Eravamo cinque bambini chiusi in una grande aula. Il vecchio Maestro Zhan m’intrigò con la sua barbetta grigia e l’accento del sud. Quando srotolò davanti a noi la carta di riso, la Cina moderna scomparve.
Il primo carattere disegnato: Eternità. A quanto pare la parola contiene tutti i movimenti del pennello: il punto, il tratto orizzontale, verticale, diagonale, verso sinistra, verso destra, l’uncino. Il maestro diceva che Leonardo da Vinci era diventato un grande pittore disegnando instancabilmente un uovo. Dopo aver scritto per centomila volte Eternità, noi saremmo diventati grandi calligrafi.
Eternità… Eternità… Eternità…
la trasmissione del sapere millenario sta in un mormorio, in un incantesimo. I banchi troppo alti ci obbligavano a stare inginocchiati sulla sedia. Avevamo mal di schiena, male alle braccia, crampi all’incavo della mano. All’improvviso spuntava il Maestro Zhan e di sorpresa ci strappava il pennello. Guai a chi non era capace di trattenerlo.
Un tempo, i principi erano anch’essi iniziati alla calligrafia con questo simbolo. Una volta diventati imperatori chiamavano il loro regno “Pace eterna”, “Prosperità eterna”, “Stabilità eterna”, “Gioia eterna”. Il supplizio dell’infanzia si trasformava in fiducia e illusione.
Le dinastie sono scomparse ma l’arte dell’ideogramma si perpetua.
La Cina rinasce ogni volta che un bambino diventa calligrafo.
L’eternità è un fruscio.
Al poeta viene lasciato il canto dell’Effimero.
Il tratto orizzontale, il soffio
Il tratto verticale, il bambù secolare
La diagonale scaccia i demoni dell’anima
L’uncino, lancia dalla punta d’oro
Da bambina preferivo la gioia e la libertà del disegno alla austera e prigioniera di regole ancestrali. La lentezza del movimento mi martirizzava. Spargevo inchiostro dappertutto senza cura e mi attiravo i rimproveri di mia madre.
A otto anni mi esercitavo sui caratteri stampati con l’inchiostro rosso. Il Maestro metteva una croce nera su ogni parola in cui l’inchiostro aveva debordato e un cerchio rosso su ogni segno ben tracciato.
A nove anni ottenni il diritto di studiare le steli antiche. Potevamo riprodurre solo gli inchiostri incisi dagli illustri calligrafi Oyang Xun, Yan Zhenqing, Liu Gongquan, Zhao Menfu. La litografia delle steli, onde bianche su nero uniforme, assomigliava ai volti severi che mi rimproveravano di continuo. Essere discepola di quattro anime rinsecchite e arcigne mi annoiava.
Un giorno, scoprii il maestro ideale nella persona di Chu Suilang, ministro alla corte dei Tang, bandito dalla grande imperatrice Wu. Il movimento aereo, la grazia celeste, il soffio femminile della sua scrittura emozionarono il mio sguardo infantile, stanco dei modelli marziali e moralisti. In segreto, mi accanivo a copiare il suo stile, finché non scoprirono la mia passione. Invece di rimproverarmi, mi spiegarono che lo stile del Maestro Chu era il più perverso. Aveva un’influenza nefasta sui principianti che, ingannati dalla sua apparente fluidità, non capivano nulla del suo rigore interiore. Sarebbe stato meglio ritornare ai maestri Oyang, Yan, Zhao, Liu, che avevano una grammatica, che guidavano da mille anni milioni di mandarini nel cammino della calligrafia.
In effetti la mia scrittura era precipitata nel caos. Convinta di disegnare la grazia e la voluttà, facevo scarabocchi flosci e lascivi. Dimenticai il seduttore solitario e la sua stella spenta.
Abbandonai la calligrafia.
Ritrovai il piacere della calligrafia otto anni dopo. A quindici anni studiavo al liceo annesso all’Università di Pechino, una delle più prestigiose scuole superiori della Cina. Nella nostra classe, occupava il posto di delegato alla salute e all’igiene un ragazzo di nome Salice. Essendo delegata allo sport, me lo feci amico durante le riunioni dei rappresentanti.
Mi piacque per la sua discrezione e la magnifica scrittura. Dopo la lezione scriveva con il gesso, in un angolo della lavagna, il nome degli studenti che dovevano pulire l’aula. Quella calligrafia rimaneva per tutta la giornata successiva. I nomi dei miei compagni di classe, come “Coraggio”, “Dolce luna”, “Tuffo”, “Rosso”, costituivano un autentico dizionario dei segni. Quando mi annoiavo durante le lezioni ricopiarli era un piacere.
