Linguaggi

La poesia del deserto

09.11.2021
“La nostra scrittura * è una scrittura di nomadi, perché tutto ha la forma di “bastoni” che rappresentano le gambe di tutte le nostre greggi. Sono le gambe di uomini, di cammelli, zebù, gazzelle, di tutti coloro che vagano nel deserto. Poi le croci dicono se avete bisogno di andare a destra o a sinistra, e i puntini, ci sono un sacco di punti, sono le stelle che ci guidano di notte perché noi, gli abitanti del deserto, conosciamo solo il percorso, il percorso che ha come guida a sua volta il sole e le stelle. Cominciamo il viaggio dal nostro cuore, e ci muoviamo intorno in cerchi sempre maggiori al fine di attirare altri cuori in un cerchio di vita, proprio come l’orizzonte disegna un cerchio intorno al tuo gregge e a te stesso”.
(* La scrittura del popolo Tuareg, il “Tifinagh”, è composta di aste, cerchi e puntini.)
Dassine Moussa (Poetessa Tuareg)
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“Il tempo mi spaventa e mi fa male.
Cavaliere tra i cavalieri, crudele duellante,
mi hai lasciato tra i figli della diserzione,
sventolo tra loro come la benda di uno spaventapasseri.”
Al-Khansā (Tumāḍir bint ʿAmr ibn al-Ḥārith ibn al-Sharīd al-Sulamīyah), poetessa araba del VII secolo
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Immagine dal web
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Attraversando il crepuscolo

“Attraversando il crepuscolo
Tra la notte e la luna,
passano gli uomini aghi
che l’insonnia ricuce.
Tra la notte e le tombe,
camminano gli uomini.
Tra la luna e l’ombra della palma,
passano gli uomini della penombra, sogno,
uomini che portano a spalla un fucile
e la rete delle strade e dei canti,
uomini rami del loro sogno,
uomini che calzano i ciottoli,
uomini che risalgono la notte
sul campo della notte,
uomini miscuglio di barba e rivolta,
braccia d’uomini,
passano e seminano aurore,
fruste che fustigano i giorni.
O uomini resistenti
Che attraversano il crepuscolo!
Uomini,
ormai siete braccia dell’aurora
e albero del giorno.
Uomini
Non dimenticate le donne,
radici e cime del giorno.

Animale da torchio,
tendiamo la corda della resistenza
tra i deserti e le montagne
sulle reni e le vertebre
di dune e ciottoli.

Mi chiedi cosa ne è del pozzo?
Il pozzo è il nostro sguardo abisso.
Maledette tutte le città e le prigioni
che sbarreranno la strada
alle nostre grida di assalto,
slancio di felini
che spiccano il volo-fulmine.

Tu, l’ingegnere di non so quale imbroglio,
ora ti conosco!
Sei tu il cervello senz’anima
Dei computer della banca mondiale.
Vedo anche te
il suo doppio, il suo complice,
la chiave delle casseforti del FMI.
O voi che avete speculato sull’esclusione
dei miei scheletri vivi di fratelli
smembrati e gettati dalle spalatrici
come un mucchio d’ossa sulle discariche,
a colpi di decreti annunciati alle folle
di Stati bananieri e dei loro capi cannibali
che li osservano con l’acquolina in bocca,
sì, voi, non vi preoccupate.
Ci berrete,
noi, il cancro e il suo aids assetato,
nella tempesta di sabbia
e nelle ceneri delle nostre terre
che non temono gli uragani della borsa.
Ehi tu, l’ex-maestro coloniale tramutato in conquistador,
e tu l’ex legionario, e tu l’ex prete
della pacificazione castrazione dei nostri,
e tu l’ex-ruffiano riformato per essere Gestapo,
tutta un’epoca di ex sessi gonfiabili,
vi taglieremo i popliti e i nervi
della virilità.
Che tu sia maledetto, fratello nostro,
tu, l’orecchio-gola di pappagallo
ridotto a essere mercenario.
Sì, è a te che parlo,
apprendista cuoco di tutte le salse bollite
dove si consumano a fuoco lento i tendini duri di tua madre,
tu, domani, ancor prima che il pestello dell’aurora
abbia triturato la notte perché nasca il giorno,
noi ti metteremo una ventosa sul cranio
e ti faremo sposare il cadavere furioso
di un’adolescente ribelle.

