Linguaggi

Ai figli

20.07.2020
“Il compito del figlio è diventare una poesia,
cioè diventare qualcosa che non era previsto dall’altro,
qualcosa di nuovo, una vita differente dalla vita dell’altro.”
Massimo Recalcati
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Guarisci figlia mia

“Guarisci figlia mia, con la luce del sole e i raggi della luna.
Con il suono del fiume e la cascata.
Con il viavai del mare e il fluttuare degli uccelli.
Guarisci figlia mia, con le foglie della menta, con l’olio del neem e l’eucalipto.
Addolcisciti con lavanda, rosmarino e camomilla.
Abbracciati con il chicco di cacao e un tocco di cannella.
Metti amore per il tè invece dello zucchero e prendilo guardando le stelle.
Guarisci figlia mia, con i baci che ti dà il vento e gli abbracci della pioggia.
Diventa forte con i piedi nudi sulla terra e con tutto ciò che nasce da lei.
Diventa ogni giorno più intelligente dando retta al tuo intuito, guardando il mondo con l’occhio della fronte.
Salta, balla, canta per farti vivere più felice.
Guarisci figlia mia, con la bellezza dell’amore, e ricorda sempre:
tu sei la medicina.”

Hernàn Huarache Mamani, “La profezia della Curandera”

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    John Bond Francisco, “Il bambino malato”, 1893            

 

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Lente d’ingrandimento

“Mio figlio ha comprato una lente d’ingrandimento
la passa sulle più piccole cose
e rende il suo mondo dieci volte più grande
La realtà
non può
essere così grande e spaventosa
Figlio mio
la peluria sulla buccia di pesca
è tanto insignificante
quanto la nostra solitudine
in questa grande terra
Le zampette di queste mosche
solamente
sotto la lente d’ingrandimento
ci inquietano
Sospiro e tristezza,
Quando
ne parliamo
togli la tua lente d’ingrandimento
dalle linee del palmo della mia mano
altrimenti
su queste strade tortuose
ci perdiamo
Non fissarti né sui petali
né sui fiocchi di neve lucenti
la vita
spesso
mostra i suoi lati taglienti
allontanati un poco
Afghanistan
un occhio, sangue,
un sospiro, malinconia
un labbro, allegria
un artiglio, rabbia
un petto, nostalgia
una gola, pianto
una mano, carezza
Tu
sei il mio Afghanistan!
Che ogni giorno spargi il mio sangue per terra
che ogni giorno mi allontani da te
che ogni giorno per averti perdo sempre più la speranza
che ogni giorno ti amo di più
Non sono pazza
ad amarti in questo modo
c’è qualcosa in te
che apre
davanti alla morte
le vene di tutte le donne
Oppio sconosciuto
che non sappiamo
quante nostre generazioni
ha ucciso
nelle strade e nelle cantine
Non sapevo cosa fossi
il mio amarti
non so da dove
è stato inciso nei ricordi di mia madre
è come un gene irregolare ereditato
Non tornare da me!
Amico, è un dolore
di cui non ho ancora trovato sollievo, non tornerò da te!
sebbene
nessuna altra terra assomigli al tuo abbraccio
Lago
Tu sei lago! Muori nella rete del pescatore
Tu sei folle! Muori ogni giorno in catene
Un pazzo che con la bocca piena di perle
muore in un piccolo e cupo stagno
e alla fine nel tuo petto marciscono luna e pesci
e allora morirai intrappolato nel fango e nella melma
Oh allegra sirena del mare, pensa che
quando non comprendi la tua pena, muori più tardi
Mia madre intrecciava i giorni con la notte dei miei capelli
diceva: “Un giorno in questa stessa catena morirai”.

Mahbubeh Ebrahimi, “Lente d’ingrandimento”

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Foto di Emily Garthwaite, “Mother & Daughter in Herat” 

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Bambina mia

“Bambina mia,
Per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno, se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.
E invece ti lascio baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno.
Ira nelle periferie della specie.
E al centro,
ira.
Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
di sangue. Lo fa perché è facile farlo.
Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
Sentiamo ancora. Siamo ancora capaci
di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.
Tocca a te, ora,
a te tocca la lavatura di queste croste
delle cortecce vive.
C’è splendore
in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di più.
C’è splendore. Non avere paura.
Ciao faccia bella,
gioia più grande.
L’amore è il tuo destino.
Sempre. Nient’altro.
Nient’altro. Nient’altro.”

