“Ci sentiamo sempre più giovani di quel che siamo. Mi porto dentro i miei volti precedenti, come un albero contiene i suoi anelli. Io sono la loro somma. Lo specchio vede solo il mio ultimo volto, ma io sono anche tutti quelli precedenti. I ricordi mi scrutano -un mattino di giugno- troppo presto per svegliarsi, troppo tardi per riprendere sonno. Come quando un uomo è così immerso in un sogno che mai, ritornato al suo spazio, ricorderà l’esserci stato. E nelle profondità della terra, scivola silenziosa l’anima come una cometa”.
Tomas Tranströmer
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Lu tempu e la storia
“A Carlo Levi“
Quantu strata,
quantu lacrimi
e quantu sangu ancora, cumpagnu.
La storia zappa a cintimitru
e l’omini hannu li pedi di chiummu.
Nun parra l’amarizza
chi mi cummogghia lu cori stanotti,
né le scuru supra li muntagni,
ma lu silenziu
di seculi luntani.
È la puisia
chi tocca lu pusu di la storia:
la vuci risuscitata di Maiakovski,
lu chiantu di Hiroshima,
lu lamentu di García Lorca
fucilatu a lu muru.
Quannu ti pari c’arrivi,
sì a l’accuminzagghia, cumpagnu;
nun t’avviliri di chissu,
seguita a svacantari
puzzi di duluri,
àvutri vrazza
doppu di tia e di mia virrannu.
A l’ingiustizia c’ammunzedda negghi
e nverni friddi
supra li carni di la terra,
ciusciacci lu focu di lu to amuri.
Nun ti stancari di scippari spini,
di siminari a l’acqua e a lu ventu;
la storia nun meti a giugno,
nun vinnigna a ottuviru,
havi na sula staciuni:
lu tempu.
Nun t’avviliri, cumpagnu,
si nun ti sacciu diri
quannu lu suli
finisci di siccari
li chiai di la terra.”
(“Il tempo e la storia. Quanta strada, quante lacrime e quanto sangue ancora, compagno. La storia zappa a centimetri e gli uomini hanno i piedi di piombo. Non parla l’amarezza che mi copre il cuore stanotte, né l’oscurità sulle montagne, ma il silenzio dei secoli lontani. È la poesia che tocca il polso della storia: la voce resuscitata di Maiakovski, il pianto di Hiroshima, il lamento de García Lorca fucilato al muro. Quando ti sembra di arrivare, sei all’inizio, compagno; non ti avvilire per questo, seguita a svuotare pozzi di dolore, altre braccia
dopo di te e di me verranno. Sull’ingiustizia che ammucchia nuvole e inverni freddi sopra le carni della terra,
soffia il fuoco del tuo amore. Non ti stancare di strappare spine, di seminare all’acqua e al vento; la storia non miete a giugno, non vendemmia a ottobre, ha una sola stagione: il tempo. Non ti avvilire, compagno, se non ti so dire quando il sole finirà di seccare le piaghe della terra.”)
Ignazio Buttitta, “Lu tempu e la storia”
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“Faccia a faccia,
schiene rivolte ai malanni del mondo.
Dietro gli occhi
ed i tendaggi chiusi,
tutto d’un colpo
caldo e guerra.
Il caldo finirà prima,
il venticello fresco
non riporterà
i giovani fucilati,
non raffredderà
il furore dei vivi.
L’incendio,
anche se ci si attarda, verrà,
molte acque non possono spegnere, ecc.
Anche le nostre braccia
sono lunghe appena per abbracciare i nostri corpi:
siamo una piccola folla incitata
ad arrampicarsi e a mordersi
a rifugiarsi nel letto
nel momento in cui nell’ozono sopra di noi
si spalanca un sorriso sprezzante.”
Tal Nitzán (poetessa e pacifista israeliana), da “Architettura d’interni”, 2010 – Traduzione di Fernanda Ferraresso
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Nick Hedges
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Niente
“È questo che porti arrotolato
con cura, piegato
in quattro, alla rinfusa
sgualcito spiegazzato
ficcato ovunque
negli angoli più oscuri,
niente da dichiarare
niente
devi dire niente.
Il doganiere non ti capirebbe.
La memoria è sempre un contrabbando.”
Bartolo Cattafi, “Niente”, da “Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi”
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La storia
“La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti lento fuoco.
La storia non è prodotta da chi la pensa e neppure da chi l’ignora.
La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco al poco, non procede né recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell’orario.
La storia non giustifica e non deplora, la storia non è intrinseca perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi la devastante ruspa che si dice. Lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge quanto più può; se esagerasse, certo sarebbe meglio, ma la storia è a corto di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo come una rete a strascico con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma d’uno scampato e non sembra particolarmente felice. Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato. Gli altri, nel sacco, si credono più liberi di lui.”
Eugenio Montale, “La storia”, da “Satura”, 1971
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Eugène Delacroix, “La liberta che guida il popolo”, 1830

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Ah, sí, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie senza senso
“Ah, sí, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie senza senso,
sacrifici e sconfitte e sconfitte, e altre battaglie, per cose
che ormai erano state decise da altri in nostra assenza. E gli uomini, innocenti,
a infilarsi le forcine negli occhi, a sbattere la testa
contro il muro altissimo, ben sapendo che il muro non cede
né men si fende, per consentirgli di vedere almeno da una fessura
un po’ di azzurro non offuscato dalla loro ombra e dal tempo. Eppure – chissà –
là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo
tra ferri arrugginiti e ossi di tori e di cavalli,
tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po’ d’alloro
e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello d’oro.”
Ghiannis Ritsos, da “Elena”, in “Quarta dimensione”
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To My Favorite 17-Year-Old High School Girl
“Ti rendi conto che se tu avessi cominciato
a costruire il Partenone il giorno in cui sei nata
ti mancherebbe solo un anno per finirlo?
Certo, non avresti potuto farlo da sola,
e allora non importa: vai bene così come sei.
Ti vogliamo bene perché sei come sei.
Ma lo sapevi che alla tua età Judy Garland
tirava su 150.000 dollari a foto,
Giovanna d’Arco guidava l’esercito francese alla vittoria,
e Blaise Pascal aveva pulito la sua camera?
No aspetta, voglio dire aveva inventato la calcolatrice.
Certo, avrai tempo per tutto questo anche più avanti nella vita
quando uscirai dalla tua camera
e comincerai a sbocciare, o almeno a raccogliere tutte le tue calze.
Per qualche ragione, mi viene sempre in mente che Lady Jane Grey
era regina d’Inghilterra a soli quindici anni,
ma poi fu decapitata, e allora forse è meglio non prenderla ad esempio.
Pochi secoli dopo, quando aveva la tua età,
Franz Schubert lavava i piatti per la sua famiglia,
ma questo non gli impedì di comporre due sinfonie,
quattro opere e due messe complete quando era ancora ragazzino.
Certo, questo succedeva in Austria al culmine
del lirismo romantico, non qui nella periferia di Cleveland.
Francamente, che importa se Annie Oakley era un cecchino infallibile a quindici anni,
o se Maria Callas debuttava come Tosca a diciassette?
Pensiamo che tu sia speciale così come sei,
mentre giocherelli col cibo, lo sguardo perso nel vuoto.
A proposito, ho mentito dicendo che Schubert lavava i piatti,
ma questo non vuol dire che non abbia mai dato una mano in casa.”
Billy James Collins (Usa), “To My Favorite 17-Year-Old High School Girl”, da “Aimless Love. New and Selected Poems” – Traduzione di Franco Nasi
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Mario De Biasi

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Reperto meraviglioso
“Tra mille e mille anni
studiando la storia
il sovrapporsi degli strati
il contenuto in fossili
contando gli anelli concentrici dei tuoi anni
scoprendo questo segno leggero
lasciato da te
la traccia interrotta
l’incisione per sempre che sei
le nervature delicate della tua foglia
sarò studiosa di te
della struttura inalterata
dell’alone luminoso della tua follia
del soffio della tua poesia
scaverò tremando
troverò l’impronta
della tua
lì così.”
