“Io credo nel popolo italiano. È un popolo generoso, laborioso, non chiede che lavoro, una casa e di poter curare la salute dei suoi cari. Non chiede quindi il paradiso in terra. Chiede quello che dovrebbe avere ogni popolo.”
Sandro Pertini, Messaggio di fine anno agli Italiani, 1981
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Elogio dell’ufficio
“Un luogo dove stare, essere
ospite, abitare
fuggiasco, viaggiatore.
Dove tenere in ordine le carte,
il mazzo delle biro, il temperino.
Collocare la foto del bambino
quando giocava col trattore.
Un luogo dove essere in orario
e timbrare.
Dover essere, fare
le cose che bisogna fare e poi andare
serenamente a perdersi in un tempo
libero restante, un vuoto
permanente assente.
Il sogno di una cosa fatta,
il compito eseguito,
l’impresa, l’opera
che si conclude al suo inizio: esatta.
Un luogo dove lavorare
ma ogni tanto guardare,
mandare l’occhio alla finestra, astratto.
Un buco anfratto dove stare
nascosto, protetto: un posto
come un altro, luogo
che ti lega ma ti lascia
libero, numero,
la sigla della tua mansione,
semplicemente una funzione.
Uno dei tanti, inesistente.
La gioia che non siamo
niente.”
Paola Mastrocola, da “La felicità del galleggiante”, 2010
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Cesare Marchesini, “Raccolta delle olive”
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“– Che cosa vedi adesso?
Globi rossi, gialli, viola.
Un momento! E adesso?
Mio padre, mia madre e le mie sorelle.
Sì! E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, volti gentili.
Prova queste.
Un campo di grano – una città.
Molto bene! E adesso?
Molte donne con occhi chiari e labbra aperte.
Prova queste.
Solo una coppa su un tavolo.
Oh, capisco! Prova queste lenti!
Solo uno spazio aperto – non vedo niente in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo estivo.
Così va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggimene una pagina.
Non posso. I miei occhi sono trascinati oltre la pagina.
Prova queste.
Profondità d’aria.
Eccellente! E adesso?
Luce, solo luce che trasforma tutto il mondo in un giocattolo.
Molto bene, faremo gli occhiali così…”
Edgar Lee Masters, “Dipplod l’ottico”, da “Antologia di Spoon River”, 1914-1915
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I molli
“Son sempre lì a proclamare
che adesso si concentreranno
sul lavoro, che di solito è
dipingere o scrivere.
è noto, naturalmente, che hanno
talento, è solo che… bè…
non hanno ancora avuto
un’occasione.
troppi problemi si son messi
in mezzo: affari andati male, occupazioni per
sbarcare il lunario, figli, malattie, ecc.
ma adesso, proclamano,
penseranno solo a quello.
si concentreranno sul
lavoro,
adesso è finalmente venuto
il momento.
il talento ce l’hanno.
adesso il mondo se ne accorgerà.
sissignore, ci siamo.
questi tizi sono dappertutto.
sempre in procinto
di.
quasi mai cominciano.
e quando lo fanno
s’arrendono subito.
è una sorta di
capriccio.
vogliono la fama.
la vogliono in fretta.
ma non hanno mica fretta
di mettersi al lavoro
sono capaci solo di sognare
e proclamare,
proclamare,
proclamare.”
Charles Bukowski, “I molli”, da “Ce l’hanno tutti con me”, 2023
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Double face
(pensiero all’uscita del turno di notte)
“Guarda le gru di Marghera altissime
e bianche nel buio come radici
di alberi piantati a rovescio
nella terra
dunque questo non è cielo
ma un cielo capovolto questa non è
vita
ma quello che alla vita viene tolto”
Francesco Tomada, “Double face”, da “L’infanzia vista da qui”, 2005
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Foto dal web
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Le pratiche inevase
“Signore, a fare data dal mese prossimo
voglia accettare le mie dimissioni.
E provvedere, se crede, a sostituirmi.
