Linguaggi

Accordi irrisolti

05.11.2021

“Tonica, terza, quinta,
settima diminuita.
Resta dunque irrisolto
l’accordo della mia vita?”

Giorgio Caproni, da “Cadenza”

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Errata Corrige
ERRATA
Non sai mai dove sei.
CORRIGE
Non sei mai dove sai.

Giorgio Caproni, da  “Il Franco cacciatore”

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“Da un pezzo me ne sono accorto.
La ragione è sempre
dalla parte del torto.”

Giorgio Caproni, da “Acquisizione”

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Gli inagibili
“Io credo di appartenere a una tipologia umana di cui si parla poco: gli inagibili.
L’uomo inagibile è come una casa colpita dal terremoto.
Non è caduta, ma è pericoloso starci dentro, è, appunto, inagibile.
Il terremoto che rende inagibili gli umani in genere si verifica nell’infanzia.
Non è detto che il terremoto è quello che ci raccontiamo noi ricostruendo la nostra vita da soli o con l’aiuto di un analista.
Il terremoto di cui parlo è molto misterioso, è qualcosa di diverso dal trauma.
Gli inagibili sono inquieti di lungo corso, con l’aggiunta di tremori feroci e improvvisi.
Le persone rotte temono di cadere, magari per un nuovo terremoto anche lieve.
E il timore ancora più grande è la sensazione di essere irreparabili.
Se chiudi una crepa se ne apre un’altra.
Se la nascondi se ne aprono tantissime.
Non sei più un essere umano, ma un allevamento di crepe.
L’unico sollievo possibile per chi è inagibile è trovare persone con gli stessi problemi e farsi compagnia.
Tu pensi di essere una sventura particolare e invece ti accorgi che è proprio la condizione umana ad essere inagibile.
E allora ti ritrovi fratello di gente che ti sembrava incolume e vigorosa.
Tutta apparenza.
La verità è che da tempo gli esseri umani sono divenuti inagibili o forse lo sono sempre stati.
Siamo bruciati dalla vampa del venire al mondo e passiamo la vita dentro questa vampa fino a diventare cenere.
La salute può venire solo dalla resa al nostro destino.
La farfalla paga il suo prezzo a essere farfalla, la pietra paga il suo prezzo a essere pietra.
Noi siamo vivi perché siamo inagibili.
Se fossimo saldi e senza crepe non saremmo carne viva, ma calcestruzzo.”

Franco Arminio

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A volte, solo a volte

“A volte, solo a volte,
ritirarsi non è arrendersi
Cambiare non è ipocrisia,
disfare non è distruggere.
Essere soli non è allontanarsi,
e il silenzio non è non avere niente da dire.
Restare fermi non è pigrizia,
né vigliaccheria, è sopravvivere.
Immergersi non è annegare,
retrocedere non è fuggire.
A volte, solo a volte,
occorre allontanarsi per vedere,
abbandonarsi, lasciare che scorra, che il vento cambi,
chiudere gli occhi e tacere.
A volte bisogna ascoltarsi.”

Maria Guadalupe Munguia Torres

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Aver ragione

Quando a furia di prove e di argomenti
e obiezioni e domande sei riuscito
a farti dare ragione
e l’altro, quello che ha torto,
lo vedi zitto lì davanti,
sgonfio, come morto,
questa scena di uno abbandonato
dalle parole
ti fa talmente patire
che pur di farlo ancora un po’ parlare,
pur di non essere più
lì da solo
vorresti dire che non importa,
che la cosa non è
poi tanto chiara.

Proprio allora
ti accorgi che il discorso
ha lasciato anche te.”