Vivian Lamarque, “Reperto meraviglioso”
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Eppure
“Per gli incolori
che non hanno canto
neppure il grido,
per chi solo transita
senza nemmeno raccontare il suo respiro,
per i dispersi nelle tane, nei meandri
dove non c’è segno, né nido,
per gli oscurati dal sole altrui,
per la polvere
di cui non si può dire la storia,
per i non nati mai
perché non furono riconosciuti,
per le parole perdute nell’ansia
per gli anni che nessuno canta
essendo solo desiderio spento,
per le grandi solitudini che si affollano
i sentieri persi
gli occhi chiusi
i reclusi nelle carceri d’ombra
per gli innominati,
i semplici deserti:
fiume senza bandiere senza sponde
eppure. eterno fiume dell’esistere.”
Pietro Ingrao, “Eppure”, da “L’alta febbre del fare”
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Vengo da lontano
“Vengo da lontano,
ma non mancherò quel giorno,
Vengo dalle frontiere dell’uomo,
conosco le sue virtù estreme
e le sue estreme miserie,
nulla mi stupisce
e tutto mi sorprende.
Io stesso ho camminato a lungo
per i lunghi corridoi del buio,
spesso
colpevolmente smarrito
in facili labirinti.
Non mancherò quel giorno.
Vengo dal coniugare il verbo del silenzio,
conosco a memoria
i suoi più nascosti orizzonti.
Ho vissuto a fondo calma e tempesta,
sono stato bersaglio dei suoi fulmini,
vengo da un tempo dove amore e rabbia
si incontravano sovente nelle mani.
Non mancherò quel giorno,
in questo transito scolpito in me
l’urlo silenzioso degli assenti, e
ultimamente
la solitudine
troppo spesso mi attanaglia.
Ma non mancherò quel giorno,
la mano aperta
pronta per stringere un’altra,
quanto mai presente
io
non mancherò quel giorno
né a nessun altro.”
Egidio Molinas Leiva, da “Non mancherò”
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Oceano nuziale
“Questa storia comincia molto prima di noi.
Ci sono volute età di dolore e d’oro,
di pietra e di acqua antica, glaciazioni,
battaglie e lamenti, secoli, soffi,
una sera di marzo all’Isla Negra,
caverne, vulcani, libri, guerre, aquile,
stelle, formiche, ponti, labbra, tunnel,
poesie, caramelle, Carmen, rose
che Luis rubava per regalarle a te.
Ci sono voluti mari manoscritti,
madri che ci hanno allattato, tempeste,
tori di neve, navi, nubi, foglie
che cadono al suolo in un giardino in Cile
quando nessuno le vede,
miserie e miracoli, per giungere qui,
sulle sponde di questo oceano nuziale,
del vostro amore che sta ricominciando.
Ci sono volute, persino,
cose che non c’era bisogno che accadessero:
tiranni, per esempio,
che non sanno, poverini, che l’amore li tollera e li usa per diventare più forte,
e che laddove seminano la loro impotenza,
il seme putrefatto del non posso,
la vita riesce a far crescere, nella sua pazienza,
la rosa regalata del sì voglio.
Questa storia comincia molto prima di noi,
e non ha fine.
Ci è mancato poco che non accadesse, e tuttavia
è accaduta, siamo qui, a battezzarci
nelle acque benedette
del vostro nostro oceano nuziale.
Oggi la vita è un sì. Ha senso.
L’amore, come il mare, non dorme mai.
E la marea cresce anche se nessuno la guarda.
Avete attraversato anni, paesi, pagine
per arrivare qui. E tanti auguri.”
Juan Vicente Piqueras, “Oceano Nuziale”, in “Vigilia di restare”
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La memoria è un remoto quando
“La memoria è un remoto quando
(quando ti conobbi, quando te ne andasti)
o imperfetto
(quando eravamo piccoli,
quando eri con me).
Nel desiderio siamo ancora più quando
(quando tornerai,
quando sarà il momento,
quando arriverà),
siamo subordinati e senza protezione…
Soltanto quando dormo il quando s’addormenta.”
Juan Vicente Piqueras
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Orfani
“Siamo orfani di cultura
quando non ci insegnano ad amarla,
siamo orfani di terra
se si ostinano a nascondercela
siamo orfani di mare
se chi ci ha preceduto
non l’ha saputo preservare
siamo orfani quando la nostra storia viene cancellata
o manomessa
e non c’è più nessuno che la tramanda
siamo orfani di patria
quando costretti ad andar via
diventiamo migranti ma dentro restiamo orfani
orfani di noi stessi.”
Fiorenza Mongelli, “Orfani”
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La preghiera dell’alba
“Fa miracoli questo albeggiare.
Scrive la sua pagina di luce
sul quaderno scuro della notte.
Annulla la nostra disperazione,
assolve la nostra follia,
accerta che il mondo
non si è dissolto nelle tenebre
come abbiamo temuto
a partire da quella sera in cui,
da una caverna della preistoria,
osservammo per la prima volta il crepuscolo.
Ieri non resuscita.
Quello che è dietro non conta.
Quel che vivemmo già non è più
L’alba ci consegna la prima ora
la prima ora di un’altra vita.
La sola nostra verità
è il giorno che comincia.
José Emilio Pacheco Berny (scrittore e poeta messicano), “La preghiera dell’alba”
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Ho visto sulla neve
“Ho visto sulla neve
un cervo preso in trappola.
Ho visto sullo stagno
un annegato galleggiare.
Ho visto sulla spiaggia
una dura conchiglia.
Ho visto sulle acque
i tremolanti uccelli.
Ho visto nelle città
dei servili dannati.
Ho visto nella pianura
il polverone dell’ odio.
Ho visto sul mare
il sole amaro.
Ho visto nello spazio
questo secolo che passa.
Ho visto nei cieli
degli occhi impenetrabili.
Ho visto nella mia anima
la cenere e la fiamma.
Ho visto nel mio cuore
un nero dio vincitore.”
Marguerite Yourcenar, da “I Doni di Alcippe”
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La canzone del muro di Berlino
“Questa è la casa distrutta da Jack.
Questo è il luogo dove una moneta sgualcita
si conficca, e dove Hans viene ucciso.
Questo è il muro costruito da Ivan.
Questo è il muro costruito da Ivan.
Eppure, cercando di placare il suo senso di colpa,
l’ha costruito con uno scialbo cemento grigio chiaro
e gli esplosivi agiscono con discrezione.
Sotto quel muro che a) annoia, b) spaventa
grovigli di filo spinato si accumulano come matasse
usate dalla nonna (la sua sedia ancora dondola!)
ma la tensione è troppo alta per rammendare calze.
Oltre quel muro sventola una bandiera gergale
su quel giallo, rosso e nero
il Compasso e il Martello proclamano che
l’autentico sogno massonico è giunto.
Dal loro nido pazientemente i poliziotti
scandiscono con i loro binocoli Occidente
e Oriente; amano entrambi gli orizzonti
apparentemente vuoti di ebrei.
Chi è stato visto, considerato, ascoltato, qui,
fu separato dal desiderio dei Soldi
o da una possente urgenza marxista.
Il muro non permetterà loro di unirsi.
Vieni su questo muro se disprezzi i tuoi luoghi
e ammira un esemplare spazio cosmico
dove nessuna forma di vita può esistere
e solo gli oggetti cadono.
Vieni verso questo disprezzo della pace e della guerra
versione pietrificata di una o dell’altra,
serpeggia tra queste paludi desolate che agiscono
come uno specchio frantumato.
Il giorno è triste, qui.
Di notte
i riflettori illuminano quella piaga
certificando che se qualcuno urla
non è per un brutto sogno.
A proposito, i sogni non sono male: solo che
sono intrisi del sangue di uno dei tuoi che ha lasciato
il suo ruolo per caracollare fin qui; sulla sua testa
i sogni si sono tramutati in piombo.
Detto questo, soltanto il Tempo
ha abbastanza fegato per commettere un crimine
e passare avanti indietro, in questo posto, a piedi:
ai pendoli non sparano.
Ecco perché questo luogo vedrà molte lune
mentre le coppie stanno nei letti come cucchiai,
mentre i ricchi si domandano sulla profondità
dei propri desideri e le ragazze sole mangiano pesce.
