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Ricordi d’Abruzzo, terra “forte e gentile”

28.05.2020

Sulmo mihi patria est, gelidis uberrimus undis“:

(“Sulmona è la mia patria, ricchissima di gelide acque”)

Ovidio, “Tristia”,  IV, 10

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Ex Imo Corde. Al mio fiero Abruzzo

“Mentre a ‘l bel sole de ‘l novello aprile
rîdono e terra e mare,
e fra’ capelli uno zefiro gentile
mi sento folleggiare,

da questa balza che s’eleva ardita
ti guardo, o Sannio mio,
e in cor mi sento rifiorir la vita
con ardente disìo.

Via per l’azzurro tuo ciel radiante
volano i miei pensieri
sì come una fugace e gorgheggiante
torma d’augelli neri;

e le vigili strofe intorno intorno
mi guidano una danza,
le strofe ch’io con tanto amore adorno,
che son la mia speranza.

Ah sì, le calme de ‘l tuo ciel divine
mi fecero poeta,
i sorrisi d’un mar senza confine
là tra la mia pineta:

tra la pineta mia dov’ho passati
i momenti più belli,
dove ho goduti i miei sogni dorati
i canti de li uccelli;

dov’io disteso su l’erbetta molle
mille volte piangendo
ho mirato il sol che dietro a ‘l colle
si nascondea fulgendo,

o un nuvolo leggero e luminoso
natante via pe ‘l cielo
ne l’ampio plenilunio silenzioso
come un argenteo velo;

dove ho provate voluttà sì strane
i murmuri ascoltando
de’ vecchi pini, a cui da lunge un cane
rispondea latrando,

o la solenne musica de l’onde
che increspandosi appena
venian soavi a le ricurve sponde
a ribaciar l’arena…

E con serene ebrezze la speranza
ne ‘l core mi fioria,
mentre i sogni superbi con baldanza
puërile inseguia…

I miei sogni di gloria e libertate
per l’azzurro fuggenti
come una schiera di fanciulle alate
o di meteore ardenti!…

Or co’ giovini mandorli fioriti
a ‘l sol rïaprono l’ale
gli entusïasmi splendidi sopiti
ne l’inverno glaciale,

e ti mando un saluto, o Sannio fiero,
senza nube d’affanni
con tutto il foco prepotente a altero
de’ miei diciassett’anni!…

Veggo di qui le tue selvagge vette
radïanti di neve,
da cui si slancian simili a saette
l’aquile a l’aer lieve,

e la verde pianura co’ giardini
cui sorridono i fiori
che ne’ vesperi rossi e ne’ mattini
intrecciano gli amori.

Veggo i lavacri de ‘l mio bel Pescara,
immane angue d’argento,
co’ i salci e i pioppi giù ne l’acqua chiara
inchinantisi a ‘l vento,

con le crete de gli argini fiammanti
d’una follìa di gialli
che dànno a l’acqua tripudî abbaglianti,
splendori di metalli;

e là giù in fondo i colli di Spoltore
sorrisi da gli olivi,
dove le donne cantando d’amore
vanno a stormi giulivi….

Con quale ebrezza su’ tuoi lieti piani
sorvolo galoppando
a un’incognita mèta, i più lontani
orizzonti agognando,

sì come ne gli orrori de ‘l deserto
il fiero beduino
tutto di bianco caffetan coperto
galoppa a ‘l suo destino!…

Prendi! da l’imo de ‘l mio giovin cuore
questo canto t’invio
o patria bella, o mio divino amore,
o vecchio Sannio mio!”

Gabriele D’Annunzio, “Ex Imo Corde. Al mio fiero Abruzzo”, da “Canto Novo”

 

“(…) A me, fanciullo, i racconti di mia madre, nei quali appariva sempre una città biancheggiante di neve, quasi divisa dal mondo, e una vasta casa dove si stava intimamente raccolti intorno al lieto fuoco del camino; nei quali si narrava di uomini forti e austeri, di pastori, di innumeri greggi, e poi ancora (argomento prediletto alla curiosità del bambino) di soldati e di briganti, e meglio ancora di cacce e di orsi (poiché il bambino si interessa agli animali assai più vivamente che agli uomini), questi racconti, queste descrizioni, facevano di Pescasseroli per me come uno di quei paesi delle fiabe, che non si sa mai se siano o no esistiti. E un po’ paese di fiabe rimase per me, anche quando divenni adulto. Tanto, che se dovessi cercare la ragione profonda per la quale io, che pure sono andato in giro per molta parte del mondo, non mi ero ancora risoluto a venire a Pescasseroli, nonostante gli incitamenti dei miei affettuosi zii e i propositi ripetuti, mi accorgerei che c’era, in fondo al mio animo, il ritegno a realizzare il mondo del sogno, a sostituire immagini precise a quelle ondeggianti che erano nel mio cuore ricche di tanto significato, giacché facevano tutt’uno con l’immagine di mia madre. (…)

