Riflessioni

La favola del lago fantasma

01.05.2020

C’era una volta un barone piemontese che si chiamava Alberto Fassini. Il barone, nel 1922, acquistò dei terreni al confine tra il Suburbio di Roma e l’Agro Pontino e proprio qui, il 5 settembre del ’23, venne posata la prima pietra di quella che sarebbe diventata una delle più grandi industrie tessili italiane: la “Viscosa”. Ogni giorno la sirena della fabbrica, con la sua voce potente, chiamava a raccolta i suoi ben 2500 operai e, grazie al loro lavoro, la Snia crebbe, acquistò ancora trentamila ettari di terreno sulla collina e li utilizzò per costruire dei padiglioni per i suoi bravi operai (che così non avevano più tante scuse per tornare a casa).  Poi, però, i tempi diventarono sempre più difficili e la “grande depressione” (1929), partendo dalla lontana America, finì per colpire a morte anche la povera Viscosa (il cui capitale proveniva in gran parte dagli Usa), costringendola a licenziare un gran numero di operai… Ecco però che improvvisamente intervenne un bravo dittatore (ops, scusate, volevo dire principe!), che non portava un mantello azzurro (perché allora non era molto di moda), ma un bel completo nero come la notte… E, come ogni “principe” che si rispetti, la salvò. Come? Semplice: il nostro “principe”, che di alchimie se ne intendeva (era anche un celebre produttore di olio di ricino), la fuse con altre aziende e…- prodigio dei prodigi, – nel 1938 nacque la “CISA-Viscosa” che, l’anno successivo, si consociò con la “SNIA”, una “creatura” dell’imprenditore Riccardo Gualino. Le sue vicissitudini, però, continuarono: se la guerra e la conseguente produzione di uniformi militari e di paracadute furono per lei un’iniezione di vitamine, la rovinosa caduta del suo “principe” l’avviò inesorabilmente sul viale del tramonto. Nel 1954, ormai molto provata dagli acciacchi dell’età, la SNIA passò a miglior vita. Da quel momento trascorsero quindici anni: nel 1969 i terreni su cui sorgeva la fabbrica andarono a finire nel calderone patrimoniale della società “Snia-Viscosa” (che nel frattempo aveva assorbito la CISA) e successivamente, nel 1982, in quello della Società immobiliare “Snia srl”.

E su tutto si stese la povere degli anni…

Poi però, nel 1990, la “Società Immobiliare Snia” decide di vendere l’intero pacchetto alla “Società Pinciana 188”, che, con l’ormai collaudato gioco delle tre carte, due anni dopo sarebbe stata a sua volta acquisita dalla “Ponente 1978”, di proprietà di Antonio Pulcini, un palazzinaro romano noto soprattutto per i suoi sistemi “disinvolti”, il quale l’aveva acquistata per impiantare nell’area un mostro commerciale di otto piani, sbandierando sotto il naso di tutti la concessione edilizia ottenuta, nello stesso anno, dall’assessorato all’Urbanistica della Regione Lazio. A questo punto della nostra favola, però, una precisazione è d’obbligo: facciamo un piccolo passo indietro nel tempo e torniamo per un attimo al 1968, quando il Decreto Ministeriale del 23.03.1968 (ex L. 1497/1939)  aveva apposto un vincolo ambientale a tutela della pineta, che, negli anni Venti, era stata piantumata sulla collina adiacente alla fabbrica (ossia proprio accanto ai famosi padiglioni costruiti per gli operai), con l’obiettivo di preservare l’area dall’urbanizzazione in atto.

Ma come poteva essere stata rilasciata una concessione edilizia su di un’area sotto tutela? Sembra quasi di avere a che fare con un nuovo tipo di ossimoro!

