Udii il richiamo delle oche di passaggio in volo sopra l’ospedale. In questo periodo dell’anno compiono dei brevi voli di prova che poco per volta si allungano finché, un giorno, se ne vanno. Mi stavo svegliando, in preda alla meraviglia mista a indignazione che perdura alla fine di un sogno realistico. Avrei voluto tornare indietro e sentire la sua faccia sulla mia. La sua guancia sulla mia. Ma i sogni, si sa, non sono così arrendevoli.
Quando recuperai la vista e fui di nuovo a casa, andai a cercare quei versi che mi aveva lasciato in sogno. Sfogliai un paio di antologie senza trovarli. Cominciai a pensare che i versi non appartenessero affatto a una vera poesia, ma che fossero stati composti in sogno, per confondermi.
Composti da chi?
Qualche tempo dopo però, nell’autunno, mentre preparavo certi vecchi libri da donare a un banco di beneficenza, mi cadde un foglietto di carta brunastra, con sopra dei versi scritti a matita. La grafia non era quella di mia madre e fatico a credere che potesse essere di mio padre. Allora di chi? Chiunque fosse, aveva concluso il testo con il nome dell’autore: Walter De La Mare. Nessun titolo. Non certo un poeta di cui possa dirmi un conoscitore. Ma quella poesia dovevo averla già letta, magari non su quel foglio, forse su un libro di testo. Dovevo averne sepolto le parole in un ricettacolo della mente. E perché? Solo per poterne essere provocato in sogno, o per poter essere provocato da una bambina fantasma molto determinata?
“Non c’è alcun dolore
che il tempo non possa lenire;
né perdita o tradimento,
che non sia dato riparare.
E’ balsamo all’anima, dunque,
anche quando la tomba separi
l’amante dalla sua amata
e tutto ciò che hanno insieme.
Guarda, il sole risplende
la pioggia ormai è passata;
i fiori si fanno belli,
e il cielo è limpido e terso!
Non meditare perciò
troppo su amore, dovere;
amici dimenticati da tempo
ti aspettano forse là dove
la vita attraverso la morte
riduce tutti a un fine;
nessuno ti piangerà a lungo,
pregherà a lungo, soffrirà a lungo
per il tuo posto rimasto vuoto,
per te che non ci sei più.”
La poesia non mi demoralizzò. Anzi, in qualche curiosa maniera parve rafforzare in me la decisione che avevo preso a quel punto, di non vendere la proprietà e di restare. Qui mi era successo qualcosa. Ci sono pochi luoghi in una vita, forse persino uno, in cui succede qualcosa; dopodiché ci sono tutti gli altri luoghi.
Alice Munro, da “Troppa felicità”, 2011 – Traduzione di Susanna Basso
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In evidenza: Dipinto di D’Lavigne, Paris