Linguaggi

Primo maggio nel cuore

13.05.2026
“Spezza il tuo bisogno e la tua paura di essere schiavo,
il pane è libertà, la libertà è pane.”
Albert R. Parsons (leader del sindacalismo americano): parole
pronunciate nel 1886 davanti al tribunale che lo condannava all’impiccagione
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Corale di primavera
Primo di Maggio.
Inni, sangue, fiori.
Primavera di guerra dei lavoratori.
“Dimmi, che farai il Primo Maggio?”
“Il mio paese è in guerra, contadina.
Io, da vero buon soldato dei mari,
farò che la bandiera di marina
s’agiti sopra i venti regolari.”
“Dimmi, che farai il Primo Maggio?”
“Il mio paese è in guerra. Una gran pioggia
di fuoco i campi vuole flagellare.
lo, come contadina, o marinaio,
offrirò le mie braccia per falciare.”
“Dimmi, che farai il Primo Maggio?”
“Il mio paese è in guerra. Le officine
raddoppiano, veloci, la giornata.
Fianco a fianco degli uomini, le donne
presteranno il loro polso affrettato.”
“Dimmi, che farai il Primo Maggio?”
“II mio paese è in guerra. Nel suo cielo
vedo ali d’uccelli predatori.
Io di gloria incoronerò il volo,
o repubblica, dei nostri aviatori.”
“Dimmi, che farai il Primo Maggio?”
“Il mio paese è in guerra. Duramente
farò parlare all’arma quel linguaggio
che porti la mia Spagna eroicamente
a conquistare ancora il suo paesaggio.”
Primo di Maggio.
Inni, sangue, fiori.
Primavera di vittoria dei lavoratori.
Rafael Alberti, “Primo maggio nella Spagna repubblicana”, 1938
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Il mio maggio
“A tutti,
a quanti, spossati dalle macchine,
si sono riversati per le strade,
a tutti,
alle schiene sfinite dalla terra
e che invocano una festa,
il primo maggio!
Al primo fra tutti i maggi
andiamo incontro, compagni,
con la voce affratellata nel canto.
E’ mio il mondo con le sue primavere.
Sciogliti in sole, neve!
Io sono operaio,
è mio questo maggio!
Io sono contadino,
questo maggio è mio!
A tutti
A quelli che, scatenata l’ira delle trincee,
si sono appostati in agguati omicidi,
a tutti,
a quelli che dalle corazzate
sui fratelli
hanno puntato le torri coi cannoni,
il primo maggio!
Al primo fra tutti i maggi
andiamo incontro,
allacciando le mani disgiunte dalla guerra.
Taci, ululato del fucile!
Chetati, abbaiare della mitragliatrice!
Sono marinaio,
è mio questo maggio!
Sono soldato,
questo maggio è mio!
A tutte
le case,
le piazze
le strade,
strette dall’inverno di ghiaccio,
a tutte
le fameliche
steppe,
alle foreste,
alle messi,
il primo maggio!
Salutate
il primo fra tutti i maggi
con una piena
di fertilità, di primavere,
di uomini!
Verde dei campi, canta!
Urlo delle sirene, innalzati!
Sono il ferro,
è mio questo maggio!
Sono la terra,
questo maggio è mio!
Vladimir Majakovskij, “Moi pervomaj” (“Il mio maggio”), in “Ode alla Rivoluzione. Poesie 1917-1923” – Traduzione di B. Carnevali,
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Pane e rose
“Mentre marciamo, marciamo, nella bellezza del giorno,
Un milione di cucine oscurate, mille soffitte grigie,
sono toccati da tutto lo splendore che un sole improvviso svela,
Perché la gente ci sente cantare: Pane e rose! Pane e Rose!
Mentre marciamo, marciamo, combattiamo anche per gli uomini, Perché sono figli di donne, e di nuovo li manteniamo. Le nostre vite non saranno sudate dalla nascita finché la vita non si chiude;
I cuori muoiono di fame così come i corpi; dacci il pane, ma dacci le rose.
Mentre marciamo, marciamo, innumerevoli donne morte
Vai piangendo attraverso il nostro canto il loro antico richiamo al pane.
La piccola arte, l’amore e la bellezza lo sapevano i loro spiriti stanchi.
Sì, è il pane per cui lottiamo, ma lottiamo anche per le rose.
Mentre marciamo, marciamo, portiamo i giorni più grandi,
L’ascesa delle donne significa l’ascesa della razza.
Non più il fannullone e l’ozioso, dieci quella fatica dove si riposa,
Ma una condivisione delle glorie della vita: pane e rose, pane e rose.
Le nostre vite non saranno sudate dalla nascita finché la vita non si chiude;
I cuori muoiono di fame così come i corpi; pane e rose, pane e rose.”
James Oppenheim, “Bread and Roses”
Questa poesia, pubblicata nel dicembre del 1911 sulla rivista “The American Monthly”, si inquadra nel contesto dello sciopero del 12 gennaio 1912, indetto dalle lavoratrici tessili di Lawrence, nel Massachusetts, contro la riduzione dei salari. Durante le manifestazioni, fu innalzato uno striscione che recitava: “We want bread and roses too” (“Vogliamo il pane ma anche le rose”). La frase, mutuata dal pensiero espresso da Marx soprattutto nei “Grundrisse” (in cui si afferma che “il comunismo è pane e rose, il necessario e il superfluo”, ossia “una società dove si mangia meglio e di più, dove si lavora meglio e di meno, dove si è più felici, realizzati e liberi”), viene ripresa dalla femminista americana Rose Schneiderman, sindacalista della “New York Women’s Trade Union League”, impegnata sul fronte del lavoro nonché protagonista di spicco della lotta per l’estensione del diritto di voto alle donne.
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Nell’immagine in evidenza: Renato Guttuso, “Primo maggio”, 1956

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