Linguaggi

Storia e memoria

05.11.2021

“Ci sentiamo sempre più giovani di quel che siamo. Mi porto dentro i miei volti precedenti, come un albero contiene i suoi anelli. Io sono la loro somma. Lo specchio vede solo il mio ultimo volto, ma io sono anche tutti quelli precedenti. I ricordi mi scrutano -un mattino di giugno- troppo presto per svegliarsi, troppo tardi per riprendere sonno. Come quando un uomo è così immerso in un sogno che mai, ritornato al suo spazio, ricorderà l’esserci stato. E nelle profondità della terra, scivola silenziosa l’anima come una cometa”.

Tomas Tranströmer

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Lu tempu e la storia

“A Carlo Levi
Quantu strata,
quantu lacrimi
e quantu sangu ancora, cumpagnu.
La storia zappa a cintimitru
e l’omini hannu li pedi di chiummu.
Nun parra l’amarizza
chi mi cummogghia lu cori stanotti,
né le scuru supra li muntagni,
ma lu silenziu
di seculi luntani.
È la puisia
chi tocca lu pusu di la storia:
la vuci risuscitata di Maiakovski,
lu chiantu di Hiroshima,
lu lamentu di García Lorca
fucilatu a lu muru.
Quannu ti pari c’arrivi,
sì a l’accuminzagghia, cumpagnu;
nun t’avviliri di chissu,
seguita a svacantari
puzzi di duluri,
àvutri vrazza
doppu di tia e di mia virrannu.
A l’ingiustizia c’ammunzedda negghi
e nverni friddi
supra li carni di la terra,
ciusciacci lu focu di lu to amuri.
Nun ti stancari di scippari spini,
di siminari a l’acqua e a lu ventu;
la storia nun meti a giugno,
nun vinnigna a ottuviru,
havi na sula staciuni:
lu tempu.
Nun t’avviliri, cumpagnu,
si nun ti sacciu diri
quannu lu suli
finisci di siccari
li chiai di la terra.”
(“Il tempo e la storia. Quanta strada, quante lacrime e quanto sangue ancora, compagno. La storia zappa a centimetri e gli uomini hanno i piedi di piombo. Non parla l’amarezza che mi copre il cuore stanotte, né l’oscurità sulle montagne, ma il silenzio dei secoli lontani. È la poesia che tocca il polso della storia: la voce resuscitata di Maiakovski, il pianto di Hiroshima, il lamento de García Lorca fucilato al muro. Quando ti sembra di arrivare, sei all’inizio, compagno; non ti avvilire per questo, seguita a svuotare pozzi di dolore, altre braccia
dopo di te e di me verranno. Sull’ingiustizia che ammucchia nuvole e inverni freddi sopra le carni della terra,
soffia il fuoco del tuo amore. Non ti stancare di strappare spine, di seminare all’acqua e al vento; la storia non miete a giugno, non vendemmia a ottobre, ha una sola stagione: il tempo. Non ti avvilire, compagno, se non ti so dire quando il sole finirà di seccare le piaghe della terra.”)
Ignazio Buttitta, “Lu tempu e la storia”
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Niente
“È questo che porti arrotolato
con cura, piegato
in quattro, alla rinfusa
sgualcito spiegazzato
ficcato ovunque
negli angoli più oscuri,
niente da dichiarare
niente
devi dire niente.
Il doganiere non ti capirebbe.
La memoria è sempre un contrabbando.”

Bartolo Cattafi, “Niente”, da “Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi”

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La storia

“La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti lento fuoco.
La storia non è prodotta da chi la pensa e neppure da chi l’ignora.
La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco al poco, non procede né recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell’orario.
La storia non giustifica e non deplora, la storia non è intrinseca perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi la devastante ruspa che si dice. Lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge quanto più può; se esagerasse, certo sarebbe meglio, ma la storia è a corto di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo come una rete a strascico con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma d’uno scampato e non sembra particolarmente felice. Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato. Gli altri, nel sacco, si credono più liberi di lui.”

Eugenio Montale, “La storia”, da “Satura”, 1971

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Eugène Delacroix, “La liberta che guida il popolo”, 1830

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Ah, sí, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie senza senso

“Ah, sí, quante battaglie, eroismi, ambizioni, superbie senza senso,
sacrifici e sconfitte e sconfitte, e altre battaglie, per cose
che ormai erano state decise da altri in nostra assenza. E gli uomini, innocenti,
a infilarsi le forcine negli occhi, a sbattere la testa
contro il muro altissimo, ben sapendo che il muro non cede
né men si fende, per consentirgli di vedere almeno da una fessura
un po’ di azzurro non offuscato dalla loro ombra e dal tempo. Eppure – chissà –
là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia
la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo
tra ferri arrugginiti e ossi di tori e di cavalli,
tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po’ d’alloro
e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello d’oro.”

 

Ghiannis Ritsos, daElena”, in “Quarta dimensione”

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Sui grandi uomini

 

“Sui grandi uomini sempre esistono dettagli
che si occultano in testi e biografie
affinché i genitori non cedano allo scandalo
nel pensare che i figli arrivino a conoscerli.

Alessandro fu un pessimo alunno di Aristotele
Diogene fabbricò monete false
Cesare usò parrucche e vestiva da donna
Carlo Magno era un grande maneggione
Alfonso il Savio divise l’amante con il re di Murcia
Petrarca ebbe due figli da madre sconosciuta
Colombo lavorò a percentuale e mai fu molto chiaro con i conti
Caterina la Grande era leggera nei giudizi politici
George Washington speculò sui terreni in Virginia
Marx non riuscì a nascondere certi tratti da avaro
Victor Hugo fu un uomo miserabile
Wagner davvero odiava follemente gli ebrei
Einstein fu un apprensivo in fatto di alimenti
e Martin Luther King non fu così negro come adesso si dice.

Molti bimbi così la smetterebbero di odiare i grandi uomini
osservandone i tratti e i costumi di tipi normalissimi.”