Vieni a questo muro che batte tutti gli altri:
Romano, Cinese, i cui corrotti, falsi
molari invidiano le zanne d’acciaio che
lampeggiano sulla carne dei vicini.
Un uccello può squillare una canzone migliore.
Considera quanto è errato un aborto
(le chiacchiere dei ciarlatani chiedono commissioni
francamente alte) vieni sopra questo muro, guarda.”
Iosif Brodskij, ““The Berlin Wall Tune”, pubblicata il 17 dicembre 1981 sul “The New York Review of Books”
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Foto tratta dal web

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Pensieri che mi assalgono nelle vie animate
“Volti.
Miliardi di volti sulla faccia della terra.
Ciascuno diverso, sembra,
da quelli che furono e saranno.
Ma la Natura – e chi mai la conosce –
forse stanca per l’incessante lavoro
ripete le sue trovate precedenti
e ci mette volti
già adoperati un tempo.
Forse ti viene incontro
Archimede in jeans,
Caterina II con uno straccetto dei saldi,
un faraone con cartella e occhiali.
La vedova d’un calzolaio con le scarpe rotte
di una Varsavia ancora piccina,
il maestro della grotta d’Altamira
che porta i nipoti allo zoo,
un vandalo irsuto diretto al museo
per estasiarsi un po’.
Caduti di duecento secoli fa,
di cinque secoli fa
e di mezzo secolo fa.
Qualcuno trasportato di qua in un cocchio d’oro,
qualcuno in un vagone dei campi di sterminio.
Montezuma, Confucio, Nabucodonosor,
le loro tate, le loro lavandaie e Semiramide
che conversa soltanto in inglese.
Miliardi di volti sulla faccia della terra.
Il tuo volto, il mio, di chi
non lo saprai mai.
La Natura, forse, deve ingannare,
e per riuscirci, e per provvedere,
comincia a pescare ciò che è affondato
nello specchio dell’oblio.”
Wislawa Szymborska, da “La gioia di scrivere”
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La realtà esige
“La realtà esige
che si dica anche questo:
la vita continua.
Continua a Canne e Borodino
e a Kosovo Polje e a Guernica.
C’è un distributore di benzina
nella piazza di Gerico,
ci sono panchine dipinte di fresco
sotto la Montagna Bianca.
Lettere vanno e vengono
tra Pearl Harbour e Hastings,
un furgone di mobili transita
sotto l’occhio del leone di Cheronea,
e ai frutteti in fiore intorno a Verdun
si avvicina il fronte atmosferico.
C’è tanto Tutto
che il Nulla è davvero ben celato.
Dagli yacht ormeggiati ad Anzio
arriva la musica
e le coppie danzano sui ponti al sole.
Talmente tanto accade di continuo
che deve accadere dappertutto.
Dove non è rimasta pietra su pietra,
c’è un carretto di gelati
assediato dai bambini.
Dov’era Hiroshima
c’è ancora Hiroshima
e si producono molte cose
d’uso quotidiano.
Questo orribile mondo non è privo di grazie,
non è senza mattini
per cui valga la pena svegliarsi.
Sui campi di Maciejowice
l’erba è verde
e sull’erba, come è normale sull’erba,
una rugiada trasparente.
Forse non ci sono campi se non di battaglia,
quelli ancora ricordati,
quelli già dimenticati,
boschi di betulle e boschi di cedri,
nevi e nebbie, paludi iridescenti
e forre di nera sconfitta,
dove per un bisogno impellente
ci si accuccia dietro a un cespuglio.
Qual è la morale? – forse nessuna.
Di certo c’è solo il sangue che scorre e si rapprende
e, come sempre, fiumi, nuvole.
Sui valichi tragici
il vento porta via i cappelli
e non c’è niente da fare –
lo spettacolo ci diverte.”
Wislawa Szymborska, “La realtà esige”, da “Ogni caso”, 1972
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Foto del “Corriere della Sera”
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La breve vita dei nostri antenati
“Non arrivavano in molti fino a trent’anni.
La vecchiaia era un privilegio di alberi e pietre.
L’infanzia durava quanto quella dei cuccioli di lupo.
Bisognava sbrigarsi, fare in tempo a vivere
prima che tramontasse il sole,
prima che cadesse la neve.
Le genitrici tredicenni,
i cercatori quattrenni di nidi fra i giunchi,
i capicaccia ventenni –
un attimo prima non c’erano, già non ci sono più.
1 capi dell’infinito si univano in fretta.
Le fattucchiere biascicavano esorcismi
con ancora tutti i denti della giovinezza.
Il figlio si faceva uomo sotto gli occhi del padre.
Il nipote nasceva sotto l’occhiaia del nonno.
E del resto non si contavano gli anni.
Contavano reti, pentole, capanni, asce.
Il tempo, così prodigo con una qualsiasi stella del cielo,
tendeva loro la mano quasi vuota,
e la ritraeva in fretta, come dispiaciuto.
Ancora un passo, ancora due
lungo il fiume scintillante,
che dall’oscurità nasce e nell’oscurità scompare.
Non c’era un attimo da perdere,
domande da rinviare e illuminazioni tardive,
se non le si erano avute per tempo.
La saggezza non poteva aspettare i capelli bianchi.
Doveva vedere con chiarezza, prima che fosse chiaro,
e udire ogni voce, prima che risonasse.
Il bene e il male –
ne sapevano poco, ma tutto:
quando il male trionfa, il bene si cela;
quando il bene si mostra, il male attende nascosto.
Nessuno dei due si può vincere
o allontanare a una distanza definitiva.
Ecco il perché d’una gioia sempre tinta di terrore,
d’una disperazione mai disgiunta da tacita speranza.
La vita, per quanto lunga, sarà sempre breve.
Troppo breve per aggiungere qualcosa.”
Wislawa Szymborska, “La breve vita dei nostri antenati”
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Scorcio di secolo
“Doveva essere migliore degli altri il nostro XX secolo.
Non farà più in tempo a dimostrarlo,
ha gli anni contati,
il passo malfermo,
il fiato corto.
Sono ormai successe troppe cose
che non dovevano succedere,
e quel che doveva arrivare
non è arrivato.
Ci si doveva avviare verso la primavera
e la felicità, fra l’altro.
La paura doveva abbandonare i monti e le valli,
la verità doveva raggiungere la meta
prima della menzogna.
Certe sciagure
non dovevano più accadere,
ad esempio la guerra
e la fame, e così via.
Doveva essere rispettata
l’inermità degli inermi,
la fiducia e via dicendo.
Chi voleva gioire del mondo
si trova di fronte a un compito
irrealizzabile.
La stupidità non è ridicola.
La saggezza non è allegra.
La speranza
non è più quella giovane ragazza
et caetera, purtroppo.
Dio doveva finalmente credere nell’uomo
buono e forte,
ma il buono e il forte
restano due esseri distinti.
Come vivere? – mi ha scritto qualcuno
a cui io intendevo fare la stessa domanda.
Da capo e allo stesso modo di sempre,
come si è visto sopra,
non ci sono domande più pressanti
delle domande ingenue”.
Wisława Szymborska, “Scorcio di secolo”
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Dove comincia la mia memoria?
“I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a questa intemperie il nome della necessità,
la fame la chiamarono muraglia della fame,
alla povertà posero il nome di tutto ciò che non è estraneo alla povertà.
Poco è quello che un uomo può fare con il pensiero della fame,
a malapena disegnare un pesce nella polvere dei cammini,
a malapena guadare il mare in una croce di legno.
I miei antenati attraversarono il mare su una croce di legno,
ma non chiesero udienza,
così che vagarono per i fascicoli
come i ricci e i ramarri vagano per i sentieri dei villaggi.
E giunsero agli arenili,
negli arenili la terra è scintillante come le squame di pesce,
la vita negli arenili ha solo lunghi giorni di pioggia e poi lunghi giorni di vento.
Poco è quello che può fare un uomo che nella vita ha avuto solo queste cose,
a malapena starsene a dormire sdraiato nel pensiero della fame
mentre ascolta la conversazione dei passeri nel granaio,
a malapena seminare legna di fiore sul lenzuolo degli orti,
andare scalzo sulla terra scintillante
e non seppellire in essa i suoi figli.