Umberto Fiori, “Aver ragione”, da “Chiarimenti”, 1995

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Il confine

“Cerco il principio del male
come da bambina cercavo i margini della pioggia.
Con tutte le forze correvo per trovare
il luogo dove
sedermi a terra a contemplare
da una parte pioggia, da una parte niente pioggia.
Ma sempre la pioggia smetteva prima
che ne scoprissi i confini
e ricominciava prima
di capire fin dove è sereno.
Invano sono cresciuta.
Con tutte le forze
corro ancora per trovare il luogo
dove sedermi a terra e contemplare
la linea che separa il male dal bene.
Ma sempre il male smette prima
che ne scopra il confine
e ricomincia prima
di capire fin dove è bene.
Io cerco il principio del male
su questa terra
volta per volta
grigia e assolata.”

Ana Blandiana, “Il confine”

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Onda

“Se più non sentissi….
nella mia oceanica mente,
quest’onda che nasce,
che correndo cresce,
cozzando col fondo dell’anima,
raccoglie forza, si nutre e fluisce,
avanza impetuosa, trascina, trasporta..
s’increspa, si rotola, rigira le acque…
arriva
sulla riva del mio cuore
scema
si posa
Se più non sentissi….
sarebbe calmo il mio mare.”

Almina Madau, “Onda”

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Ho pensato stamattina

“Ho pensato stamattina:
non ritorna più la magia della vita
non ritorna.
Ma ecco, il sole improvviso in casa mia
essenza viva per me
e il tavolo con il pane
è oro
e il fiore sul tavolo e le tazze
oro
e cosa ne è stato della tristezza?
C’è splendore anche nella tristezza.”
 Zelda Mishkovsky Schneerson
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Lava
“E se Eraclito e Parmenide
avessero ragione contemporaneamente
e due mondi esistessero affiancati
uno tranquillo, l’altro folle; una freccia
scocca immemore, e l’altra indulgente
la osserva; lo stesso flutto si frange e non si frange,
gli animali nascono e muoiono nello stesso istante,
le foglie di betulla giocano con il vento e al contempo
si struggono in una crudele fiamma rugginosa.
La lava uccide e serba, il cuore batte e viene colpito,
c’era la guerra, la guerra non c’era,
gli ebrei sono morti, vivono gli ebrei, le città bruciarono,
le città rimangono, l’amore avvizzisce, il bacio è eterno,
le ali dello sparviero devono essere brune,
tu sei sempre con me, anche se non ci siamo più,
le navi affondano, la sabbia canta e le nuvole
vagano come veli nuziali sfilacciati.
Tutto è perduto. Tanto incanto. I colli
reggono cauti lunghi stendardi boscosi,
il muschio sale sul campanile di pietra della chiesa
e con labbra minute timidamente loda il Settentrione.
Al crepuscolo i gelsomini brillano come lampade
folli stordite dalla propria luce.
Nel museo davanti a una tela scura
si stringono pupille feline. Tutto è finito.
I cavalieri galoppano su cavalli neri, il tiranno scrive
una sgrammaticata condanna a morte.
La giovinezza si dissolve nell’arco
di un giorno, i volti delle fanciulle si fanno
medaglioni, la disperazione volge in estasi
e i duri frutti delle stelle crescono nel cielo
come grappoli d’uva e la bellezza dura, tremula, immota
e Dio c’è e muore, la notte torna a noi
sul fare della sera, e l’alba è brizzolata di rugiada.”
Adam Zagajewski, “Lava”
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Reciprocità

“Ci sono cataloghi di cataloghi.
Poesie su poesie.
Ci sono drammi su attori recitati da attori.
Lettere in risposta a lettere.
Parole che spiegano parole.
Cervelli impegnati a studiare il cervello.
Ci sono tristezze contagiose come il riso.
Carte nate da carte macerate.
Sguardi veduti.
Casi declinati da casi.
Fiumi grandi per il copioso contributo di piccoli.
Foreste infestate da foreste.
Macchine destinate a produrre macchine.
Sogni che all’improvviso ci destano da sogni.
Una salute di ferro necessaria a riacquistare la salute.
Scale che portano giù come portano su.
Occhiali per cercare occhiali.
L’inspirazione e l’espirazione del respiro.
E ci sia anche, almeno di tanto in tanto,
l’odio dell’odio.
Perché alla fin fine
c’è l’ignoranza dell’ignoranza
E mani ingaggiate per lavarsene le mani.”

