Linguaggi

E la chiamano gloria…

17.03.2026
“La gloria è il sole dei morti.”
Honoré de Balzac, da “La ricerca dell’assoluto”, 1834
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E la chiamano gloria
“Sconosciuti che ti scrivono lettere.
Nei tuoi versi, confessano – in un miscuglio
di entusiasmo, di innocenza e metafore cieche -,
essi si riconoscono.
Ragazzi che han bruciato alcuni pezzi
dei loro migliori anni per comporre,
con la più spietata sincerità, poesie
tue (che ti sembrano così mediocri
come lo son le tue).
Antologizzatori che ti mettono
addosso strane vesti, aggettivi,
etichette e intenti, mai neppure immaginati.
Amiche delle tue figlie che a scuola
ti studiano e che poi devono fare
un commento (o commiato?) al testo
e ti fanno domande.
Ispanisti che vogliono insegnarti chi sei.
E tu sempre dubbioso – dubbioso dei tuoi dubbi –
magari non capiscono
nulla, o forse si stanno prendendo gioco di
te, come congiurati
in uno scherzo cosmico (ma questo mi sembra
fin troppo crudele per essere verosimile),
oppure – e allora sei tu
che non capisci – dalla tua bocca esce
la voce incandescente di un qualche angelo
– ma questo è diventar troppo sublimi -.
Son due le cose certe:
da una qualche parte c’è un malinteso
e tutto questa truffa
la chiamano Gloria.”
Miguel D’Ors (Spagna), “E la chiamano gloria”, da “Hacia otra luz más pura”, 1999 – Traduzione di Gloria Bazzocchi
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Shira Barzilay 
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A gloria

 

“Un morto, e la campana non si lagna:
squilla, argentina, a gloria. Un bimbo, è vero?
entra in quest’alto e bianco cimitero
che ha, sotto, il mare e, dietro, la campagna.

Non ha mangiato il pan che si lavora
oggi su l’aje qui; non ha saputo
quanto sudore costi e quale ajuto
dagli altri, per mangiarne: onde veggo ora.

quei che lo sanno e sudano agitare
verso la bara piccola il berretto
in saluto: – O figliuol, sii benedetto!
t’ha voluto il Signore risparmiare. –”

 

 

Luigi Pirandello, “A gloria”, da “Zampogna”, 1901

 

 

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Non è un momento di gloria, non è un momento felice

 

 

Dalla testa ai piedi si dondola, nella cornice una cornice, nel muro un altro muro, i vicoli si scambiano a mezzanotte
è tempo di tornare a casa, dentro un piede un altro piede, dentro la casa un’altra casa,
dentro il petto un altro petto
e poi niente – (molto altro?) – e prima,
dalla testa ai piedi si dondola nella cornice una cornice, nel muro un altro muro,
i vicoli si scambiano a mezzanotte
è tempo di tornare a casa, dentro un piede un altro piede, dentro la casa una casa,
dentro il petto un altro petto,
e poi niente.
“Hands up” – mani in alto – fin quando qualcuno
verrà a prenderti, a portarti
dentro la macchina nera di nuovo una macchina nera, dentro quella
un’altra macchina nera
allineate tutte le finestre, le porte, i cimiteri – sottosopra gli scheletri
dentro gli scheletri le termiti bianche, dentro le termiti la vita, dentro la vita
la morte – quindi
dentro la morte sempre la morte
e poi niente.
“Hands up” – mani in alto – fin quando qualcuno verrà a prenderti, a portarti
a buttarti di sicuro fuori dalla macchina, dentro un’altra macchina
dove c’è sempre qualcuno che aspetta – afferra l’intonaco
dalla melma
qualcuno di sicuro, che non conosci
aspetta dietro una foglia come un bocciolo indurito
il cappio dorato dei ragni nelle mani, l’anello
che ti infilerà – ti sposerai a mezzanotte, quando i vicoli si scambiano
dalla testa ai piedi si dondola
nella cornice una cornice, nel muro un altro muro.
Immagina, hai lasciato la macchina e ora corri verso la stazione, accanto alle lampadine esauste
ci sono le stelle
immagina, le scarpe che camminano, i piedi sono fermi – la terra il cielo, presto o tardi
immagina, sulle spalle di un bambino corre una bara verso il cimitero – più in là
i vecchietti in fila ballano vestiti da sposi –

Non è un momento di gloria, non è un momento felice
proprio allora
dalla testa ai piedi si dondola, nella cornice una cornice, nel muro un altro muro,
i vicoli si scambiano a mezzanotte
è tempo di tornare a casa, dentro un piede un altro piede, dentro la casa una casa,
dentro il petto un altro petto
e poi, niente.

 

 

Shakti Chattopadhyay (India), “Non è un momento di gloria, non è un momento felice”, da “Movimenti, acque, soliloqui. Poesia moderna bengalese”, a cura di Alessandro Anil e Giuseppe Flora – Traduzione di Alessandro Anil

 

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Lasciano il tempo e li guardiamo dormire

 

 

“Lasciano il tempo e li guardiamo dormire,
si decompongono e il cielo e la terra li disperdono.

Non abbiamo creduto che fosse così:
ogni cosa e il suo posto,
le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male,
sempre un posto da vivi.

Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore
su ogni cosa guardata, toccata.

Qui durano i libri.
Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso,
le erbe, i mari, le città.
Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.”

 

 

Mario Benedetti (Udine), da “Umana Gloria”, 2004

 

 

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Gloria

 

— Al santo monte non verrai, Belacqua? —

Io non verrò: l’andare in su che porta?
Lungi è la Gloria, e piedi e mani vuole;
e là non s’apre che al pregar la porta,
e qui star dietro il sasso a me non duole,
ed ascoltare le cicale al sole,
e le rane che gracidano, Acqua acqua!

 

Giovanni Pascoli, “Gloria”, da “Myricae”, 1891
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Giuseppe Messi, “Il bacio della gloria”
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