I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a questa intemperie il nome della necessità,
attraversarono il mare su una croce di legno.
Allora posero nome alla fame perché il padrone della fame
si chiamasse signore della casa della fame
e vagarono per i cammini
come i ricci e i ramarri vagano per i sentieri dei villaggi.
Poco è quello che può fare un uomo con le briciole della pietà,
mangiare pane bagnato nei giorni di pioggia a cui poi seguiranno lunghi
giorni di vento
e parlare della necessità,
parlare della necessità come si parla nei villaggi
di tutte le cose piccole che si possono avvolgere con cura in un fazzoletto.”
Amos Oz, “Dove comincia la mia memoria?”
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Il vecchio mondo
“Trascorsi più
di cinquecento anni
e te lo dice un poeta delle Asturie
libero quindi da ogni colpa
se qualcosa sembra essere stato dimostrato
oltre ogni ragionevole dubbio
è questo:
sia sul ponte
quanto nelle stive di carico
ma anche nelle cabine degli ufficiali e dell’equipaggio
la sola cosa che trasportavano
quelle tre caravelle
che venivano dal vecchio mondo
era proprio questo:
un vecchio mondo
con uno ad uno
tutti i suoi relitti:
(ogni nazione teme
siano svelate le verità di ciò che ha fatto ad altre:
Charles Simić)”
David Gonzales, “Il vecchio mondo”
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Come si fa
“Prima mi sono vergognata. Poi ero
incredula delusa. Come bocciata.
Tutta una specie ritornata indietro.
Alle bastonate. Maschi al comando ancora,
con i vecchi randelli trasformati in armate
missili carri armati corazzate,
tutta un’esibizione muscolare così evoluta –
e le teste invece rimaste indietro, alla predazione,
alla zampata feroce su qualcuno che trema.
Solo dopo è arrivata la pena. Solo dopo
sono entrata dentro un gonfio
di lacrime tenute. E il dolore
dei miei umani casi si è fuso insieme
al dolore per loro, i morti, gli scampati
i feriti lasciati lì in un fosso, i rifugiati.
E se adesso piango a volte – non so per chi
o per che cosa, tanto sono confusa.
Un dolore non grave però, il mio,
spesso sospeso,
un dolore che non mi toglie ancora
l’appetito e posso guardare
i notiziari, continuando a mangiare,
sopportare ancora lo stridore della pubblicità
col suo falso prometterci le cose.
Come si fa a provare
un dolore vero. Come si fa
da quel dolore sentir nascere
un atto vero di pace. Come si fa
ad esser solidali fino alla radice.
Allora forse troveremmo strade
impensabili ora. Accordi fra nemici
talmente inaspettati. Soluzioni di tregua
permanente, abbracci molto attesi,
terreni condivisi, confini più sfumati.
Allora la terra intera
sarebbe nostra alleata, tutti
i pesci sotto le corazzate, gli uccelli disturbati
dai fumi e dai boati, i tronchi
le radici che stavano aspettando
la loro primavera. I gatti per le strade
i cani, i lombrichi, le api.
Tutto sarebbe alleato con noi
dentro la pace. Ce ne verrebbe
una gioia vera, una potenza
di creazione – proprio il contrario
di questa morte dei corpi e delle cose.
Sarebbe la più grande rivoluzione di specie:
risolvere i conflitti col nostro ragionare
intelligente – in compassione.
Risolverli parlando e tacendo
donne e uomini insieme,
con ricorrenti abbracci a ricordare
ciò che più vogliamo, il nostro fine supremo.
Stare nella pace. Abitare la terra
in un respiro grato.
Noi, ultimi arrivati.”
Mariangela Gualtieri, “Come si fa”
*****
Amedeo Bocchi, “L’esodo”

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Quest’anno è come l’anno di mille anni fa
“Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
noi portiamo la brocca e sferziamo la schiena della vacca,
falciamo e non sappiamo nulla dell’inverno,
beviamo mosto e non sappiamo nulla,
presto saremo dimenticati
e i versi svaniranno come neve davanti alla casa.
Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
volgiamo lo sguardo nel bosco come nella stalla del mondo,
mentiamo e intrecciamo cesti per mele e pere,
dormiamo mentre le intemperie consumano
davanti alla porta le nostre scarpe infangate.
Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
non sappiamo nulla,
non sappiamo nulla del declino,
delle città sprofondate, del vortice in cui sono affogati
cavalli e uomini.”
Thomas Bernhard, da “Sotto il ferro della luna”
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“Quando fra duemila anni scaveranno questa terra
troveranno i nostri corpi ormai diventati sasso
nella stessa posizione in cui ci addormentiamo oggi
tu girata di fianco
io ti stringo appoggiato alla tua schiena
e non sapremo mai se il nostro bene
è così grande da superare il tempo
o se è stata l’abitudine dei gesti ripetuti
a indurire l’amore
fino a trasformarlo in pietra”
Francesco Tomada, “Pompei”
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Particolare del calco delle due figure abbracciate trovate a Pompei nella Casa del Criptoportico
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Come vanno le cose
“È tutto tranquillo. Non è successo niente.
L’errore di scoprire il mondo lo rimpiangiamo da un pezzo.
Ogni colpo di vanga, ogni osso ritrovato, ogni speranza dissepolta:
la loro inefficacia è dimostrata da un pezzo. Le rovine
si edificano su progetto, anche questa una vecchia soluzione per dopo.
Sulle macerie artificiali abitano famiglie, accanite
a distribuire foto a colori: istantanee senza garanzia.
Si parlava di una piccola lista di obiezioni,
ridicolaggini, non mette conto di parlarne: non mette conto
comunque d’interrompere gli altri.
Tutto è tranquillo. Non è successo niente.
Le piccole ferite sanguinano come al solito, i ritardi
non hanno motivo. In altre parole, in altro modo,
detto altrimenti: il caso ne esce di nuovo vittorioso,
la ragione è battuta: nemmeno questo
le si vede addosso. Il suo profilo si è fatto più morbido
da quando parla solo di se stessa, i suoi occhi sono
più accademici, ogni sua uscita è facilmente scusabile.
È uno spasso diabolico starla a guardare: le soavi
drammatizzazioni della sua indifferenza.
È tutto tranquillo. Non è successo niente.
I sentimenti si sono fatti meno vistosi, era da aspettarselo, l’odio,
si è mutato in invidia. Non vi eccitate,
niente storie, niente malinconie: il finanziamento dell’apatia
è assicurato. L’export si sta riprendendo. La vita
è ora capace di miglioramento, finalmente
gli sforzi sono valsi la pena. Al museo, indifese,
le timide ambizioni dei passati:
a ognuno si fa chiaro come il sole
su cosa si è infranta la storia.
Non è successo niente. È tutto tranquillo.
L’alfabeto è di nuovo in uso, le tabelline,
il dialogo ha congiuntura. I vecchi cappelli,
le vecchie profezie, i vecchi fenomeni: tutto
sembra nuovo. Ognuno da ieri ha la chiara sensazione
di esserci. Ognuno si presenta bene. Ognuno guarda ognuno
con interesse. Le conversazioni balbettanti
sono ammutolite, tutto scorre, fluisce, gli intimi
deragliamenti non ci sono più. L’oscuro è stato eliminato:
aforismi descrivono il mondo con mortale chiarezza.”
Michael Krüger, “Come vanno le cose”, da “Il coro del mondo” , 2010
*****
Vicini…solo per poco
“Vicini,
solo per poco,
ci ha posto
l’universo
assegnandoci
con parsimonia
uno scampolo di tempo
sul quale ricamare
una misera manciata
di momenti vissuti
insieme
una matassa di seta
con cui tessere
il drappo incompiuto
della nostra storia
e un filo infinito
che ora unisce me a te.
Dovunque sei.”
Slawka G. Scarso, “Vicini… Solo per poco”
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Thomas Cole, “The Course of Empire Destruction”, 1836
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Domande di un lettore operaio
“Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò? In quali case,
di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande è piena d’archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari?