Benedetto Croce, da “Il discorso di Pescasseroli”, 21 agosto 1910

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“II destino degli uomini nella regione che da circa otto secoli viene chiamata Abruzzo è stato deciso principalmente dalle montagne. (…) Il fattore costante della loro esistenza è appunto il più primitivo e stabile degli elementi, la natura. (…) Le montagne sono dunque i personaggi più prepotenti della vita abruzzese, e la loro particolare conformazione spiega anche il paradosso maggiore della regione, che consiste in questo: l’Abruzzo, situato nell’Italia centrale, appartiene in realtà all’Italia meridionale. (…) E questo perché la storia, che quel carattere ha formato, è stata spesso assai dura, oscura e penosa, in un ambiente naturale quanto mai aspro, tra i più tormentati dal clima, dalle alluvioni, dai terremoti. Il carattere peculiare dell’uomo abruzzese non tralignato è dunque un’estrema resistenza al dolore, alla delusione, alla disgrazia; una grande e timorosa fedeltà; una umile accettazione della “croce” come elemento indissociabile della condizione umana”.

Ignazio Silone, da L’Abruzzo“, 1948

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“Una luce già di montagna splende nelle vie de L’Aquila, e penetrando anche nei vicoli più stretti dei quartieri vecchi, porta uno scintillio nell’ombra. Dovunque si sente lo spazio. Perciò L’Aquila è gaia. Posta ad oltre 700 metri, il più alto, se non erro, tra i capoluoghi di provincia italiani dopo Enna e Potenza, è una città che respira. Lo sguardo appena trova un varco, subito va lontano, fino al Gran Sasso ed al Sirente, dominanti la vasta conca”.

Guido Piovene, da Viaggio in Italia“, 1956

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Caro Scarpitti,

adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto; cioè l’orgoglio di esserlo, che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto, per esempio quest’estate in Canada, parlando con alcuni abruzzesi della comunità di Montreal, gente straordinaria e fedele al ricordo della loro terra. Un orgoglio che ha le sue relative lacerazioni e ambivalenze di sentimenti verso tutto ciò che è Abruzzo. Questo dovrebbe spiegarti il mio ritardo nel risponderti; e questo ti dice che non sono nato a Pescara per caso: c’era nato anche mio padre e mia madre veniva da Cappelle sul Tavo. I nonni paterni e materni anche essi del teramano, mia madre era fiera del paese di sua madre, Montepagano, che io ho visto una sola volta di sfuggita, in automobile, come facciamo noi, poveri viaggiatori d’oggi. Io ricordo una Pescara diversa, con cinquemila abitanti, al mare ci si andava con un tram a cavalli e le sere si passeggiava, incredibile!, per quella strada dove sono nato, il corso Manthonè, ora diventato un vicolo e allora persino elegante. Una Pescara piena di persone di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle che, se non ci fossero già quelle “della Pescara”, si potrebbe scavare. Ma l’ipoteca dannunziana è troppo forte, bisogna aspettare un altro poeta, e forse è già nato. Ciò che mi ha sempre colpito nella Pescara di allora era il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito.

Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora “nu cristiane”), la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei. Quel senso ospitale che è in noi, un po’ dovuto alla conformazione di una terra isolata, diciamo addirittura un’isola (nel Decamerone, Boccaccio cita una sola volta l’Abruzzo, come regione remota: “Gli è più lontano che Abruzzi”); un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere: se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella sono le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare. Tra i dati negativi della stessa eredità: il sentimento che tutto è vanità, ed è quindi inutile portare a termine le cose, inutile far valere i propri diritti; e tutto ciò misto ad una disapprovazione muta, antica, a una sensualità disarmante, a un senso profondo della giustizia e della grazia, a un’accettazione della vita come preludio alla sola cosa certa, la morte: e da qui il disordine quotidiano, l’indecisione, la disattenzione a quello che ci succede attorno.

Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?) – con una sola morale: il Lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico, dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue. Me ne andai all’età di cinque anni, vi tornai a sedici, a diciotto ero già trasferito a Roma, emigrante intellettuale, senza nemmeno la speranza di ritornarci. Ma le mie “estati” sono abruzzesi, e quindi conosco bene dell’Abruzzo il colore e il senso dell’estate, quando, dai treni che mi riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosca. Poco so dell’Abruzzo interno e montano, appena le strade che portano a Roma.

Dico sempre a me stesso che devo tornarci a “vederlo”. Non certo per scriverne, scrittori abruzzesi che possono dirci qualcosa dell’Abruzzo d’oggi non mancano, io indulgerei un po’ troppo nella memoria, non so più giudicare, capisci quello che voglio dire? O forse, chissà… questa lettera che mi hai cavato con la tua dolce pazienza non volevo scriverla, per un altro difetto abruzzese, il più grave, quello del pudore dei propri sentimenti. Non farmi aggiungere altro, statti bene e tanti saluti dal tuo Ennio Flaiano.

Ennio Flaiano, da Lettera a Pasquale Scarpitti“, in Pasquale Scarpitti, Disincanto, 1972

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