“Fudzi haraua di la noi
Shi-arãslu nã si asteasi!
Jilitã-i lumea di la oi
Shi-i jali multã-n casi!…
Tu munts sh-pri dzenji nu si-avd flueri,
Ni cântits tu-arâzboaie…
Avemu noi tora multi veri
Cu plãng’ sh-cu miryiuloaie…
La masuri celnits sh-picurari
Lã-i inima cãrbuni…
Cãt sh-chiprili di tsachilji mãri
Tsãnu yisu di-ngrupãciuni.
Pritu hori, niveasti ca fidãnji
Sh-cu oclji lãi gãili
Tu locu di galbini ghiurdãnji
Apoartã lãi mãndili.
Sh-la numts’ nu-s ceamcuri tu uboru,
Cu tãmpãnji ca ‘nã oarã;
Ni nunji cu hlambura tu coru
A hljinjiloru tra s-lã oarã.
’N udadzlji-atselji cu ciorgi ncljigats
Nu s-vedu parei di tiniri
Cari s-njeargã-apoi la fadzlji-analts
Tra s-gioacã trã Stã-Vinjiri,
Shi-n dzãlili di Stã-Mãrii,
Cãnd bat’ hãros cãmbãnjili
Cu fãrã “Ceaciu” sh-fãr di-avyiulii
Digeaba s-frigu, curbãnjili!
Fudzi haraua di la-armãnji,
O, gione, o, xinite!
Sh-pri fatsa loru curã fãntãnji
Di lãcrãnji upãrite.
Cã sh-au mãratslji-n cheptlu-a loru
Unu doru tsi treacãtu nu-ari!
Sh-chireari-ashteaptã unu popor
Cãnd dultsea-i limbã-i cheari!”
*
“È fuggita da noi la gioia
e il riso non dimora!
È in lutto il mondo dell’ovile,
il dolore è in molte case.
Non si odono tra i monti e i villaggi i flauti
né i canti di fratellanza…
Molti dei nostri fratelli abbiamo
tra lacrime e lamenti…
Nelle baite di montagna, signori e pastori,
il carbone nelle anime…
Quanto hanno suonato le campane dei montoni
suonano a sepoltura.
Per i villaggi spose e fanciulle
con gli occhi nero lucenti.
Invece di gioielli brillanti
vestono i veli scuri.
E ai matrimoni non si ballano
le ceamcuri (1) in cortile
né i tamburi come una volta;
né si fan vedere i padrini con la hlambura (2)
a mostrarsi tra le figlie.
Nelle stanze ornate di tappeti preziosi
non si scorgono più coppie di giovani
che si accompagnano nelle danze,
a volteggiare il Venerdì Santo,
né nei giorni di festa di Santa Maria,
quando risuonano campane felici.
Senza ceaciu (3) e senza violini
invano svaniscono i sacrifici.
È fuggita la gioia dagli aromuni,
o giovani, o stranieri!
Sui loro volti scorrono sorgenti
di lacrime bollenti
che i miseri hanno in petto loro
una nostalgia che non ha cura.
La rovina attende un popolo
quando perde la sua lingua amata.”
(1) Danze tradizionali in cerchio.
(2) Si tratta di fazzoletti spesso usati nelle feste nuziali.
(3) Ballo tradizionale
Zicu Araia (1877-1948), poeta pastore aromuno * – Traduzione di Jon Muçogllava – Fonte: Pangea
*Gli aromuni sono gruppi etnici stanziati nei Balcani, di cui è difficile ricostruire sia l’origine che la storia. L’ipotesi più probabile è che si tratti di popolazioni di origine dacia che, nei Balcani, si mescolarono con i discendenti dei coloni romani.
La loro lingua, di origine romanza, ha assorbito un coacervo di elementi disparati (greci, latini, slavi e turchi), ma presenta anche termini misteriosi e praticamente intraducibili. Non c’è da sorprendersi, dal momento che si tratta di “un patrimonio trasmesso quasi esclusivamente per via orale” e conservato soprattutto in comunità pastorali isolate, circondate da alte montagne e prevalentemente nomadi.




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