«Il silenzio nel quale mi ero avvolta mi pareva tutto fuorché innocente, perché non è che scoprissi adesso un fascismo prima invisibile, e quel che minacciava non avevo voluto pesarlo, interrogarlo, prenderlo sul serio fino in fondo. Non capivo subito quel che avevo ignorato e mi veniva addosso. Il mio era stato tutto un difendermi, scappare. Molti avevano taciuto soffrendo, io no. Non potevo esclamare: finalmente resistiamo. Né avrei potuto gridare un giorno: «Io c’ero». Io mi ci sono trovata. Non ho glorie da sventolare, non ho chiesto il diploma di partigiana che mi hanno mandato.»
«Dove ci eravamo lasciati portare, stupidi, ignavi, pazzi. Non solo l’oggi ma lo ieri cambiava forma. Che era stato? E noi che cosa eravamo stati? Che cosa avevamo capito, che cosa avevamo permesso? Fu un agosto di collera e di impotenza (si riferisce al mese immediatamente successivo alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943. Ndr), era troppo quel che non avevo visto o capito, che avevo allontanato o disinnescato. Ero travolta, furente, tradita dai silenzi altrui e dalla opacità mia.»
«Dal settembre del 1943 all’ottobre del 1945 è un tempo che mi è parso lunghissimo. Raggiungere la Resistenza era stato semplice, la rete attorno all’università era funzionante, era bastato far sapere a Banfi (Antonio Banfi era il suo professore di Filosofia all’Università. Fu lui ad introdurla nel movimento della Resistenza. Ndr.) che ero pronta. Più duro fu arrendermi alla realtà, scalciando per non aver capito che alle tempeste del mondo non si sfugge.
La guerra […] mi era venuta addosso, e implacabili erano le domande che assalivano una ragazza disposta a rimproverarsi la cecità piuttosto che ad assolversi con l’argomento che non è a lei che tocca capire. […] Non potevo esclamare: finalmente resistiamo. Né avrei potuto gridare un giorno: «Io c’ero». Io mi ci sono trovata. Non ho glorie da sventolare, non ho chiesto il diploma di partigiana che mi hanno mandato. Poco ho fatto e con fatica ed errori.»
«Incontravo persone con le quali non avrei avuto a che fare senza la guerra, ci si guardava, forse non ci si sarebbe più visti, ci passavamo comunicazioni, carte, medicine, armi. Per due o tre anni non conoscemmo che il nostro nome fittizio, di rado sapevamo ciò che quel transitorio compagno era stato prima e ci consegnavamo reciprocamente le vite – un errore e si poteva cadere e far cadere. Chi scrive di quel tempo sui soli documenti non capisce che cosa furono quei rapporti, un fare preciso e un pensarsi caotico. Stavo in un’avventura di molti, accettando di fare e andare dove mi era detto, non molto, nulla di impossibile; il più era ripetere gesti e strade ignorando se qualcuno mi osservava, sapendo di contar poco e però sussultando davanti ai proclami di Kesselring, freschi sul muro, che mi informavano come per meno del niente che facevo sarei stata impiccata. Essere impiccata mi faceva orrore, li ho visti gli impiccati, il collo storto, le membra lunghe e abbandonate.»
25 aprile 1945:
«Era una liberazione, la Liberazione. La fine di un’angoscia, la fine di un’epoca, si sarebbe ricominciato tutto, per qualche giorno fui trasportata anche io. In quel disordinato formarsi di un altro paese, da gente che veniva da ogni parte, scomposte le esistenze e le idee, turbata da sensi di colpa e dubbi sul passato e una tardiva speranza, sentivamo soltanto che tutto era da rifare.»
Rossana Rossanda (partigiana “Miranda”), brani tratti da “La ragazza del secolo scorso”, 2005




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