Riflessioni

Per una filosofia al femminile

07.05.2020

C’è un’altra paziente colpita del coronavirus. Non è morta, ma è certamente ammalata. È la filosofia. Ne sentite la voce, voi che non siete nella bolla dei filosofi? Non troppo, direi. A volte, verrebbe da dire per fortuna. (…) I filosofi non sono stati per ora capaci di offrire una parola per aiutare a gestire il tempo dell’apprensione e della quarantena”. (…) Quello che stanno provando a fare i poeti (…) quello che stanno provando a fare gli artisti“.

(Pasquale Terracciano, “Alla ricerca delle parole perdute, per una filosofia al tempo del Coronavirus”).

Forse a tacere, o a non trovare le parole giuste, può essere quella parte di filosofia (ossia tutta) che finora è stata declinata tassativamente al maschile Strane bizzarrie della storia e del linguaggio: un termine inventato da un uomo (un certo Pitagora), ma rigorosamente femminile (a sottolineare il fascino esercitato dall’”eterno femminino”? Chissà!), e poi, per millenni, monopolio esclusivo del maschio. In una sola parola, la storia dell’umanità. Ma se davvero oggi siamo in presenza di un “evento epocale”, destinato a ridisegnare contorni e a riscrivere tutte le passate categorie, forse anche questo potrebbe essere un punto di svolta: cominciare ad ascoltare anche la voce delle filosofe. Perché le filosofe esistono, sono sempre esistite e hanno sempre mostrato, rispetto ai loro colleghi, una maggiore dimestichezza con il loro mondo interiore, l’unica “tela” alla quale, come Penelope, potevano affidare il pensiero e i sogni, perché potessero avere una voce “pubblica” E la donna è in fondo l’unica capace di ascoltare le lacrime, di sorreggere chi vacilla, di raccontare le storie che allontanano le ombre.

Annarosa Buttarelli, filosofa e ricercatrice nell’ambito del “Pensiero della Differenza sessuale e della Filosofia di trasformazione”; fondatrice dell’Associazione “Aspasia di Mileto” che certifica la professione di “Consulenza filosofica di trasformazione”: “Ripensare la cultura misogina su cui si basa la nostra società”.

In questi giorni si manifesta ancora una volta, in maniera flagrante, l’impotenza dei potenti e l’inadeguatezza della cultura di origine maschile. Non solo a prevedere le conseguenze catastrofiche dei propri comportamenti, ma anche a interloquire con la complessità in cui siamo immersi da sempre. Lo stile generale violento e suicidario delle forme virili di governo, oggi è di nuovo nudo (…).Pensiamo a come è stata gestita l’emergenza coronavirus dai governi, o a come sono state utilizzate le informazioni in Cina o in America, oppure ai tagli fatti alla sanità in Italia, frutto di un modello manageriale di stampo privatistico applicato al settore pubblico. Oggi esiste una grande massa di donne consapevoli, liberate dal vittimismo e dalle rivendicazioni di un femminismo ormai superato; forti del #metoo (il movimento femminista “Me Too” prese forma nel 2017 come hashtag #MeToo, usato sui social per denunciare la violenza sulle donne, soprattutto nei posti di lavoro: n.d.r.) che ha dato loro una spinta nuova. Sono tante, e possono festeggiare la lungimiranza che hanno avuto nel condannare un sistema di governo del mondo impostato su modelli maschili non più sostenibili. La narrazione sulla violenza ha finito col concentrarsi tutta sull’oggetto del sopruso, rappresentando sempre le donne come vittime e trascurando la centralità del carnefice. Qualcosa però sta cambiando, e c’è una forte consapevolezza della necessità di ripensare la cultura misogina su cui si basa la nostra società“.

Maura Gancitano, fondatrice del progetto “Tlon” (“Scuola permanente di filosofia e immaginazione”): “Capire come cambiare la cultura d’impresa e come passare da una logica competitiva a una logica cooperativa e di co-creazione.” 

