Linguaggi

Mareggiate…

13.11.2021
Ci dev’essere qualcosa di stranamente sacro nel sale.
Lo ritroviamo nelle nostre lacrime e nel mare.”
Khalil Gibran
*****
Foto di Mataniari

 

*****

Elementare

E c’è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.

Pierluigi Cappello, da “Azzurro elementare”

*****

L’uomo e il mare

“Sempre il mare, uomo libero, amerai!
Perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell’infinito svolgersi dell’onda
l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti…
in seno alla tua immagine; l’abbraccio
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal tuo suono al suon di questo
selvaggio e indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d’ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!”

Charles Baudelaire, “L’uomo e il mare”

*****

Arrivederci fratello mare

“Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.

Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.”

Nazim Hikmet, “Arrivederci fratello mare”

*****

   Edward Hopper, “The Long Leg”, 1935

 

*****

Conosco delle barche

“Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.”
Jacques Brel, “Conosco delle barche”
*****
La nostra vita naviga su un mare

“La nostra vita naviga su un mare
Mai attraversato, le cui onde,
si inseguono l’ un l’ altra giocando
a un eterno rimpiattino.
È il mare agitato del mutamento,
che pascola le sue schiumanti
greggi, e mille volte le disperde,
che batte incessante le sue mani
contro la calma del cielo.
Nel centro di questa volteggiante
Danza di guerra di luce e di buio,
amore, tua è quell’ isola verde,
dove il sole bacia la ritrosa
ombra della selva ed il silenzio
è corteggiato dal canto di uccelli.”

Rabindranath Tagore, “La nostra vita naviga su un mare”

*****

 Joseph Mallord William Turner, “Bell Rock Lighthouse”, 1819

 

*****

Mediterraneo

“Allo sguardo vuoto delle finestre, il mattino
con tutti i suoi denti che ha azzurri e brillanti,
gialli, verdi e rossi, ai balconi si cullano le tende.
Giovani donne con le braccia nude stendono i panni.
Un uomo, a una finestra, col binocolo in mano.
Mattino chiaro dagli smalti marini
perla latina dai bagliori liliali:
Mediterraneo.

Mezzogiorno sul mare immobile e caloroso:
mi accetta senza grida: un silenzio e un sorriso.
Spirito latino, Antichità, un velo di pudore sul grido torturato!
Vita latina che conosce i suoi limiti,
rassicurante passato, oh! Mediterraneo!
Sulle tue rive trionfano ancora voci ormai taciute,
che dicono di sì perché ti hanno negato!
Enorme e leggero,
assicuri e soddisfi e mormori l’eternità dei tuoi minuti,
oh! Mediterraneo! E il miracolo della tua storia,
lo racchiudi tutto quanto
nell’esplosione del tuo sorriso.
Inalienabile vergine, a ogni ora la sua natura si concepisce
in nature già formate.
La sua vita rinasce sui nostri dolori.
Prende il volo! E da quali ceneri, luminosa fenice!
Mediterraneo! Il tuo mondo è a misura nostra,
L’uomo all’albero si unisce e in due l’Universo si recita la commedia
in costume del Numero d’Oro
dall’immensa semplicità senza scosse sgorga la pienezza,
oh! natura che non fai salti!
Dall’olivo al Mantovano, dalla pecora al pastore,
solo l’innominabile comunione dell’immobilità.
Virgilio cinge l’albero, Melibeo va al pascolo.
Mediterraneo!
Biondo pergolato azzurro dove dondola la certezza,
così vicina, oh! così vicina alle nostre mani,
che i nostri occhi l’hanno accarezzata e le dita l’hanno lasciata.