La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti?
Anche nella favolosa Atlantide
la notte che il mare li inghiottì, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò l’India.
Da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna· pianse, quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi, oltre a lui, l’ha vinta?
Una vittoria ogni pagina.
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’uomo.
Chi ne pagò le spese?
Quante vicende,
tante domande.
Perché nei libri di storia si parla solo dei grandi e mai degli umili?
Perché gli archi di trionfo furono eretti solo ai Cesari e mai ai loro legionari? Sono le masse le vere protagoniste delle
vicende storiche o i singoli uomini, re o condottieri, i cui nomi sono passati alla storia?
Queste domande di un lettore operaio hanno nei versi la risposta: le costruzioni imponenti e le imprese militari, vittoriose o disastrose che siano, non possono essere attribuite ad un uomo solo, ma a quanti di quelle vicende furono protagonisti, anche con compiti umili.”
Bertolt Brecht , “Domande di un lettore operaio”
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I fiori che ho lasciato nella terra
“I fiori che ho lasciato nella terra,
quelli che non colsi mai per te,
oggi li richiamo tutti alla memoria,
che crescano per sempre,
non nelle poesie né nel marmo,
ma dove caddero e marcirono.
E le navi nei loro imponenti bacini,
immense e transitorie come eroi,
le navi che non potei mai comandare,
oggi le richiamo alla memoria,
che veleggino per sempre,
non in modellini né nelle ballate,
ma dove fecero naufragio e affogarono.
E il bambino sulle cui spalle sto,
la cui brama piegai
con pubblica, regale disciplina,
oggi lo richiamo alla memoria,
che si strugga per sempre,
non in confessione né in biografia,
ma dove fioriva,
crescendo scaltro e peloso.
Non è il rancore che mi porta lontano,
verso il rifiuto, verso il tradimento:
è la stanchezza, vado via perché sono stanco di te.
Oro, avorio, carne, amore, Dio, sangue, luna –
sono diventato il più esperto nel catalogo.
Il mio corpo un tempo così avvezzo alla gloria,
il mio corpo ora è un museo:
questa parte è ricordata grazie alla bocca di qualcuno,
questa per via di una mano,
questa per l’umidità, questa per il calore.
Chi possiede qualcosa che non creò?
La tua bellezza mi lascia indifferente
come le criniere dei cavalli e le cascate.
Questo è il mio ultimo catalogo.
Esalo l’esangue
ti amo, ti amo –
e ti lascio partire per sempre.”
Leonard Cohen, da “Le spezie della terra”
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Dal buio alla luce resistente
“La storia è un simbolo della resistenza
La storia è una ribellione alla persecuzione
Noi possiamo cambiare la storia
Oppure la storia ci cambia
Noi possiamo riscrivere la storia
Oppure la storia ci può scrivere nel buio
Noi possiamo giudicare la storia
Oppure la storia giudica la falsa gente
E ogni storia è la fine di un dittatore
Ogni canzone è una sintesi della vita
In ogni canzone aumenta la voce della gioia
In ogni canzone aumenta il grido di vittoria
Le canzoni distribuiscono la speranza in ogni luogo
E la storia scorre nei fiumi, nelle canzoni combattenti
Nascono gli eroi impavidi, le eroine impavide
Le leggende nascono con la storia scritta con le lettere d’oro
Le leggende infinite nascono dal buio alla luce
E ogni canzone è il continuo della storia scolpita
E ogni canzone è la storia vissuta.”
Doğan Akçali, poeta kurdo, “Dal buio alla luce resistente”
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Paul Gauguin, “Eu haere ia oe” (Dove stai andando?), 1893
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Sono un selvaggio
“Io sono un selvaggio e non capisco
come puoi comprare e vendere il cielo
e perché ti senti proprietario dell’acqua e dell’aria.
e invadi la mia terra con i tuoi rifiuti.
Io sono un selvaggio e non capisco
Perché vi fate chiamare NAVIGANTI
ma non sapete contenere il mare,
perché vi sentite POETI
ma non difendete il tramonto,
perché vi definite SOGNATORI
ma imbrattate il vento.
Io sono un selvaggio e non capisco
perché mi chiami stupido se cammino scalzo
amando la terra che calpesto,
se non conosco la mia taglia,
non mi metto in posa
non controllo il peso, non faccio shopping.
Io sono un selvaggio e non capisco
perché continui a parlarmi nella tua lingua
e non provi a guardarmi negli occhi.
Perché confondi la cultura con il progresso
portandoti dietro il fetore delle tue città.
Io sono un selvaggio e non capisco
perché sorridi credendo di sapere più di me
e mi compri come se fossi merce nei tuoi mercati.
Perché consideri i diamanti
più importanti del mio sangue
perché mi rendi schiavo, mi spacchi la schiena
e mi costringi a morire nelle miniere
soffocato dalla polvere e dalla puzza dei tuoi soldi
Io sono un selvaggio e non capisco
perché ti chiamano “bianco”
se il candore è solo della tua pelle
ma ti macchi l’anima di razzismo e vigliaccheria
Io sono un selvaggio e per questo capisco
l’incanto della vita e il rispetto per questa terra
che spero vi faccia per…dono
Andrea Cacciavillani, “Sono un Selvaggio”
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Foto tratta da “Napoli in guerra”, di Giuseppe Aragno e Attilio Wanderlingh, 2020
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Dopo
“Non quelli dentro il bunker,
non quelli con le scorte alimentari, nessuno di città,
si salveranno indios, balti, masai,
beduini protetti dal vento, mongoli su cavalli,
e poi uno di Napoli nascosto nel Vesuvio,
e un ebreo avvolto in uno sciame di parole,
per tradizione illesi dentro fornaci ardenti.
Si salveranno più donne che uomini,
più pesci che mammiferi,
sparirà il rock and roll, resteranno le preghiere,
scomparirà il denaro, torneranno le conchiglie.
L’umanità sarà poca, meticcia, zingara
e andrà a piedi. Avrà per bottino la vita
la più grande ricchezza da trasmettere ai figli.”
Erri De Luca, “Dopo”
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L’estate del ’43
“L’estate del ’43 gli eserciti spediti sulla neve di Russia,
nella sabbia di Egitto, sbandavano all’indietro.
La guerra dei fascismi andava alla malora,
ma una pace: lontana. “Finché non bombardano Roma”,
“Finché non bombardano Roma”, la frase girava a bassa voce,
pericoloso dirla per intero, la milizia aveva cento orecchie,
qualcuna di meno ultimamente, che la guerra falliva.
Finché non bombardano Roma, non finisce.
Strano vaccino per l’epidemia, che razza di siero antiguerra.
Si era ficcato in testa per le città d’Italia
bombardate a martello, prima solo di notte,
poi pure a mezzogiorno, e a Roma niente.
“Ce sta ‘o papa, nun ponno mena’ bbombe ‘ncopp’ o papa”.
A Napoli spiegavano così la malasorte,
la più bersagliata dall’alto dei cieli, e Roma niente.
“‘O papa, ce sta ‘o papa, nun le ponno fa’ niente, sta San Pietro.”
Nel luglio del ’43 il cielo sopra Napoli era un campo di croci con le ali,
altissime passavano e sganciavano,
sopra obiettivo libero, a terra senza allarme,
senza sirena in mezzo alla città.
Sono più avvelenate di terrore le bombe a mezzogiorno.
Di notte è già normale correre al rifugio,m dentro il buio
a ripararsi, ma di giorno è peggio. “Quanno fernesce? Mai?
E il caldo, ‘o calore, d’o mese ‘e luglio d’o ’43”.
Mia madre teneva diciottanni, legati stretti
per non farseli scippare, passava per la piazza
della posta centrale dopo una delle scariche,
e s’accorse che non c’erano le mosche,
erano morte pure quelle per lo spostamento dell’aria.
“Sui corpi scamazzati, scarognati, nun ce steva ‘na mosca.
Nun era manco nu bumbardamento,
ma ‘na dissenteria di bombe, ci cacavano ‘n capa.