 

José Augustin Goytisolo, “Sui grandi uomini”

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Reperto meraviglioso

 

“Tra mille e mille anni
studiando la storia
il sovrapporsi degli strati
il contenuto in fossili
contando gli anelli concentrici dei tuoi anni
scoprendo questo segno leggero
lasciato da te
la traccia interrotta
l’incisione per sempre che sei
le nervature delicate della tua foglia
sarò studiosa di te
della struttura inalterata
dell’alone luminoso della tua follia
del soffio della tua poesia
scaverò tremando
troverò l’impronta
della tua
lì così.”
Vivian Lamarque,  “Reperto meraviglioso”
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Eppure

“Per gli incolori
che non hanno canto
neppure il grido,
per chi solo transita
senza nemmeno raccontare il suo respiro,
per i dispersi nelle tane, nei meandri
dove non c’è segno, né nido,
per gli oscurati dal sole altrui,
per la polvere
di cui non si può dire la storia,
per i non nati mai
perché non furono riconosciuti,
per le parole perdute nell’ansia
per gli anni che nessuno canta
essendo solo desiderio spento,
per le grandi solitudini che si affollano
i sentieri persi
gli occhi chiusi
i reclusi nelle carceri d’ombra
per gli innominati,
i semplici deserti:

fiume senza bandiere senza sponde
eppure. eterno fiume dell’esistere.”

 

Pietro Ingrao, “Eppure”, da “L’alta febbre del fare”

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Vengo da lontano

 

“Vengo da lontano,
ma non mancherò quel giorno,

Vengo dalle frontiere dell’uomo,
conosco le sue virtù estreme
e le sue estreme miserie,
nulla mi stupisce
e tutto mi sorprende.

Io stesso ho camminato a lungo
per i lunghi corridoi del buio,
spesso
colpevolmente smarrito
in facili labirinti.

Non mancherò quel giorno.
Vengo dal coniugare il verbo del silenzio,
conosco a memoria
i suoi più nascosti orizzonti.

Ho vissuto a fondo calma e tempesta,
sono stato bersaglio dei suoi fulmini,
vengo da un tempo dove amore e rabbia
si incontravano sovente nelle mani.

Non mancherò quel giorno,
in questo transito scolpito in me
l’urlo silenzioso degli assenti, e
ultimamente
la solitudine
troppo spesso mi attanaglia.

Ma non mancherò quel giorno,
la mano aperta
pronta per stringere un’altra,
quanto mai presente
io
non mancherò quel giorno
né a nessun altro.”

Egidio Molinas Leiva,  da “Non mancherò”

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Oceano nuziale

 

“Questa storia comincia molto prima di noi.
Ci sono volute età di dolore e d’oro,
di pietra e di acqua antica, glaciazioni,
battaglie e lamenti, secoli, soffi,
una sera di marzo all’Isla Negra,
caverne, vulcani, libri, guerre, aquile,
stelle, formiche, ponti, labbra, tunnel,
poesie, caramelle, Carmen, rose
che Luis rubava per regalarle a te.

Ci sono voluti mari manoscritti,
madri che ci hanno allattato, tempeste,
tori di neve, navi, nubi, foglie
che cadono al suolo in un giardino in Cile
quando nessuno le vede,
miserie e miracoli, per giungere qui,
sulle sponde di questo oceano nuziale,
del vostro amore che sta ricominciando.

Ci sono volute, persino,
cose che non c’era bisogno che accadessero:
tiranni, per esempio,
che non sanno, poverini, che l’amore li tollera e li usa per diventare più forte,
e che laddove seminano la loro impotenza,
il seme putrefatto del non posso,
la vita riesce a far crescere, nella sua pazienza,
la rosa regalata del sì voglio.
Questa storia comincia molto prima di noi,
e non ha fine.

Ci è mancato poco che non accadesse, e tuttavia
è accaduta, siamo qui, a battezzarci
nelle acque benedette
del vostro nostro oceano nuziale.

Oggi la vita è un sì. Ha senso.
L’amore, come il mare, non dorme mai.
E la marea cresce anche se nessuno la guarda.
Avete attraversato anni, paesi, pagine
per arrivare qui. E tanti auguri.”

Juan Vicente Piqueras, “Oceano Nuziale”, in “Vigilia di restare”

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La memoria è un remoto quando

“La memoria è un remoto quando

(quando ti conobbi, quando te ne andasti)
o imperfetto

(quando eravamo piccoli,
quando eri con me).

Nel desiderio siamo ancora più quando

(quando tornerai,
quando sarà il momento,
quando arriverà),

siamo subordinati e senza protezione…

Soltanto quando dormo il quando s’addormenta.”

Juan Vicente Piqueras

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Orfani

 

“Siamo orfani di cultura
quando non ci insegnano ad amarla,
siamo orfani di terra
se si ostinano a nascondercela
siamo orfani di mare
se chi ci ha preceduto
non l’ha saputo preservare
siamo orfani quando la nostra storia viene cancellata
o manomessa
e non c’è più nessuno che la tramanda
siamo orfani di patria
quando costretti ad andar via
diventiamo migranti ma dentro restiamo orfani
orfani di noi stessi.”

Fiorenza Mongelli, “Orfani”

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La preghiera dell’alba

“Fa miracoli questo albeggiare.
Scrive la sua pagina di luce
sul quaderno scuro della notte.
Annulla la nostra disperazione,
assolve la nostra follia,
accerta che il mondo
non si è dissolto nelle tenebre
come abbiamo temuto
a partire da quella sera in cui,
da una caverna della preistoria,
osservammo per la prima volta il crepuscolo.
Ieri non resuscita.
Quello che è dietro non conta.
Quel che vivemmo già non è più
L’alba ci consegna la prima ora
la prima ora di un’altra vita.
La sola nostra verità
è il giorno che comincia.

 

José Emilio Pacheco Berny (scrittore e poeta messicano), “La preghiera dell’alba”

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Ho visto sulla neve

 

“Ho visto sulla neve
un cervo preso in trappola.

Ho visto sullo stagno
un annegato galleggiare.

Ho visto sulla spiaggia
una dura conchiglia.

Ho visto sulle acque
i tremolanti uccelli.

Ho visto nelle città
dei servili dannati.

Ho visto nella pianura
il polverone dell’ odio.

Ho visto sul mare
il sole amaro.

