Annunziata Verità, nome di battaglia “Mallì”

“Ho cominciato a essere antifascista che giocavo intorno a casa. Lì vidi uno su una sedia a rotelle e gli chiesi cosa gli fosse successo. Lui raccontò che era antifascista e che era stato al confino; appena tornato, l’avevano picchiato ed era rimasto paralizzato. Pantoli, Achille Pantoli. Da lì cominciai ad essere antifascista.
Io facevo l’amore con Max Emiliani: è stato il primo partigiano di Faenza: nel ’43 l’hanno fucilato a Bologna. Io venivo a Faenza dalla Gap, mi presero la bicicletta e mi portarono dopo S. Prospero, al comando delle Brigate nere. Eravamo in dieci, c’era un altra donna e gli altri erano tutti contadini che hanno fucilato con me. Ci tennero lì tutta la notte e ci fecero un processo sommario; uno alla volta ci chiamarono e ci interrogarono:
– Conosci il tale? – Quando rispondevo di no, mi prendevano a schiaffoni; a uno hanno cavato gli occhi, tutti gli altri li hanno picchiati.
La mattina dopo, alle 5,30:
– Avanti, fuori! –
– Ma dove andiamo? –
– Sei condannata a morte per complicità con i ribelli.-
Quando vidi che avevamo passato il Ponte Rosso, dissi: – Ci fucilano a Rivalta -.
Difatti, ci portarono a Rivalta e dissi agli altri:
– Qui ci fucilano! –
– Ma cosa dice?! –
-Qui ci fucilano, perché l’hanno detto a me! –
Di tedeschi ce n’era solo uno; gli altri erano tutti fascisti di Faenza. Ci tirarono giù dal carro, con dei pezzi di corda ci legarono uno alla volta e dopo, con una corda tutta intera, ci legarono insieme; ci appoggiarono al muro e ci spararono alla schiena. Quando tirarono, io caddi sotto i morti. In quel momento, uno gridò: – Ce n’è uno che è ancora vivo! –
Io ero lì sotto, sentivo tutto: ci fu un’altra schioppettata e quello morì, perché io, prima di scappare, provai a scuoterli tutti per vedere se ce ne fosse ancora qualcuno vivo. Erano tutti morti.
Allora mi slegai la corda coi denti, perché la corda era grossa e non teneva bene il nodo. Slegai la corda e scappai: dietro il cimitero c’era un fiume, attraversai il fiume e raggiunsi in collina la banda di Casadei…”
… Quel giorno Nunziata era rimasta ferita di striscio alle braccia e alla fronte, ma la morte l’aveva vista in faccia fin troppe volte: quando faceva la staffetta e portava i messaggi nascosti nella biancheria intima e perfino molto più tardi, quando le alluvioni del Lamone avrebbero allagato Faenza e lei per ben due volte sarebbe stata costretta a lasciare la sua casa.
Ma Nunziata non era di certo una donna che si arrendeva: dopo la guerra, riuscì a trovare tre uomini che avevano fatto parte del suo plotone di esecuzione e testimoniò ripetutamente ai processi contro le Brigate nere di Faenza.
Ciao, Mallì. E grazie.
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In evidenza: Foto tratte da “Il Fatto Quotidiano” 

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