Linguaggi

Quand’ero un albero

10.11.2021
“Gli alberi sono santuari.
Chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità.
Essi non predicano dottrine e precetti, predicano, incuranti del singolo,
la legge primigenia della vita.”
Hermann Hesse, da “Il cantico degli alberi”, 1919
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Per le spicce
“L’ultima mia proposta è questa
Se volete trovarvi
Perdetevi nella foresta”.
Giorgio Caproni, “Per le spicce”, da “Il terzo libro”, 2016
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Albert Edelfelt, “Pyökkimetsää”, 1901
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Alberi, insegnateci le altezze
“Alberi, insegnateci le altezze
insegnateci la tenacia e la saggezza
di annose cortecce,
insegnateci a scherzare con il vento
e a fiorire con le primavere
insegnateci a resistere negli inverni
e sperare sempre che le foglie giochino
con i raggi del sole.”
Valentina Vannetti, da “Un’anima in viaggio”, 2021
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Gli alberi
“Parlano poco gli alberi, si sa.
Passano tutta la vita meditando
e muovendo i loro rami.
Basta guardarli in autunno
quando si riuniscono nei parchi:
soltanto i più vecchi conversano,
quelli che donano le nuvole e gli uccelli,
ma la loro voce si perde tra le foglie
e assai poco percepiamo, quasi niente.
È difficile riempire un piccolo libro
coi pensieri degli alberi.
Tutto in essi è vago, frammentario.
Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido
di un tordo nero, di ritorno verso casa,
grido ultimo di chi non attende un’altra estate,
ho capito che nella sua voce parlava un albero,
uno dei tanti,
ma non so cosa fare di quel grido,
non so come trascriverlo.”

Eugenio Montejo (Venezuela) , “Gli alberi”, da “Alcune parole” (“Algunas palabras”), 1977

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La verticalità degli alberi

“Forse lo scopo
delle foglie è nascondere
la verticalità
degli alberi
che noi vediamo
a dicembre
come per la prima volta:
filari dopo filari
di forme oscure
che si tendono verso l’alto.
E poiché saremo
orizzontali noi stessi
a lungo,
onoriamo gli dei
del verticale:
piccioli di grano
che alla formica
sembrano alti
quanto lo sono
questi alberi per noi,
silos e piloni di telefoni,
stalagmiti e
grattacieli.
Ma più di tutti
queste querce d’inverno,
questi teneri pioppi,
questa betulla
dalla scabra corteccia
contro la quale appoggio
la mia testa infreddolita,
non ancora pronta
a stendermi.”

Linda Pastan, “Verticale”, da “The Last Uncle”, 2007

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 Horace Vernet, “Caccia nell’Agro Pontino”, 1833

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Di un albero caduto attraverso la strada (che sente i nostri discorsi)

“L’albero che con fragore di bosco
la bufera ci abbatte davanti non è
per sbarrarci per sempre la strada verso la mèta,
ma appena per domandarci chi mai crediamo essere
a insistere sempre così sul nostro cammino.

Gli piace arrestarci sui nostri affrettati sentieri,
farci affondare entro un palmo di neve
a discutere come fare senza una scure.

Eppure sa che ostacolarci è inutile:
non ci faremo distogliere dall’obiettivo finale
che in noi segreto abbiamo da raggiungere,
dovessimo afferrare la terra per il polo
e, stanchi di girare a vuoto in un sol posto,
volare via nello spazio inseguendo qualcosa.”

Robert Frost, “Di un albero caduto attraverso la strada (che sente i nostri discorsi)”, da “Conoscenza della notte e altre poesie”, 1995) – Traduzione di Giovanni Giudici

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L’albero e il muro
“Un albero non è mai dritto:
è al debutto. S’impenna
potente, fin dal fondo delle radici
verso quel punto nel cielo che lo attende,
quell’ambone nel cielo che esiste solo per lui.
Il muro è dritto, eretto dalla base
non nasce che da se stesso. È pur sempre
l’erede diretto di Babele. L’albero tace: quando muore
la sua preghiera resta impressa in noi e il suo nome è la luce.
Armel Guerne, “L’albero e il muro”, da “Danse des morts”, 1946

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Il fico

 

“Perché è ruvido e brutto
perché tutti i suoi rami sono grigi,
ho compassione del fico.

Nella mia casa di campagna ci sono cento begli alberi:
susini rotondi
dritti limoni,
e aranci con splendidi fiori.

