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Il silenzio di Venezia

27.05.2020

È un silenzio lento e strisciante quello che avviluppa i canaletti di Venezia. Si propaga dagli sprazzi di terra ferma e scivola inarrestabile verso l’acqua. Aggirarsi la sera, quando la luce naturale ha ceduto il posto a quella dei caratteristici lampioni, significa ritrovarsi ancora di più nelle trame di questo gioco, perché è soprattutto nel buio della notte che questo vuoto acustico si fa… “sentire”.

L’alba vana mi coglie sull’angolo deserto di una strada; sono sopravvissuto alla notte.
Le notti sono onde altere: onde di tenebra blu, dalle cime incombenti, cariche d’ogni sfumatura del bottino abissale, di cose incredibili e desiderabili.
Le notti offrono sempre misteriosi regali e rifiuti, cose metà cedute, metà trattenute, gioie con un emisfero cupo. È così che si comportano le notti, te lo  giuro.” (Jorge Luis Borges, “Due poesie inglesi”)

Ma l’incantesimo si manifesta pienamente quando dalle vive acque risale la nebbia. La vedi arrampicarsi tra i mattoncini dei palazzi colorati, risalire, a bordo di una gondola, lungo tutto il canale, per poi impossessarsi prepotentemente di piazza S. Marco e attendere paziente lo stupore dei suoi spettatori, che continua a tenere celati, quasi fosse gelosa del suo pubblicato innamorato.

“La grande ondata ha portato te.
Parole, parole qualsiasi, la tua risata; e tu così pigramente, così incessantemente bella. Abbiamo parlato e tu hai dimenticato le parole.
L’alba disastrosa mi coglie in una strada deserta della mia città.
Il tuo profilo che si volta e si allontana, i suoni che compongono il tuo nome, la cadenza della tua risata: ecco gli splendenti giocattoli che mi hai lasciato.”

Jorge Luis Borges, “Due poesie inglesi”

 

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