Riflessioni

Dio benedica l’ansia

06.05.2020

Ansiosi di tutto il mondo, consolatevi (e scrivete poesie)!

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme.”

(Edgar Lee Masters, “George Gray“, da “Antologia di Spoon River”, 1915)

 

Deriva dal latino “angere” (“stringere”), la parola ansia, forse perché è proprio una stretta alla gola, al cuore, allo stomaco.
I Greci la chiamavano “melancolia”, “bile nera”, dalla quale l’ansia sarebbe derivata, almeno secondo la teoria pitagorica dei quattro umori (sangue, bile gialla, bile nera e flegma, corrispondenti ai quattro elementi costitutivi del reale: aria, acqua, fuoco e terra). Quanto ai rimedi, venivano consigliati la luce del giorno, una corretta alimentazione, il movimento e la musicoterapia, quest’ultima in omaggio ad Apollo, dio della musica e della medicina ed a testimonianza dello stretto legame tra queste due arti.
Dello stesso avviso sarà Aristotele (IV secolo a.C.), che, nell’opera “Problemi” attribuirà alla bile nera tutte le malattie “malinconiche”.
Ma fu, in particolare, Ippocrate (IV secolo a. C.) ad evidenziare il nesso e la reciprocità tra aspetti somatici e psicologici: nell’opera “Epidemie”, infatti, dopo una serie di raccomandazioni date ai medici riguardo alla necessità di un’attenta indagine semeiotica, scrisse: “Il più grande errore che si commette oggi è quello di separare la mente dal corpo”.
Il punto di svolta fu però rappresentato da Rufo di Efeso (vissuto nella seconda metà del I secolo), che fu il primo a considerare l’ansia una patologia di carattere psicologico, attribuendone l’origine ad un eccesso di immaginazione e di attività intellettuale.
Da allora in poi, l’ansia, variamente spiegata, identificata, curata, è diventata di casa (o quasi) per ognuno di noi.

L’angoscia che ci attanaglia – scrive Kierkegaard – è “vertigine di libertà” ed è legata alla “pura possibilità del possibile”: “Quando si esce dalla sua scuola si sa meglio di come un bambino sappia l’abc che (…) il terribile, la perdizione, la distruzione abitano porta a porta con ognuno di noi”. (Søren Kierkegaard,  da “Il concetto dell’angoscia”, 1844)

Quindi, di che ci lamentiamo? Parafrasando Shakespeare, dobbiamo constatare che noi siamo fatti della stessa sostanza dell’ansia, e nello spazio e nel tempo dell’ansia è raccolta la nostra breve vita.

Eppure non sempre l’ansia è così terribile. Anzi, sembra che qualche aspetto positivo lo abbia anche lei.
L’ansia con manifestazioni lievi ha su di noi un effetto stimolante. Ci sprona all’azione ed è un motivatore senza il quale le capacità umane sarebbero meno sviluppate”, scriveva nel ’68 lo psicologo Kurzweil.
Sembrerebbe un “consolamose co’l’ajetto” (come dicono a Roma), se questo parere non fosse ampiamente condiviso e perfino sperimentato. La “Lakehead University” nello stato dell’Ontario, in Canada, in seguito ad una serie di test condotti su un gruppo di alunni, è arrivata alla conclusione che gli ansiosi mostrino maggiori livelli di intelligenza, poiché l’ansia scatenerebbe forme di iperattivazione delle facoltà cognitive.
Un esperimento su 80 studenti, realizzato dallo psicologo Tsachi Ein-Dor nel centro studi israeliano Herzliya, dimostrerebbe che “le persone più ansiose sono quelle meno inclini a perdere tempo mentre stanno facendo una cosa importante”. Senza contare, poi, che l’ansia funziona come un ottimo guardiano, in grado di percepire tempestivamente il pericolo.
Analoga conclusione arriva dallo psichiatra Jeremy Coplan del “SUNY Downstate Medical Center di New York”: “Le persone più ansiose sono quelle che presentano un quoziente intellettivo più alto”.

Del resto, “Siamo la generazione cresciuta con la nonna mangiata dal lupo, tre civette che facevano l’amore con la figlia di un dottore, le mele avvelenate di Biancaneve, Geppetto che abitava dentro una balena, Alice ed i funghi allucinogeni.
L’ansia, era il minimo che ci potesse capitare.”
(Masse78, Twitter)

Vero è che sono in molti a non essere d’accordo con le più che rosee prospettive dimostrate dagli accademici di cui sopra; non manca, infatti, chi obietta, come lo psicologo statunitense Robert Epstein, che “quando le persone diventano ansiose, non riescono più a pensare in maniera lucida”.
Eppure, parafrasando Hegel, si potrebbe dire che niente di grande sia stato fatto senza… ansia: Munch dipinse “L’urlo” in pieno attacco di panico; Van Gogh diceva di se stesso: “Non nego la follia artistica di tutti noi e non dico soprattutto che io non sia folle fino al midollo”; Goya soffriva di una malattia che, provocandogli una forma di alterazione della personalità, fu la causa primaria della sua lunga depressione…E potremmo continuare così per un bel pezzo (ma ve lo risparmio!).
E allora…

Dio benedica l’ansia,
il profondo senso di inadeguatezza,
la timidezza,
i miei guasti nucleari,
l’incapacità di capire,
la voglia di fare le cose insieme agli altri,
il bisogno profondo d’amore,
il bisogno viscerale di giocare,
la voglia di scoperte,
la curiosità morbosa,
i miei folti dubbi su tutto, la fame di bellezza e poesia,
l’incapacità di prevedere la catastrofe,
una incrollabile nostalgia dell’universo,
l’attitudine al fallimento, l’incapacità di resistere alle tentazioni,
la paura e la voglia del vuoto.
Perché tutto questo
mi ha costretta a giocare nell’apocalisse
e mi ha condannata a vivere
una vita meravigliosa.
(Alessandra Battaglia, “Dio benedica l’ansia”, da “Oltranima”, 2015)

(Nata a Roma nel 1980, Alessandra Battaglia è una personalità versatile di attrice, performer, docente di dizione ed uso della voce, formatrice. Nel 2002 ha dato vita all’Associazione Culturale “Il Melograno” e nel 2015 ha pubblicato il libro di poesie “Oltranima” (2015)

L’inganno della poesia sta nel sortilegio
che per mezzo della bellezza
edifica sullo scempio
e feconda il lettore
con l’illusione
che persino la disperazione
possa essere desiderabile”)

Maddalena Vaiani

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Foto Sonia Simbolo

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