Linguaggi

In tutte le strade del mondo

08.11.2021
“In tutto il mondo mi sento a casa, ovunque vi siano nuvole, uccelli e lacrime umane.”
Rosa Luxemburg
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“E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare”.
Versa, 14 febbraio 1917
Giuseppe Ungaretti, “Allegria di naufragi”
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Alfred Guillou, “Adieu”, 1926
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Quando Dio è un viaggiatore
“Confida nel dio
tornato dai viaggi,
nella sua voce di crusca
(e di camomilla),
nel suo neem, albero di saggezza,
nel suo pavone dalle piume sudate,
appisolato nell’ombra.
Confida in lui
che siede muto sulle panchine
ad ascoltare le grida dei bimbi
dissolversi all’imbrunire,
nello sguardo svuotato di erranza,
nel cuore privo di possesso.
Confida in lui
che ha visto abbastanza –
rivoluzioni, promesse, la luce disperata
dei centri commerciali, stanze d’ospedale,
manifesti, teologie, il gusto ferroso
del sangue, i grandi crateri nel mezzo all’amore.
Confida in lui
che non rivendica più
il premio al fratello,
la partigianeria ai genitori.
Confida in lui
che ha corso la sua corsa,
ma ancora gli resta il viaggio,
in lui che svetta irrorato di linfa
sapendo di essere lui l’albero
che dà frutti, festoso
di sole.
Confida in lui
che ti riconosce –
augurante, abbondante, ferita in battaglia,
viva –
e che sa da dove vieni.
Confida nel dio
pronto a fare ancora il giro del mondo
senz’altra ragione
che vederlo, stavolta,
attraverso i tuoi occhi.”

Arundhathi Subramaniam, “Quando Dio è un viaggiatore (riflettendo su Kartikeya/Muruga/Subramania, che si chiama come me), da “A una poesia non ancora nata”

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  Greg Olsen, “Buon viaggio”
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Congedo del viaggiatore cerimonioso
“Congedo del viaggiatore cerimonioso
Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare.)
Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto se io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.”

Giorgio Caproni, “Congedo del viaggiatore cerimonioso”

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Smettetela di tormentarvi
“Smettetela di tormentarvi.
Se volete incontrarmi,
cercatemi dove non mi trovo.
Non so indicarvi altro luogo
Se non dovessi tornare
sappiate che non sono mai partito.
Il mio viaggiare è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.
Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l’altro, tutti
han preso la stessa via.
Ora non c’è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù, dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio – lo so – è ch’io vada
prima che me ne vada anch’io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l’erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch’essa
da un pezzo – già non se ne fosse andata
da questi luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L’acqua,
da quanti milioni d’anni, l’acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso uscire
da me stesso come,
dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d’altro buio.
Il trifoglio
della città è troppo
fitto. lo son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. lo
qui mi rispondo e ho il mio
interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
d’un frastuono senz’ombra
d’anima. Di parole
senza più anima.
Giorgio Caproni, da L’opera in versi”
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La Carta Pisana (1275 circa), la più antica carta portolanica del Mediterraneo, completa di rose dei venti e linee lossodromiche
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Nelle strade semivuote
“Nelle strade semivuote
– al mattino –
i pochi passanti
li tengo facilmente a bada
assonnati e indifesi in quell’ora nuda
sembrano avere tanto
non so nulla di loro,
ma basta la cattura di uno sguardo
dell’anch’io ci sono:
“anch’io ho questo posto
che cambia il passo successivo,
quando mi vedo
nel tuo vedere che sono”
basta per sentirsi
moltitudine unita in cammino
mentre la terra frana
e di questa moltitudine
il luogo”

Luisa Delle Vedove, da “Nella consuetudine del tempo”