In primavera
tutti loro sono coperti di fiori
attorno all’albero di fico

e sembra talmente triste
con i suoi rami secchi e contorti, ma mai
si veste di piccoli boccioli…

A causa di ciò
ogni volta che ci passo vicino
dico, tentando di
rendere il mio tono dolce e felice:
“È il fico l’albero più bello di tutto il frutteto “.

Se ascolta
se capisce il modo in cui parlo,
che profonda dolcezza riempirà fino in fondo
l’anima sensibile dell’albero!

e forse di notte,
quando il vento sventolerà il suo apice,
ubriaco di contentezza gli dirà:

– Oggi, qualcuno mi ha detto che sono bello! -”

 

Juana De Ibarbourou (Uruguay), “La higuera”

 

 

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La quercia

 

“Sono la quercia:
Le radici nella miseria
Vecchi uccelli neri
Gracchiano sulle mie fronde
Le foglie toccano il suolo
La stereofonia dei miei lamenti
Piange come le bestie
E nutre la mia terra,
I miei ceppi isterici”

Valentina Casadei, “La quercia”, da “Uno Più Uno Fa Uno”, 2020

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 Gustav Klimt, Bosco di betulle, 1902

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Quando gli alberi avevano gli occhi

 

 

“Un tempo gli alberi avevano occhi,
posso giurarlo,
so di certo
che vedevo quando ero albero,
ricordo che mi stupivano
le strane ali degli uccelli
che mi sfrecciavano davanti,
ma se gli uccelli sospettassero
i miei occhi,
questo non lo ricordo più.

Invano ora cerco gli occhi degli alberi.
Forse non li vedo
perché albero non sono più,
o forse sono scivolati lungo le radici nella terra,
o forse,
chissà,
solo a me m’era parso
e gli alberi sono ciechi da sempre.

Ma allora perché
quando mi avvicino
sento che
mi seguono con gli sguardi,
in un modo che conosco,
perché, quando stormiscono e occhieggiano
con le loro mille palpebre,
ho voglia di gridare

Cosa avete visto?”

 

Ana Blandiana (Romania),  da “Ottobre, Novembre, Dicembre”, in “Un tempo gli alberi  avevano occhi”, 2004 – Traduzione di Biancamaria Frabotta e Bruno Mazzoni

 

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Pensare come un albero

“Pensa come un albero
assorbi il sole
dichiara la magia della vita
sii aggraziato nel vento
rimani dritto dopo una tempesta
sentiti rinnovato dopo la pioggia
cresci forte senza farti notare
sii pronto per ogni stagione
dai riparo agli estranei
resisti a un periodo freddo
rinasci al primo segnale di primavera
affonda le radici mentre tenti di raggiungere il cielo
rimani quieto a sufficienza da sentire le tue foglie frusciare.”

Karen Shragg, da “A Solstice Tree for Jenny “, 2001

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Illustrazione di Lukas Leitinger

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Negli alberi

“Negli alberi, nelle loro chiome, sotto sontuose
vesti di foglie e sottane di luce,
sotto i sensi, sotto le ali, sotto gli scettri,
negli alberi si cela, respira, palpita
una vita quieta, sonnolenta, un abbozzo d’eterno.
Prosperi reami crescono nell’ambone
delle querce. Gli scoiattoli corrono, immobili
come piccoli tramonti rossi nascosti
sotto le palpebre. Ostaggi invisibili
formicolano sotto i gusci delle ghiande,
gli schiavi portano cesti con frutta e argento,
i cammelli oscillano come studiosi
arabi sopra i loro manoscritti, i pozzi
bevono acqua e aceto, l’acerba Europa
stilla come resina dal legno, Vermeer dipinge
vesti e una luce che non va scemando.
Sotto la cupola del circo danzano i tordi.
Slowacki già abita a Parigi e gioca
perseverante in borsa. Un ricco
si infila nella cruna d’un ago
e geme, ah, che tortura, Socrate
spiega ai cercatori d’oro che cos’è
la menzogna, che cosa il bene e la virtù.
I rematori remano lenti. E lente navigano
le barche a vela. I fuggitivi dell’Insurrezione
di Varsavia bevono un tè dolce,
sui rami asciuga la biancheria,
qualcuno nel sonno chiede «dov’è
la mia patria». Un veliero verde è fissato
a un’ancora arrugginita. Un coro di anime immortali
prova una cantata di Bach, in silenzio.
Accanto, su un angusto divano, dorme, stanco,
capitan Nemo. Un picchio trasmette un telegramma
urgente con la notizia della conquista
di Cartagine e del Boston Tea Party.
La donnola non si tramuta affatto
in lady Macbeth, nelle chiome degli alberi
non esistono rimorsi.
Icaro serenamente affoga.
Dio riavvolge il nastro. Le spedizioni punitive
rientrano in caserma.
Vivremo a lungo negli intrecci di un arabesco,
nel balbettio dell’allocco, nel desiderio, nell’eco
senza casa, sotto sontuose vesti di foglie,
nelle chiome degli alberi, nell’altrui respiro.”