Ho visto nello spazio
questo secolo che passa.

Ho visto nei cieli
degli occhi impenetrabili.

Ho visto nella mia anima
la cenere e la fiamma.

Ho visto nel mio cuore
un nero dio vincitore.”

Marguerite Yourcenar, da “I Doni di Alcippe”

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La canzone del muro di Berlino
Per Peter Viereck
“Questa è la casa distrutta da Jack.
Questo è il luogo dove una moneta sgualcita
si conficca, e dove Hans viene ucciso.
Questo è il muro costruito da Ivan.
Questo è il muro costruito da Ivan.
Eppure, cercando di placare il suo senso di colpa,
l’ha costruito con uno scialbo cemento grigio chiaro
e gli esplosivi agiscono con discrezione.
Sotto quel muro che a) annoia, b) spaventa
grovigli di filo spinato si accumulano come matasse
usate dalla nonna (la sua sedia ancora dondola!)
ma la tensione è troppo alta per rammendare calze.
Oltre quel muro sventola una bandiera gergale
su quel giallo, rosso e nero
il Compasso e il Martello proclamano che
l’autentico sogno massonico è giunto.
Dal loro nido pazientemente i poliziotti
scandiscono con i loro binocoli Occidente
e Oriente; amano entrambi gli orizzonti
apparentemente vuoti di ebrei.
Chi è stato visto, considerato, ascoltato, qui,
fu separato dal desiderio dei Soldi
o da una possente urgenza marxista.
Il muro non permetterà loro di unirsi.
Vieni su questo muro se disprezzi i tuoi luoghi
e ammira un esemplare spazio cosmico
dove nessuna forma di vita può esistere
e solo gli oggetti cadono.
Vieni verso questo disprezzo della pace e della guerra
versione pietrificata di una o dell’altra,
serpeggia tra queste paludi desolate che agiscono
come uno specchio frantumato.
Il giorno è triste, qui.
Di notte
i riflettori illuminano quella piaga
certificando che se qualcuno urla
non è per un brutto sogno.
A proposito, i sogni non sono male: solo che
sono intrisi del sangue di uno dei tuoi che ha lasciato
il suo ruolo per caracollare fin qui; sulla sua testa
i sogni si sono tramutati in piombo.
Detto questo, soltanto il Tempo
ha abbastanza fegato per commettere un crimine
e passare avanti indietro, in questo posto, a piedi:
ai pendoli non sparano.
Ecco perché questo luogo vedrà molte lune
mentre le coppie stanno nei letti come cucchiai,
mentre i ricchi si domandano sulla profondità
dei propri desideri e le ragazze sole mangiano pesce.
Vieni a questo muro che batte tutti gli altri:
Romano, Cinese, i cui corrotti, falsi
molari invidiano le zanne d’acciaio che
lampeggiano sulla carne dei vicini.
Un uccello può squillare una canzone migliore.
Considera quanto è errato un aborto
(le chiacchiere dei ciarlatani chiedono commissioni
francamente alte) vieni sopra questo muro, guarda.”
Iosif Brodskij, ““The Berlin Wall Tune”, pubblicata il 17 dicembre 1981 sul “The New York Review of Books”

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Foto tratta dal web

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Pensieri che mi assalgono nelle vie animate
“Volti.
Miliardi di volti sulla faccia della terra.
Ciascuno diverso, sembra,
da quelli che furono e saranno.
Ma la Natura – e chi mai la conosce –
forse stanca per l’incessante lavoro
ripete le sue trovate precedenti
e ci mette volti
già adoperati un tempo.
Forse ti viene incontro
Archimede in jeans,
Caterina II con uno straccetto dei saldi,
un faraone con cartella e occhiali.
La vedova d’un calzolaio con le scarpe rotte
di una Varsavia ancora piccina,
il maestro della grotta d’Altamira
che porta i nipoti allo zoo,
un vandalo irsuto diretto al museo
per estasiarsi un po’.
Caduti di duecento secoli fa,
di cinque secoli fa
e di mezzo secolo fa.
Qualcuno trasportato di qua in un cocchio d’oro,
qualcuno in un vagone dei campi di sterminio.
Montezuma, Confucio, Nabucodonosor,
le loro tate, le loro lavandaie e Semiramide
che conversa soltanto in inglese.
Miliardi di volti sulla faccia della terra.
Il tuo volto, il mio, di chi
non lo saprai mai.
La Natura, forse, deve ingannare,
e per riuscirci, e per provvedere,
comincia a pescare ciò che è affondato
nello specchio dell’oblio.”
Wislawa Szymborska, da “La gioia di scrivere”
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La realtà esige
“La realtà esige
che si dica anche questo:
la vita continua.
Continua a Canne e Borodino
e a Kosovo Polje e a Guernica.
C’è un distributore di benzina
nella piazza di Gerico,
ci sono panchine dipinte di fresco
sotto la Montagna Bianca.
Lettere vanno e vengono
tra Pearl Harbour e Hastings,
un furgone di mobili transita
sotto l’occhio del leone di Cheronea,
e ai frutteti in fiore intorno a Verdun
si avvicina il fronte atmosferico.
C’è tanto Tutto
che il Nulla è davvero ben celato.
Dagli yacht ormeggiati ad Anzio
arriva la musica
e le coppie danzano sui ponti al sole.
Talmente tanto accade di continuo
che deve accadere dappertutto.
Dove non è rimasta pietra su pietra,
c’è un carretto di gelati
assediato dai bambini.
Dov’era Hiroshima
c’è ancora Hiroshima
e si producono molte cose
d’uso quotidiano.
Questo orribile mondo non è privo di grazie,
non è senza mattini
per cui valga la pena svegliarsi.
Sui campi di Maciejowice
l’erba è verde
e sull’erba, come è normale sull’erba,
una rugiada trasparente.
Forse non ci sono campi se non di battaglia,
quelli ancora ricordati,
quelli già dimenticati,
boschi di betulle e boschi di cedri,
nevi e nebbie, paludi iridescenti
e forre di nera sconfitta,
dove per un bisogno impellente
ci si accuccia dietro a un cespuglio.
Qual è la morale? – forse nessuna.
Di certo c’è solo il sangue che scorre e si rapprende
e, come sempre, fiumi, nuvole.
Sui valichi tragici
il vento porta via i cappelli
e non c’è niente da fare –
lo spettacolo ci diverte.”
Wislawa Szymborska, “La realtà esige”, da “Ogni caso”, 1972
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Foto del “Corriere della Sera”
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La breve vita dei nostri antenati

