Linguaggi

Le mani, “misteri che abitano la nostra vita”

07.05.2020

“Le mani non sono vere, non sono reali… sono misteri che abitano la nostra vita… A volte, quando fisso le mie mani, ho paura di Dio… Non c’è vento che faccia tremare quelle candele, eppure esse si muovono, guardate; si muovono… da che parte si inclinano?… Che pena se qualcuno mi rispondesse!… Sento il desiderio di ascoltare musiche esotiche suonate in palazzi d’altri continenti… lo sento nel profondo dell’anima. Forse perché, quand’ero bambina, correvo dietro alle onde in riva al mare. Presi la vita per mano, tra le rocce, con la bassa marea, quando il mare sembra aver incrociato le braccia sul petto ed essersi addormentato perché più nessuno possa vederlo…”

Fernando Pessoa, da “Il marinaio”

 

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Fu un momento
“Fu un momento
quello in cui posasti
sul mio braccio,
in un movimento
più di stanchezza
che di pensiero,
la tua mano
e la ritirasti.
Sentii o no?
Non so. Ma ricordo
e sento ancora
qualche memoria
fissa e corporea
ove posasti
la mano che ebbe
qualche senso
incompreso,
ma tanto lieve!…
Tutto questo è nulla:
su una strada però
com’è la vita
c’è molto
d’incompreso…
Che so io se quando
la tua mano
sentii posarsi
sul mio braccio,
e un poco, un poco,
sul cuore,
non ci fu un ritmo
nuovo nello spazio?
Come se tu,
senza volerlo,
mi toccassi
per dire
qualche mistero,
improvviso ed etereo,
che neppure sapevi
dovesse esistere.
Così la brezza
dice sui rami
senza saperlo
un’imprecisa
cosa felice.”
Fernando Pessoa

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Reciprocità

“Ci sono cataloghi di cataloghi. Poesie sulle poesie.
Drammi su attori recitati da attori.
Parole per spiegare parole.
Cervelli intenti a studiare il cervello.
Tristezze contagiose come una risata.
Carte che provengono dal macero di carte.
Sguardi veduti. Casi declinati secondo i casi.
Fiumi grandi con serio contributo dei piccoli.
Boschi ricoperti di bosco fino al ciglio.
Macchine adibite a fabbricare macchine.
Sogni che all’improvviso ci destano dai sogni.
Salute necessaria per tornare in salute.
Tanti scalini a scendere quanti sono a salire.
Occhiali per cercare occhiali.
Respiro che inspira e espira.
E almeno una volta ogni tanto
ci sia l’odio dell’odio.
Perché alla fin fine
c’è l’ignoranza dell’ignoranza
e mani reclutate per lavarsene le mani.”

Wisława Szymborska, “Reciprocità”

 

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Le mani delle donne

 

“Le mani delle donne
intrecciano conchiglie di sorprese
e s’appuntano asterischi di luna
sulle brume dei capelli arrotolati.
Sciolgono silenzi di vetro
al crogiolo sempre acceso delle loro bocche,
intessendo arazzi d’accoglienza.
Le mani delle donne
sanno d’ago e di filo
e cuciono stupori d’aquiloni
da annodare tra le mani dei bambini.
Quelle mani hanno ore da sbucciare
nei riflessi dei mattini
e intingono le attese
in anfore sempre piene di speranza.
Sigillano pulviscolo di solitudini
in teche di madreperla, che,
fatate, sanno mutare in sorriso la malcelata pena.
Custodiscono battiti cadenzati come torchi
per spremiture di uvaspina
per propiziare vaghezze di sospiri,
Col punto d’erba e festoni
arredano tristezze di solitudini…
e schiudono segreti scrigni di sole
nei giorni di una pioggia inopportuna.
Se giovani, quelle mani,
sanno avere levità di ali
e sulle spalle incurvate dei vecchi
si chinano amorose,
per sollevare il duolo di ogni pena.
Le mani delle donne
spalmano carezze di nutella
su fette d’anima fragrante
Chiudono pietose
le palpebre dell’ultimo respiro
col tocco lieve delle loro dita
schiudendo tepori di placente.
aprendo varchi ad una nuova vita.”