Nella sera incombente con la giacca sulle spalle, tiene la porta aperta,
lambito dai riflessi della fiamma, l’uomo entra nella sua felicità
si dissolve nell’ombra.
Così questi uomini rientreranno in questa terra, certi di avere una proroga,
più sfiniti che sazi della felicità di aver saputo.
Nei cimiteri marini c’è solo eternità.
Lì, l’infinito si stanca ai funebri fusi.
La terra latina non trema. E come il tizzone detonante volteggia nella maschera immobile
di un cerchio,
indifferente, appare l’inaccessibile ebbrezza della luce.
Ma ai suoi figli questa terra apre le braccia e fa carne della loro carne,
e questi – sazi, si riempiono del segreto sapore di questa
trasformazione – lentamente la assaporano a mano a mano che la scoprono.

E presto, ancora e poi, i denti, i denti azzurri e brillanti
luce! Luce! L’uomo si completa in lei.
Polvere di sole, scintillio d’armi,
principio essenziale dei corpi e dello spirito,
in te i mondi si bruniscono e si umanizzano,
in te ci rendiamo e i nostri dolori si sublimano,
insistente antichità
Mediterraneo, oh! Mare Mediterraneo!
Soli, nudi, senza segreti, i tuoi figli attendono la morte.
La morte te li renderà, puri, finalmente puri.”

Albert Camus, “Mediterraneo”

*****
L’ordine delle cose
“L’albero del susino, laggiù,
le gardenie a sinistra,
più in là il blu.
Il mare.
Dove amore
metteremo il mare?
Gli anni in quaderni gialli
e la risata dorata quando badiamo ai gatti.
In quale cofanetto dell’inverno
metteremo il temporale?
In solaio le ore della tua assenza.
Gli allori, i gerani,
la menta ai piedi
di questa promessa.
Vedrai
com’è imprevedibile la terra,
amore,
se solo esisti.”

Carmen Yáñez, “L’ordine delle cose”

*****
Salvador Dalì, “Ragazza alla finestra”, 1925
*****
Spiaggia di sera
“Spiaggia di sera
Così sbiadito a quest’ora
lo sguardo del mare,
che pare negli occhi
(macchie d’indaco appena
celesti)
del bagnino che tira in secco
le barche.
Come una randa cade
l’ultimo lembo di sole.
Di tante risa di donne,
un pigro schiumare
bianco sull’alghe, e un fresco
vento che sala il viso
rimane.”

Giorgio Caproni

****
Foglia di mare
“Il mare è un albero e i pesci
i pesci sono foglie
che si diffondono nell’acqua.
Madre – lei appartiene al cielo
e mio padre, lei dice, alla terra
perché lei è una credente,
e lui, lei dice – non lo è.
Da dove sono nata, Wuhan, Cina,
non so che cosa significhi
essere credente ma vedo molti pesci volare
attraverso il cielo
ogni notte. Qualcuno cade
sulla terra, altri restano là più a lungo.
Quelli fissi formano una Grande Orsa che illumina
la notte di aprile.
Ma guarda giù, madre, guarda dentro i miei occhi,
vedrai molte più stelle –
sono alberi, punti in cui si accende il dolore
nelle mie retine.”

Ming Di, (poetessa e traduttrice cinese), “Foglia di mare”

****
I desideri antichi splendono come una madreperla
“I desideri antichi splendono come una madreperla
negli abissi del mare, e lui chino sopra di essi
sorride e si accarezza la barba fradicia di stelle.
L’anima rude si scioglie lenta, acqua e stella insieme;
nel petto la memoria dorme come una gabbianella
dentro la grotta; e la mente si culla spensierata,
come un gabbiano silenzioso sopra la schiuma azzurra.”

Nikos Kazantzakis, da “Odissea”

*****

              Kanagawa Hokusai, “La grande onda”, 1831

*****

*****

Nuovo canale interoceanico

“Ti propongo di costruire
un nuovo canale
senza chiuse
né scuse,
che comunichi finalmente
il tuo sguardo
atlantico
col mio naturale
pacifico.”