“Non arrivavano in molti fino a trent’anni.
La vecchiaia era un privilegio di alberi e pietre.
L’infanzia durava quanto quella dei cuccioli di lupo.
Bisognava sbrigarsi, fare in tempo a vivere
prima che tramontasse il sole,
prima che cadesse la neve.
Le genitrici tredicenni,
i cercatori quattrenni di nidi fra i giunchi,
i capicaccia ventenni –
un attimo prima non c’erano, già non ci sono più.
1 capi dell’infinito si univano in fretta.
Le fattucchiere biascicavano esorcismi
con ancora tutti i denti della giovinezza.
Il figlio si faceva uomo sotto gli occhi del padre.
Il nipote nasceva sotto l’occhiaia del nonno.
E del resto non si contavano gli anni.
Contavano reti, pentole, capanni, asce.
Il tempo, così prodigo con una qualsiasi stella del cielo,
tendeva loro la mano quasi vuota,
e la ritraeva in fretta, come dispiaciuto.
Ancora un passo, ancora due
lungo il fiume scintillante,
che dall’oscurità nasce e nell’oscurità scompare.
Non c’era un attimo da perdere,
domande da rinviare e illuminazioni tardive,
se non le si erano avute per tempo.
La saggezza non poteva aspettare i capelli bianchi.
Doveva vedere con chiarezza, prima che fosse chiaro,
e udire ogni voce, prima che risonasse.
Il bene e il male –
ne sapevano poco, ma tutto:
quando il male trionfa, il bene si cela;
quando il bene si mostra, il male attende nascosto.
Nessuno dei due si può vincere
o allontanare a una distanza definitiva.
Ecco il perché d’una gioia sempre tinta di terrore,
d’una disperazione mai disgiunta da tacita speranza.
La vita, per quanto lunga, sarà sempre breve.
Troppo breve per aggiungere qualcosa.”

 

Wislawa Szymborska, “La breve vita dei nostri antenati”

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Scorcio di secolo

 

“Doveva essere migliore degli altri il nostro XX secolo.
Non farà più in tempo a dimostrarlo,
ha gli anni contati,
il passo malfermo,
il fiato corto.

Sono ormai successe troppe cose
che non dovevano succedere,
e quel che doveva arrivare
non è arrivato.

Ci si doveva avviare verso la primavera
e la felicità, fra l’altro.

La paura doveva abbandonare i monti e le valli,
la verità doveva raggiungere la meta
prima della menzogna.

Certe sciagure
non dovevano più accadere,
ad esempio la guerra
e la fame, e così via.

Doveva essere rispettata
l’inermità degli inermi,
la fiducia e via dicendo.

Chi voleva gioire del mondo
si trova di fronte a un compito
irrealizzabile.

La stupidità non è ridicola.
La saggezza non è allegra.

La speranza
non è più quella giovane ragazza
et caetera, purtroppo.

Dio doveva finalmente credere nell’uomo
buono e forte,
ma il buono e il forte
restano due esseri distinti.

Come vivere? – mi ha scritto qualcuno
a cui io intendevo fare la stessa domanda.

Da capo e allo stesso modo di sempre,
come si è visto sopra,
non ci sono domande più pressanti
delle domande ingenue”.

Wisława Szymborska, “Scorcio di secolo”

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Dove comincia la mia memoria?

 

“I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a questa intemperie il nome della necessità,
la fame la chiamarono muraglia della fame,
alla povertà posero il nome di tutto ciò che non è estraneo alla povertà.
Poco è quello che un uomo può fare con il pensiero della fame,
a malapena disegnare un pesce nella polvere dei cammini,
a malapena guadare il mare in una croce di legno.
I miei antenati attraversarono il mare su una croce di legno,
ma non chiesero udienza,
così che vagarono per i fascicoli
come i ricci e i ramarri vagano per i sentieri dei villaggi.
E giunsero agli arenili,
negli arenili la terra è scintillante come le squame di pesce,
la vita negli arenili ha solo lunghi giorni di pioggia e poi lunghi giorni di vento.
Poco è quello che può fare un uomo che nella vita ha avuto solo queste cose,
a malapena starsene a dormire sdraiato nel pensiero della fame
mentre ascolta la conversazione dei passeri nel granaio,
a malapena seminare legna di fiore sul lenzuolo degli orti,
andare scalzo sulla terra scintillante
e non seppellire in essa i suoi figli.
I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a questa intemperie il nome della necessità,
attraversarono il mare su una croce di legno.
Allora posero nome alla fame perché il padrone della fame
si chiamasse signore della casa della fame
e vagarono per i cammini
come i ricci e i ramarri vagano per i sentieri dei villaggi.
Poco è quello che può fare un uomo con le briciole della pietà,
mangiare pane bagnato nei giorni di pioggia a cui poi seguiranno lunghi
giorni di vento
e parlare della necessità,
parlare della necessità come si parla nei villaggi
di tutte le cose piccole che si possono avvolgere con cura in un fazzoletto.”
Amos Oz, “Dove comincia la mia memoria?”
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Il vecchio mondo

“Trascorsi più
di cinquecento anni

e   te lo dice un poeta delle Asturie
libero quindi da ogni colpa

se qualcosa sembra essere stato              dimostrato
oltre ogni ragionevole dubbio
è questo:

                             sia sul ponte
quanto nelle stive di carico
ma anche nelle cabine degli ufficiali e dell’equipaggio
la sola cosa che trasportavano
quelle tre caravelle
che venivano dal vecchio mondo
era proprio questo:

un vecchio mondo

con uno ad uno
tutti i suoi relitti:

(ogni nazione teme
siano svelate le verità di ciò che ha fatto ad altre:
Charles Simić)”

David Gonzales, “Il vecchio mondo”