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  Paul Gauguin, “Arearea” (Giocosità), 1892
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Il viaggio
“Uno ti dice Buon viaggio
quando ti vede andar via
pronta/o per un lungo cammino
per stare sola/o
per vedere cose e posti
e persone che non avevi mai visto
per scoprire tesori che ancora non sai. […]
Ma quand’è che un viaggio è buono?
Quando sai dove andare.
Ma anche quando non lo sai
e lo scopri strada facendo. […]
Quando cammini per conto tuo e stai bene così.
E quando incontri qualcuno e ti accorgi che stai bene anche così, con qualcuno…
Quando sbagli strada
e arrivi in un posto
e scopri che è proprio lì
che volevi arrivare
anche se non lo sapevi.
Quando incontri un ostacolo,
e poi un altro,
e un altro ancora,
e trovi il modo di superarli tutti. […]
Uno ti dice Buon viaggio
quando ti vede pronta/o per andare via
e non sa dove vai
e nemmeno perché
ma crede che tu sappia tutto
e invece non sai niente
ma va bene così.
A volte non sai niente nemmeno alla fine,
perché non sai se quella è la fine
o se è solo una tappa.
Allora vuol dire che hai fatto davvero Buon viaggio,
perché sei già pronta/o per cominciarne un altro.”

Beatrice Masini e Gianni De Conno, “Il viaggio”, da “Il buon viaggio”

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Dove ho perduto qualcosa

“Dove ho perduto qualcosa
cammino con più cautela.
Non so se troverò quello che cerco,
ma questo luogo è come un tempio:
in esso esiste tutto ciò ch’è possibile.
Dove ho perduto qualcosa,
quel qualcosa perso mi chiama
e una parte di me chiama quel ch’è perduto.
La cautela non va bene per incontrarci:
la cautela serve a non calpestare
il luogo sacro dove dimora
l’oscuro animale della speranza.”

Alfonso Brezmes

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  Henri Rousseau, “Il sogno”, 1910

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Il mio cavallo trova forse strano

“Il mio cavallo trova forse strano

che io sosti ove non c’è casa all’intorno,

tra i boschi e il lago coperti di ghiaccio

nella sera più buia dell’anno.

Fa tinnire i sonagli delle briglie,

quasi a chiedermi se sto sbagliando.

Non c’è altro suono, fuori del fruscio

del vento lieve e dei fiocchi che cadono.

Profondi e scuri sono i boschi e belli,

ma ho promesse da mantenere

e miglia da percorrere, prima di dormire,

e miglia da percorrere, prima di dormire.”

Robert Frost

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Il viandante

“Di sera,
risuona il torrente,
il greve respiro dei boschi,
cielo, solcato in volo
da uccelli urlanti, lidi
delle tenebre, antichi,
su questi i fuochi delle stelle.

Da umano ho vissuto,
di contare ho scordato le porte,
quelle aperte. A quelle sbarrate
ho bussato.
Ogni porta è aperta.
Chi chiama sta a braccia
distese. Accostati dunque alla tavola.
Parla: risuonano i boschi,
i pesci attraversano in volo
il torrente che respira, il cielo
trema di fuochi.”

Johannes Bobrowski, “Il viandante”, da “Paese d’ombre, fiumi”, 1962

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Renato Guttuso, “La strada”

 

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Viaggio Dentro

“E mi incammino
senza mappa o bisaccia
priva d’armi e certezze
lasciando casa
paese
nazione
svuotando cassetti
concetti
nozioni.

Vado
come in uscita dal grembo
togliendo
la camicia di fortuna
tagliando
con dolore ogni cordone.

Vado
intreccio venti e maree
con il respiro
nulla costruisco
ho mani aperte
occhi di cielo
cuore pronto
a lanciarsi nel vuoto.”

Marilina Manzo, “Viaggio Dentro”

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Non dire per cosa vieni

“Non dire per cosa vieni.
Lasciami indovinare dalla polvere dei tuoi capelli che vento ti ha mandato.

È lontana la tua casa?
Ti do la mia: leggo nei tuoi occhi la stanchezza del giorno che ti
ha vinto; e, sul tuo volto, le ombre
mi raccontano il resto del viaggio.