Wislawa Szymborska, “Reciprocità”

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    Foto di Ganni Berengo Gardin

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La parte in ombra

“Vedo che una farfalla.
Dove passa lascia un’ombra per terra,
eppure le ali bianche attraversano il vento
e nulla di quel volo
sembra pesi nell’aria,
ripetendo sotto di sé
la forma trasparente del viaggio.

Chissà se apparteniamo
all’ombra o al chiaro,
e se nel doppio andare
siamo gli stessi,
oppure chi è l’intruso,
se più l’animo o il corpo,
magari sconosciuti l’uno all’altro.

Chissà chi era il pinnacolo
e chi il vento.”

Sergio Zavoli, da “La parte in ombra”

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Tra l’andarsene e il restare

“Tra l’andarsene e il restare dubita il giorno,
innamorato della sua trasparenza.

La sera circolare è già baia:
nel suo quieto viavai oscilla il mondo.

Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è intoccabile.

I fogli, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all’ombra dei loro nomi.

Palpitare del tempo che nelle mie tempie ripete
la stessa ostinata sillaba di sangue.

La luce fa del muro indifferente
uno spettrale teatro di riflessi.

Nel centro di un occhio mi scopro;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.

Si dissipa l’istante. Senza muovermi,
io resto e me ne vado: sono una pausa.”

Octavio Paz, “Tra l’andarsene e il restare”

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Foto di Nicola Davison Reed

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Sempre questa sensazione di inquietudine

“Sempre questa sensazione di inquietudine
Di attesa d’altro.
Oggi sono le farfalle e domani sarà la
tristezza inspiegabile,
la noia o l’ansia sfrenata
di rassettare questa o quella stanza,
di cucire, andare qua e là a fare commissioni,
e intanto cerco di tappare l’Universo con un dito,
creare la mia felicità con
ingredienti da ricetta di cucina,
succhiandomi le dita di tanto in tanto,
di tanto in tanto sentendo che mai potrò essere sazia,
che sono un barile senza fondo,
sapendo che “non mi adeguerò mai”,
ma cercando assurdamente di adeguarmi
mentre il mio corpo e la mia mente si aprono,
si dilatano come pori infiniti
in cui si annida una donna che avrebbe
voluto essere
uccello, mare, stella,
ventre profondo che dà alla luce Universi
splendenti stelle nove…
e continuo a far scoppiare Palomitas nel cervello,
bianchi bioccoli di cotone,
raffiche di poesie che mi colpiscono
tutto il giorno e
mi fanno desiderare di gonfiarmi come un
pallone per contenere
il Mondo, la Natura, per assorbire tutto e stare
ovunque, vivendo mille e una vita differente…
Ma devo ricordarmi che sono qui e che
Continuerò
ad anelare, ad afferrare frammenti di chiarore,
a cucirmi un vestito di sole,
di luna, il vestito verde color del tempo
con il quale ho sognato di vivere
un giorno su Venere.”

Gioconda Belli, “Sempre”

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Così come non possiamo
“Così come non possiamo
sostenere a lungo uno sguardo,
neppure possiamo sostenere a lungo l’allegria,
la spirale dell’amore,
la gratuità del pensiero,
la terra sospesa nel canto.
Non possiamo nemmeno sostenere a lungo
le proporzioni del silenzio
quando qualcosa lo visita.
E ancora meno
quando niente lo visita.
L’uomo non può sostenere a lungo l’uomo,
e neppure quello che non è umano.
E tuttavia può
sopportare il peso inesorabile
di ciò che non esiste.”
Roberto Juarroz, da “Settima poesia verticale”, 1982
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In evidenza: Foto di Robert Doisneau 

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