E voi laggiù,
al mercato di Timbuctù, d’Agadez,
di Ghat, di Tamanrasset,
sugli stracci dell’esotismo
e i pezzi di filo spinato degli Stati spretati,
dal concerto dei razzi e delle mitragliatrici,
noi vi faremo ballare il nuovo tango alla moda,
il tango di tutti gli ombelichi vorticosi,
la marcia dei combattenti che si dondolano e vacillano
e cadono e si rialzano
e s’inginocchiano per balzare di nuovo,
e, come fionda, roteare,
gridare, tendersi e rialzarsi,
schizzi di sangue e bava fusa di proiettili,
rame e bronzo in fusione che seminano il lutto,
opera dei vostri tecnici.
Notte e crepuscolo,
mezzogiorno e aurora,
o palpiti esitanti,
lampeggiare epilettico del giorno morente
come un uccello nelle nostre mani,
oh deserto,
da tutti gli angoli della tua vista, tu ci conosci
e noi abbiamo bevuto la luce del tuo sguardo
fino a inghiottire il proiettore delle tue pupille.
O sole, dà vita alle nostre madri combattenti
Che s’impennano ululando, frenesia,
e spezzano il recinto del loro ventre, fardello piegato
dalla carestia, la sete e la sterilità,
per calpestare il pomo d’Adamo della morte.

Sotto il volo dei rapaci,
le madri, le nostre madri, cavalli delle dune,
s’impennano sul dorso scivoloso del caos.
Oh, madri ribelli,
le nostre madri, pilastri
sotto la tempesta degli avvoltoi,
braccia delle nostre madri tese verso il cielo
che prolungano il nostro assalto.
Lode alle madri,
le nostre madri con le mani nude,
armate del cordone ombelicale degli aborti,
i nostri fratelli effimeri
che dissuadono il cielo di abbattersi sul vento.
Vento gemito delle vette
anche tu sei diventato noi.
Vedi come prendiamo le armi
non solo dagli artigli dell’avversario
ma anche dalle braccia dei nostri fratelli precoci
che non sono potuti maturare nove mesi
ma che già, con il loro vigore,
arrosto ovale di cannone,
hanno lacerato la cavità del ventre delle loro madri.
Corde e cinture dei nostri resistenti,
pergamena ruvida, prole delle madri,
o figli, che non avete potuto rifugiarvi
nel seno delle vostre madri
e nemmeno nel ventre della terra,
assimilati dai mitragliatori di Parigi.

Compagno, eco dei nostri gemiti,
se domani quelli della BBC ti domandassero
chi arma la resistenza del sud della barberìa,
urla nel lobo delle loro orecchie:
– sono gli amministratori del FMI
e della banca di Francia
soprattutto quando ci costringono a mangiare
il cadavere dei vecchi e dei bambini,
dei genitori e dei fratelli.

Per la santità,
cervello e sterco della mia asina,
giuro a te, fratello mio,
triste gufo solitario, compagno,
ti giuro che ci restano ancora
le mammelle di fuoco della parola
per nutrire la resistenza
delle cause del mondo
già perse.

Non accetterò nessuna profezia,
nessuna luce, tenebre o grigiore,
soltanto lo guardo rosso e feroce
d’un resistente esausto
che continua a proiettare il suo veleno
sullo sguardo dei vostri dei.

Una resistenza dalla voce velata
è una bomba atomica.
La offro a tutti coloro
che desiderano frantumare il cervello
dei loro dei.

I nostri cadaveri, che han ricevuto più volte il colpo di grazia,
i nostri cadaveri che a causa del diktat
dei carri armati e dei decreti
non sono stati resi
al ventre della terra,
i nostri cadaveri sono esplosivi
e li lascio a tutti gli esclusi
dall’eredità delle banche
di questo mondo.
I nostri cadaveri sono esplosivi.
Per ogni popolo assassinato sulla sua terra,
non ci sono armi più sicure
del divieto di rendere i suoi martiri
al ventre della terra.
Tutti gli altri bagagli della resistenza,
sono i voli degli avvoltoi
che li distribuiscono nel vento
come l’allergia epilettica e contagiosa
della violenza.

Voi, brava gente,
immaginate tutto un popolo,
un popolo per il quale i suoi fantasmi,
come formiche,
lavorano notte e giorno.”

Mahmoudan Hawad (Scrittore e pittore tuareg, nato da  una famiglia nomade in un accampamento della tribù Ikaskazen, appartenente alla confederazione dei Kel Aïr)

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Foto di Hussan Alabdullatif
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Io vago errante

“Io vago errante
Io vago errante, io sono folle, nudo,
elegante, faccio smorfie, sorridente
dietro la polvere della carovana
che risale dal deserto verso l’oasi
dove sgorgano le sorgenti dell’Unità.

O mie cavalcature
nate il mio stesso giorno,
io ho lasciato le provviste per il viaggio
a quelli che non sanno fare a meno
del latte della loro madre.

La mia ombra si moltiplica
nello specchio dei miraggi.
Sete.
Mi sfiora il volteggio
delle aquile dell’ultimo respiro.
Il sole calante arrossa
i miei orizzonti.
Sangue.

Io non ho paura della morte,
non ammiro affatto la vita.
Niente mi turba, tranne queste piccole farfalle
svanite sulla loro rosa d’amore.

Non c’è per me altro punto d’arrivo
che la stella della mia follia.
Quando il velo della fatica mi avvolgerà
io cadrò sulla sabbia,
granello tra i granelli.
Come guanciale
la mia mano che rivela
i sogni di prima ch’io esistessi.
Come compagno
il silenzio in cui trova riparo
il respiro di ogni creatura.