Dai, vieni a dar riposo ai tormenti del cammino nelle curve del mio corpo – è una meta senza dolore e senza memoria.

Hai sete? Avanza dal pomeriggio solo una fetta d’arancia – mordila nella mia
bocca senza chiedere. No, non dirmi
chi sei né per che cosa vieni. Decido io.”

Maria do Rosário Pedreira

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Nomade o marino

“Nomade o marino, sempre, tra lo straniero e lo straniero,
c’è – mare o deserto – uno spazio delineato dalla vertigine alla quale l’uno e l’altro soccombono.
Viaggio nel viaggio.
Erranza nell’erranza.
L’uomo è, innanzitutto, nell’uomo, come il nocciolo nel frutto, o il grano di sale nell’oceano.
E, tuttavia, è il frutto.
E, tuttavia, è il mare.”

Edmond Jabès, da “Un étranger avec, sous le bras, un livre de petit format”

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Paul Gauguin, “Strada di montagna a Tahiti”, 1891

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E’ tempo 

“E’ tempo di mettersi in ascolto
E’ tempo di fare silenzio dentro di sé
E’ tempo di essere mobili e leggeri
di alleggerirsi per mettersi in cammino
E’ tempo di convivere con le macerie e
l’orrore, per trovare un senso
Tra non molto, anche i mediocri lo diranno
Ma io parlo di strade più impervie
di impegni più rischiosi
di atti meditati in solitudine
L’unica morale possibile
è quella che puoi trovare, giorno per giorno
nel tuo luogo aperto-appartato
Che senso ha se tu solo ti salvi
Bisogna poter contemplare
ma essere anche in viaggio
Bisogna essere attenti
mobili
spregiudicati e ispirati
Un nomadismo
una condizione
un’avventura
un processo di liberazione
una fatica
un dolore
per comunicare tra le macerie
Bisogna usare tutti i mezzi disponibili
per trovare la morale profonda
della propria arte
Luoghi visibili
e luoghi invisibili
luoghi reali
e luoghi immaginari
popoleranno il nostro cammino
Ma la merce è merce
e la sua legge sarà
sempre pronta a cancellare
il lavoro di
chi ha trovato radici e
guarda lontano
Il passato e il futuro
non esistono nell’eterno presente
del consumo
Questo è uno degli orrori
con il quale da tempo conviviamo
e al quale non abbiamo ancora
dato una risposta adeguata.
Bisogna liberarsi dall’oppressione
e riconciliarsi con il mistero
Due sono le strade da percorrere
due sono le forze da far coesistere
La politica da sola è cieca
Il mistero, che è muto
da solo diventa sordo
Un’arte clandestina
per mantenersi aperti
essere in viaggio ma
lasciare tracce
edificare luoghi
unirsi a viaggiatori inquieti.
E se a qualcuno verrà in mente
un giorno, di fare la mappa
di questo itinerario
di ripercorrere i luoghi
di esaminare le tracce
mi auguro che sarà solo
per trovare un nuovo inizio
E’ tempo che esca dal tempo astratto
del mercato, per ricostruire il tempo umano dell’espressione necessaria
Bisogna inventare
Una stalla può diventare
un tempio e
restare magnificamente una stalla
Né un Dio
né un’idea
potranno salvarci
ma solo una relazione vitale
Ci vuole
un altro sguardo
per dare senso a ciò
che barbaramente muore ogni giorno
omologandosi
E come dice un maestro:
‘tutto ricordare e tutto dimenticare'”
Antonio Neiwiller, 1993
*****

Edward Hopper, “Compartment C, Car 293”, 1938

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Cammini per il mondo

“Cammini per il mondo
come sopra i tasti del piano
talvolta suoni forte
e talvolta adagio

non puoi arrivare
alla fine della tastiera
perché in realtà i tasti stanno
nelle tue scarpe”

Nadija Rebronja (Poetessa serba)

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Miniatura medievale, la prima a  rappresentare l’uso della bussola a bordo di una nave. L’illustrazione proviene da una copia manoscritta di Jehan de Mandeville (John Mandeville), “Le livre des merveilles”, 1403 

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Il viaggio

“Uno ti dice Buon viaggio
quando ti vede andar via
pronta/o per un lungo cammino
per stare sola/o
per vedere cose e posti
e persone che non avevi mai visto
per scoprire tesori che ancora non sai. […]

Ma quand’è che un viaggio è buono?