E a Roma c’era il cinema, la guerra la sentivano per radio,
la gente la sera usciva, ieva a teatro,
nun le mancava niente. Tenevo diciottanni,
due fratelli nascosti,
i tedeschi fucilavano i guagliuni che non si presentavano”.
“No, ma’, questo è successo dopo, nel settembre,
quando gli americani ancora non entravano
e i tedeschi mettevano le mine in mezzo al golfo.
Stavamo ricordando ‘o mese ‘e luglio”.
“Senza pute’ durmi’ manco ‘na notte,
a sirena sonava doie, tre vote,
andavamo a durmi’ coi panni ‘ncuollo,
manco le scarpe mi toglievo, pronta pe’ n’ ata corsa,
giù per le scale, ‘a sirena int’e rrecchie
che m’afferrava i nervi, spìcciati, presto, curre,
le posate d’argento nella borsa, la ricchezza nostra,
mammà che mi sttrillava dietro: “Piglia i posti buoni”.
C’erano i posti buoni e quelli malamente, comm’a teatro”.
“Finché nun bumbardano Roma, ‘sta guerra fetente nun fernesce.
La milizia mo’ sente e fa finta ‘e nun senti’,
o’ ssape che è fernuta ‘a zezzenella
(lo sa che è finita la pacchia).
‘O fascismo per me è stato ‘a guerra. Tenevo quindicianni,
‘a meglio età, quanno ‘o fascismo s’affacciaie ‘o balcone:
vincere e vinceremo. Se credeva di fa’ ‘na guapparia,
quattro mosse dietro ai tedeschi e subito vinceva.
In capo a qualche giorno a Napoli sentéttemo ‘a sirena,
‘a primma sirena d’allarme. Ancora me la sogno la sirena.
Dentro ai sogni nun m’arricordo ‘e bbombe, ma ‘a sirena.
Tenevo quindicianni all’inizio d’a guerra, ‘a meglio età.
‘O fascismo me l’ha inguaiata fino a diciottanni.
Niente sapevo, niente m’importava, d’a politica,
io vulevo fa’ ammore, uscire colle amiche mie,
ballare, andare al mare. Si m’o ffaceva fa’,
si ‘ o fascismo me faceva campa’, bene per lui e bene pure a me.
Invece niente, s’è arrubbat’a giuventù,
ha mandato a muri’ ‘i meglio guagliuni pe’ na guerra fetente,
se ne futteva ‘e me, ‘e Napule, ‘e l’Italia. Stava a Roma
arriparato sotto ‘a tonaca d’o papa,
a Roma non gli succedeva niente.”
“E com’è stato lo strillo, la voce che hai sentito
all’uscita del ricovero, quel giorno?”
“Sarà stato mezzogiorno, o primo pomeriggio,
nun saccio di’, ce stava ‘o sole, da due ore
schiattavamo ‘e calore int’o ricovero.
Sunaie ‘a sirena di cessato allarme, ascèttemo all’aperto,
tossivo per la polvere alzata dalle bombe,
m’abbruciavano gli occhi per la luce potente dopo il buio,
mezzo stordita m’arrivaie ‘nu strillo: “Roma!
Hanno colpito Roma! Hanno menato ‘e bbombe
‘ncopp’ o papa”.
E doppo ‘ o strillo ne venette n’ato: “E’ ‘m mumento,
fernesce ‘a guerra, mo’ fernesce ‘a guerra”.
La gente usciva dai ricoveri scunfusa, stupetiata,
e tutt’insieme dietro a quello strillo
s’abbracciava, chiagneva, alzava ‘e manne ‘o cielo.
“Fernesce ‘a guerra” e : “Roma bombardata” erano ‘o stesso strillo.
E a me, che manco me pareva overo che puteva fini’,
si gelò il sangue a vedere quella festa
perché Roma era stata bombardata.
Noi che sapevamo che malora era,
ce mettevamo a fa’ chell’ammuìna?
Che t’aggia di’, ‘a guerra è ‘na carogna
e ‘o fascismo ci aveva incarogniti.
Poi uscì la milizia e tutti quanti ce ne tornammo a casa
a senti’ ‘a radio: Roma era stata bombardata
la mattina, da ‘e pparti d’a stazione, no a san Pietro.
E così fu che cadett’ o fascismo.
o’ rre fece arrestare Mussolini
e ‘a ggente se credeva che ferneva tutte cose,
‘a guerra, ‘a carestia, tornava il pane bianco, veneva ‘a libbertà.
Fuie ‘na fantasia, nun era tiempo.
A Napoli finì due mesi dopo, a fine settembre,
‘o popolo s’arrevutaie isso sulo contro i tedeschi,
quattro giorni e tre nottate sane,
al buio in mezzo agli spari, pieni di volontà,
quattro giornate per levarsi gli schiaffi dalla faccia.
Finché non se ne uscirono i tedeschi,
entrarono i guagliuni americani, figli ‘e napoletani d’oltremare.
Cominciò quel po’ di gioventù che mi avanzava.
Mi so’ sposata nel ’46, perciò la gioventù durò tre anni.
E di tutto il fascismo mi rimane il peggio di quell’ora
di festa per Roma bombardata.
Anche se in quella polvere di luglio, ‘ calore, ‘o sudore,
non mi sono abbracciata con nessuno,
è per la gente mia che mi dispiace.
Allora fu normale, perciò chist’è ‘o fascismo pe’ mme,
la fetenzia che ci ha portato a quello, di applaudire.
Ti parlo de ‘sti ccose addolorate pecché tu saie senti’,
ma nun pozzo permettere a nisciuno di voi venuti dopo
di giudicare Napoli in quell’ora,
pecché ‘o fascismo vuie nun ‘o ssapite”.
Erri De Luca, “L’Estate del ’43”, da “L’ospite incallito”, 2008
*****
Roma, 19 luglio 1943: il bombardamento del quartiere San Lorenzo

*****
“Dicevano pane e libertà, dicevano istruzione
Si lasciavano timidamente crescere i capelli
Li trovò la Fenice e dall’adolescenza
Li strappò bruscamente, mise loro indosso una divisa
Sulla strada si trovarono di fronte la Storia
Ma non sembrava un’ombra né una festa
Era un’ininterrotta processione nel deserto
Era una pellicola in bianco e nero nella loro città
Poi gli anni cambiarono, ma loro li indossavano
come un paio di pantaloni nuovi su misura
Riempivano stadi e riempivano piazze
Nel frastuono di legno dell’anfiteatro
Gare, anni di grandi eventi e agonie
Per ciò che chiamavano vita migliore
Sulla strada si trovarono di fronte la Storia
Fosse pure una farsa che contava le percentuali
Mentre passavano radente al futuro
Con la nostalgia per gli anni dell’Occupazione e dell’esilio.
Poi gli anni cambiarono, ma loro li indossavano
come un paio di pantaloni nuovi su misura
E allora trovarono un’occasione a portata di mano
E la inseguirono – perché nascondersi?
Se lo confessarono, non è un peccato
Parole povere, lo ammetteranno con semplicità
Sulla strada si trovarono di fronte la Storia
Costruirono le loro case, allevarono i loro figli
Era che dalle vene al cuore passava
Quel distillato, vivere con agiatezza
Poi gli anni cambiarono, ma loro li indossavano
come un paio di pantaloni nuovi su misura
E mentre ogni decennio li plasmava
Come la mano dell’artigiano la creta
Non si resero conto che la terza età
Aveva già rosicchiato loro il cervello
E se tentarono di restare giovani per sempre
La storia non poteva fermarsi
Rughe profonde, ma la ferita più profonda è che
Alla fine non poterono diventare nulla
Ghiannis Dukas, “Vecchi di Sidone”, da “Sui confini interni”, 2001 – Traduzione di Massimo Cazzulo
*****
Inno
“Stamattina
c’è nell’aria l’incredibile profumo
delle rose del Paradiso.
Ai margini dell’Eufrates
Adamo scopre la freschezza dell’acqua.
Una pioggia d’oro cade dal cielo;
è l’amore di Zeus.
Salta dal mare un pesce
e un uomo di Agrigento ricorderà
essere stato quel pesce.
Nella caverna che si chiamerà Altamira
una mano senza volto traccia la curva
di un filetto di bisonte.
