Naufragi

“E il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Giacomo Leopardi, da “L’infinito”, 1819

 

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Allegria di naufragi

 

Versa, 14 febbraio 1917

“E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare”

Giuseppe Ungaretti, da “L’allegria”, in “Vita d’un uomo. Tutte le poesie”, “I Meridiani”, 2009

 

 

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Naufrago
“Ora oscilli morto
Al gusto delle correnti
Con meduse invece di pupille.
Ora regni tra immagini pure
In paesi trasparenti e di vetro,
Senza cuore e senza memoria
Diluito in tutte le presenze.
Ora liberato dimori
Nella pausa bianca dei poemi.
Il tuo corpo sale e scende in ogni onda,
Senza nome e senza destino
Nella limpidezza dell’acqua.”
Sophia de Mello Breyner Andresen (Portogallo), “Naufrago”, da “Mar novo”, 1958 – Traduzione di Roberto Maggiani
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Battello ebbro

“Mentre scendevo lungo Fiumi impassibili,
Non mi sentii più guidato dai trainanti.
Pellirossa chiassosi li avevano inchiodati,
Nudo bersaglio, ai pali variopinti.

La sorte d’ogni equipaggio mi era indifferente,
Recavo grano fiammingo e cotone inglese.
Quando con i trainanti ebbe fine il clamore,
Discesi per quei Fiumi a mio talento.

Nel furibondo sciabordìo delle maree, lo scorso
Inverno, io, più sordo d’un cervello infantile,
Correvo! E libere da ormeggi le Penisole
Non subirono mai scompigli più trionfali.

Benedì la tempesta i miei risvegli in mare.
Più leggero d’un sughero ho danzato sui flutti
Che sono detti eterni avvolgitori di vittime,
Dieci notti, sprezzando rocchio stolto dei fari!

Più dolce che al bimbo la polpa degli acidi pomi,
L’acqua verde filtrò nello scafo d’abete
E dalle chiazze di vini azzurri e di vomiti
Nettandomi, disperse l’àncora e il timone.

Da allora, mi trovai immerso nel Poema
Del Mare, intriso d’astri, e lattescente,
Divorando cerulei verdi; ove talvolta, relitto
Estasiato e livido, scende pensoso un annegato;

Ove, tingendo a un tratto le azzurrità, deliri
E ritmi lenti nel giorno rutilante,
Più forti dell’alcool, più vasti delle lire,
Fermentano i rossori amari dell’amore!

So i cieli che si squarciano in lampi, so le trombe
E le risacche e le correnti: io so la sera,
L’Alba eccitata come colombe a stormi, e a volte

Ho visto quel che l’uomo crede di vedere!
Ho visto il sole basso, sporco d’orrori mistici,
Illuminare lunghi impegolamenti viola, e i flutti
Simili ad attori di antichissimi drammi
Spingere il loro fremito di persiane al largo!

Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate, bacio
Che lentamente sale allo sguardo dei mari,
La circolazione delle linfe inaudite,
Il giallo risveglio azzurro dei fosfori canori!

Seguii per mesi e mesi, simili a mandrie isteriche,
I marosi all’assalto delle scogliere, senza
Pensare che i piedi delle Marie potessero
Forzare luminosi il muso agli Oceani bolsi!

Ho urtato, sapete, Floride incredibili,
Dove tra i fiori son occhi di pantere, con pelle
D’uomo! Arcobaleni tesi come redini,
Sotto l’orizzonte dei mari, a glauche greggi!

Ho visto fermentare paludi enormi, nasse
Ove imputridisce nei giunchi un Leviatano!
Scrosciare l’acqua nelle bonacce, e lontananze
Crollare a cataratte negli abissi!

Ghiacciai, soli d’argento, madreperla dei flutti, cicli
Di brace! Immondo arenarsi in fondo a golfi bruni
Dove serpenti enormi divorati da cimici
Cadono, con foschi odori, dagli alberi tòrti!

Avrei voluto mostrare ai bimbi quelle orate
dell’onda azzurra, i pesci d’oro, i pesci melodiosi.
– II mio salpare fu cullato dalle schiume fiorite, i venti
Ineffabili mi diedero qualche istante le ali.

Martire stanco dei poli e delle zone, il mare
Mi offriva a volte i fiori d’ombra, in gialle
Ventose, nel dolce rollìo dei suoi singhiozzi.
Ed io sostavo, come donna in ginocchio…

Isola, quasi: scotendo dalle sponde escrementi
E liti d’uccelli ciarlieri dagli occhi biondi.
E vogavo, se attraverso i miei fragili fili
Indietreggiando, scendevano al sonno gli annegati!

Ora, battello perso entro i golfi chiomati,
Che l’uragano scaglia nell’aria senza uccelli,
Io, di cui Monitori e Velieri Anseatici
Avrebbero sdegnato la carcassa ebbra d’acqua;

Fumante, libero, cinto di nebbie violacee,
Io che foravo il cielo rosseggiante come
Un muro che rechi, leccornia squisita dei poeti,
I licheni del sole e i muchi dell’azzurro,

Io che correvo, ombrato da lùnule elettriche,
Legno folle, scortato da ippocampi neri,
Quando luglio faceva crollare a scudisciate
I cieli ultramarini nei vortici ardenti;

Io che tremavo, udendo a cento leghe gemere
I Behemot infoiati e i Maelström profondi,
Eterno filatore dell’immobile azzurro,
Io rimpiango l’Europa dai parapetti vetusti!

Ho visto gli arcipelaghi siderali! e isole
Dai cieli deliranti aperti al vogatore:
– In queste notti immense tu vai in esilio e dormi,
Stuolo d’uccelli d’oro, oh futuro Vigore? –

Ma è vero, ho pianto troppo! Son desolanti le Albe.
Ed è atroce ogni luna, ed è amaro ogni sole:
L’acre amore mi ha enfiato d’inebrianti torpori.
Oh esploda la mia chiglia! Oh che io ritrovi il mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la fredda
Nera pozza dove, nel crepuscolo odoroso,
Un bimbo accovacciato e triste vara
Il suo battello, tenue come farfalla a maggio.

Non posso più, onde, intriso dei vostri languori,
Inseguire la scia dei portatori di cotone,
Né fendere l’orgoglio di vessilli e di fiamme,
O nuotare, sotto lo sguardo orrendo dei pontoni.”

 

 

Arthur Rimbaud, “Battello ebbro”, pubblicata per la prima volta nel 1872 sulla rivista “La Renaissance littéraire et artistique” e solo successivamente inserita in varie raccolte delle sue poesie – Traduzione di Diana Grange Fiori

 

 

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Immagine in evidenza: Pierre-Jacques Volaire, “Naufragio”, 1774

 


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