Riflessioni

Il misterioso linguaggio del “silbo gomero”

23.05.2020

Quello del “silbo gomero” è un fenomeno unico al mondo, perché si tratta di un linguaggio fischiato…o sarebbe meglio dire di un fischio parlato?

La prima documentazione scritta risale al 1404 ed è contenuta ne “Le Canarien”, la cronaca della conquista delle Canarie alle quali il silbo appartiene indissolubilmente, anche se la sua vera origine risale probabilmente alle popolazioni africane che in epoca preromana abitavano queste isole.

Stando al racconto dello storico Erodoto (V secolo a. C.), queste genti erano fuggite dal Nord Africa, incalzate dai Garamanti, una popolazione berbera stanziata nel Fezzan , l’attuale Libia. Non è escluso, però che a scacciarli dalle loro terre siano stati, invece, i Romani stessi, impegnati nelle loro consuete guerre di conquista. Erodoto, con la dovizia di particolari che lo contraddistingue, sostiene che si trattasse di trogloditi, che abitavano nelle caverne, “si cibavano di serpenti, di lucertole e di altri rettili e parlavano una lingua che non somiglia a nessun’altra, anzi emettevano strida assai acute, come i pipistrelli” (Erodoto, “Storie”, L. IV, 183).

In realtà le Canarie erano già abitate a partire dal Neolitico, anche se le popolazioni autoctone, i Guanchi, erano vissute in un isolamento pressoché totale, come testimoniato dalla mancanza di reperti che possano far presumere una forma sia pur rudimentale di imbarcazione. L’origine del silbo rimane quindi un mistero che si gioca tra queste due popolazioni: il silbo, infatti, pur nel suo carattere di “sistema sostitutivo di una lingua”, risulta potenzialmente applicabile a qualsiasi linguaggio, per cui oggi è impossibile stabilirne con assoluta certezza la matrice.

Il mistero si infittisce se prestiamo fede a quanto riportato ne “Le Canarien”, i cui autori, i francescani Pedro Bontier e Juan Le Verrier, avanzarono l’ipotesi, ancora oggi sostenuta da alcuni studiosi, che il silbo fosse stato inventato dai ribelli berberi che i Romani avevano punito mozzando loro la lingua, per poi deportarli nelle Canarie. Un’ipotesi, questa, tutt’altro che assurda, se si pensa che i fischi vengono modulati tra le labbra e la cavità anteriore della bocca, ossia quella che, in condizioni normali, sarebbe la zona sublinguale, la quale funge da cassa di risonanza, mentre il volume e il tono possono essere modificati ricorrendo all’uso delle dita.

Con il trascorrere del tempo, il silbo doveva essersi diffuso in tutto l’arcipelago, visto il gran numero di testimonianze che ne conservano traccia, ma allora c’è da chiedersi perché si sia conservato soltanto nell’isola di La Gomera. Probabilmente questo è proprio uno di quei classici casi in cui le risposte alle domande più complesse sono proprio sotto i nostri occhi, senza che ce ne accorgiamo.

A guardarla nella sua struttura d’insieme, La Gomera si presenta come una fitta ragnatela di burroni, di strapiombi, di vertiginose scogliere a picco sul mare. E’ un territorio che dilata lo spazio creando muraglie altissime e gole profonde, per cui gli insediamenti sono difficili, i contatti estremamente problematici: è del tutto naturale, quindi, pensare che i Guanchi abbiano usato di necessità il silbo per segnalarsi i pericoli incombenti, soprattutto durante il lungo e terribile periodo della conquista. Ed è comprensibile che gli Spagnoli stessi, impadronendosi di queste isole, se ne siano serviti per comunicare tra di loro, abbattendo in tal modo le distanze.

La presenza dei conquistadores, inoltre, finì col relegare gli abitanti in spazi sempre più ristretti e sempre più impervi, costringendoli a strappare alla montagna dei terrazzamenti sui quali impiantare modeste colture e piccoli allevamenti di bestiame che alimentavano un’economia di pura sussistenza.

In condizioni di quasi totale isolamento, dunque, il silbo si rivelò uno strumento prezioso per queste comunità di pastori e di contadini.  I fischi, per loro natura, riescono infatti ad oltrepassare distanze e a superare ostacoli molto maggiori di quanto non possa fare una lingua parlata e, in un ambiente aperto, possono essere uditi anche a 8 km di distanza. Non c’è quindi da stupirsi del fatto che questo linguaggio venisse appreso spontaneamente proprio come se si trattasse di una lingua di famiglia, perché di questo, in effetti, si trattava

A renderlo ancora più insostituibile, intervenne poi il suo carattere di assoluta indecifrabilità: un linguaggio segreto a cui anticamente avevano attinto i pirati e, in epoca più recente, i repubblicani durante la guerra civile spagnola (1936-1939), tanto che Francisco Franco lo proibì. Questo divieto, unito allo sviluppo di un turismo selvaggio, voluto dal dittatore spagnolo, mise a serio repentaglio la sopravvivenza del silbo, anche se, in realtà, a spazzarlo via quasi completamente intervennero anche altri fattori, primo fra tutti il boom economico degli anni Cinquanta, destinato ad introdurre, anche in questo angolo del mondo, strumenti di comunicazione ben più sofisticati di un semplice fischio. Senza contare il fatto che, qui come altrove, il processo di modernizzazione portò con sé il rifiuto del passato, di tutto ciò che fosse legato alle tradizioni ed allo stile di vita dei contadini e dei pastori.