La mano lenta di Virgilio accarezza
la seta che hanno portato
del regno dell’Imperatore Giallo
le carovane e le navi.
Il primo usignolo canta in Ungheria.
Gesù vede nella moneta il profilo di Cesare.
Pitagora rivela i suoi greci
che la forma del tempo è quella del cerchio.
Su un’isola dell’Oceano
I lebreli d’argento inseguono i cervi d’oro.
In un’incudine forgiano la spada
che sarà fedele a Sigurd.
Whitman canta a Manhattan.
Homer nasce in sette città.
Una fanciulla ha appena arrestato
l’unicorno bianco.
Tutto il passato torna come un’onda
e queste cose antiche ricorrono
perché una donna ti ha baciato.”
Jorge Luis Borges, “Inno”
*****
Will Barnet, “Il gioco degli scacchi”, 1973
*****
“I crepuscoli e le generazioni.
I giorni senza il giorno del principio.
La freschezza dell’acqua nella gola
di Adamo. L’ordinato Paradiso.
L’occhio che indaga e scruta nella tenebra.
I lupi che si accoppiano nell’alba.
La parola. L’esametro. Lo specchio.
La Torre di Babele e la superbia.
La luna contemplata dai Caldei.
Le sabbie innumerevoli del Gange.
Chuang Tzu e la farfalla che lo sogna.
Le tre mele dorate del giardino.
I passi dell’errante labirinto.
La tela senza fine di Penelope.
Il tempo circolare degli stoici.
La moneta che il morto ha nella bocca.
Sulla bilancia il peso della spada.
Nella clessidra ogni singola goccia.
Le aquile imperiali e le legioni.
Cesare la mattina di Farsaglia.
L’ombra delle tre croci sulla terra.
L’algebra e la scacchiera del persiano.
Le tracce delle lunghe migrazioni.
La conquista di regni con la spada.
La bussola incessante. Il mare aperto.
L’eco dell’orologio nel ricordo.
Il re decapitato dalla scure.
La polvere di secoli di eserciti.
La voce d’usignolo in Danimarca.
La scrupolosa riga del calligrafo.
Il volto del suicida nello specchio.
La giocata del baro. L’oro avido.
Le forme delle nubi nel deserto.
Ogni arabesco del caleidoscopio.
Ogni rimorso pianto in ogni lacrima.
Sono servite tutte queste cose
perché le nostre mani si incontrassero.”
Jorge Louis Borges, da “Storia della notte” – Traduzione di Francesco Fava
*****
Mihail Zablodski (Ucraina), “La fatica”
*****
Torniamo ai giorni del rischio
“Torniamo ai giorni del rischio,
quando tu salutavi a sera
senza essere certo mai
di rivedere l’amico al mattino.
E i passi della ronda nazista
dal selciato ti facevano eco
dentro il cervello, nel nero
silenzio della notte.
Torniamo a sperare
come primavera torna
ogni anno a fiorire.
E i bimbi nascano ancora,
profezia e segno
che Dio non s’è pentito.
Torniamo a credere
pur se le voci dai pergami
persuadono a fatica
e altro vento spira
di più raffinata barbarie.
Torniamo all’amore,
pur se anche del familiare
il dubbio ti morde,
e solitudine pare invalicabile.”
David Maria Turoldo, da “Ritorniamo ai giorni del rischio”, 1985
*****
Piet Mondrian, “Composizione II con linee nere”
*****
“Attraverso via Marx, via Freud;
vado lungo un lembo di questo secolo,
lentamente, insonne, cavilloso,
spia ad honorem di qualche regno gotico,
raccogliendo vocali cadute, piccoli ciottoli
tatuati di rumori infiniti.
La linea di Mondrian davanti ai miei occhi
continua a tagliare la notte in ombre rette
ora che non entra più solitudine
nelle pareti di vetro.
Attraverso via Mao, via Stalin;
guardo l’istante dove muore un millennio
e un altro allunga il suo terrestre dominio.
Il mio secolo verticale e pieno di teorie …
Il mio secolo con le sue guerre, i suoi dopoguerra
e il suo tamburo di Hitler laggiù lontano,
tra sangue e abisso.
Proseguo tra le pietre dei vecchi sobborghi
per una bevuta, per un po’ di jazz,
contemplando gli dei che dormono sciolti
nella segatura dei bar,
mentre decifro i loro nomi al passo
e seguo il mio cammino.”
Eugenio Montejo, traduzione di Emilio Capaccio
*****
*****
Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei, forse copia di un originale del pittore greco Filosseno di Eretria (IV secolo a.C.)
*****
“Chi è sempre stato credentissimo,
e italianissimo,
cristiano e pagano come i migliori pontefici
e cardinali italici,
si chiederà
con ovvia curiosità,
in tarda età,
se l’Aldilà
si è aggiornato con le novità
dell’Aldiquà.
In breve: chi negli ultimi decenni
o ventenni
del millennio
senza sacrifici né meriti
né appositi propositi
né inganni
né troppi danni
in tutta spontaneità
non ha commesso praticamente peccati
né pensato seriamente a reati
non trovandoli interessanti
né seducenti,né divertenti,
con chi poi si troverà?Cardinali e papi Farnese
e Borghese
e Rospigliosi
e Aldobrandini
e Barberini,
o Tonini, Ruini, Silvestrini,
Martini, Maggiolini?…
Con tutti i loro problemi?…
Come contropartita
di tutta una vita
piuttosto intemerata
senza Vanitas
né Gravitas
né probità ostentata
né virtuosità esibita
o inibita
poi si converserà
di Caravaggio e Pietro da Cortona
coi cardinali Chigi e Giustiniani
e si discuterà
di Bernini e Guercino e Guido Reni
e del Cavalier d’Arpino
e dei Fasti del Barocco Romano,
oppure si mediterà
in perpetuità
sui santi e i dogmi del cattolicesimo
contro l’ebraismo
e l’islamismo
e il protestantesimo
con Pio Nono e Pio Dodicesimo?
E se si incontra Pio Quinto
(il benemerito Papa Ghislieri)
si è magari tenuti a commenti
eventualmente lusinghieri
sulla famosa Battaglia di Lepanto?
(O siamo tutti pecorelle vittime
di mode transitorie e scuse effimere?)
Alberto Arbasino, “Millennium rap”, da “Rap”, 2001
*****
Foto di Sonia Simbolo
*****
“Non puoi vivere sfidando la realtà
della realtà non si vive
ma puoi sopravvivere all’assedio
e riprenderti tutto
e attraversare la vita
tramite rapida virtù di immagini
tu eri questo
tu eri vita che pullula
popolo che ansima sotto le lapidi
con sospiro continentale
da te agli antenati
mutilata intromissione
terra e acqua restano
il cielo resta
tu resisti
tu, l’impreparato a tutto
piccoli soli imperlano la tua democrazia e
l’eletto alla vita e alla morte
tu e le tue molte belle voci
tu la moltitudine
tu la pelle la pelle e in fondo
nient’altro che la pelle
tu il pioniere della vita
l’impresario delle bianche apparizioni
tu sei un essere spaziale che fluttua
tu l’autore dei flussi della storia
puoi stampare il tempo come un libro
tu pesi setacci ami mentre macerie di dittafoni
rombano nel vento
l’irragionevolezza è alla sua gemma
tu sei il fiore dell’irragionevolezza
tu sei giorno e notte ogni giorno e notte
tu sei l’omicida
apolide nel suo stesso sangue
sei il padre e il figlio
sei l’indiano a processo
sei i colori e le razze
sei la vedova e l’orfano
sei la rivolta dei prigionieri
sei l’ululato increscioso
coltelli spiritati e colpi sparati
sei il magnifico corridore della maratona del sogno
acquazzone di segni nella capitale democratica
sei il devastatore di tutte le catene
sei la formula magica delle segrete delle luce
l’insegna
l’avanguardia dei refettori
sei l’umano e
l’animale che odora di morte
sei solo e sei tutto
sei la tua morte e il grande desiderio
sei il progetto che infuria e
sei la tua morte”
Nicolas Born, “Dentro il poema”, da “La face cachée de l’histoire”, 1979
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Simone Martini, “Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi”, 1330 (dettaglio)
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“Certo, è il momento di parlare
come c’è stato quello di tacere
con tutti (perfino con gli amici), attenti
a non far mai la stessa strada,
e non lasciare in giro taccuini
stracciati, indirizzi di streghe. E il tempo aiuta,
eh? non è vero? (Anche troppo.) Ma se uno
è appena astuto, sa che non bisogna lasciarsi andare.