Lascio molto lavoro non compiuto,
Sia per ignavia, sia per difficoltà obiettive.
Dovevo dire qualcosa a qualcuno,
ma non so più che cosa e a chi: l’ho scordato.
Dovevo anche dare qualcosa,
una parola saggia, un dono, un bacio;
ho rimandato da un giorno all’altro. Mi scusi,
Provvederò nel poco tempo che resta.
Ho trascurato, temo, clienti di riguardo.
Dovevo visitare città lontane, isole, terre deserte;
le dovrà depennare dal programma
o affidarle alle cure del successore.
Dovevo piantare alberi e non l’ho fatto;
costruirmi una casa, forse non bella, ma conforme a un disegno.
Principalmente, avevo in animo un libro meraviglioso, caro signore,
che avrebbe rivelato molti segreti, alleviato dolori e paure,
Sciolto dubbi, donato a molta gente
Il beneficio del pianto e del riso.
Ne troverà traccia nel mio cassetto,
in fondo, tra le pratiche inevase;
Non ho avuto tempo per svolgerla.
È peccato, sarebbe stata un’opera fondamentale.”
Primo Levi, “Le pratiche inevase”, da “Ad ora incerta”, 1984
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Non è per lodarmi
“Non è per lodarmi
ma io non ho splendore.
Sono un referente per la ruggine
più che un referente per la folgore.
Lavoro arduamente per fare quello che è disnecessario.
Ciò che serve non ha conferma,
quel che non serve, ce l’ha.
Non sarò più un povero diavolo che soffre di nobiltà.
Solo le cose striscianti mi celestano.
Ho una mania per fannullare.
Le violette m’immensano.”
Manoel de Barros (poeta brasiliano), “Non è per lodarmi”, da “Il libro sul nulla”, 2014
Artigiani siamo: garzoni, muratori, maestri
“Artigiani siamo: garzoni, muratori, maestri
e siamo qui a costruirti, alta navata.
A volte giunge uno straniero cupo,
scintilla per i nostri cento spiriti,
e ci mostra tremando un nuovo appiglio.
Saliamo ponti vacillanti, grevi
martelli nelle nostre mani
finché l’attimo non ci bacia in fronte:
viene da te come il vento dal mare
fulgendo quasi conoscesse tutto.
Allora echeggiano mille martelli
e colpi penetrano la montagna.
Soltanto quando annotta e il tuo profilo –
futuro traspare t’abbandoniamo.”
Rainer Maria Rilke, “Artigiani siamo: garzoni, muratori, maestri”, da “Libro del pellegrinaggio”, 1905 – Traduzione di Vincenzo Errante
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Renato Guttuso, “La vucciria” 1974
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“Ettogrammo, chilo, mezzochilo.
Cacio, burro, prosciutto, salame,acciughe, salacche, baccalà…”
Sono voci del gergo
di questo untuoso reame.
“Mi serve o non mi serve?Ho tanta fretta!”
“Aspetti…”
” Mi dia retta.Venga qua”.
S’infuria una servetta,
una s’acqueta.
“Il solito formaggio
ma con poca corteccia”.
E una sicura mano
apre una breccia nel parmigiano.
Molla e tira, tira e molla,
poca corteccia e di molta midolla.
Aver fretta ed aspettare,
pesare tagliare affettare,
entrare andar via…
sono le note costanti
della quotidiana sinfonia
in un’antica pizzicheria.
“Mamma mia!
E che poesia
volete che ci sia
dentro un negozio di pizzicheria?
Se diceste di fiori o seteria…
se aveste detto in quello dell’antichità,
certo ce ne sarà,
ma non in quello lì
venite via,
per carità!
Mio caro, siatene persuaso,
per la fretta che avete di giungere alla mèta
questa volta siete evaso
dal campo del poeta.
Non ce n’è non ce n’è, restate franco”.
Basta, miei cari, basta
che ci vada il poeta dietro il banco.
