Seduto sulla panchina, c’era una statua lì vicino, mi è venuta giù la malinconia. Guardando quella statua, statua d’un satiro o qualcosa del genere, sono sprofondato nell’umor malinconico nero, che conosco benissimo, posso farvi una conferenza.
Io sono un malinconico nato, ve lo dico subito. Ho la malinconia che mi gorgoglia in basso, viene su dalla pancia, fa il giro delle budelle, poi si piazza nello stomaco e diventa magone. E col magone non sto più fermo, mi alzo, mi siedo, fumo come una ciminiera, tutto mi sta sui coglioni. Ah, con la mia malinconia ne ho fatti di viaggi all’estero; viaggi bellissimi, devo dire, da intronato. Me la porto sempre dietro, non so cosa farci, è una vita che va così.
Ma da giovane era prima, prima dei viaggi, che mi veniva. Cioè quand’ero in un posto, mi guardavo i piedi e mi dicevo: cosa ci faccio qui? Dov’è l’amore? Dov’è la vita? Quand’è che muoio?
Per esempio in famiglia, c’erano tanti zii e parenti, tipi vari di adulti, che solo a guardarli mi scoppiava la depressione nervosa. E poi sentirli dire: la vita! La vita! Che aggiungevano anche: vedrai, te ne accorgerai anche tu se non ho ragione! Ci sentivo dentro lo spiedo della realtà patocca che vuole infilzarti anche te, per arrostirti a fuoco lento, così dopo anche tu cominci a lamentarti: la vita! La vita! È una cosa che sentivo dentro da piccolo e non la capivo. È una cosa che mi è rimasta da giovane e non la capivo ancora tanto bene; per quello sempre scappare all’estero, parlare in lingue straniere, fare viaggi stupefacenti da disperato.
Però c’erano altre cose che mi facevano venire l’estro, ossia la voglia d’ululato, che è una purga della cosiddetta malinconia. Per esempio con mio fratello ci eravamo capiti, anche lui sentiva fastidio a guardarli gli adulti lamentosi che ti dicono sempre: vedrai, vedrai!
Ecco, con mio fratello questo ci faceva insorgere l’estro, cioè l’ululo in gola che spazza via tutti i lamenti. E assieme all’ululo una voglia di disfare tutto, scaravoltare la terra, tirar giù dal trono ministri, generali, papi, gente importante; combinare un badanai immenso per guastargli la festa. Questo mi dava una gioia meravigliosa a pensarci, e chiedevo a mio fratello: lo faremo? Lo faremo? Lui mi assicurava di sì, che avremmo combinato un disastro, diventando magari fuorilegge. Ma poi non l’abbiamo mai fatto, per quello io ululo ancora in certe notti di luna piena.
Basta. Che si smetta una buona volta di dire: la vita! La vita! Ma la vita cosa? È solo il mondo che fugge, e lasciarlo fuggire bisogna. L’ululo è il suono del vento che spazzerà via tutto, nel giorno del Giudizio Universale.
Gianni Celati, da “Lunario del paradiso”, 1996
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Nell’immagine: Federico Zandomeneghi, “Place du Tertre”, 1880




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