In questa emergenza le donne sono state sfavorite e si sta andando in una direzione di più forte discriminazione. C’è il rischio che diventino ancora più invisibili. C’è un condizionamento cognitivo tale per cui quando ci sono da affrontare difficoltà vengono in mente solo nomi di uomini perché considerati più autorevoli. Ma i condizionamenti, di cui non si ha consapevolezza, sono anche delle donne che percepiscono questi pregiudizi e hanno più paura a proporsi, a mostrarsi o a chiedere promozioni. Si crea così un circolo vizioso. Non si può parlare di ripartenza senza mettere al centro le donne che in questa fase potrebbero dover rinunciare al lavoro e poi avere difficoltà maggiori nel trovarlo. Se non si cambia, potremmo trovarci in una situazione più grave di prima. Bisogna passare da un modello gerarchico che crea disparità e provoca sofferenza in una parte dei dipendenti, a un modello di cooperazione, un ecosistema in cui ciascuno è leader nel proprio ambito e non si bada alle ore di lavoro ma alla realizzazione del progetto. La cultura dell’inclusività sarà vincente nel futuro, nessuno deve essere discriminato, le donne devono guadagnare quanto gli uomini. L’innovazione non è solo software e intelligenza artificiale. Ma è soprattutto il coinvolgimento, la partecipazione, è mettere al centro, nel mondo del lavoro, le persone e non i profitti, far sentire i dipendenti accolti e meritevoli. Alla cultura della competizione deve subentrare la cultura della cooperazione che potenzia ciascun dipendente. Finora invece il sistema ha tendenzialmente escluso le donne e le minoranze e ha considerato il fattore umano un ostacolo piuttosto che una potenzialità”. 

Barbara Henry, ordinaria di filosofia politica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa: “Il virus ha prodotto uno svelamento

Adempiremo al compito quotidiano, noi come docenti dobbiamo dare l’esempio, tutti/e dobbiamo rimanere vigili e pronti, senza cadere in depressione o nelle psicosi, perché questa notte finirà. C’è un’idea di comunità immaginata, non più soltanto nazionale (…), ma transnazionale e sovranazionale ‘fondata su simboli comuni e globali; i simboli di oggi sono analoghi al giornale quotidiano, all’orologio che da due secoli scandisce il tempo comune’ e che appunto ha creato (…) le comunità nazionali tipiche e diffuse in tutto il mondo dal XIX secolo in avanti; l’interconnessione multilaterale fra individui, società, imprese, istituzioni e gruppi umani è oggi la quintessenza di questa nuova simbolica della mediazione e della comunicazione sovranazionale; si tratta di riprenderne coscienza in questo frangente drammatico. Infatti ci siamo ritrovati/e responsabili anche di coloro che non fanno parte della nostra nazione, perché il contagio non si ferma ai confini, neppure ai confini interni dell’Unione, che vengono chiusi da alcuni governi europei in forma anacronistica e velleitaria. Abbiamo vincoli con persone che sono altrove ed è difficile pensare di non avere contatti con persone care, eppure lontane.Con la pandemia in corso si è generata una riapertura dell’immaginazione politica, ed è auspicabile che vi sia anche un rafforzamento del patto intergenerazionale dentro e fuori le Nazioni. (…)l corpo e la sua materialità simbolicamente riconfigurata ci impone dei legami, ci assegna dei limiti ed oggi, che non posso vedere di persona i miei allievi/e in classe, né posso impiegare la telecamera per il sovraccarico della rete, mi sta facendo recuperare la dimensione dell’ascolto, quella che gli antichi chiamavano la dimensione acroamatica. (…)Dopo, non credo che impareremo a rallentare. Anzi, avremo la voglia di recuperare il tempo perduto con il conseguente rischio di contagi di ritorno, proprio per il parossismo e la frenesia di voler riprendersi le occasioni, i contatti, le piccole e grandi felicità non godute. Dovremmo invece mantenere per un certo periodo questa sobrietà della distanza e della dilatazione, altrimenti non ne usciremo. Non abbiamo perso la nostra vita e il nostro tempo, lo abbiamo diversamente impiegato, se lo capiamo non finiremo nel rischio della ‘abbuffata sociale’”.

Ida Dominijanni, filosofa, giornalista editorialista, già docente di filosofia sociale presso l’Università di Roma Tre: “Non siamo più gli stessi”. 

Non siamo più gli stessi, perché non si esce uguali da un’esperienza ravvicinata e prolungata con una malattia così insidiosa, una vecchiaia così penalizzata, una morte così serializzata: i nostri sensi ne sono talmente investiti che il senso comune si modifica di conseguenza.