E cosí, niente abbracci
al baritono negro, allo scienziato
ebreo per parte di madre, niente fiori
sulle fosse o rimproveri sgarbati
agli aguzzini. Quando piú te l’aspetti
torna a tirare un’aria di cappucci.”
Giovanni Raboni, “19**”, “da Tutte le poesie”, 2014
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Misha Gordin
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“Esserci stati, quando ci dovevamo essere,
dietro le barricate, entro le scuole a studiare il Maoismo
contro i conservatori, a fianco i progressisti,
lungo i corsi centrali, nelle piazze,
durante le marce autogestite,
alle manifestazioni non violente
per i diritti civili, per le lotte sindacali
accanto agli ultimi partigiani, agli antifascisti;
senza essere stati brigatisti rossi,
dei N.A.P., del Potere Operaio,
perché mio padre avrebbe potuto viaggiare
su quell’Italicus, sulla Stella del Sud,
mio zio sostare a piazza Fontana,
mia madre fare la spesa al Mercato Trionfale
… ma eravamo troppo giovani per sapere, per capire
ciò che era successo, quanto era accaduto.
Esserci stati, quando ci dovevamo essere,
essere stati sessantottini anche solo in settanta,
aver commentato sulla sconfitta
della Nazionale in Messico,
sul viaggio interstellare di Gagarin,
sul primo allunaggio di Armstrong e di Aldrin
aver assistito al concerto di Jimi Hendrix al Brancaccio,
alle prime dei film di Luis Bunuel,
ballato i Bee Gees al Piper con Renato Zero,
aver visitato il museo di Dalì,
giunti ad Amsterdam con l’Interail,
a Cristiania dei tempi d’oro,
scappati in Nepal a ritrovare sé stessi,
fumato la marijuana a Benares,
allucinati di moderno induismo
o tatuati col segno del Tao,
augurandoci di non essere stati vietnamiti, afgani,
non nati per caso in Indocina,
per uno scherzo del destino nella Steppa dei Chirghisci
… ma noi siamo stati sorpassati dagli anni ottanta,
dai capi firmati Valentino, dall’edonismo Reaganiano,
dai PC, dai 7e30, poi dai 7e40,
alle otto meno venti tutti a cena, più tardi ad un party,
a un dopo-cena con tanto di olivette
e così non abbiamo avuto l’opportunità,
il piacere, la stravaganza
di terrorizzare, attaccare il potere politico,
stupefare, ridicolizzare la società,
ma guardato nel monitor in tempo reale
jugoslavi, albanesi, zairesi uccisi come le mosche,
cadere nella tela delle multinazionali
e a chi a loro ha svenduto arsenali di seconda mano
è lo stesso che ha inviato aiuti umanitari,
educato alla dittatura i vassalli come Said Barre
e gli sforzi di Troskij, di Ghandi, di Malcom X
a che cosa sono serviti? A che pro, il loro martirio?
Esserci stati nelle praterie del Tennessee
tutti nudi ma dignitosi del proprio corpo,
abbracciati agli alberi come fratelli,
nel tripudio con ghirlande di fiori sulla testa,
danzando in cerchio come a Stonehenge, in posizione yoga
respirando coi diaframma nel momento dello zenit,
sovrastati dal volo dell’Aquila
e invece noi abbiamo addentato l’Agnello Pasquale,
la Colomba della Pace,
sentito il sapore di Dio attraverso il cibo,
abbiamo trangugiato, masticato le ostie,
stracolmi dello Spirito Santo,
immersi nel benessere apparente,
tornati per il prossimo millennio già mangiati,
detersi, immacolati, già confessati
per nulla cresimati solo al matrimonio e cristocentrici,
catto-mafiosi ed italioti per nulla europeisti,
per nulla cosmopolitici ma turistico-pedofili,
autorizzati a deflorare le bambine tailandesi,
a fare stragi d’innocenti in Brasile
per conto del Capitalismo, in nome di quello stesso Dio
che ha permesso tutto questo!
Esserci stati nelle accademie,
nei conservatori sperimentali,
nei campi-studio e lavoro
col metodo Montessori,
con nozioni di psicologia bioenergetica,
attori in psico-drammi,
come figuranti della Metro-Goldwyn-Mayer
in un grande ruggito-conato di vomito,
espulso tutti “i direttori artistici, gli addetti alla cultura”,
buttato giù da una rupe-discarica
la più “fetosissima” immondizia commerciale
… ma che da quelle buste-placente di plastica
non nascano i nostri figli insicuri, paurosi,
senza valori precisi, senza uno scopo,
seppur minimo nella vita
e le nuovissime generazioni ci si ritorcono contro,
perché questo è ciò che hanno ereditato:
una libertà a caro prezzo che dovranno essi stessi pagare,
mentre i nonni ogni giorno muoiono
per l’estrema vecchiezza abbandonati in cronicari
dopo terribili terapie geriatriche,
intanto ad alcuni non è concessa la Morte,
ad altri è permessa la Vita per la Madre-provetta
e pochi altri più longevi resistono
e lasciano medaglie ai nipoti,
loro, ultimi eroi di una patria che non c’è più,
se non sulla carta di un mondo
che esiste soltanto nella sigla dei programmi satellitari.
E noi che abbiamo più di trent’anni suonati,
abbiamo piantato un fiore sopra il cavalcavia
dell’autostrada del Sole al Km. 1999,
mentre lassù sfreccia un concorde,
là transita il treno per Lourdes
tu mi consigli di contrarre una pensione integrativa,
d’installare un impianto a GPL
… di comprarmi la casa a riscatto.”
Stefano Amorese, “KM 1999”, da “Faraòn Meteosès”, 2007
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“Ricordalo tu e ricordalo agli altri
quando disgustati della bassezza umana,
quando iracondi della durezza umana:
quest’uomo soltanto, quest’atto soltanto, questa fede soltanto.
Ricordalo tu e ricordalo agli altri.
Nel 1961 e in una città estranea,
più di un quarto di secolo
dopo. Triviale la circostanza,
Forzato tu a pubblica lettura
Grazie a questa con quell’uomo conversasti:
un ex soldato
nella Brigata Lincoln.
Venticinque anni fa, quest’uomo
senza conoscere la tua terra, per lui lontana
e interamente sconosciuta, scelse di andarci
e in essa, se fosse giunta l’occasione, decise di puntare la sua vita,
perché giudicava che la causa che là era messa in gioco
Allora, degna era
Di lottare per la fede che riempiva la sua vita.
Che quella causa appaia perduta,
Nulla importa,
Che tanti altri, fingendo fede in essa
solo si curassero di se stessi,
importa meno.
Quel che importa e ci basta è la fede di uno solo.
Ecco perché nuovamente oggi la causa ti appare
come in quei giorni:
nobile e tanto degna di lottare per essa.
E la sua fede, quella fede, lui la ha mantenuta
Attraverso gli anni, la sconfitta,
quando tutto sembra tradirla.
Ma quella fede, ti dici, è la sola cosa che importa.
Grazie, compagno, grazie
per l’esempio. Grazie per avermi detto
che l’uomo è nobile.
Niente importa che così pochi lo siano:
uno, uno solo sarà sufficiente
come testimonianza inconfutabile
Di tutta la nobiltà umana.”
Luis Cernuda (Spagna), “1936” – Traduzione di Lorenzo Masetti
(La poesia è ispirata ad un episodio che si verificò nel 1961: Luis Cernuda, in esilio negli Stati Uniti, stava tenendo una conferenza quando un uomo, dandogli la mano, si presentò come un volontario del Battaglione Lincoln, la XV Brigata Internazionale costituita nel 1937 per combattere contro il regime franchista nella guerra di Spagna)
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In evidenza: Foto di Sonia Simbolo