Che cosa posso fare io?
Al mattino del 2 agosto 1980, Gianni, un giovane ferroviere di Crevalcore, al primo giorno di ferie, si reca a salutare, col figlio Yuri di 6 anni, suo fratello, perché nel pomeriggio partirà per la sospirata vacanza al mare in Romagna. Deve riprendere il treno alle 10:30 al piazzale Ovest – e quanto piacciono i treni e la grande stazione di Bologna al piccolo Yuri! Nel piazzale affollatissimo di auto, di taxi, di tanta gente, incontra un vigile urbano del suo paese che non vede da tempo e si ferma a salutarlo: pochi minuti, il lavoro è tanto! Sono le 10:25 quando entra nell’ala della biglietteria della stazione – non si fosse fermato quei pochi minuti, si sarebbe trovato proprio di fronte allo scoppio – Yuri corre davanti a lui e l’esplosione enorme devastante manda in frantumi i vetri e destabilizza: è un minuto di vuoto nero.
Yuri è stato scaraventato a terra sanguinante per le tante schegge di vetro che hanno colpito tutti: non piange, non piangerà mai quel giorno. Gianni, anch’egli ferito, raccoglie suo figlio e si reca – conosce la stazione come la sua casa! – nell’ambulatorio che sa essere fuori a destra e quasi non vede quel piazzale devastato, avvolto in una nera spessa polvere: a Yuri occorrono punti per suturare le ferite e Gianni sa che lì vicino c’è l’ospedale Traumatologico: corre senza pensare: solo quando i medici soccorrono Yuri, riesce a dire “credo sia scoppiata una bomba!”.
Stanno intanto arrivando lì molti feriti tutti sotto choc: anche una ragazza “molto bella” su una barella con un ginocchio devastato. E il pensiero di Gianni corre alla moglie cui telefona subito, il gettone sempre in tasca: le dice che tornerà più tardi da Borgo Panigale. Intuisce che presto si spargerà la notizia di quell’evento enorme e vuole proteggerla da lontano.
A casa racconterà il suo sgomento, ma, per proteggere Yuri, partirà ugualmente, come previsto, in auto per il mare. Grande è però anche l’ansia per la “sua” stazione. Così sistemati i suoi cari, torna a Bologna e insieme agli altri ferrovieri sposta e scava fino a sera e continua per tutta la notte con i gruppi elettrogeni a rimuovere le macerie alla ricerca di persone: l’ultima vittima è estratta alle prime luci del mattino. Solo in tarda mattinata, stremato, Gianni “dalla stazione, sua seconda casa”, torna dai suoi, ammutolito da tanta ferocia di guerra”.
C’era anche l’amico Giorgio, un altro ferroviere, quel giorno in stazione, con la moglie e la figlia Manuela: dovevano partire per le vacanze. Erano tutti in sala d’aspetto, ma Giorgio si allontanò per comprare le sigarette: fu lui a soccorrere tra le macerie le sue “ragazze”, che sono tra le prime ad arrivare agli Ospedali – tutti in efficienza fin da subito, coordinati dalla dottoressa Teresa Alberti del Maggiore – ma sopravvivono solo alcuni giorni: Natalia è morta nella stessa giornata in cui si svolgevano i funerali della figlia.
E perché io no?
Per Giorgio e l’altro suo figlio, si è oscurato per sempre il cielo.
Miriam Ridolfi, da “Le storie di Miriam”, 2 agosto 1980 – Volume realizzato a cura della Segreteria e del Gabinetto della Presidente dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, a cura di Luca Molinar




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