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Come si fa

“Prima mi sono vergognata. Poi ero
incredula delusa. Come bocciata.
Tutta una specie ritornata indietro.
Alle bastonate. Maschi al comando ancora,
con i vecchi randelli trasformati in armate
missili carri armati corazzate,
tutta un’esibizione muscolare così evoluta –
e le teste invece rimaste indietro, alla predazione,
alla zampata feroce su qualcuno che trema.
Solo dopo è arrivata la pena. Solo dopo
sono entrata dentro un gonfio
di lacrime tenute. E il dolore
dei miei umani casi si è fuso insieme
al dolore per loro, i morti, gli scampati
i feriti lasciati lì in un fosso, i rifugiati.
E se adesso piango a volte – non so per chi
o per che cosa, tanto sono confusa.
Un dolore non grave però, il mio,
spesso sospeso,
un dolore che non mi toglie ancora
l’appetito e posso guardare
i notiziari, continuando a mangiare,
sopportare ancora lo stridore della pubblicità
col suo falso prometterci le cose.
Come si fa a provare
un dolore vero. Come si fa
da quel dolore sentir nascere
un atto vero di pace. Come si fa
ad esser solidali fino alla radice.
Allora forse troveremmo strade
impensabili ora. Accordi fra nemici
talmente inaspettati. Soluzioni di tregua
permanente, abbracci molto attesi,
terreni condivisi, confini più sfumati.
Allora la terra intera
sarebbe nostra alleata, tutti
i pesci sotto le corazzate, gli uccelli disturbati
dai fumi e dai boati, i tronchi
le radici che stavano aspettando
la loro primavera. I gatti per le strade
i cani, i lombrichi, le api.
Tutto sarebbe alleato con noi
dentro la pace. Ce ne verrebbe
una gioia vera, una potenza
di creazione – proprio il contrario
di questa morte dei corpi e delle cose.
Sarebbe la più grande rivoluzione di specie:
risolvere i conflitti col nostro ragionare
intelligente – in compassione.
Risolverli parlando e tacendo
donne e uomini insieme,
con ricorrenti abbracci a ricordare
ciò che più vogliamo, il nostro fine supremo.
Stare nella pace. Abitare la terra
in un respiro grato.
Noi, ultimi arrivati.”
Mariangela Gualtieri, “Come si fa”

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Amedeo Bocchi, “L’esodo”

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Quest’anno è come l’anno di mille anni fa

“Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
noi portiamo la brocca e sferziamo la schiena della vacca,
falciamo e non sappiamo nulla dell’inverno,
beviamo mosto e non sappiamo nulla,
presto saremo dimenticati
e i versi svaniranno come neve davanti alla casa.

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
volgiamo lo sguardo nel bosco come nella stalla del mondo,
mentiamo e intrecciamo cesti per mele e pere,
dormiamo mentre le intemperie consumano
davanti alla porta le nostre scarpe infangate.

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
non sappiamo nulla,
non sappiamo nulla del declino,
delle città sprofondate, del vortice in cui sono affogati
cavalli e uomini.”

Thomas Bernhard, da “Sotto il ferro della luna”

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Come vanno le cose

“È tutto tranquillo. Non è successo niente.
L’errore di scoprire il mondo lo rimpiangiamo da un pezzo.
Ogni colpo di vanga, ogni osso ritrovato, ogni speranza dissepolta:
la loro inefficacia è dimostrata da un pezzo. Le rovine
si edificano su progetto, anche questa una vecchia soluzione per dopo.
Sulle macerie artificiali abitano famiglie, accanite
a distribuire foto a colori: istantanee senza garanzia.
Si parlava di una piccola lista di obiezioni,
ridicolaggini, non mette conto di parlarne: non mette conto
comunque d’interrompere gli altri.

Tutto è tranquillo. Non è successo niente.
Le piccole ferite sanguinano come al solito, i ritardi
non hanno motivo. In altre parole, in altro modo,
detto altrimenti: il caso ne esce di nuovo vittorioso,
la ragione è battuta: nemmeno questo
le si vede addosso. Il suo profilo si è fatto più morbido
da quando parla solo di se stessa, i suoi occhi sono
più accademici, ogni sua uscita è facilmente scusabile.
È uno spasso diabolico starla a guardare: le soavi
drammatizzazioni della sua indifferenza.

È tutto tranquillo. Non è successo niente.
I sentimenti si sono fatti meno vistosi, era da aspettarselo, l’odio,
si è mutato in invidia. Non vi eccitate,
niente storie, niente malinconie: il finanziamento dell’apatia
è assicurato. L’export si sta riprendendo. La vita
è ora capace di miglioramento, finalmente
gli sforzi sono valsi la pena. Al museo, indifese,
le timide ambizioni dei passati:
a ognuno si fa chiaro come il sole
su cosa si è infranta la storia.

Non è successo niente. È tutto tranquillo.
L’alfabeto è di nuovo in uso, le tabelline,
il dialogo ha congiuntura. I vecchi cappelli,
le vecchie profezie, i vecchi fenomeni: tutto
sembra nuovo. Ognuno da ieri ha la chiara sensazione
di esserci. Ognuno si presenta bene. Ognuno guarda ognuno
con interesse. Le conversazioni balbettanti
sono ammutolite, tutto scorre, fluisce, gli intimi
deragliamenti non ci sono più. L’oscuro è stato eliminato:
aforismi descrivono il mondo con mortale chiarezza.”

Michael Krüger, “Come vanno le cose”, da “Il coro del mondo” , 2010

*****

Vicini…solo per poco

“Vicini,
solo per poco,
ci ha posto
l’universo
assegnandoci
con parsimonia
uno scampolo di tempo
sul quale ricamare
una misera manciata
di momenti vissuti
insieme
una matassa di seta
con cui tessere
il drappo incompiuto
della nostra storia
e un filo infinito
che ora unisce me a te.

Dovunque sei.”