Quindici anni è un’età travagliata. L’alchimia della vocazione supera la logica scolastica. La porta della calligrafia, chiusa fino all’elezione del delegato alla salute, si riaprì misteriosamente. La mia scrittura si trasformò.
Dopo un riordino di file e di sedie, Salice diventò il mio compagno di banco. Gli rivelai la mia ammirazione e gli chiesi consigli. Arrossendo, tracciava fiero sui miei quaderni caratteri destinati a servirmi da modello. Nel frattempo, io facevo delle ochette di carta che gli infilavo nello zaino. A volte, al riparo da sguardi indagatori, ci scambiavamo un sorriso.
Stranamente quell’intimità svaniva durante l’intervallo. Ritornavo al mio universo, agli amici, fedeli compagni, ragazzi alti e sportivi. Salice era un segreto che mi vergognavo a rivelare. Modesto, timido, apparteneva al mondo vellutato della calligrafia, all’odore d’inchiostro e libri ingialliti. A lui avevo riservato un altro volto facendogli conoscere un’altra me stessa: l’adolescente fragile, dolce, avida di conoscenza. Esiste in me una doppia personalità: l’ingenua e la perversa, la generosa e la crudele. Ignoro perché a volte sono migliore e a volte peggiore.
Salice fu la mia vittima.
All’inizio delle vacanze d’inverno, gli spedii una semplice cartolina alla quale rispose con due pagine colme della sua grafia accurata. Proponeva di venirmi a prendere per andare alla festa del tempio. La lettera mi incantò. Trasportata da quel sentimento di dolcezza, mi univo ai palpiti del suo cuore. Ma quella debolezza mi nauseò. Mi sentii disarmata. Andare alla festa del tempio con Salice avrebbe voluto dire impegnarsi con lui. Invece a me piacevano le amicizie libere e stravaganti. Salice non aveva né l’irruenza né la forza per farmi innamorare. Non ero pronta a rinunciare alla mia indipendenza. Come avrebbe potuto domarmi un adolescente sentimentale?
Risposi al suo invito con una cartolina gentile in una scrittura simile alla sua.
Il mattino del nostro incontro soffiava l’aquilone. La temperatura era scesa sotto lo zero. La terra, carcassa leccata dagli avvoltoi, era imbiancata. Nastri di nuvole stavano immobili in un cielo di cristallo. Dalla finestra, con le mani sul termosifone, vidi il mio amico che attraversava in bicicletta il bosco di salici piangenti. Lottava contro il vento e trovai ridicola la sua immagine incurvata dallo sforzo. Una volta arrivato ai piedi del nostro edificio, mi chiamò. Restai muta. Non osando bussare alla porta e affrontare i miei genitori, girò in tondo per un po’, poi se ne andò.
Ritrovai il mio gruppo di amici alla festa del tempio. Eravamo belli e insolenti! Al ritorno dalle vacanze d’inverno, non sopportavo più lo sguardo del mio compagno di banco che languiva. Per fargli del male, scambiavo bigliettini e occhiate con i miei complici. Dopo la lezione, mi lanciavo radiosa tra le braccia di uno dei miei uomini.
Salice soffriva in silenzio. Lo ignorai fino alla fine del trimestre. Cominciò un nuovo anno scolastico. Salice andò con gli studenti che preparavano il concorso di matematica. Scomparve. Persi le sue tracce. Diciotto mesi dopo, partii per la Francia.
Di ritorno a Pechino, incontrai Salice ad una cena di vecchi amici. Non ci vedevamo da cinque anni. La sua bellezza mi sorprese. Il giorno dopo, ai giardini del Palazzo d’Estate, di fronte all’immensità del lago Kun Ming, evocammo ricordi lontani. Mi sembrava esotico e seducente e io dovevo fargli lo stesso effetto. Ognuno di noi, a modo suo, era stato emancipato dalla sessualità. Senza difficoltà, ci baciammo su una panchina del giardino dell’Università di Pechino, dove avevano studiato i nostri genitori. Il desiderio, risorto dalle ceneri, mi assalì. Ero stregata dagli occhi a mandorla di Salice, malinconica nostalgia di un’adolescente ormai lontana.
La sera prima di partire per la Francia lo invitai a casa mia. Dopo cena, ci chiudemmo a parlare nella mia stanza. Mi spinse sul letto.
Ero pronta a darmi a lui, quando di colpo si sollevò, negli occhi la rabbia di un uomo determinato a soffocare il piacere.
– No – disse – mi sento responsabile per te.
In Occidente, quando un uomo fa l’amore con una donna, lo fa per il piacere.
In Oriente, l’atto è un impegno.
Quell’uomo mi amava. La sua passione era intensa. Mi commosse.
Sa Shan, da “Lo specchio del calligrafo”, 2009 -Traduzione di Ilaria Vitali
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