Adam Zagajewski, “Negli alberi”, da “Andare a Leopoli e altre poesie”, 1985, in “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, 2012 – Traduzione di Krystyna Jaworska

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  Vincent Van Gogh, “Ulivi con cielo giallo e sole”, 1889 

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La canzone dell’ulivo

I
A’ piedi del vecchio maniero
che ingombrano l’edera e il rovo;
dove abita un bruno sparviero,
non altro, di vivo;
che strilla e si leva, ed a spire
poi torna, turbato nel covo,
chi sa? dall’andare e venire
d’un vecchio balivo:
a’ piedi dell’odio che, alfine,
solo è con le proprie rovine,
piantiamo l’ulivo!
II
L’ulivo che a gli uomini appresti
la bacca ch’è cibo e ch’è luce,
gremita, che alcuna ne resti
pel tordo sassello;
l’ulivo che ombreggi d’un glauco
pallore la rupe già truce,
dov’erri la pecora, e rauco
la chiami l’agnello;
l’ulivo che dia le vermene
pel figlio dell’uomo, che viene
sul mite asinello.
III
Portate il piccone: rimanga
l’aratro nell’ozio dell’aie.
Respinge il marrello e la vanga
lo sterile clivo.
Il clivo che ripido sale,
biancheggia di sassi e di ghiaie;
lo assordano l’ebbre cicale
col grido solivo.
Qui radichi e cresca! Non vuole,
per crescere, ch’aria, che sole,
che tempo, l’ulivo!
IV
Nei massi le barbe, e nel cielo
le piccole foglie d’argento!
Serbate a più gracile stelo
più soffici zolle!
Tra i massi s’avvinchia, e non cede,
se i massi non cedono, al vento.
Lì, soffre, ma cresce, nè chiede
più ciò che non volle.
L’ulivo che soffre ma bea,
che ciò ch’è più duro, ciò crea
che scorre più molle.
V
Per sé, c’è chi semina i biondi
solleciti grani cui copra
la neve del verno e cui mondi
lo zefiro estivo.
Per sé, c’è chi pianta l’alloro
che presto l’ombreggi e che sopra
lui regni, al sussurro canoro
del labile rivo.
Non male. Noi mèsse pei figli,
noi, ombra pei figli de’ figli,
piantiamo l’ulivo!
VI
Voi, alberi sùbiti, date
pur ombra a chi pianta ed innesta;
voi, frutto; e le brevi fiammate
col rombo seguace!
Tu, placido e pallido ulivo,
non dare a noi nulla; ma resta!
ma cresci, sicuro e tardivo,
nel tempo che tace!
Ma nutri il lumino soletto
che, dopo, ci brilli sul letto
dell’ultima pace!

Giovanni Pascoli, “La canzone dell’ulivo”, da “Canti di Castelvecchio”, 1907

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La domenica dell’ulivo

Hanno compiuto in questo dì gli uccelli
il nido (oggi è la festa dell’ulivo)
di foglie secche, radiche, fuscelli;
quel sul cipresso, questo su l’alloro,
al bosco, lungo il chioccolo d’un rivo,
nell’ombra mossa d’un tremolìo d’oro.
E covano sul musco e sul lichene
fissando muti il cielo cristallino,
con improvvisi palpiti, se viene
un ronzio d’ape, un vol di maggiolino.

Giovanni Pascoli, “La domenica dell’ulivo”, da “Myracae”, 1905

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James Hamilton Mackenzie, “I taglialegna”

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Addormentata una stella!
“Albero, io m’abbandono mi consegno.
A te, falegname, mi affido
tra i miei rami tenni
addormentata una stella,
e nulla m’importa
l’ascia che taglia
la sega che sega
con denti di cagna, che mordono
l’unghia, la sgorbia profondi,
Albero, io m’abbandono
a te, falegname,
tra i miei rami tenni
sveglia la pioggia,
e nulla m’importa.
Galoppa, galoppa
su di me la tua pialla!
Minimo è il cambiamento, trascurabile.
Chi era il tuo tetto,
la tua tavola, la sedia, il tuo letto.
Sveglia la pioggia
tra i miei rami tenni.
Albero, io m’abbandono
a te, falegname.
Tra i miei rami tenni
addormentata una stella!”
Miguel Angel Asturias (Guatemala), “Addormentata una stella!”
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Gli alberi camminano