Mario Benedetti, “Nuovo canale interoceanico”

*****

Io sul fondo del mare

“In fondo al mare
c’è una casa
di cristallo.
A una strada
di madreperle
conduce.
Un grande pesce d’oro,
alle cinque.
mi viene a salutare.
Mi porta
un ramo rosso
di fiori di corallo.
Dormo in un letto
un poco più azzurro
del mare.
Un polipo
mi fa l’occhietto
attraverso il cristallo.
Nel bosco verde
che mi circonda
– din don… din dan… –
dondolano e cantano
le sirene
di madreperla verdemare.
E sopra la mia testa
ardono, al crepuscolo,
le ispide punte del mare.”

Alfonsina Storni, “Io sul fondo del mare”

*****

Fresca Marina

“A te assomiglio la mia vita d’uomo,
fresca marina che trai ciottoli e luce
e scordi a nuova onda
quella cui diede suono
già il muovere dell’aria.

Se mi desti t’ascolto,
e ogni pausa è cielo in cui mi perdo,
serenità d’alberi a chiaro della notte.”

Salvatore Quasimodo, “Fresca Marina”, da “Acque e terre” (1930)

*****

   Gustave Courbet, “L’onda”, 1869 circa

 

*****

Tra tutti i mari

“Tra tutti i mari,
io resto con questo:
mare d’umile inesistenza,
arreso davanti allo sguardo navigante
di territori più sottili.

Né la sua danza, gambe di schiuma
né senza musica, graffi di roccia
né il suo volto, frammento mortale di cielo,
mi commuovono.

Direi, rischiando d’essere imprecisa,
non c’è stato mare né spiaggia né un bianco gabbiano,
né pioggia, né strati di antiche montagne,
quel pomeriggio.

Tra me e la mia memoria,
solo due paia di occhi sorpresi per la bellezza del caso.”

Melissa Cobo Campo

*****

Spiaggia

“Sono abitatrice delle sabbie, di alte spume:
le navi passano per le mie finestre
come il sangue nelle mie vene,
come i piccoli pesci nei fiumi…
Non hanno vele e hanno vele;
e il mare ha e non ha sirene;
e io navigo e sto ferma,
vedo mondi e sono cieca,
perché questo è un male di famiglia,
essere di sabbia, di acqua, di isola…
E persino senza barca naviga chi al mare è stata destinata.
Dio ti protegga, Cecilia,
che tutto è mare e niente più.”

Cecilia Meireles, “Spiaggia”

*****

 Sandro Botticelli, “La nascita di Venere”, 1485

*****

Ode al mare

“Qui nell’isola
il mare
e quanto mare
esce da sé stesso
in ogni momento,
dice di sì, di no,
di no, di no, di no,
dice di sì nell’azzurro,
nella spuma, nel galoppo,
dice di no, di no.

Non può stare tranquillo,
mi chiamo mare, ripete
battendo su una pietra
senza ottenere di convincerla,
allora
con sette lingue verdi
di sette cani verdi,
di sette tigri verdi,
di sette mari verdi,
la percorre, la bacia,
la inumidisce
e si colpisce il petto
ripetendo il suo nome.

Oh mare, come ti chiami,
oh compagno oceano,
non perdere tempo e acqua,
non scuoterti tanto,
aiutaci,
siamo i piccoli
pescatori,
gli uomini della riva,
abbiamo freddo e fame,
sei il nostro nemico,
non colpire così forte,
non gridare a questo modo,
apri la tua cassa verde
e offri a tutti noi
tra le mani
il tuo regalo d’argento:
il pesce di ogni giorno.

Qui in ogni casa
lo amiamo
e benché fatto d’argento,
di cristallo o di luna,
nacque per le povere
cucine della terra.

Non custodirlo,
avaro,
mentre scivola freddo come
lampo bagnato
sotto le sue onde.

Vieni ora,
apriti
e lascialo
vicino alle nostre mani,
aiutaci, oceano,
padre verde e profondo,
a dar termine un giorno
alla povertà terrestre.