Qui comincia una “bella” storia all’italiana: la famosa concessione era   stata rilasciata dall’assessore regionale all’urbanistica Paolo Tuffi e – guarda caso! – nell’intervallo di appena cinque giorni compresi tra la scadenza dei precedenti vincoli e l’approvazione, da parte del Campidoglio, di una Variante di Salvaguardia sull’area. Non solo: per ottenere la concessione, era stata depositata e protocollata, presso l’assessorato all’Edilizia Privata, una mappa catastale falsa, che indicava quella dell’ex Snia come area M3, destinata a servizi di quartiere, ma in realtà inesistente sia nel piano regolatore che nelle sue varianti e approvata semplicemente da due decreti, rispettivamente del ‘ 71 e del ’72. Insomma nell’ area dell’ex Snia era misteriosamente apparso un piccolo rettangolo azzurro, inserito tra un’area M1 (intoccabile perché destinata a servizi pubblici) e una 12 (altrettanto intoccabile perché parte integrante del futuro Sdo), che però non compariva nella mappa del ’62 e neppure in quella del ’65. Seguono, in ordine: revoca della licenza da parte dell’allora Presidente della Regione Lazio, Rodolfo Gigli, apertura di un’inchiesta e quindi processo, peraltro concluso con il semplice accertamento della rilevanza penale del fatto. Così come se niente fosse, nel 1992 la macchina pulciniana si rimette in moto, i lavori per la costruzione del centro commerciale prendono il via nell’indignazione generale, mentre gli abitanti dei quartieri Pigneto e Prenestino scendono in campo per ottenere l’esproprio dell’area e poterla così destinare a parco pubblico.

Il lago che non c’era

Proprio mentre Pulcini e la sua “Ponente 1978 srl” cominciano i lavori di sbancamento per la costruzione dei parcheggi sotterranei del famigerato centro commerciale, improvvisamente, e del tutto inaspettatamente, l’acqua comincia a zampillare dal sottosuolo, inarrestabile. Diventa una fiumana, riempie completamente l’invaso artificiale creato dalle perforazioni del terreno, fa letteralmente esplodere le condotte fognarie e arriva ad allagare tutto Largo Preneste.

Cosa è successo?

E’ successo che ignoranza, corruzione ed incuria hanno provocato un disastro. Un disastro che si sarebbe potuto tranquillamente evitare, se fosse stata fatta un’indagine accurata della zona, se il rispetto dell’ambiente non fosse stato sacrificato agli interessi del profitto, se…. Ma già, la storia non si scrive con i “se”. Eppure bastava poco: un minimo di attenzione, di studio e di logica, visto che l’area si affaccia su di una strada che si chiama Via dell’Acqua Bullicante… e l’odonomastica avrà pure una ragion d’essere!

Scendiamo un po’ più a fondo (in tutti i sensi!) e troveremo tanta di quell’acqua da fare invidia alle Naiadi! Via dell’Acqua Bullicante, infatti, deve il suo nome ad una piccola sorgente idrica sotterranea che conteneva idrogeno solforato e che si trovava proprio a ridosso della Snia. Il gorgoglio dell’acqua, a quanto pare, era così forte che la sorgente cominciò ad essere chiamata “Vollicantem”, ”Bolicante”, e poi ”Bullicante”. Tutta questa area, infatti, rimase a lungo desolatamente vuota, sia perché “un tempo occupata da una vasta tenuta (La Tenuta dell’Acqua Bullicante), sia perché si trattava di un terreno malsano, continuamente allagato durante la stagione invernale, non adatto all’edificazione e nemmeno alla coltivazione, per la presenza nel sottosuolo di numerose gallerie” (Giuseppe Strappa, “Studi sulla periferia est di Roma”, 2012). Questa e le zone limitrofe infatti (Prenestino e Gordiani, un quartiere, quest’ultimo, tirato su in fretta e furia per trasferirci gli abitanti della zona circostante Piazza Venezia, quando erano cominciati i lavori per l’apertura di Via dei Fori Imperiali), restarono per lungo tempo aree di abusivismo edilizio, occupate da casupole fatiscenti di cui è rimasta testimonianza in un vecchissimo film del 1947, “L’onorevole Angelina”, con Anna Magnani e Ave Ninchi.

Ma c’è di più: lì sotto, e per un lungo tratto, scorre il Fosso della Marranella, un fiumiciattolo che fluisce dall’Appia Antica fino all’Aniene, raccogliendo le acque di scolo della periferia est della città e ristagnando in una piccola marrana (da cui deriva il suo nome), che fino ai primi del Novecento era una vera e propria fogna a cielo aperto. “Quando sono nato – raccontava Ruggero Carra, un commerciante della zona, scomparso nel 2006 – c’erano soltanto due o tre costruzioni rurali che servivano come posto ristoro per i contadini che, con i loro carretti, venivano da Zagarolo e Palestrina a portare vino e prodotti della campagna per i quartieri del centro” (intervista contenuta in Francesco Sirleto, “La storia e le memorie”).