“Tu non sai: ci sono betulle che di notte
levano le loro radici,
e tu non crederesti mai
che di notte gli alberi camminano
o diventano sogni.
Pensa che in un albero c’è un violino d’amore.
Pensa che un albero canta e ride.
Pensa che un albero sta in un crepaccio
e poi diventa vita.
Te l’ho già detto: i poeti non si redimono,
vanno lasciati volare tra gli alberi
come usignoli pronti a morire”

Alda Merini, “Gli alberi camminano”, da “L’anima innamorata”, 2000 

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Charles-Harold Davis, “La quercia”, 1903

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Favale di Màlvaro

 

 

“C’è un albero di uomini
che affonda le radici
in cielo
è come un baobab e contiene
più di 120 mila litri
d’acqua e sangue
nel suo tronco
è l’albero al contrario
e chi lo cura è un verbo
impersonale

piove”

 

Simone Biundo , “Favale di Màlvaro”, da “Le anime elementari“, 2020

 

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Palme

“Nasciamo dalla sete. Siamo palme
che crescono a forza di perdere
i propri rami. I tronchi sono ferite,
cicatrici rimarginate dal vento e dalla luce,
quando il tempo, quello che fa e quello che trascorre,
occupa il cuore e lo trasforma in nido
di perdite, ne erige la sua aspra colonna.

E per questo le palme sono allegre
come coloro che hanno saputo soffrire in solitudine
e ora si cullano nell’aria, spazzano nubi
e dalle loro chiome consegnano
inni alla luce, fonti di fuoco,
ventagli a dio, addio a tutto.
Tremano, testimoni di un miracolo
che conoscono soltanto loro.

Siamo come la sete delle palme
e ogni ferita aperta verso la luce
ci fa sempre più alti, più felici.
Perdite sono i nostri tronchi. È trono
il nostro dolore. Non è bello
soffrire ma bisogna aver sofferto
per sentire, come un intimo nido,
la meraviglia dei sopravissuti
che ringraziano l’aria, e poi scoppiano
per l’alta gioia in mezzo al deserto.”

Juan Vicente Piqueras, “Palme”, dall’omonima raccolta del 2005 – Traduzione di Martha L. Canfield, Norbert Von Prellwitz, Lorenzo Blini o Juan Vicente Piqueras

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I limoni

“Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.”
Eugenio Montale, “I limoni”, 1921, successivamente inserita in “Ossi di seppia”, 1925

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Giovanni Proietto, “Nel giardino dei limoni”

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Per essere albero

 

“Per essere albero
devi imparare, almeno una volta,
a essere ombra.
Per essere albero
devi avere la vita che ti scorre dentro,
confonderti tra i colori di mondi che vivono altrove,
Per essere albero
devi saper essere foglia e radice
sfidare il vento, nasconderti dentro la terra.
Saper crescere attorno ai cerchi concentrici della memoria,
come il segno di tempi che si rincorrono lungo la vita.
Per essere albero,
per essere davvero albero,
devi saperti protendere al cielo,
saper parlare da solo alla luna,
saperti guardare nel riflesso di un fiordo,
seguire lo scorrere della vita a fianco del fiume.
Come una sequenza ininterrotta di storie da raccontare

 

 

Guatan Tavara (Stefano De Francisci) , “Per essere albero”, dall’omonimo blog

 

 

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Mi hanno raccontato

 

“Mi hanno raccontato che ieri hanno tagliato l’albero
davanti a casa tua
per mettere al suo posto
un palo del telefono.
Credo che avrebbero potuto installare i fili
sui rami forti della tua acacia,
ma pare non volessero rischiare
che qualcuno, alzando la cornetta,
sentisse la voce di un passero triste
che si informava su un fiore che è sparito da giorni:
aveva i petali violetti, il calice colore della luna
adorno di un cappello dorato di polline.
Offresi ricompensa. Firmato: il passero.”