Lasciaci
raccogliere i frutti dell’infinita
piantagione delle tue vite,
i tuoi frumenti e le tue uve,
i tuoi buoi, i tuoi metalli,
lo splendore bagnato
e il frutto sommerso.

Padre mare, sappiamo già
come ti chiami, tutti
i gabbiani diffondono
il tuo nome sulle spiagge:
ora, comportati bene,
non scuotere i tuoi crini,
non minacciare nessuno,
non rompere contro il cielo
la tua bella dentatura,
tralascia per un momento
le gloriose storie,
da’ ad ogni uomo,
ad ogni
donna e ad ogni bambino,
un pesce grande o piccolo
ogni giorno.

Va’ per tutte le strade
del mondo
per distribuire pesci
ed allora
grida,
grida
perché ti odano tutti
i poveri che lavorano
e dicano,
affacciandosi all’imboccatura
della miniera:
“Ecco che viene il vecchio mare
a distribuire pesci”.

Poi torneranno giù,
nelle tenebre
sorridendo, e per le strade
e per i boschi
sorrideranno gli uomini
e la terra
con sorriso marino.

Ma
se così non vuoi,
se non ne hai voglia,
aspetta,
aspettaci,
dovremo provvedere,
per prima cosa
regoleremo i problemi
dell’umanità,
dapprima i più grandi,
quindi tutti gli altri,
ed allora
entreremo in te,
taglieremo le onde
con un coltello di fuoco,
su di un cavallo elettrico
salteremo la spuma,
cantando
ci immergeremo
fino a toccare il fondo
delle tue viscere,
un filo atomico
terrà a bada i tuoi fianchi,
pianteremo
nel tuo giardino profondo
alberi
di cemento e acciaio,
ti legheremo
mani e piedi,
sopra la tua pelle gli uomini
passeggeranno sputando,
togliendoti grappoli,
costruendo armature,
montando sulla tua groppa per domarti
e per dominarti l’anima.

Ma questo accadrà quando
noi uomini
avremo regolato
il nostro problema,
il grande,
il gran problema.

Tutto regoleremo
poco a poco:
Ti obbligheremo, mare,
ti obbligheremo, terra,
a far miracoli,
perché in noi stessi,
nella lotta,
sta il pesce, sta il pane,
sta il miracolo.”

Pablo Neruda, “Ode al mare”

*****

  Georges-Pierre Seurat, “Bagnanti ad Asnières”, 1884

 

 

*****

Voglio l’oceano che non ha memoria

“Voglio l’oceano che non ha memoria,
non voglio più la storia, visto
che tutto il tempo è eterno
tempo del presente, mentre
il vuoto, sempre più vuoto,
si riversa dove tutto è vuoto.
E scavo e scavo e scavo
e il vuoto si fa più vuoto ancora,
s’ingrossa il buco, di secondo
in secondo, di minuto
in minuto, di ora in ora.
Così, cosa ci resta? Ci restano
le piccole ossessioni. Sono
quelle a puntellare tante giornate
amare, mentre nelle grandi arcate
di ferro cedono le viti
si arrugginiscono le travi,
non tengono i bulloni.
Il mio tormento del momento?
Le condizioni del mio cuore.
Come sta? Va meglio?
Batte ancora? È scompensato?
E se sì, quanto? Dimmi la verità.
Tu parli sempre di ultime
questioni, ma qui a tenere banco
sono i tic, sono le fissazioni.
Che vanno e vengono. Occupano
tutto il campo e poi scompaiono.
Per un corpo da curare, c’è una pancia
da riempire. Certo, fa bene camminare,
ma diciamola tutta: com’è bello poltrire.
Notizie per informarsi,
notizie per stordirsi.
Fumare o non fumare?
Smettere, ricominciare.
È sufficiente distrarsi (ancora)
col crudo verso di cornacchia
(cra cra cra) e dai tarli
fisici e mentali si passa
al magro conto in banca,
al cinghiale (è il turno suo
stavolta) nascosto nella macchia.
È una tortura persistente,
sottile, che si spera di spegnere
in una quiete termale:
massaggi, docce, inalazioni,
fanghi – salutistico
ritorno nei ranghi.
Meaning and moaning – oltre a tutto
il resto, tu mi hai insegnato
pure questo terribile gioco di parole,
senso e lamento, un’endiadi
involontaria che apre allo sgomento:
cerchiamo un varco, una ragione,
per l’appunto un senso,
ma sprofondiamo poi in un malessere
insidioso che procura il pianto.
E proprio non c’è da menar vanto
a vivere in un mondo
che non conosce vie d’uscita –
cominciare a giocare sapendo
che hai già perso la partita.
Per questo voglio l’oceano
che non ha memoria
e non voglio più la storia
Se storia poi è questa
mediocrissima vicenda
in cui siamo impigliati.
Una frivola bufera incapace
perfino di dare sepoltura
agli annegati.”
Franco Marcoaldi, da “Quinta stagione. Monologo drammatico” 2020
*****
Salvador Dalì, “La nave”, 1942
*****