Quando sai dove andare.
Ma anche quando non lo sai
e lo scopri strada facendo. […]

Quando cammini per conto tuo e stai bene così.
E quando incontri qualcuno e ti accorgi che stai bene anche così, con qualcuno…

Quando sbagli strada
e arrivi in un posto
e scopri che è proprio lì
che volevi arrivare
anche se non lo sapevi.

Quando incontri un ostacolo,
e poi un altro,
e un altro ancora,
e trovi il modo di superarli tutti. […]

Uno ti dice Buon viaggio
quando ti vede pronta/o per andare via
e non sa dove vai
e nemmeno perché
ma crede che tu sappia tutto
e invece non sai niente
ma va bene così.

A volte non sai niente nemmeno alla fine,
perché non sai se quella è la fine
o se è solo una tappa.

Allora vuol dire che hai fatto davvero Buon viaggio,
perché sei già pronta/o per cominciarne un altro.”

Beatrice Masini, da “Il buon viaggio”

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Eduardo Úrculo, “Il ritorno di Williams B. Arrensberg” (o “Il viaggiatore”), a Oviedo (Spagna)

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Viaggiare

“Mi tramuto in un sacco.
Un vecchio straccio
mi porta fuori all’alba.
Ci trasciniamo, curvi.

Ecco qui, dice, la cravatta blu,
un uomo l’ha scalata mentre gli stava al collo.
Ora lassù singhiozza
perché non sa come calarsi giù.

Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?

Ecco qui, dice, il cappotto.
Il suo nome è Achab, i suoi sono i nostri stracci.
È in cerca del sarto che lo ha fatto.
Vuole strappare via tutti i suoi fili neri.

Ma io non dico niente, cosa può dire un sacco?

Ecco qui, dice, un paio di stivali,
mentre andavano a fondo, mentre andavano sotto
la loro vita videro in un lampo,
dovunque andremo, si aggrapperanno a noi.

Ma io non dico niente, cosa può dire
un sacco rigonfio di stoppa fino al collo?”

 

Charles Simic, “Viaggiare”, da “Hotel insonnia“, 2002

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               Pippo Rizzo, “Treno notturno in corsa”, 1926

 