Anna Marinelli “Le mani delle donne sanno d’ago e di filo”

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Le tue mani

Quando le tue mani muovono,
amore, verso le mie,
cosa mi portano in volo?
Perché si sono fermate
sulla mia bocca, all’improvviso,
perché le riconosco
come se una volta, prima,
le avessi toccate,
come se prima di esistere
avessero già percorso
la mia fronte, la mia cintura?
La loro morbidezza giungeva
volando sul tempo,
sul mare, sul fumo,
sulla primavera,
e quando tu hai posato
le tue mani sul mio petto,
ho riconosciuto quelle ali
di colomba dorata,
ho riconosciuto quella creta
e quel colore di grano.
Per tutti gli anni della mia vita
ho vagato cercandole.
Ho salito scale,
ho attraversato scogliere,
mi hanno trascinato via treni,
le acque mi hanno riportato,
e nella pelle dell’uva
mi è sembrato di toccarti.
Il legno di colpo
mi ha portato il tuo contatto,
la mandorla mi annunciava
la tua morbidezza segreta,
finché si sono strette
le tue mani sul mio petto
e lì come due ali
hanno concluso il loro viaggio.

Pablo Neruda, “Le tue mani” 

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Io non ho mani

Io non ho mani
che mi accarezzino il volto,
(duro è l’ufficio
di queste parole
che non conoscono amori)
non so le dolcezze
dei vostri abbandoni:
ho dovuto essere
custode
della vostra solitudine:
sono
salvatore
di ore perdute.

David Maria Turoldo, “Io non ho mani” 

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Le mani

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai. 

Vittorio Sereni, “Le mani

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Le tue mani

Le tue mani si fanno come un soffio
D’inviolabili lontananze
Inafferrabili come le idee
Se vuoi posarmele sugli occhi
Toccano l’anima.
Sei la donna che passa
come una foglia.
E lasci agli alberi un fuoco d’autunno.

Giuseppe Ungaretti, “Le tue mani”

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Le mie impronte digitali

 

“Le mie impronte digitali
prese nel manicomio
hanno perseguitato le mie mani
come un rantolo che salisse la vena della vita,
quelle impronte digitali dannate
sono state registrate nel cielo
e vibrano insieme ahimè
alle stelle dell’Orsa maggiore.”

Alda Merini, da “Il volume del canto. Vuoto d’amore”

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Molto nel pane dell’Uomo trova dimora
“Molto nel pane dell’Uomo trova dimora.
La carne e il sangue,
il mistico volere,
le mani e l’impastare,
che fanno la sacralitá,
del gesto secolare
che spande le radici
in un’antichitá ancestrale.
L’ intento umano di imitare,
platonico e divino nel contempo,
nel gesto del creare.
Quel muoversi frenetico
di dita e di farina
che danno un canto al pane,
un’armonia leggera e cristallina.
Coraggio tutti quanti
in piedi che è mattina.”

Fausto Celeghin

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Quali mani attraverso le mie mani

” Le larghe mani di mio nonno, lentigginose e brune,
con uguale destrezza bendavano una ferita,
tagliavano le gardenie
o mi tenevano sospesa nell’aria felice dell’infanzia.

Le mani della mia nonna paterna
artritiche sull’appressarsi della morte
furono una volta mani fragili, filigrana d’argento,
la fede sull’anulare sinistro;
il portasigarette e il bicchiere di scotch o sherry
nei tramonti dalle tapparelle bianche
e i pavimenti di legno odorosi di cera,
sdraiata sulla sua chaise-longue
leggeva tragiche storie
di eroine tisiche o anemiche.

 Mio padre curò sempre la trasparenza delle sue mani
delicate come le ali di un cherubino
fatte per essere sfoggiate
col violino o la bacchetta.

 Mia madre ereditò le mani di mio nonno Arturo,
piccole e nodose, con dita smussate.

Da tante mani che nel tempo si sono unite
ho preso queste mani.
Di chi ho le unghie, le dita,
le nocche, i palmi, i polsi fragili?

 Quando ti accarezzo la schiena,
le ossa sporgenti dei tuoi piedi
le tue gambe lunghe, solide,
quali mani attraverso le mie mani
accarezzano te?”

Daisy Zamora

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Le tue mani si fanno come un soffio

“Le tue mani si fanno come un soffio
d’inviolabili lontananze,
inafferrabili come le idee,
e l’equivoco della luna,
e il dondolio,
dolcissimi.

Se vuoi posarmele sugli occhi,
toccano l’anima.”

Giuseppe Ungaretti

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“Ventisette ossa,
trentacinque muscoli,
circa duemila cellule nervose
in ogni polpastrello delle nostre cinque dita.
È più che sufficiente per scrivere Mein Kampf
o Winnie the Pooh.”
Wislawa Szymborska, da “Basta così” – Traduzione di Silvano De Fanti

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(Le fotografie sono state scattate da Simone Venditti nei pressi della spiaggia di Patara, in Turchia. La ragazza ritratta nelle foto è intenta alla preparazione del gozleme, il tipico pane turco)

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