Slawka G. Scarso, “Vicini… Solo per poco”

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Ulpiano Checa, “La entrada de los Hunos en Roma”, 1887

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Aspettando i barbari

“Che aspettiamo, raccolti nella piazza?
Oggi arrivano i barbari.
Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?
Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.
Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?
Oggi arrivano i barbari.
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.
Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?
Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.
Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?
Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.
Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti seri)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?
S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.”
Costantino Kavafis, “Aspettando i barbari
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Thomas Cole, “The Course of Empire Destruction”, 1836
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Sant’Ambrogio

“Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco
Per que’ pochi scherzucci di dozzina,
E mi gabella per anti-tedesco
Perchè metto le birbe alla berlina,
O senta il caso avvenuto di fresco,
A me che girellando una mattina,
Capito in Sant’Ambrogio di Milano,
In quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto
D’un di que’ capi un po’ pericolosi,
Di quel tal Sandro, autor d’un Romanzetto
Ove si tratta di Promessi Sposi……
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,
In tutt’altre faccende affaccendato,
A questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
Di que’ soldati settentrïonali,
Come sarebbe Boemi e Croati,
Messi qui nella vigna a far da pali:
Difatto se ne stavano impalati,
Come sogliono in faccia a’ Generali,
Co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
Davanti a Dio diritti come fusi.

Mi tenni indietro; chè piovuto in mezzo
Di quella maramaglia, io non lo nego
D’aver provato un senso di ribrezzo
Che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
Scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
In quella bella casa del Signore,
Fin le candele dell’altar maggiore.

Ma in quella che s’appresta il Sacerdote
A consacrar la mistica vivanda,
Di subita dolcezza mi percuote
Su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
Come di voce che si raccomanda,
D’una gente che gema in duri stenti
E de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri assetati;
Quello: “O Signore, dal tetto natio”,
Che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io;
E come se que’ côsi doventati
Fossero gente della nostra gente,
Entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
Poi nostro, e poi suonato come va;
E coll’arte di mezzo, e col cervello
Dato all’arte, l’ubbíe si buttan là.
Ma cessato che fu, dentro, bel bello
Io ritornava a star, come la sa;
Quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
Da quelle bocche che parean di ghiro,

Un cantico tedesco lento lento
Per l’äer sacro a Dio mosse le penne:
Era preghiera, e mi parea lamento,
D’un suono grave, flebile, solenne,
Tal, che sempre nell’anima lo sento:
E mi stupisco che in quelle cotenne,
In que’ fantocci esotici di legno,
Potesse l’armonia fino a quel segno.

Sentía nell’inno la dolcezza amara
De’ canti uditi da fanciullo: il core
Che da voce domestica gl’impara,
Ce li ripete i giorni del dolore:
Un pensier mesto della madre cara,
Un desiderio di pace e d’amore,
Uno sgomento di lontano esilio,
Che mi faceva andare in visibilio.

E quando tacque, mi lasciò pensoso
Di pensieri più forti e più soavi.
Costor, dicea tra me, Re pauroso
Degl’italici moti e degli slavi,
Strappa a’ lor tetti, e qua senza riposo
Schiavi gli spinge per tenerci schiavi;
Gli spinge di Croazia e di Boemme,
Come mandare a svernar nelle Maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
Muti, derisi, solitari stanno,
Strumenti ciechi d’occhiuta rapina
Che lor non tocca e che forse non sanno:
E quest’odio che mai non avvicina
Il popolo lombardo all’alemanno,
Giova a chi regna dividendo, e teme
Popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi,
In un paese qui che le vuol male,
Chi sa che in fondo all’anima po’ poi
Non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi. —
Qui, se non fuggo, abbraccio un Caporale,
Colla su’ brava mazza di nocciuolo,
Duro e piantato lì come un piolo.”

Giuseppe Giusti, “Sant’Ambrogio”, 1845

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Domande di un lettore operaio   

“Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò? In quali case,
di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande è piena d’archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari?
La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti?
Anche nella favolosa Atlantide
la notte che il mare li inghiottì, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò l’India.
Da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna· pianse, quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi, oltre a lui, l’ha vinta?
Una vittoria ogni pagina.
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’uomo.
Chi ne pagò le spese?
Quante vicende,
tante domande.
Perché nei libri di storia si parla solo dei grandi e mai degli umili?
Perché gli archi di trionfo furono eretti solo ai Cesari e mai ai loro legionari? Sono le masse le vere protagoniste delle
vicende storiche o i singoli uomini, re o condottieri, i cui nomi sono passati alla storia?
Queste domande di un lettore operaio hanno nei versi la risposta: le costruzioni imponenti e le imprese militari, vittoriose o disastrose che siano,  non possono essere attribuite ad un uomo solo, ma a quanti di quelle vicende furono protagonisti, anche con compiti umili.”

Bertolt Brecht , “Domande di un lettore operaio”

