
“Un morto, e la campana non si lagna:
squilla, argentina, a gloria. Un bimbo, è vero?
entra in quest’alto e bianco cimitero
che ha, sotto, il mare e, dietro, la campagna.
Non ha mangiato il pan che si lavora
oggi su l’aje qui; non ha saputo
quanto sudore costi e quale ajuto
dagli altri, per mangiarne: onde veggo ora.
quei che lo sanno e sudano agitare
verso la bara piccola il berretto
in saluto: – O figliuol, sii benedetto!
t’ha voluto il Signore risparmiare. –”
Luigi Pirandello, “A gloria”, da “Zampogna”, 1901
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Non è un momento di gloria, non è un momento felice
Dalla testa ai piedi si dondola, nella cornice una cornice, nel muro un altro muro, i vicoli si scambiano a mezzanotte
è tempo di tornare a casa, dentro un piede un altro piede, dentro la casa un’altra casa,
dentro il petto un altro petto
e poi niente – (molto altro?) – e prima,
dalla testa ai piedi si dondola nella cornice una cornice, nel muro un altro muro,
i vicoli si scambiano a mezzanotte
è tempo di tornare a casa, dentro un piede un altro piede, dentro la casa una casa,
dentro il petto un altro petto,
e poi niente.
“Hands up” – mani in alto – fin quando qualcuno
verrà a prenderti, a portarti
dentro la macchina nera di nuovo una macchina nera, dentro quella
un’altra macchina nera
allineate tutte le finestre, le porte, i cimiteri – sottosopra gli scheletri
dentro gli scheletri le termiti bianche, dentro le termiti la vita, dentro la vita
la morte – quindi
dentro la morte sempre la morte
e poi niente.
“Hands up” – mani in alto – fin quando qualcuno verrà a prenderti, a portarti
a buttarti di sicuro fuori dalla macchina, dentro un’altra macchina
dove c’è sempre qualcuno che aspetta – afferra l’intonaco
dalla melma
qualcuno di sicuro, che non conosci
aspetta dietro una foglia come un bocciolo indurito
il cappio dorato dei ragni nelle mani, l’anello
che ti infilerà – ti sposerai a mezzanotte, quando i vicoli si scambiano
dalla testa ai piedi si dondola
nella cornice una cornice, nel muro un altro muro.
Immagina, hai lasciato la macchina e ora corri verso la stazione, accanto alle lampadine esauste
ci sono le stelle
immagina, le scarpe che camminano, i piedi sono fermi – la terra il cielo, presto o tardi
immagina, sulle spalle di un bambino corre una bara verso il cimitero – più in là
i vecchietti in fila ballano vestiti da sposi –
Non è un momento di gloria, non è un momento felice
proprio allora
dalla testa ai piedi si dondola, nella cornice una cornice, nel muro un altro muro,
i vicoli si scambiano a mezzanotte
è tempo di tornare a casa, dentro un piede un altro piede, dentro la casa una casa,
dentro il petto un altro petto
e poi, niente.
(India), “Non è un momento di gloria, non è un momento felice”, da “Movimenti, acque, soliloqui. Poesia moderna bengalese”, a cura di Alessandro Anil e Giuseppe Flora – Traduzione di Alessandro Anil
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Lasciano il tempo e li guardiamo dormire
“Lasciano il tempo e li guardiamo dormire,
si decompongono e il cielo e la terra li disperdono.
Non abbiamo creduto che fosse così:
ogni cosa e il suo posto,
le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male,
sempre un posto da vivi.
Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore
su ogni cosa guardata, toccata.
Qui durano i libri.
Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso,
le erbe, i mari, le città.
Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.”
Mario Benedetti (Udine), da “Umana Gloria”, 2004
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Gloria
— Al santo monte non verrai, Belacqua? —
Io non verrò: l’andare in su che porta?
Lungi è la Gloria, e piedi e mani vuole;
e là non s’apre che al pregar la porta,
e qui star dietro il sasso a me non duole,
ed ascoltare le cicale al sole,
e le rane che gracidano, Acqua acqua!