Jairo Anìbal Nino (Colombia), “Mi hanno raccontato”, da “Mi fa male la pancia del cuore: poesie d’amore dai banchi di scuola”, 2001 – Traduzione di Anna Mioni

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A un olmo secco

“Al vecchio olmo, spaccato dalla folgore
e nel mezzo marcito,
con le piogge d’aprile e il sole a maggio,
sono spuntate alcune verdi foglie.
Oh, l’olmo secolare sopra il colle
ch’è lambito dal Duero! La corteccia
bianchiccia da un gialligno musco è tinta
nel tronco putrefatto e polveroso.
Come i pioppi canori, che sorvegliano
il cammino e la riva, non sarà
di rossicci usignuoli popolato.
S’arrampica su esso di formiche
un esercito in fila, e nelle viscere
tramanos i ragni le lor grigie tele.
Olmo del Duero, prima che t’abbatta
con l’ascia il legnaiuolo, e il falegname
trasformi in un mozzo di campana ,
stanga di carro o giogo di carrettai
prima che rosso nel camino arda
domani in qualche misera casetta.
sull’orlo d’una strada;
prima che ti annienti un turbine e ti schianti
il soffio delle candide montagne;
prima che il fiume ti sospinga al mare
per valli e per burroni,
olmo, voglio annotare nei miei appunti
la grazia  del tuo ramo rinverdito.
Anche il mio cuore aspetta,
alla luce guardando ed alla vita,
altro prodigio della primavera.

Antonio Machado, da “A un olmo secco”, da “Campos de Castilla”, 1912 – Traduzione di Oreste Macrì

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 Renato Guttuso, “Nel bosco di Velate”, 1985

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Alberi

 

In gergo la gente chiama “foglie” le orecchie
è come se sentissero, come se gli alberi conoscessero la musica
ma la verde lingua degli alberi è un gergo ben più antico
chi può sapere cosa essi dicono quando parlano degli uomini
gli alberi parlano albero
come i bambini parlano bambino

Quando un figlio di donna e uomo
rivolge le sue parole a un albero
l’albero risponde
il bambino capisce
Più tardi il bambino
parla arboricoltura con maestri e genitori

non può più sentire la voce degli alberi
non può più sentire la loro canzone nel vento
Eppure a volte una fanciulla
scoppia in un grido disperato
presso una piazza di cemento armato
di erba triste e terra sporca

questa è … oh… questa è
la tristezza di essere abbandonati
che mi fa gridare aiuto
o la paura che mi dimentichiate
alberi della mia giovinezza
la mia gioventù per davvero

Nell’oasi del ricordo
una sorgente è appena sgorgata
è per farmi piangere
ero così felice nella folla
la folla verde del bosco
con il timore di perdermi e di ritrovarmi

Non dimenticate la vostra piccola amica
alberi della mia foresta.

Jacques Prévert, “Alberi”, da “Histoires”, 1946 

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Tante foreste 

“Tante foreste strappate alla terra
massacrate
finite
rotativizzate
Tante foreste sacrificate per fornire la carta
ai miliardi di giornali che ogni anno attirano l’attenzione dei lettori sui rischi del disboscamento.”
Jacques Prévert, “Tante foreste”, da “Alberi”, 1968
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Dormono selve

“Matrice secca d’amore e di nati,
ti gemo accanto
da lunghi anni, disabitato.
Dormono selve
di verde serene, di vento,
pianure dove lo zolfo
era l’estate dei miti,
immobile.
Non eri entrata a vivermi,
presagio di durevole pena:
La terra moriva sulle acque
antiche mani nei fiumi
coglievano papiri.
Non so odiarti: così lieve
il mio cuore d’uragano.”

Salvatore Quasimodo, “Dormono selve”, da “Oboe sommerso”, 1932

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Luce opprimente

 

“Due alberi sorgono nella neve,
il cielo, stanco della luce,
se ne va e nei dintorni non c’è nulla
fuorché malinconia.

E dietro gli alberi sporgono
scure abitazioni.
Ora si sente dire qualcosa,
ora abbaiano dei cani.

Nella casa appare adesso
l’amata lampada a forma di luna.
La luce di nuovo si spegne,
è come se si aprisse una ferita.

Com’è piccola qui la vita
e come grande è il nulla.
Il cielo, stanco della luce,
ha dato tutto alla neve.

I due alberi piegano
l’uno verso l’altro le loro teste.
Nubi attraversano in girotondo
la quiete del mondo.”