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I fiori che ho lasciato nella terra
“I fiori che ho lasciato nella terra,
quelli che non colsi mai per te,
oggi li richiamo tutti alla memoria,
che crescano per sempre,
non nelle poesie né nel marmo,
ma dove caddero e marcirono.
E le navi nei loro imponenti bacini,
immense e transitorie come eroi,
le navi che non potei mai comandare,
oggi le richiamo alla memoria,
che veleggino per sempre,
non in modellini né nelle ballate,
ma dove fecero naufragio e affogarono.
E il bambino sulle cui spalle sto,
la cui brama piegai
con pubblica, regale disciplina,
oggi lo richiamo alla memoria,
che si strugga per sempre,
non in confessione né in biografia,
ma dove fioriva,
crescendo scaltro e peloso.
Non è il rancore che mi porta lontano,
verso il rifiuto, verso il tradimento:
è la stanchezza, vado via perché sono stanco di te.
Oro, avorio, carne, amore, Dio, sangue, luna –
sono diventato il più esperto nel catalogo.
Il mio corpo un tempo così avvezzo alla gloria,
il mio corpo ora è un museo:
questa parte è ricordata grazie alla bocca di qualcuno,
questa per via di una mano,
questa per l’umidità, questa per il calore.
Chi possiede qualcosa che non creò?
La tua bellezza mi lascia indifferente
come le criniere dei cavalli e le cascate.
Questo è il mio ultimo catalogo.
Esalo l’esangue
ti amo, ti amo –
e ti lascio partire per sempre.”
Leonard Cohen, da “Le spezie della terra”
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Foto di LepetitMorty
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A Allende è andata male
“A Allende è andata male
(amico mio,
ricordo quella notte a Santiago,
non eri ancora una speranza del mondo,
ti domandavo perché non trovavo
le percentuali dei bambini spenti
in Sudamerica: mi rispondevi
erano svanite da quando a Cuba
le avevano abbassate).
Più guardingo
Devi vigilare i nostri Pinochet.
Non confondere le chiacchiere col lavoro,
non confondere maldicenza con dialettica,
non profanare incontri con parole
superflue.
Non confondere rapporto non violento con lasciar fare,
non confondere sicurezza in una istituzione
con sviluppo del fronte democratico,
non confondere amore con gelosia.
Rifiutati a sparare soluzioni:
senza dileguarti, apprendi
a riproporre agli altri le domande.
Rifiuta il disdegnoso volo:
cura fondare il fronte
più necessario
in cui ciascuno cresca.”
Danilo Dolci, da “Poema umano”, 1974
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Dal buio alla luce resistente
“La storia è un simbolo della resistenza
La storia è una ribellione alla persecuzione
Noi possiamo cambiare la storia
Oppure la storia ci cambia
Noi possiamo riscrivere la storia
Oppure la storia ci può scrivere nel buio
Noi possiamo giudicare la storia
Oppure la storia giudica la falsa gente
E ogni storia è la fine di un dittatore
Ogni canzone è una sintesi della vita
In ogni canzone aumenta la voce della gioia
In ogni canzone aumenta il grido di vittoria
Le canzoni distribuiscono la speranza in ogni luogo
E la storia scorre nei fiumi, nelle canzoni combattenti
Nascono gli eroi impavidi, le eroine impavide
Le leggende nascono con la storia scritta con le lettere d’oro
Le leggende infinite nascono dal buio alla luce
E ogni canzone è il continuo della storia scolpita
E ogni canzone è la storia vissuta.”
Doğan Akçali, poeta kurdo, “Dal buio alla luce resistente”
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Paul Gauguin, “Eu haere ia oe” (Dove stai andando?), 1893
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Sono un selvaggio
“Io sono un selvaggio e non capisco
come puoi comprare e vendere il cielo
e perché ti senti proprietario dell’acqua e dell’aria.
e invadi la mia terra con i tuoi rifiuti.
Io sono un selvaggio e non capisco
Perché vi fate chiamare NAVIGANTI
ma non sapete contenere il mare,
perché vi sentite POETI
ma non difendete il tramonto,
perché vi definite SOGNATORI
ma imbrattate il vento.
Io sono un selvaggio e non capisco
perché mi chiami stupido se cammino scalzo
amando la terra che calpesto,
se non conosco la mia taglia,
non mi metto in posa
non controllo il peso, non faccio shopping.
Io sono un selvaggio e non capisco
perché continui a parlarmi nella tua lingua
e non provi a guardarmi negli occhi.
Perché confondi la cultura con il progresso
portandoti dietro il fetore delle tue città.
Io sono un selvaggio e non capisco
perché sorridi credendo di sapere più di me
e mi compri come se fossi merce nei tuoi mercati.
Perché consideri i diamanti
più importanti del mio sangue
perché mi rendi schiavo, mi spacchi la schiena
e mi costringi a morire nelle miniere
soffocato dalla polvere e dalla puzza dei tuoi soldi
Io sono un selvaggio e non capisco
perché ti chiamano “bianco”
se il candore è solo della tua pelle
ma ti macchi l’anima di razzismo e vigliaccheria
Io sono un selvaggio e per questo capisco
l’incanto della vita e il rispetto per questa terra
che spero vi faccia per…dono
Andrea Cacciavillani, “Sono un Selvaggio”
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Foto tratta da “Napoli in guerra”, di Giuseppe Aragno e Attilio Wanderlingh, 2020
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Dopo

“Non quelli dentro il bunker,
non quelli con le scorte alimentari, nessuno di città,
si salveranno indios, balti, masai,
beduini protetti dal vento, mongoli su cavalli,
e poi uno di Napoli nascosto nel Vesuvio,
e un ebreo avvolto in uno sciame di parole,
per tradizione illesi dentro fornaci ardenti.

Si salveranno più donne che uomini,
più pesci che mammiferi,
sparirà il rock and roll, resteranno le preghiere,
scomparirà il denaro, torneranno le conchiglie.

L’umanità sarà poca, meticcia, zingara
e andrà a piedi. Avrà per bottino la vita
la più grande ricchezza da trasmettere ai figli.”

 

Erri De Luca, “Dopo”

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L’estate del ’43

 

“L’estate del ’43 gli eserciti spediti sulla neve di Russia,
nella sabbia di Egitto, sbandavano all’indietro.
La guerra dei fascismi andava alla malora,
ma una pace: lontana. “Finché non bombardano Roma”,
“Finché non bombardano Roma”, la frase girava a bassa voce,
pericoloso dirla per intero, la milizia aveva cento orecchie,
qualcuna di meno ultimamente, che la guerra falliva.

Finché non bombardano Roma, non finisce.
Strano vaccino per l’epidemia, che razza di siero antiguerra.
Si era ficcato in testa per le città d’Italia
bombardate a martello, prima solo di notte,
poi pure a mezzogiorno, e a Roma niente.
“Ce sta ‘o papa, nun ponno mena’ bbombe ‘ncopp’ o papa”.
A Napoli spiegavano così la malasorte,
la più bersagliata dall’alto dei cieli, e Roma niente.
“‘O papa, ce sta ‘o papa, nun le ponno fa’ niente, sta San Pietro.”

Nel luglio del ’43 il cielo sopra Napoli era un campo di croci con le ali,
altissime passavano e sganciavano,
sopra obiettivo libero, a terra senza allarme,
senza sirena in mezzo alla città.
Sono più avvelenate di terrore le bombe a mezzogiorno.
Di notte è già normale correre al rifugio,m dentro il buio
a ripararsi, ma di giorno è peggio. “Quanno fernesce? Mai?
E il caldo, ‘o calore, d’o mese ‘e luglio d’o ’43”.