Non siamo più gli stessi perché in una situazione che ci chiede di rinunciare al contatto con gli altri abbiamo tuttavia preso contatto con la nostra comune vulnerabilità.

Non siamo più gli stessi perché la domanda di sicurezza che fino a tre mesi fa veniva brandita a difesa della macchina economica e dei confini proprietari si è spostata sulla tutela della vita e della salute collettiva.

Non siamo più gli stessi perché abbiamo visto quanto il virus apparentemente egualitario colpisca in maniera diseguale e discriminatoria, e questo domanda nuovi conflitti.

Non siamo più gli stessi perché tutto ciò che ha a che fare con la riproduzione della vita ha acquisito finalmente la precedenza su ciò che ha a che fare con la produzione di beni, e tutto ciò che ha a che fare con la cura della vita – le relazioni di cui la cura si nutre, il sapere medico di cui si avvale – può diventare un terreno di nuove alleanze. Non siamo più gli stessi perché non possiamo più assolverci dalla nostra distruttività nei confronti della natura, né dalla nostra insipienza nei confronti della scienza.

Non siamo più gli stessi perché la voce dei morti senza compianto ci convocherà fino a quando non troveremo il modo di celebrarne pubblicamente il lutto, e quella degli anziani lasciati morire senza un conforto e senza un tampone nelle Rsa o nelle loro case ci assillerà finché non strapperemo la vecchiaia alla segregazione cui ben prima del lockdown l’avevamo cinicamente confinata.

Non siamo più gli stessi perché la distanza ci ha inchiodati a un’interdipendenza più forte dell’individualismo che regnava incontrastato nell’affollamento.

Non è per obbedienza passiva a un ordine imposto, e nemmeno per il terrore di contagiarci, che abbiamo accettato di recluderci.

Non siamo più gli stessi, soprattutto, perché nel contagio abbiamo capito di essere ciascuno per l’altro, al contempo, pericolo e salvezza, minaccia e rassicurazione, abbandonando le false certezze dell’io autosufficiente e sovrano: e non è possibile valutare i cambiamenti in corso senza partire da questa cruciale rotazione in senso relazionale della soggettività. È questo precisamente il punto che sfugge a chi si ostina a leggere il lockdown come un provvedimento imposto dall’alto, l’esperimento di un regime liberticida che decide arbitrariamente lo stato d’eccezione per farne la norma e infilarci, complici le tecnologie digitali di sorveglianza, in un futuro totalitario. Non è per obbedienza passiva a un ordine imposto, e nemmeno per il terrore di contagiarci, che – in assenza di alternative meno medievali – abbiamo accettato di recluderci, ma per contenere il rischio di contagiare gli altri: era ed è precisamente la salvaguardia del prossimo a richiedere un allentamento della prossimità, un incremento della distanza. Molto cambierebbe nella narrazione del lockdown se le limitazioni cui ci siamo sottoposti venissero declinate, piuttosto che come attentati alla libertà individuale di movimento, come (auto)contenimento della potenzialità di ciascuno di infettare l’altro: e dunque come il segno di una postura relazionale e responsabile, non ego-centrata e asservita.

No, non è vero che la filosofia, almeno quella scritta al femminile, abbia abdicato al suo compito chiarificatore e consolatorio. E non è vero neppure che non abbia avuto scelte perché le mancavano i paracadute dei “massimi sistemi”.   E se è vero, piuttosto, che gli artisti ed i poeti si sono mossi per primi, ciò è accaduto perché arte e filosofia hanno un diverso passo: lieve, istintivo e guizzante quello dell’arte; lento, cadenzato e pesante quello della filosofia, costretta a sostenere il ritmo incerto e titubante della logica, ma sempre in grado, col tempo, di dare risposte.

“Sentinella, a che punto è la notte?” “Alla notte segue sempre il mattino, ma io veglio sempre, perciò insistete, ridomandate, tornate ancora, ogni volta che lo vorrete, non vi stancate…” (Isaia 21: 11-12)

  Maddalena Vaiani     

Immagine: Giorgio De Chirico, “Il poeta e il filosofo”, 1915

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