Robert Walser (Svizzera), da “Robert Walser, Poesie”, 2019 – Traduzione di Antonio Rossi
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Il silenzio delle piante
“La conoscenza unilaterale tra voi e me
si sviluppa abbastanza bene.
So cosa sono foglia, petalo, spiga, stelo, pigna,
e cosa vi accade in aprile, e in dicembre.
Benché la mia curiosità non sia reciproca,
su alcune di voi mi chino apposta,
e verso altre alzo il capo.
Ho dei nomi da darvi:
acero, bardana, epatica,
erica, ginepro, vischio, nontiscordardimé,
ma voi per me non ne avete nessuno.
Viaggiamo insieme.
E quando si viaggia insieme si conversa,
ci si scambiano osservazioni almeno sul tempo,
o sulle stazioni superate in velocità.
Non mancherebbero argomenti, molto ci unisce.
La stessa stella ci tiene nella sua portata.
Gettiamo ombre basate sulle stesse leggi.
Cerchiamo di sapere qualcosa, ognuno a suo modo,
e ciò che non sappiamo, anch’esso ci accomuna.
Io spiegherò come posso, ma voi chiedete:
che significa guardare con gli occhi,
perché mi batte il cuore
e perché il mio cuore non ha radici.
Ma come rispondere a domande non fatte,
se per giunta si è qualcuno
che per voi è a tal punto nessuno.
Epifite, boschetti, prati e giuncheti –
tutto ciò che vi dico è un monologo
e non siete voi che lo ascoltate.
Parlare con voi è necessario e impossibile.
Urgente in questa vita frettolosa
e rimandato a mai.”
Wisława Szymborska, “Il silenzio delle piante”, da “Attimo”, 2007 – Traduzione di Pietro Marchesani
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Gli alberi sono felici
“Gli alberi sono felici
nella luce, ne sono sicuro:
respira il verde delle loro foglie
verso il sole come in un estatico
equilibrio dell’essere.
Misteriosa è la pace degli alberi
sulla terra, il tendere dei rami
al cielo, il penetrare delle radiche,
il fremito delle foglie,
l’aprirsi dei fiori,
l’arcano dei loro colori
di cui non sappiamo
assolutamente nulla:
ma attraverso gli occhi
essi ci vanno nell’anima
e sono le rivelazioni
che riceviamo dalla religione
perenne che si celebra nel tempio
della natura.
O alberi salmisti, con pianete
di luce, il vostro salmo
rimormoro devoto nel mio cuore.”
Giorgio Vigolo, da “La luce ricorda”, 1967
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Nelle voci
“Nelle voci
degli alberi vecchi
riconosco quelle dei miei avi.
Vigili da secoli.
Il loro sogno è nelle radici.”
Humberto Ak’abal (discendente della comunità maya k’iche’ di Momostenango, in Guatemala), da “Tessitore di parole”, 1998 – Traduzione di Emanuela Jossa
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Gezi Park
Il ramo dell’albero
malgrado tutto
si distende nel cielo
come a prendere nelle mani
la prima luce
è per questo
che l’uomo oscuro non ama il verde
il corpo dell’albero ti chiama
corri a stringerlo, vedrai
è come stringere l’amata,
le radici
ti mostrano il passato
osservi il bosco da lontano
nell’incerto raggiungere
quella linea verdissima:
parchi, giardini,
vicoli della città
gli alberi amano vivere con gli uomini
gli uomini no
gravità! tieni i piedi ben saldi
gli alberi hanno scoperto da tempo
il luogo che tu cerchi ancora
Tuğrul Tanyol (Turchia), scritta dopo le proteste di Gezi Park del 2013 – Traduzione di Nicola Verderame
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 Oh Ciliegi, siete troppo bianchi per il mio cuore
“Oh Ciliegi, siete troppo bianchi per il mio cuore,
e tutta la terra è imbiancata dalla vostra morte,
e tutti i vostri rami vanno a immergersi al fiume,
e ogni goccia sta cadendo dal mio cuore.
Ora, se c’è giustizia nell’angelo dagli occhi lucenti
egli dirà “Basta!” e mi porgerà un ramo di ciliegio.
L’angelo con la barba, deciso e diretto come una capra
alza il muso ruminante e lentamente mastica in faccia alla neve.Capra, devi stare qui?
Devi stare ferma qui?
Starai sempre qui,
a prova di fede, a prova di innocenza?”