Mia madre teneva diciottanni, legati stretti
per non farseli scippare, passava per la piazza
della posta centrale dopo una delle scariche,
e s’accorse che non c’erano le mosche,
erano morte pure quelle per lo spostamento dell’aria.
“Sui corpi scamazzati, scarognati, nun ce steva ‘na mosca.
Nun era manco nu bumbardamento,
ma ‘na dissenteria di bombe, ci cacavano ‘n capa.
E a Roma c’era il cinema, la guerra la sentivano per radio,
la gente la sera usciva, ieva a teatro,
nun le mancava niente. Tenevo diciottanni,
due fratelli nascosti,
i tedeschi fucilavano i guagliuni che non si presentavano”.

“No, ma’, questo è successo dopo, nel settembre,
quando gli americani ancora non entravano
e i tedeschi mettevano le mine in mezzo al golfo.
Stavamo ricordando ‘o mese ‘e luglio”.
“Senza pute’ durmi’ manco ‘na notte,
a sirena sonava doie, tre vote,
andavamo a durmi’ coi panni ‘ncuollo,
manco le scarpe mi toglievo, pronta pe’ n’ ata corsa,
giù per le scale, ‘a sirena int’e rrecchie
che m’afferrava i nervi, spìcciati, presto, curre,
le posate d’argento nella borsa, la ricchezza nostra,
mammà che mi sttrillava dietro: “Piglia i posti buoni”.
C’erano i posti buoni e quelli malamente, comm’a teatro”.

“Finché nun bumbardano Roma, ‘sta guerra fetente nun fernesce.
La milizia mo’ sente e fa finta ‘e nun senti’,
o’ ssape che è fernuta ‘a zezzenella
(lo sa che è finita la pacchia).
‘O fascismo per me è stato ‘a guerra. Tenevo quindicianni,
‘a meglio età, quanno ‘o fascismo s’affacciaie ‘o balcone:
vincere e vinceremo. Se credeva di fa’ ‘na guapparia,
quattro mosse dietro ai tedeschi e subito vinceva.
In capo a qualche giorno a Napoli sentéttemo  ‘a sirena,
‘a primma sirena d’allarme. Ancora me la sogno la sirena.
Dentro ai sogni nun m’arricordo ‘e bbombe, ma ‘a sirena.
Tenevo quindicianni all’inizio d’a guerra, ‘a meglio età.
‘O fascismo me l’ha inguaiata fino a diciottanni.

Niente sapevo, niente m’importava, d’a politica,
io vulevo fa’ ammore, uscire colle amiche mie,
ballare, andare al mare. Si m’o ffaceva fa’,
si ‘ o fascismo me faceva campa’, bene per lui e bene pure a me.
Invece niente, s’è arrubbat’a giuventù,
ha mandato a muri’ ‘i meglio guagliuni pe’ na guerra fetente,
se ne futteva ‘e me, ‘e Napule, ‘e l’Italia. Stava a Roma
arriparato sotto ‘a tonaca d’o papa,
a Roma non gli succedeva niente.”

“E com’è stato lo strillo, la voce che hai sentito
all’uscita del ricovero, quel giorno?”
“Sarà stato mezzogiorno, o primo pomeriggio,
nun saccio di’, ce stava ‘o sole, da due ore
schiattavamo ‘e calore int’o ricovero.
Sunaie ‘a sirena di cessato allarme, ascèttemo all’aperto,
tossivo per la polvere alzata dalle bombe,
m’abbruciavano gli occhi per la luce potente dopo il buio,
mezzo stordita m’arrivaie ‘nu strillo: “Roma!
Hanno colpito Roma! Hanno menato ‘e bbombe
‘ncopp’ o papa”.
E doppo ‘ o strillo ne venette n’ato: “E’ ‘m mumento,
fernesce ‘a guerra, mo’ fernesce ‘a guerra”.
La gente usciva dai ricoveri scunfusa, stupetiata,
e tutt’insieme dietro a quello strillo
s’abbracciava, chiagneva, alzava ‘e manne ‘o cielo.
“Fernesce ‘a guerra” e : “Roma bombardata” erano ‘o stesso strillo.
E a me, che manco me pareva overo che puteva fini’,
si gelò il sangue a vedere quella festa
perché Roma era stata bombardata.
Noi che sapevamo che malora era,
ce mettevamo a fa’ chell’ammuìna?
Che t’aggia di’, ‘a guerra è ‘na carogna
e ‘o fascismo ci aveva incarogniti.
Poi uscì la milizia e tutti quanti ce ne tornammo a casa
a senti’ ‘a radio: Roma era stata bombardata
la mattina, da ‘e pparti d’a stazione, no a san Pietro.

E così fu che cadett’ o fascismo.
o’ rre fece arrestare Mussolini
e ‘a ggente se credeva che ferneva tutte cose,
‘a guerra, ‘a carestia, tornava il pane bianco, veneva ‘a libbertà.
Fuie ‘na fantasia, nun era tiempo.
A Napoli finì due mesi dopo, a fine settembre,
‘o popolo s’arrevutaie isso sulo contro i tedeschi,
quattro giorni e tre nottate sane,
al buio in mezzo agli spari, pieni di volontà,
quattro giornate per levarsi gli schiaffi dalla faccia.
Finché non se ne uscirono i tedeschi,
entrarono i guagliuni americani, figli ‘e napoletani d’oltremare.
Cominciò quel po’ di gioventù che mi avanzava.
Mi so’ sposata nel ’46, perciò la gioventù durò tre anni.

E di tutto il fascismo mi rimane il peggio di quell’ora
di festa per Roma bombardata.
Anche se in quella polvere di luglio, ‘ calore, ‘o sudore,
non mi sono abbracciata con nessuno,
è per la gente mia che mi dispiace.
Allora fu normale, perciò chist’è ‘o fascismo pe’ mme,
la fetenzia che ci ha portato a quello, di applaudire.
Ti parlo de ‘sti ccose addolorate pecché tu saie senti’,
ma nun pozzo permettere a nisciuno di voi venuti dopo
di giudicare Napoli in quell’ora,
pecché ‘o fascismo vuie nun ‘o ssapite”.

 

Erri De Luca, “L’Estate del ’43”, da “L’ospite incallito”, 2008 

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In evidenza: Foto di Sonia Simbolo

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