Di scritti e di parole
io non conosco l’ombra,
perché mia madre non m’ha insegnato altro
che interpretare l’incresparsi della sabbia
dove scompaiono la tracce di ogni vita.

Un tetto io non ce l’ho
per poterlo rimpiangere.
La tenda della realtà
si trova oltre il bivacco delle stelle
che corrono verso altre vie lattee.
Il giorno in cui tremerà la terra
chi si trova abbandonato al suolo
si rialzerà.

Quando il mio corpo cadrà sfinito
seppellitelo laggiù, sotto la duna,
il midollo farà da humus.
La mia anima partirà gridando come un cammello
verso gli oceani
di cui nessuno custodisce gli accessi.”

Mahmoudan Hawad, da “Carovana della sete”

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Calza i tuoi sandali
“Calza i tuoi sandali
e cammina sulla sabbia
che nessuno schiavo ha mai calpestato.
Sveglia la tua anima
e bevi alle sorgenti
che nessuna farfalla ha mai sfiorato.
Dispiega i tuoi pensieri
verso le vie lattee
che nessun folle ha osato sognare.
Respira il profumo dei fiori
che nessuna ape ha mai corteggiato.
Allontanati dalle scuole e dai dogmi:
i misteri del silenzio
che il vento rileva alle tue orecchie
ti bastano.
Allontanati dai mercati e dalla gente
ed immagina la fiera delle stelle
dove Orione allunga la sua spada,
dove sorridono le Pleiadi
intorno alla fiamme della Luna,
dove neppure un fenicio ha lasciato le sue tracce.
Pianta la tua tenda negli orizzonti
dove nessuno struzzo ha pensato di celare le sue uova.
Se tu vuoi risvegliarti libero
come un falco che plana nei cieli,
l’esistenza ed il nulla sospesi
alle sue ali,
la vita, la morte.
Mahmoudan Hawad, “Al figlio del nomade”

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Immagine presa dal web

 

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Me ne andrò

“Dove andrai, senza sapere dove?
Anche se non lo so, lasciami andare
me ne andrò con il vento e non importa lasciare tracce
me ne andrò di nuvola in nuvola anche se non piove
me ne andrò con le stelle anche se non brillano
me ne andrò scalzo e non solo per sfuggire le guerre, l’indifferenza, la fame
l’odio che si nasconde nelle vene, le minacce e le vendette che puntano alle spalle
io sono nomade, sono nato nella sabbia sotto il sole come gli animali
sono libero come il vento, come la carovane che rompono l’immensità, sono libero,
figlio delle terra e della sua grandezza
ho tanti fratelli che voglio conoscere e voglio abbracciare
e soprattutto quelli che lottano per la libertà
Dove andrai, senza sapere dove?
Dove non importa, lasciami solo andare
e non voglio che mi mostri l’oriente o l’occidente
né il nord o il sud, lasciami solo andare a mostrare questo cuore libero
imprigionato dentro di me
per sfidare le barriere del colore e della religione
Dove andrai se non sai come?
Come non importa
perché ho nella fronte un sole
E nella voce un clamore
me ne andrò di palmo in palmo di abbraccio in abbraccio
perché appartengo a tutte le stirpi
e a tutte le credenze
me ne andrò anche se tu non vuoi per abbattere
le frontiere e per mischiare le razze
me ne andrò anche se tu non vuoi per costruire
a cielo aperto un luogo senza nome
dove gli uomini sotto il sole si fondono in abbracci e perdoni
perché tutti abbiamo lo stesso sangue e sotto il sole la stessa ombra.”

Poesia Saharawi, “Me ne andrò”

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Foto di Federica Cavallo
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Solo chi vive nel deserto ne conosce il silenzio
“Solo chi vive nel deserto ne conosce il silenzio
Che scende da ogni stella palpitante
E dalla bianca tomba della luna
Si stende senza palpiti il deserto
Simile al cuore di una donna morta
Che nessuna carezza risveglia
Solo chi è perso nel deserto
Senza canti di uccelli
Né stormire di fronde
Nell’arido grigiore di pietra e sabbia
La vera solitudine conosce
Io mi sono disteso
In questa immensità che scava
Di sotto ai nostri piedi
La cuna della tomba e del vagito”
Canto Saharawi
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Immagine dal web
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Levatevi, figli di mia madre
“Levatevi, figli di mia madre, levate il petto
dei vostri destrieri, perché io mi muovo altrove.
La notte è spezzata dalla luna, le provviste sono pronte
e le bestie sellate per la lunga marcia.
Questa terra è rifugio per il nobile
agile luogo dove si ritira chi non teme il disprezzo.
La tua vita non confina con l’uomo
confida sulla scaltrezza chi viaggia tra speranza e orrore.”
Thābit bin Malik (al-Shanfarā, “il poeta del deserto”), V-VI secolo, da “Il bandito del deserto”
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