Riflessioni

A proposito di neve, di arcobaleni e di altre cose…

10.07.2020
Paese che vai, usanza che trovi“, recita un vecchio adagio.
Ho la passione dei proverbi, l’ho ereditata da mia nonna. Ricordi d’infanzia, come lo zucchero e qualche goccia di limone in un bicchiere, dove lei metteva un po’ di neve, la prima neve invernale, prendendola dal candido cuscinetto che si depositava silenziosamente sul davanzale della cucina…
Ma non è di questo che volevo …”cianciare“. Era piuttosto della “misura delle cose“, come la definirebbe Protagora. E il metro delle cose siamo noi: “L’uomo è la misura delle cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono“. Non solo l’uomo in astratto, inteso come “umanità“, ma anche il singolo individuo e soprattutto l’uomo in quanto “gruppo sociale“.
Provare per credere: da noi, gli anziani come la sottoscritta (quando sopravvissuti al Covid) non godono di un grande credito sociale (per dirla con qualche eufemismo), mentre nelle comunità patriarcali, tuttora esistenti in alcune aree della terra (in Africa, tra le tribù indiane dell’America ecc.), vige la “gerontocrazia“: sono cioè gli anziani a guidare la società. Il prestigio di cui godono è legato ad una serie di motivi paradossalmente speculari a quelli per cui noi li emarginiamo: l’esperienza (da noi: “Ma che ne vuoi sapere tu, che vivi ancora nel passato?“); la custodia della memoria (da noi: “Mio nonno/a si è bevuto il cervello“). E, ancor di più, l’anziano è il “ceppo” da cui si dirama l’albero della famiglia. Intendiamoci: non sto entrando nel merito di quale società sia migliore o peggiore, tanto più che non amo alcun tipo di oligarchia. Mi limito semplicemente a notare quanto non esistano criteri assoluti, ma solo relativi. “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” (Friedrich Nietzsche, ” Su verità e menzogna in senso extramorale“).
Proviamo a parlare per un attimo di un personaggio come Schlomo, del film “Train de vie“: sì, proprio lui, il matto del villaggio. Ebbene, nelle società cosiddette “semplici”, il matto, o almeno, quello che per noi sarebbe tale, veniva considerato un interprete del “sacro”, di quella dimensione solitamente preclusa ai comuni mortali, in cui – come scriveva Bateson – perfino “gli angeli esitano a mettere piede” (G. Bateson, M. C. Bateson, “Dove gli angeli esistono. Verso una epistemologia del sacro“). Insomma, quasi un personaggio di confine tra il divino e l’umano, depositario di un sapere antico ormai diventato inaccessibile per l’uomo “normale“.
Ma noi abbiamo l’ossessione della “normalità“, quasi si identificasse con la “giustizia“. E usiamo questo concetto come quella “squadra” da cui deriva il suo nome, dimenticando che la vita non è fatta solo di angoli…
Che dire, poi, dell’omosessualità, vera e propria spina del fianco di Pillon e dei suoi “col-leghisti” omofobi? Peccato che lor signori non abbiano molta dimestichezza con la cultura, perché altrimenti saprebbero che l’amore descritto nel “Simposio” di Platone era, appunto, un amore omosessuale, che, lungi dall’essere considerato una perversione, veniva idealizzato, spiritualizzato. E questo perché i Greci, al contrario di noi “moderni“, nell’amore cercavano la bellezza, il completarsi di due persone, senza discriminazioni di alcun tipo. E quand’anche i filosofi antichi pronunciavano quella che a molti è sembrata una condanna dell’omosessualità (Platone nelle “Leggi“, o nel “Gorgia”, oppure Aristotele nell’”Etica Nicomachea“), lo facevano per garantire la sopravvivenza della società. Come dimostrano, ad esempio, Seneca (“Lettere a Lucilio“) ed Epitteto (“Diatribe“), i quali si pronunciano a favore delle unioni sessuali “dirette alla procreazione“.
E poi, non dimentichiamolo, ci sono i canoni di bellezza, oggi più che mai sacrificati all’implacabile divinità dell’apparire. E la donna, tanto per cambiare, ne diventa la vittima sacrificale designata. Così, dal modello Twiggy in poi, trionfa lo stile-anoressia. Eppure le vecchie e care “forme burrose” delle donne, oltre a segnare millenni di storia (in pratica, dalle “dee madri” in poi), facevano da padrone anche…”poco fa“, negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, quando “grasso era bello” in quanto segno di benessere in una società che moriva di fame…
Ma tutto questo solo così, “pour parler” e forse anche per ricordare a tutti noi che il mondo, a saperlo guardare senza le lenti appannate degli “ismi“, diventa incredibilmente colorato, un po’ come i pendagli del candelabro di Pollyanna, che, esposti ai raggi del sole, si trasformano in tanti piccoli arcobaleni.
E ora, mia cara, se veramente desideri vivere in un arcobaleno, non vedo altra alternativa che creare un grande arcobaleno in cui vivere“.
(Eleonor Porter, “Pollyanna“)
Maddalena Vaiani
Immagine: Lisandro Rota, “Alla fine della tempesta

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