Doris Lessing, da “Fourteen poems”, 1959 – Traduzione di Davide Ferrari, con supervisione della traduttrice Simona Martini
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Séraphine Louis, “L’albero del Paradiso”, 1928-1930
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L’albero
“Aveva, albero,
disobbedito alla sua norma,
aveva
lui
tradito o altri
contrastato la sua forma,
deviato dal suo fine
la sua forza?
E ora era
deforme
per errore
o cattiveria
di chi? Si logora,
si imbroncia.
«Non piangere,
albero, non gemere»
gli gridano
le rondini
nei tuffi e negli affondo
del loro mulinello. «C’è
un’armonia più estesa
e misericordiosa
che abbraccia anche il tuo sgorbio,
lo modula, lo lima,
lo commisura
al suo perenne ritmo…»
Chi è, non è nessuno
ma c’è, onnipresente,
colui che raccoglie questo dialogo
e passa tra gli effimeri che passano
nel vento inesauribile del mondo…”
Mario Luzi, da “Promenade humaine I”, in “Sotto specie umana”, 1999
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E anche gli alberi dormono in piedi come cavalli
“E anche gli alberi dormono in piedi come cavalli
dormono tutta la notte con le foglie abbassate
e le fronde quasi a terra.
Dormono senza sogni con gli scheletri sul marciapiede
schiacciati dalla luna.
S’è assopita anche la linfa.
Anche gli uccelli dormono nei loro nidi fra i rami.
Nel profondo fin dove può arrivare la mano vertigionosa del buio
le radici tacciono di parole cieche.
Al sonno perpendicolare risponde il silenzio.”
Jan Skácel (Moravia), da “Il colore del silenzi. Poesie 1957-1989“, 2004 –   Traduzione di A. Cosentino
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Félix Vallotton, “Il vecchio ulivo”, 1922
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Cuore di legno
“Il mio vicino di casa è robusto.
E’ un ippocastano di corso Re Umberto.
Ha la mia età ma non la dimostra.
Alberga passeri e merli, e non ha vergogna,
in aprile, di spingere gemme e foglie,
fiori fragili a maggio,
a settembre ricci dalle spine innocue
con dentro lucide castagne tanniche.
È un impostore, ma ingenuo: vuole farsi credere
emulo del suo bravo fratello di montagna
signore di frutti dolci e di funghi preziosi.
Non vive bene. Gli calpestano le radici
i tram numero otto e diciannove
ogni cinque minuti; ne rimane intronato.
E cresce storto, come se volesse andarsene.
Anno per anno, succhia lenti veleni
del sottosuolo saturo di metano;
è abbeverato d’orina di cani,
le rughe del suo sughero sono intasate
dalla polvere settica dei viali;
sotto la scorza pendono crisalidi
morte, che non saranno mai farfalle.
Eppure, nel suo tardo cuore di legno
sente e gode il tornare delle stagioni.
Primo Levi, “Cuore di legno”, da “Ad ora incerta”, 1984
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Vogliamo imparare in due giorni
Vogliamo imparare in due giorni
una lingua millenaria
che solo gli alberi conoscono:
lasciarsi cullare dall’aria,
mentre le foglie dicono “me ne vado”
e le radici “resto qui”.
Alfonso Brezmes (Spagna), da “Quando non ci sono”, 2021, Traduzione di Mirta Amanda Barbonetti
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Dang Van Can, Artista vietnamita
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Vorrei essere un melo selvatico
“Vorrei essere un melo selvatico,
un grande melo selvatico,
vorrei che del mio corpo si saziassero
tutti i bambini affamati,
coperti dalla mia ombra.
Vorrei essere un melo selvatico,
che quando sarà secco un giorno
e abbattuto dal padre inverno,
asciughi con la sua fiamma
le lacrime degli orfani.”
Attila József (Ungheria), “Melo selvatico”, da “Attila József, Poesie 1922 – 1937″, – 2022,  di Edith Bruck”, 
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Vecchia orsa minore
“Vecchia orsa minore
vieni a vedere:
sorge un giardino
nel respiro dell’albero
è questo il luogo
dove uomo e uccello
si meravigliano”
Thierry Metz (Francia), “Vecchia Orsa minore”, da “Sulla tavola inventata”, 2018 –  traduzione di Riccardo Corsi