Il silbo, quindi, venne messo da parte come un vecchio giocattolo.

A salvarlo, intervenne uno di quei “ricorsi storici” che, un po’ per nostalgia, un po’ per saturazione del presente, ci portano talvolta a guardarci indietro, per tornare a riflettere su un passato liquidato troppo in fretta in uno di quegli improvvisi scatti di ribellione rabbiosa in cui decidiamo di disfarci di tutto il bagaglio di una vita.

Così, intorno agli anni Novanta, un rinnovato interesse per le tradizioni locali ripescò il silbo, peraltro ancora custodito da piccole comunità. Poi, grazie all’iniziativa di alcuni parlamentari, si arrivò all’emanazione di una legge con la quale il silbo veniva dichiarato “patrimonio etnografico delle isole Canarie”.  A partire dal 1999, inoltre, il silbo, sia pur come materia facoltativa, cominciò ad essere insegnato nella scuola obbligatoria primaria e secondaria.  Infine, nel 2009, ecco il suo riconoscimento, da parte dell’Unesco, come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Ma cos’è, propriamente, il silbo? Come funziona?

Cominciamo col dire che si tratta di un linguaggio “naturale”; in altre parole, non è frutto di una convenzione, non usa segni (come il Morse oppure le bandiere impiegate in marina, o, per altro verso, il tam tam), né tanto meno impiega le parole, che vengono sostituite, appunto, da fischi. Il che significa che il silbo funziona semplificando una lingua, in questo caso lo spagnolo, e in qualche modo sostituendola.

Gli studiosi che l’hanno analizzato a lungo cercando di carpirne i segreti, si sono resi conto che questo linguaggio funziona mediante una serie di linee melodiche discendenti o ascendenti, che formano in tutto sei fonemi: 4 consonanti e 2 vocali, per un totale di circa 4000 parole.

A dispetto di tutto ciò, il silbo non si limita a trasmettere soltanto concetti elementari: anzi, potenzialmente la gamma di contenuti che è in grado di comunicare è molto ampia, anche se ovviamente legata a dati oggettivi, per lo più fatti e “cose”, intese, queste ultime, nel senso letterale del termine. Il problema, semmai, consiste nelle difficoltà di decifrazione, perché, come è facilmente intuibile, il livello di ambiguità di questa lingua è altissimo, in pratica, direttamente proporzionale alla sua semplificazione linguistica.

C’è da chiedersi come facciano i silbadores a capirsi fra di loro. Senza cadere in troppi tecnicismi, si può azzardare un tentativo di risposta citando alcuni stratagemmi ai quali ricorrono: il più naturale è il contesto del discorso, che però elimina soltanto le ambiguità più macroscopiche: in alternativa, si possono aggiungere alcune parole, o meglio, fischi di spiegazione; o, ancora, si può ricorrere a sinonimi o a modalità differenti per significare la stessa cosa. Un piccolo e banalissimo esempio: se “non uscire” può rimanere ambiguo, si può sempre dire “resta a casa”.

La fantasia, però, non resta mai a casa; il silbo, un po’ come il  pifferaio di Hamelin, continua ad ammaliare con le sue suggestioni e non solo i turisti o gli studiosi.

Anche il regista rumeno Corneliu Porumboio è caduto nella sua trappola. “La Gomera – L’isola dei fischi” è il film girato nel 2019 e arrivato nelle nostre sale a febbraio, ormai in pieno lockdown. Un noir in cui il silbo funge da co-protagonista.

E prendere dimestichezza con questa strana lingua è stato tutt’altro che facile, a sentire i due  attori principali, Vlad Ivanov e Catrinel Marlon, che sono stati costretti ad impararlo: “Ci ha seguiti un insegnante certificato UE, racconta Marlon –  L’abbiamo studiata per sei mesi a Bucarest, otto ore al giorno. E sempre all’alba, tra le cinque e le sei del mattino, perché l’insegnante poteva seguirci solo prima di andare al lavoro. Le prime due settimane è stata una tragedia. Ci sentivamo frustrati, imbarazzati, avevamo le guance e le labbra irritate per le prove. La prima volta che sono riuscita a fischiare in quel modo ero felice. È stata dura“.

Maddalena Vaiani

Foto di Sonia Simbolo

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