Mariangela Gualtieri

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Andrei Popov, “Crescere un figlio”

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Figlio

“Quanto sono misteriose le tue stanze
amore mio.
Le uniche che non riesco a spolverare e arieggiare.
Com’è impenetrabile
il silenzio nel tuo mondo
e per quanto tenda l’orecchio
nulla mi arriva dei sogni che fai.
Com’è quieto il tuo sguardo
sul futuro
e quanto generose le scoperte di oggi.
Vorrei essere il tuo sherpa
ma ho piedi piccoli
e spalle delicate
e ancora tante vette sospese
nei progetti passati.
Quando vorrai
mi troverai al campo base.”

Annarita Campagnolo, “Figlio”

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Thomas Benjamin Kennington, “Senzatetto”, 1890

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Per le figlie imperfette

“Per le figlie imperfette
per coloro che non
si piegano alla tradizione
Per le figlie imperfette
che ancora tentano ogni giorno
di non chiamare se stesse fallimenti:
siete qui. State diventando.
Non è abbastanza, questo?”

Ijeoma Umebinyuo (scrittrice e poeta nigeriana)

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Tomba di Menna (Antico Egitto), Madre con il neonato nella fascia, 1422-1411 a.C. (Pittura parietale) 

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Congedo

“Parti da te, figlio… da quello che sei.
Bisogna morire per imparare?
Mi chiedi.
Sì, figlio, per imparare qualcosa deve morire.
Tu non lo sai e non devi saperlo,
ma il cuore, con l’età, si restringe.
Non è più tanto capiente, immenso,
come all’inizio dei giorni.
Tra non molto gli abbandoni conteranno anch’essi.
Ma ora il tuo cuore è una piazza sconfinata,
e ti fa credere che sopravviverai
senza dover rinunciare a niente,
capirai, col tempo, quanto sia difficile trattenere
ogni cosa, ogni pensiero, ogni persona…
Sei nell’euforia di tutti gli inizi.
Qualcuno dovrà morire perché tu viva.

Domani, quando chiamerai, io non ci sarò,
ma solo perché tu possa esserci,
quando chiameranno te.”

Marcello Fois, “Congedo”, da “L’infinito non finire”

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           Berthe Morisot, “La culla”, 1872

 

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Al figlio

“Io non potrò farci nulla quando il dolore ti colpirà
e farà con te come il mare fa con le alghe, la sabbia e gli scogli.
Starò male perché tu stai male ma attenderò vicino a te
che abbia prima o poi fine la notte in cui tutte le vacche sono nere.
Non potrò farci nulla neanche quando sentirai
che questo mondo, comunque sia, è stato fatto proprio per te
e la felicità ti renderà stupido come un animale
che per la prima volta vede un’eclissi di luna.
Sarò felice perché tu sarai felice e chiederò al primo dio
che accetterà la mia preghiera di perdonarti
se crederai che quell’attimo è l’eternità.
Mi chiederò qualche volta che ne sarà di te
quando non ci sarò più. E immaginerò quelli che verranno
dopo di noi, nati da noi, fra cento e mille anni.
Se saranno biondi, e se avranno occhi chiari o scuri,
e se saranno crudeli o teneri, come a seconda delle circostanze,
lo sono stato io, e lo sarai anche tu.
Fingerò di sapere anche che la morte non è la fine di tutto,
come vogliono i poeti, i santi e gli innamorati.
Giocherò con i tuoi figli e mi ci proverò a insegnare anche a loro
che si possono chiudere le stelle nelle mani e poi aprirle
e fare
paff!
e la stella è lì davanti a te, tutta tua,
prima di perdersi nel buio della notte.
Ma io non potrò farci nulla quando sarà l’ora di andare.
Ti lascerò solo con il tuo dolore. E con i ricordi
che mi faranno vivere ancora per trenta o sessant’anni
ogni volta che ti sembrerà di sentirmi vicino a te.
Poi sarà come se non fossi mai vissuto.
Lo stesso accadrà a te.
Fra due o trecento anni solo noi sapremo
d’essere vissuti, ma non potremo raccontarlo a nessuno.”

Henry Moonlock (eteronimo di Emilio Piccolo), “Al figlio”

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      William-Adolphe Bouguereau, “Riposo”, 1879

 

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Figlia

“Conoscerai la luce, il mare mutevole

che è all’origine e al termine del mondo

le formiche laboriose sparse lungo il sentiero
che replicano l’inutile affanno degli uomini.