Le file dei formaggi
l’un sull’altra ammassate,
vi sembrano villaggi,
borgate soleggiate,
coi tetti di lavagna,
le oscure cortecce,
come paesini di montagna.
E nei luoghi più vicini
del panorama,
non vi par di riposare
sui morbidi cuscini
dei pecorini?
O se no di passeggiare
pei verdeggianti viali,
per i verdi giardini del gorgonzola?
Di spiare ai suoi fronzuti finestrini?
Non vi sembra di sognare
dame medioevali
affacciate alle superbe finestre
tonde e ovali
del palazzo dei granduchi:
quello coi buchi?
Tavole regali
di mosaici fini,
bizantini veneziani fiorentini:
soprassate salami salamini,
e la più bella,
quella proprio del re:
la mortadella!
Agate alla portata di tutti
vi sembrano i prosciutti;
e le acciughe, le salacche
dalle lucide corazze,
nei barili allineate,
inginocchiatevi:
sono i guerrieri delle Crociate.”
Aldo Palazzeschi (pseudonimo di Aldo Pietro Vincenzo Giurlani),
“Pizzicheria”, pubblicata per la prima volta sulla rivista futurista “Lacerba”, oggi in “Aldo Palazzeschi. Tutte le poesie”, 2002
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“La luna guarda verso di noi,
vede me povero commesso
languire sotto lo sguardo severo
del mio principale.
Mi gratto confuso il collo.
Nella mia vita ancora non ho conosciuto
un sole durevole.
La mancanza è la mia sorte:
doversi grattare il collo
sotto lo sguardo del principale.
La luna è la ferita della notte,
gocce di sangue sono le stelle.
Se anche rimango lontano dalla felicità
per questo la mia indole è modesta.
La luna è la ferita della notte.”
Robert Walser, “Al lavoro”, da “Poesie” – Traduzione di Antonio Rossi
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Il manovale italiano siede vicino ai binari
“Il manovale italiano siede vicino ai binari
e a mezzogiorno mangia pane e mortadella.
Sfreccia un treno e uomini e donne ai tavoli
ravvivati da rose rosse e narcisi gialli
mangiano bistecche con salsa bruna,
fragole con panna, pasticcini e caffè.
Il manovale italiano finisce il pane secco e la mortadella,
li innaffia con un mestolo d’acqua portata dal ragazzo
e inizia la seconda parte della sua giornata di dieci ore
curando la massicciata perché rose e narcisi
tremino appena negli esili vasi di vetro molato
posti sui tavoli del vagone ristorante.”
Carl Sandburg, da “Poesie di Chicago”, 1916
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“Mezzanotte. Il vento spinge a nord-est.
Una luna bassa, opaca.
Inquieti accanto a mogli quiete riposiamo.
Uno spruzzo di pioggia e un gabbiano
fuori all’aperto.
Il fuoco acceso. Un sorso veloce di birra.
Spingiamo la Merle su un mare di gelida fiamma.
I remi colano miele.
Un amo dopo l’altro si srotola sotto The Kame.
La nostra lenza rompe il percorso di improvvise migliaia.
Dodici mascelle catturate,
fauci grigie, si spalancano nelle nostre mani.
Dodici bocche fredde gridano senza suono.
Il mare è di nuovo vuoto.
Come nomadi i più vivaci cambiano continuamente zona.
Scandagliamo il vuoto per tutto il pomeriggio;
stacchiamo; e gustiamo
il cibo genuino della terra, manzo e focaccia d’orzo.
Il tramonto ficca una lama da macellaio
nella gola del giorno.
Ritorniamo su una marea bassa e densa come sangue.
Più stelle che pesci. Donne, gatti, un gabbiano
piagnucolano allo scoglio.
La valle si divide il magro miracolo.”
George Mackay Brown (Scozia), “Pescatori di merluzzi”, da “Incidere le rune”, 2023 – Traduzione di Giorgia Sensi
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Joaquín Sorolla y Bastida, “Pescatori valenziani”, 1895
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Immagine in evidenza: Phil Lockwood, “Offices at night”