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Foto di Sonia Simbolo

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Alberi dormienti
“Tra quello che dovrebbe e non dovrebbe essere
in ogni momento tutto può esplodere. Molte volte
ho sentito dire che chi non ha un paese non ha un mare. Mio padre
ha imparato a volare in un sogno. Questa è la storia
di un platano sul quale, da ragazzo, saliva
per guardare la pioggia.
A volte pioveva così forte che faceva male. Come essere
picchiato con un bastone. Allora, il fango diventava rosso.
Mio fratello credeva che i brutti sogni potessero
uccidere nel sonno, credeva
che noi avessimo svegliato mio padre dalle sue grida soffocate
quando ci aveva portato a conoscere il suo villaggio.
Non più il suo villaggio, aveva trovato il suo albero amputato.
Tra una caduta e l’altra
c’è sempre un attimo di sospensione. C’era una donna
che mi amava. Mi aveva chiesto come si diceva albero
in arabo, ma non le avevo risposto. Era rimasta male e io non avevo capito.
Quando se n’era andata, per tre volte, mi era apparso un uomo nel sonno.
Lo conoscevo, era capace di trasformare chiunque in un ibrido.
Non provavo nulla. Pensavo. Ero terrorizzato dall’essere
l’ultimo rimasto. Quando abbiamo svegliato mio padre
stava scappando dai soldati. Ora
non si ricorda più di quella notte. Ride, invece, di quando,
sempre nel sonno, aveva alzato le mani per picchiare un re
instancabile. Alla fine era scappato
e mia madre l’aveva svegliato, tenendolo in braccio per un’ora
o una mezz’ora o per quanto tempo ci voglia perché un uomo torni in sé.
Se solo l’avessi detto.
Shejerab, e lei non mi avrebbe più dimenticato. Forse
non mi intendo di sogni.
Ma mia madre mi ha insegnato la legge dei presagi. I morti
sanno di quelli che stanno morendo e a volte vengono nel sonno
come il platano sul quale saliva mio padre da ragazzo
per guardare la pioggia, dondolandosi gentilmente.”
Fady Joudah (Palestina), “Sleeping trees” – Traduzione di Stefanie Golisch

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I nomi degli amanti
“Confondere i bei nomi
degli amanti? Pronunciarli al momento
giusto con il nome sbagliato?
Chiedo perdono all’Olmo
quando lo chiamo Faggio
e al Frassino quando lo chiamo
Acacia, quando si offese il Carpino
quando non lo riconobbi
a voltarsi di là umiliato lo aiutò il vento.
Mi perdoni il Larice che l’ho chiamato Abete
e l’Abete che l’ho chiamato
Pino, alle conifere tutte chiedo scusa
e perdono chiedo ai fidanzati
Tutti dimenticati?
No, i loro nomi ho ancora dentro bene
incisi, ma come per nebbia
confondo un poco rami e mani, colore
delle foglie e dei capelli.
Oh presto saremo boschi tutti quanti insieme?
Avremo cuori d’erba? di radici?
Orfei ed Euridici indietro vòlti
non ti vedremo mai più luce del sole?
Saremo presto boschi tutti quanti insieme?
da una vita passeremo a un’altra, dove? come?
privi dell’azzurro della neve?
privi dell’amore nelle vene?”

Vivian Lamarque, “I nomi degli amanti, da “L’amore da vecchia”, 2022

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Nézir Muhadri

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Perché una foresta sia superba

“Perché una foresta sia superba
ha bisogno d’età e d’infinito,
oh, non morite troppo presto, amici,
sotto la grandine della miseria,
abeti che dormite nei nostri letti
fate eterni i nostri passi sull’erba.”
René Char, da “Fogli d’Ipnosi”, Poesie 1943-1944 – Traduzione di Giorgio Bassani

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Albero di magnolia
“Magnolia,
ti ho incontrato il primo giorno della mia infanzia.
Da lontano ti confondi con la nonna, da vicino sei la credenza
da cui attingeva lo sciroppo e le tazze.
Da te vennero i ladri;
Melchiorre, Gaspare e Baldassarre;
da te vennero i pastori e i gatti;
i pastori, innamorati come i gatti,
i gatti, seri come gli uomini, con i loro baffi e i loro occhi d’innamorati. Una schiava nera che tiene in braccio piccole creature, immobili, perlacee.
La Vergine Maria con un velo nero,
con un velo bianco, lì nel cortile.
Tu sei la nonna, tu sei la mamma, tu sei Marosa, tu sei tutto, con la tua
eterna
giovinezza, la tua eterna vecchiaia,
ragazza della comunione, ragazza della sposa,
ragazza della morte.
Da te vennero le stelle come tazze,
le tazze come stelle.
Il Libro del Destino era nascosto tra i tuoi rami.
Sei rimasta lontana, te ne sei andata lontano.
Ma io mi ritiro verso di te,
avanzo verso di te.
Ti vedrò in cielo.
Non può esserci eternità senza di te.”
Marosa Di Giorgio, da “The Savage Papers”, 1991

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In evidenza: Foto di Sonia Simbolo

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