Conoscerai la sete di acqua e di vino
e quella dei corpi, molto più terribile
che non riuscirai a spegnere o   forse non  vorrai.

Conoscerai la fiamma, la rosa e il cristallo.
La felicità, naturalmente, ne conoscerai una parte,
soffice nuvola senz’ aria che  passò  o non è passata ancora,
la musica scatenata che è,
come il tempo, un artificio.
Non potrei  dimenticare le ingiustizie che farai
e quelle che ti saranno fatte,
il grido, il muro, la folla,
le innumerevoli ore di trambusto quotidiano

necessarie per un minimo  di  tranquillità
e quella notte di pioggia in cui sarai molto sola.

Conoscerai anche la statua, il libro, lo specchio,
il lampo e la coppa,
il sangue che scorre in cerca di una via d’uscita

la mosca ostinata, l’ inevitabile morte
a cui  non  dovrai permettere di avvicinarsi.
Un sogno ineluttabile sa già dei tuoi giorni.
Numeri, padri, fiumi, ombre,
luna – splendido dolore –
ti aspettano.”

Fernando Aramburu (poeta e scrittore basco), “Figlia”

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     Tamara de Lempicka, “Matenity”,1928

 

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Figlio

“Quanto sono misteriose le tue stanze
amore mio.
Le uniche che non riesco a spolverare e arieggiare.
Com’è impenetrabile
il silenzio nel tuo mondo
e per quanto tenda l’orecchio
nulla mi arriva dei sogni che fai.
Com’è quieto il tuo sguardo
sul futuro
e quanto generose le scoperte di oggi.
Vorrei essere il tuo sherpa
ma ho piedi piccoli
e spalle delicate
e ancora tante vette sospese
nei progetti passati.
Quando vorrai
mi troverai al campo base.”

Annarita Campagnolo, “Figlio”

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Non somigliarmi

“Non somigliarmi,
non avere, con me, niente in comune,
lascia che sia, ogni volta,
l’imprecisa dolcezza di un saluto
a condurre i tuoi passi
e quel tremore trepido che guarda
il niente per cui è dato consegnarsi.”

Francesco Scarabicchi, “Non somigliarmi”, da “Il prato bianco”

 

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Sarò puntuale quando sarai notte
“Sarò puntuale quando sarai notte,
starò dalla tua parte a ravvisarti
gli anni di molte insonnie e passi calmi.
Avrò quel viso che non so di avere,
dirò parole appena per fermarti
sull’unico confine che scompare.”
Francesco Scarabicchi, da “La figlia che non piange”, 2021

 

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  Paul Gauguin, “La Orana Maria”, 1891

 

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Il figlio

“Sai da dove vieni?
. . . vicino all’acqua d’inverno
io e lei sollevammo un rosso fuoco
consumandoci le labbra
baciandoci l’anima,
gettando al fuoco tutto,
bruciandoci la vita.
Così venisti al mondo.
Ma lei per vedermi
e per vederti un giorno
attraversò i mari
ed io per abbracciare
il suo fianco sottile
tutta la terra percorsi,
con guerre e montagne,
con arene e spine.
Così venisti al mondo.
Da tanti luoghi vieni,
dall’acqua e dalla terra,
dal fuoco e dalla neve,
da così lungi cammini
verso noi due,
dall’amore che ci ha incatenati,
che vogliamo sapere
come sei, che ci dici,
perché tu sai di più
del mondo che ti demmo.
Come una gran tempesta
noi scuotemmo
l’albero della vita
fino alle più occulte
fibre delle radici
ed ora appari
cantando nel fogliame,
sul più alto ramo
che con te raggiungemmo.”

Pablo Neruda, “Il figlio”

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     Margarita Sikorkaia

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A mio figlio

“Ragazzo mio,
io non ho paura di morire.
Tuttavia, ogni tanto
mentre lavoro
nella solitudine della notte,
ho un sussulto nel cuore,
saziarsi della vita, figlio mio,
è impossibile.
Non vivere su questa terra
come un inquilino,
o come un villeggiante stagionale.
Vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre.
Credi al grano,
alla terra, al mare,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Ama la nuvola,
il libro
la macchina,
ma prima di tutto
l’uomo.
Senti in fondo al tuo cuore
il dolore del ramo che secca,
del pianeta che si spegne,
della bestia ferita,
ma prima di tutto
il dolore dell’uomo.
Godi di tutti i beni terrestri,
del sole,
della pioggia
e della neve,
dell’inverno e dell’estate,
del buio e della luce,
ma prima di tutto
godi dell’uomo.”

