Mille anni che sto qui

Rocco aveva tentato in tutti i modi di dirle che in altitalia le possibilità di vincere il concorso erano maggiori. Aveva tentato di spiegarle cosa fosse un concorso. E mille altre cose. Non si capivano. Non capivano le parole che usavano, e le cose cui si riferivano. Rocco parlava ormai a sua madre di un mondo che le era completamente estraneo. L’unica cosa che Lucrezia capiva era il dolore di averlo perso. Non l’avesse fatto studiare, avrebbero parlato la stessa lingua.
Rocco partì per Reggio Emilia che c’era il sole. […]
Quel maestro della bassitalia l’era propria stran! Sembrava avere a cuore non i primi della classe, il figlio del sindaco, del dottore o del farmacista, ma i ciuchi, i ripetenti, quelli che gli altri maestri educavano a suon di bacchettate e respingevano negli ultimi banchi per non offendersi la vista. Rocco non aveva occhi che per quei pidocchiosi con le mani piene di calli, incapaci di tenere un pennino senza spezzargli la punta…
Se qualcuno saltava un giorno sì e uno no e un altro mancava da mesi, non ci metteva una croce sopra, non lo sospendeva, non lo minacciava di espulsione. Appena poteva, però, si presentava di persona a casa sua e mercanteggiava come se fosse alla fiera. Se avessero mandato il figlio a scuola, diceva ai familiari, avrebbero saputo come rispondere ai padroni che facevano i conti sempre a modo loro, e chissà come avevano sempre da prendere e mai da dare.
Lo ascoltavano con cortesia divertita, gli rispondevano in un dialetto di cui non capiva quasi nulla, e gli offrivano un bicchiere di vino qualunque ora fosse. L’è sangiovese, l’è bon, la fa bon sang. Si convincevano una settimana o due, poi appena nei campi c’era bisogno di braccia ricominciavano come avevano sempre fatto. Rocco tornava all’attacco, e andavano avanti così finché non finiva l’anno.
Riscattare dall’analfabetismo i cinquanta ragazzi della sua classe era la sua personale guerra di colonizzazione, combattuta non in nome dello spirito fascista, come prescrivevano i programmi, ma di certi ricordi che nemmeno sapeva più di avere…
La sera si rifugiava nei libri e il giorno dopo cercava disperatamente di trasmettere ai suoi allievi l’amore per la lettura. Ma miracoli ne succedevano pochi. Per un ragazzo che cominciava a interessarsi c’erano dieci, venti o trenta che continuavano a spintonarsi sottobanco, preparando spensieratamente, con le loro mani, la trappola che li avrebbe imprigionati appena alle soglie dell’età adulta.
Mariolina Venezia, da “Mille anni che sto qui”, 2006
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In evidenza: Foto di Robert Doisneau

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