un bacio non nostro,
Intanto si è perduta
Una valigia non mia.

La stazione della città di N.
Ha superato bene la prova
Di esistenza oggettiva.

L’insieme restava al suo posto
I particolari si muovevano
Sui binari designati.

È avvenuto perfino
L’incontro fissato.

Fuori dalla portata
Della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
Della probabilità.

Altrove
Altrove.

Come risuonano queste
Piccole parole.”

 

 

 

Wislawa Szymborska (Polonia), “La stazione”, da “Uno spasso”, 1967 – Traduzione di Pietro Marchesani

 

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Fan Ho

 

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Una mattina
“Una mattina
con l’aria di gelo, ma il cielo
già estivo
sono salita sull’autobus pieno;
le spinte, i cappotti,
le pance di fuori,
l’idiosincrasia senza evasori
di tutte le mezze
mezze stagioni.
E lei guidava
piegata sul volante,
raccolta sul ritardo
del nostro ritardare,
ché lei di fatto
tra noi era la sola
che, ovunque andasse, già era arrivata;
nessuna scuola,
lavoro, appuntamento o passeggiata:
la nostra Caronte
assorta e sorridente
indomita domava
la bestia arancione
che è il bus con cui ci porta alla stazione.
Accanto a lei, c’era
un’altra donna
con la valigia, così che poi
anch’io
sempre più bigia
e stanca –
incantata
da quel chiacchiericcio
placido e mattutino, quasi
familiare
di due donne sole
non più sole –
mi sono affiancata
alla brigata di parole.
E così il mattino seguente
(e quello dopo ancora)
eravamo noi tre
compagne dell’ultima ora
e nessun altro, poi
tutta l’altra gente.
E mi dicevo tra me
e me
“dell’autista
conosco i capolinea,
dell’altra non so
dove sia salita, ma so
dove vuole andare e di me
non so nemmeno io che cosa
ci sto a fare,
ma so
che vado e che può
bastare”.
Oggi
ci ha detto “domani
è il mio ultimo giorno,
cambio turno,
numero, quartiere,
non ci possiamo più vedere”.
E mi si è stretto
un nodo al cuore e come
come smaltire
un conforto?
Come
potertelo dire?
Vai piano e portaci
ti prego portaci
ancora lontano –
disubbidienti
al non parlare ai conducenti –
tu che ci portavi
e ora vai via,
come fa la vita, l’amore,
una poesia.
Beatrice Zerbini, da “In comode rate”, 2019
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In autobus
“Il benessere del mio corpo richiede un’ora di lenta passeggiata.
E poiché mi pesa la solitudine del camminare senza compagnia,
o mi turba il ricordo (specie di notte!),
che come la pallottola di un cecchino mi perfora la testa,
aspetto l’autobus,
rosso, che ha il tepore di una casa abitata, rumore e neon.
Trovo sollievo nel volto dell’uomo, nella sua singolarità:
un volto genuino, distratto da ciò che accade oltre la sua maschera.
Un volto specchio che rivela misteri o dolori.
E per poterlo osservare da vicino nell’attimo dell’entrata,
scelgo il posto in prima fila.
Sul mio volto l’espressione soddisfatta di chi ha addomesticato la vita fino a dominarla.
Le bretelle non permettono
ai pantaloni di cadere
se dovesse aumentare la mia magrezza!
Mi sono alzato per lasciare il posto a una signora pakistana
invece lei mi ha rimesso a sedere come un invalido.
Un anziano di colore
mi ha visto sorridere ma ha ignorato quello che ha visto nei miei occhi.
Una massa di studenti, come uccelli rapaci, ha demolito la quiete della casa.
Un ubriaco ha borbottato alcune parole che
ancora muovevano i primi passi nel loro significato!
Una folla senza volto immersa negli specchi degli iPod o dei cellulari.
Sul vetro del finestrino del bus il mio volto è turbato,
si confonde col vapore del fiato e dei rami degli alberi
sul marciapiedi, con l’acqua piovana sugli ombrelli
tra le mani dei passanti.
Gioisco per questa moltitudine di esseri vivi,
di cose
sotto la mia veste!
Cerco di trattenermi per paura di precipitare
dalla mia altezza!”
Fawzi Karim (Iraq), “In autobus”, pubblicata su “Sagarana” – Traduzione di Fawzi Al Delmi
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Foto  in evidenza: Robert Frank, “Trolley”, New Orleans, 1955

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