Ma la storia non finisce qui: ancora più in profondità, ad appena 5 metri dal piano di campagna, si trovava una falda acquifera e per fortuna, in questo caso, formata da acqua pulitissima: fu proprio questa falda ad essere intercettata dagli scavi…

        Ed ecco apparire il lago

Ma Pulcini non demorde. Comincia così un interminabile braccio di ferro a base di decreti di annullamento della concessione edilizia (1992); demolizione delle opere fino ad allora costruite (1993); ricorso, da parte della “Società Ponente 1978”, al Tar del Lazio, che ne accetta la richiesta di non procedere alla demolizione di cui sopra (2010); ricorso del Comune di Roma al Consiglio di Stato, avverso la sentenza del TAR Lazio (2011) ecc. ecc. Fin qui, c’è la burocrazia. Ma dietro le quinte si sta svolgendo una lotta senza esclusione di colpi, che vede protagonisti una serie di speculatori senza scrupoli, le amministrazioni locali, i cittadini e…un lago. Nel 2008 il commissario delegato ai Mondiali di Nuoto autorizza la “ASD Larus” a realizzare, nell’area del parco, un impianto natatorio funzionale per i Mondiali di Nuoto del 2009 (con tanto di piscine, docce, spogliatoi, palestra, bar, ristorante, foresteria e parcheggi). Ma i cittadini stanno in guardia: appena l’anno prima si era costituito il “Comitato del Parco delle Energie”, che si unisce nella lotta al “Centro Sociale ex Snia” e al “Comitato di quartiere Pigneto Prenestino”.  Nel 2011 scenderà al loro fianco anche il “Comitato WWF Pigneto Prenestino” e il senso della lotta si preciserà sempre più come quello di tutelare il parco esistente e di realizzare un sistema integrato comprendente la “Casa del Parco” (ultimata nel 2009), e uno spazio teatrale polifunzionale, il cosiddetto “Quadrato” (portato a termine nel 2011).  In tal modo il Parco, e il lago che ne costituisce il cuore pulsante, cominciano a godere di una vita propria, animata da attività culturali, musicali e sportive gestite dal “Forum Territoriale Permanente”, nato nel 2011.

Più che naturale, quindi, e soprattutto legittimo, che il secondo round si concluda con la vittoria dei “buoni”. La concessione viene revocata.

Nel 2012 parte il terzo round: al Consiglio Comunale della giunta Alemanno rispunta una delibera del 2010, che vorrebbe accogliere le “Varianti al Piano d’Assetto Generale” (PAG) dell’università “La Sapienza”, richieste dal rettore Frati, una delle quali prevede la realizzazione, nell’area ex Snia,  di residence universitari da affittare a canoni concordati. Carica di cavalleria, questa volta nelle vesti del “Forum Territoriale Permanente”, e il progetto viene sventato. 2013: Pulcini al contrattacco. La “Società Ponente 1978” partecipa ad un bando di rigenerazione urbana, indetto dal Comune di Roma e dall’allora sindaco Gianni Alemanno, presentando un progetto edilizio che prevede la copertura del lago e la costruzione di quattro torri di 100 metri ciascuna. Però la manovra viene sventata da una massiccia e sempre più organizzata mobilitazione popolare, che nel frattempo ha ottenuto l’apertura del cancello dell’ex fabbrica a largo Preneste, da tempo richiesta come termine fino al quale ampliare il sistema-parco. Il 25 aprile del 2014, il corteo territoriale per l’anniversario della Liberazione si conclude con una simbolica “liberazione del lago” ed una pacifica e colorata “invasione” di migliaia persone, che, entrando dal cancello di  Largo Preneste, raggiungono il loro lago. Ma forse il vero punto di svolta verrà nell’aprile del 2015, quando nel quadro dell’iniziativa “Il lago che vogliamo” i cittadini, le associazioni e il Comune di Roma parteciperanno ad un tavolo congiunto  allo scopo di  tutelare e valorizzare “il suo ecosistema e la memoria della fabbrica, per restituire alla città un bene collettivo che la lotta dal basso ha difeso dal cemento di Mafia Capitale”. 

Adesso lo scopo è più che mai ambizioso: fare del “Parco ex Snia” e del suo lago un “Monumento Naturale”, perché qui vive una “Roma che non ti aspetti” (come titola l’articolo di Letizia Palmisano), fatta di un rarissimo mignattaio, di aironi bianchi, di incredibili biodiversità e perfino di una volpe rossa che si è andata a specchiare nelle acque purissime del lago, il “suo” lago. 

Maddalena Vaiani     

Foto di Sonia Simbolo

 

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