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Movimento
“Io vo… tu vai… si va…
Ma non chiedere dove,
ti direbbero una bugia:
dove non si sa.
E è tanto bello quando uno va.
Io vo… tu vai… si va…
perché soltanto andare
in un mondo di ciechi
è la felicità.”
Aldo Palazzeschi, “Movimento”, da “Via delle cento stelle”
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L’unica via
“Non si arriva ad una meta
se non per ripartire
e là dove siamo ora
non è che una tappa del nostro cammino
con la certezza che ogni sera
è la promessa di un’aurora
conta i fiori del tuo giardino
mai le foglie che cadono
conta le ore della tua giornata
dimentica le nuvole
conta le stelle delle tue notti
non le tue ombre
conta i sorrisi della tua vita
non le lacrime
e ad ogni compleanno
conta con gioia la tua età
dal numero degli amici
non da quello degli anni
che piccola cosa è una vita
la mia, la tua, come tutte
è una goccia
e che si perda in un mare d’amore
è l’unica via
altrimenti è una goccia sprecata
troppo piccola per essere felice da sola
troppo grande per accontentarsi del nulla.”
Anonimo
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Dove le strade sono già fatte
“Dove le strade sono già fatte
io smarrisco il cammino.
Nel mare immenso, nell’azzurro cielo,
non c’è la traccia d’un sentiero.
Il viottolo è nascosto dalle ali
dagli uccelli, dai fuochi delle stelle,
dai fiori delle mutevoli stagioni.
E chiedo al mio cuore se il suo sangue
porta la saggezza della via invisibile.
Rabindranath Tagore, da “Raccolta di frutti” (VI)
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Tutto è pronto: la valigia
“Tutto è pronto: la valigia,
le camicie, le mappe, la fatua speranza.
Mi spolvero le palpebre.
Ho messo all’occhiello
la rosa dei venti.
Tutto è pronto: il mare, l’atlante, l’aria.
Mi manca solo il quando, il dove,
un diario di bordo, le carte
di navigazione, venti a favore,
il coraggio e qualcuno che mi ami
come non so amarmi io.
La nave che non c’è, le mani attonite,
lo sguardo intento, le imboscate,
il filo ombelicale dell’orizzonte
che sottolinea questi versi sospesi…
Tutto è pronto. Sul serio. Invano.”
Juan Vicente Piqueras, da “Palme”, 2005
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La mia strada non passa vicino alla-tua casa
“La mia strada non passa vicino alla-tua casa.
La mia strada non passa vicino alla-casa di nessuno.
E tuttavia io smarrisco il cammino
(specialmente di primavera!)
e tuttavia mi struggo per la gente
come il cane fa sotto la luna.
Ospite dappertutto gradita,
non lascio dormire nessuno!
E con il nonno gioco agli ossi,
e con il nipote – canto.
Di me non s’ingelosiscono le mogli:
io sono una voce e uno sguardo.
E a me nessun innamorato
ha mai costruito un palazzo.
Le vostre generosità non richieste
mi fanno ridere, mercanti!
Da me stessa mi erigo per la notte
e ponti e palazzi.
(Ma ciò che dico – non ascoltarlo!
È tutto un inganno di donna!)
Da sola al mattino demolisco
la mia creazione.
Le magioni – come covoni di paglia – niente!
La mia strada non passa vicino alla-tua casa.”
Marina Ivanovna Cvetaeva (Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich), dal ciclo “Il commerciante”, 27 aprile 1920
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Foto di Nirav Patel
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Ciao, volevo dirti che sono arrivata
“Ciao, volevo dirti che sono arrivata.
Il viaggio è stato più breve di quanto credessi,
ma è stato difficile.
C’erano curve ovunque e salite ripide.
Ho temuto più di una volta che il cuore scivolasse giù per qualche dirupo.
Invece, ce l’ho fatta.
Con le mani sudate e gli occhi sempre un po’ pieni di pianto.
Sono arrivata nel luogo del non amore.
Ricordi? Te ne avevo parlato.
Ti avevo detto che un giorno anche io lo avrei raggiunto e tu avrai pensato che quel giorno fosse lontano, perché mentre lo dicevo, sorridevi distratto.
Invece eccomi qui.
Nel posto dove le emozioni si dissolvono a contatto con l’aria.
Dove sto pensando che per fortuna ti ho detto tutto prima di partire.
Mi avrebbe fatto male andare, senza averti raccontato del mio amore.
Ma devo aver smarrito qualcosa di me durante il viaggio, perché in questo spazio dove non ti trovo più, si respira male.
Ho come la sensazione che non ci sia abbastanza ossigeno per sopravvivere.
Comunque ero preparata, mi avevano avvisata: “Una volta lì, dovrai riabituarti a respirare”.
È che non avevo capito cosa intendessero.
Credo che ora mi sia chiaro.
Questo viaggio l’ho fatto in apnea.
Nessuno passa dall’amore al non amore, se prima non trattiene il fiato.
Ecco perché il viaggio mi era sembrato breve.
E niente, ora ti saluto.
Devo imparare come si respira.”
Serena Santorelli, da “In punta di cuore”, 2019
*****
In evidenza: Foto di Fan Ho

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