“Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione.”
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani(Articolo 23), 1948
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Era bello il mio ragazzo sempre pieno di speranze
“Era bello il mio ragazzo sempre pieno di speranze
Mi diceva: “Mamma mia un giorno sai ti porto via
Via da tutta sta miseria in una casa da signora
Via da questo faticare potrai infine riposare”.
Era bravo il mio ragazzo; morì il babbo che era bimbo
ma mi disse: “Non temere. Vado io ora in cantiere
Sono grande ormai lo vedi prendo il posto di mio padre,
son capace a lavorare, non ti devi preoccupare
Era stanco il mio ragazzo in quel letto di ospedale
ma mi disse: “Non fa niente, solo un piccolo incidente
Quando si lavora sodo non c’è soldi da buttare
Non puoi metter troppa cura per far su l’impalcatura”
Era bello il mio ragazzo col vestito della festa
L’ ho sentito tutto mio, mentre gli dicevo addio
E poi quando l’ ho baciato gli ho strappato una promessa
e gli ho detto anima mia presto sai portami via
Era bello il mio ragazzo ….”
Anna Identici
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Preghiera di un disoccupato
“Padre,
dai cieli scendi, ho dimenticato
le preghiere che m’insegnò la nonna,
poverina, lei adesso riposa,
non deve più lavare, pulire, non deve
preoccuparsi d’andare di giorno per i vestiti,
non deve più fare le nottate, pena e pena
pregare, chiederti delle cose, brontolarti dolcemente.
Dai cieli scendi allora, se sei lì, scendi
che muoio di fame in quest’angolo,
che non so a che mi serve di esser nato,
che guardo le mie mani rifiutate,
che non c’è lavoro, non c’è,
scendi un po’, guarda
questo che sono, questa scarpa rotta,
questa angoscia, questo stomaco vuoto,
questa città senza pane per i miei denti, la febbre
che mi scava la carne,
questo dormire così,
sotto la pioggia, castigato dal freddo, perseguitato
ti dico che non capisco, Padre, scendi,
toccami l’anima, guardami
il cuore!
io non ho rubato, non ho assassinato, fui bambino
e invece mi colpiscono e mi colpiscono,
ti dico che non capisco, Padre, scendi
se sei lì, che cerco
rassegnazione in me e non trovo e vado
a farmi prendere dalla rabbia e ad affilarla
per colpire e vado
a urlare col sangue al collo.”
Juan Gelman
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Josè Clemente Orozco, “I disoccupati”, 1929

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Sono senza lavoro da anni
“Sono senza lavoro da anni
e mi diverto a leggere tutti i manifesti
forse sono l’unico che li ragiona tutti
per perdere il tempo che non mi costa nulla
e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
neppure dio lo ricorda.
Gioco alla sisal
e ragiono sulla famosa catena
ma ormai poco mi lascia sperare ai miracoli
sarebbe meglio berli
i soldi che gioco per sperare un poco.
Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro
ed oggi vi erano due donne a riportare il libretto
ma le hanno consolate
gli hanno detto che per loro è più facile
potranno sempre trovare un posto da serve.
Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
una coppia si baciava
anch’io su quel sedile ho avuto una donna
ora ho lo sguardo di una che vorresti
che scivola dai capelli alle scarpe
per scoprirti che sei uno straccione.
Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta, pieno d’entusiasmo
dormivo di un sonno profondo
e alle feste con la donna
che ho lasciato per farla sempre aspettare
ora l’insonnia sino all’alba
poi un sonno pieno d’incubi.
Avevo pensato di farla finita
se resisto è per la speranza che cambierà
ma ormai ho qualche filo bianco
senza una sposa e un figlio
solo questo vorrei questo sogno da pazzi.”
Luigi Di Ruscio, da “Non possiamo abituarci a morire”, 1953
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“Chiamatele pure morti bianche.
Ma non è il bianco dell’innocenza
non è il bianco della purezza
non è il bianco candido di una nevicata in montagna
E’ il bianco di un lenzuolo, di mille lenzuoli
che ogni anno coprono sguardi fissi nel vuoto
occhi spalancati dal terrore
dalla consapevolezza che la vita sta scappando via.
Un attimo eterno che toglie ogni speranza
l’attimo di una caduta da diversi metri
dell’esalazione che toglie l’aria nei polmoni
del trattore senza protezioni che sta schiacciando
dell’impatto sulla strada verso il lavoro
del frastuono dell’esplosione che lacera la carne
di una scarica elettrica che secca il cervello.
E’ un bianco che copre le nostre coscienze
e il corpo martoriato di un lavoratore
E’ il bianco di un tramonto livido e nebbioso
di una vita che si spegne lontana dagli affetti
di lacrime e disperazione per chi rimane.
Anche quest’anno oltre mille morti
vite coperte da un lenzuolo bianco.
Bianco ipocrita che copre sangue rosso
e il nero sporco di una democrazia per pochi.
Vite perse per pochi euro al mese
da chi è spesso solo moderno schiavo.”
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Immagine dal web
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Incidente al deposito di carbone
“Come uno splendido sogno che muore schiacciato sotto il peso del risveglio
giace, membra gettate all’abbandono, sul fondo liscio di una buca di carbone scintillante.
Appoggiati ai badili, sudati,
facce rosse alla luce della lanterna,
ancora caldi per la foga dello scavo sentivamo appena il vento freddo di
mezzanotte.
Era un tipo bello e tranquillo, un padre di famiglia con cui parlavo spesso
di gioie futili e pene del nostro piccolo mondo scuro
all’osteria il sabato sera.
E ora eccolo là, uomo enorme, un sole spento seguito ancora da fedeli invisibili
pianeti,
sorge su mondi estinti in un’eclisse attraverso una miriade di stelle – svanito
come una bolla nella corrente dell’eternità,
andato in pezzi incautamente sulle cascate maestose di lidi ignoti.
E tornavamo lenti verso casa, tremanti, smarriti, cupi –
tranne un ragazzo che tentava di ingannare sé stesso e i suoi pensieri assillanti
con una barzelletta sciocca sul morto –
Iniziò a cadere la neve come un sogno bianco nel duro sonno della notte
d’inverno
e una donna con gli occhi impazziti emerse correndo dall’oscurità.”
Pascal D’Angelo (pseudonimo di nome d’arte di Pasquale D’Angelo), “Incidente al deposito di carbone”, da “Poesie” – Traduzione di Mariagiorgia Ulbar
(“The pick and shovel poet” – come lui stesso si definì – “il poeta del piccone e della pala”, nasce a Introdacqua, nell’aquilano ed emigra in America in cerca di fortuna, convinto che da qualche parte, “in questa sconfinata nazione”, ci fosse quella luce che avrebbe inseguito per tutta la vita. Nel frattempo, è costretto a fare molte mestieri, il muratore, il manovale, il fruttivendolo, finché viene scoperto dal critico letterario Carl van Doren. Le sue poesie cominciano ad essere pubblicate dalle più grandi testate americane; la sua autobiografia, “Son of Italy”, ne fa un caso letterario. Un fuoco di paglia, però, complice forse il suo carattere riservato che disdegnava la fama e perfino il denaro, tanto che Pascal morirà in povertà e saranno i suoi amici a pagare le spese del suo funerale.)
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