Nazim Hikmet

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     Fausto Pirandello, “Padre e figlio”, 1934

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E chi glielo dice adesso ai miei figli

“E chi glielo dice adesso ai miei figli
Che tutto questo rumigare nelle pieghe della vita.
Tutto questo frugare il femminile
Tutto questo lunghissimo fuggire.
Interrotto da brevissimi lampi di presenza.
Che tutto questo sostanzialmente
Si potrebbe definire come
Inutile
Stupendamente Stupefacentemente Meravigliosamente

Inutile

E chi glielo dice che mentre sono qui
In preda all’ansimare
Di una probabile fine della corsa
Se proprio devo dire cosa sento
Dico che di questa inutilità sono contento.
Niente
Non sei servito a niente
Non hai cambiato il mondo di un millimetro
Il mondo invece a te ti cambiato tante volte
E adesso sei qui tornato da dove eri partito
In modo che si potrebbe quasi dire
Che l’unico moto di rivoluzione che hai compiuto
E’ stato nel fare il giro di te stesso.”

Marco Armando Ribani

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        Gino Severini, “Maternità”, 1916 

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I vostri figli

“… E una donna che aveva al seno un bambino disse: parlaci dei figli. Ed egli rispose:

I vostri figli non sono figli vostri…

sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.”

Kahlil Gibran, da “Il Profeta”

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I padri sono figli

“Una delle cose più belle dell’essere padre è
che non bisogna smettere di essere figli.
In effetti non c’è scelta.
I padri sono figli: entrambi soggetto e predicato,
che si godono il privilegio di essere due, in uno.
II padre-e-figlio fortunato può trovare
sostegno in due direzioni: saggezza, forza
e compassione nel padre, intuito e gioia nei figli.
Il bambino può essere padre dell’uomo, e se guardi
da vicino negli occhi di tuo figlio, probabilmente
vedrai gli occhi di tuo padre che ti restituiscono lo sguardo.”

Jon Steewart, “ I padri sono figli”

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Diego Rivera, “La noche de los pobres”, 1928

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I figli sono come gli aquiloni
“I figli sono come gli aquiloni,
passi la vita a cercare di farli alzare da terra.
Corri e corri con loro
fino a restare tutti e due senza fiato…
Come gli aquiloni, essi finiscono a terra…
e tu rappezzi e conforti, aggiusti e insegni.
Li vedi sollevarsi nel vento e li rassicuri
che presto impareranno a volare.
Infine sono in aria:
gli ci vuole più spago e tu seguiti a darne.
E a ogni metro di corda
che sfugge dalla tua mano
il cuore ti si riempie di gioia
e di tristezza insieme.
Giorno dopo giorno
l’aquilone si allontana sempre più
e tu senti che non passerà molto tempo
prima che quella bella creatura
spezzi il filo che vi unisce e si innalzi,
come è giusto che sia, libera e sola.
Allora soltanto saprai
di avere assolto il tuo compito.”
Erma Bombeck
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Per mia figlia
“Un giorno, meravigliosa creatura,
io per te diventerò un ricordo,
là, nella tua memoria,
sperduto, così lontano, lontano.
Tu dimenticherai il mio profilo
col naso a gobba,
e la fronte nell’apoteosi della sigaretta,
e il mio eterno riso, che tutti intriga,
e il centinaio, sulla mano operaia,
di anelli d’argento,
la soffitta-cabina,
la divina sedizione delle mie carte.
E come, in un anno tremendo,
innalzate dalla sventura,
tu piccola eri e io giovane.”
Marina Cvetaeva, novembre 1919, da “Versi per la figlia”
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I figli
“Perché non durano le madri
e i figli sono un transito muto
ponti, contrade che hanno solo vento,
i figli durano fino alle madri
e poi trascorrono, si scolorisce
in loro questa parola semplice,
la vita, nella penombra
dove saranno allontanati.
Perché si perde il viso delle madri,
il viso dura fino al cuore dei figli
dopo non batte, non respirano
hanno quell’invisibile nel cuore,
i figli.”
Roberto Carifi, “I figli”, da”Amorosa sempre – (Poesie 1980-2018)”, 2018
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In evidenza: Foto di Masoud Mirzaei

 

 

 

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