Sono il mare

“Sono il mare che porto negli occhi
maree che mi portano altrove
improvvise selvagge tempeste
e bonacce di sere tranquille

Sono il mare che mi scorre nel sangue
mio sale
reminiscenza e amaro sapore
voce antica
eterno scintillìo d’argento
mio specchio riflesso

Sono il mare che porto negli occhi
risacche sbattute
fermate
respinte
e che lascio andare

Sono il mare che porto negli occhi
muovo dondolìo di alghe
abbraccio di stelle marine
un ninnare quieto
carezze di effimera spuma

Sono il mare che porto nel cuore
conforto di questa che sono
alito e brezza
soffio senza fine
canto che entra dentro
come un’antico richiamo di sirene

Sono mare senza limiti
fra terra e cielo
e volo come libero gabbiano
sul bordo di questo illimitato orizzonte marino”

Dina Carruozzo Nazzaro (AtelierD)

*****

 Claude Monet, “Impressione, levar del sole”, 1872

 

 

*****

Febbre del mare

“Devo tornare sul mare, solitario sotto il cielo,
e chiedo solo un’alta nave e una stella per guidarla,
colpi di timone, canti del vento,
sbuffi della vela bianca,
e bigia foschia sul volto del mare
e un bigio romper dell’alba.

Devo tornare sul mare, ché la chiamata
della marea irruente è una chiara
selvaggia chiamata imperiosa;
e io chiedo soltanto un giorno di vento
con volanti nuvole bianche,
pieno di spruzzi e di spuma e di strillanti gabbiani.

Devo tornare sul mare, alla vita
di zingaro vagabondo; alla via
delle balene e degli uccelli marini,
dove il vento è una lama tagliente;
e io chiedo solo un’allegra canzone
da un compagno ridente e un buon sonno
e un bel sogno
quando la lunga giocata è finita.”

John Mansfield, “Febbre del mare”

*****

Foto di Antonio Mora

*****

Levante

“La linea
vaporosa muore
al lontano cerchio del cielo
Picchi di tacchi picchi di mani
e il clarino ghirigori striduli
e il mare è cenerino
trema dolce inquieto
come un piccione
A poppa emigranti soriani ballano
A prua un giovane è solo
Di sabato sera a quest’ora
Ebrei
laggiù
portano via
i loro morti
nell’imbuto di chiocciola
tentennamenti
di vicoli
di lumi
Confusa acqua
come il chiasso di poppa che odo
dentro l’ombra
del sonno”
Milano, 1914-15
Giuseppe Ungaretti, “Levante”, da “Allegria di naufragi”, 1919
*****
Quale parola avrà
“Quale parola avrà
la nostalgia del mare:
la nostra isola
l’addolora come un sogno
incastonato nell’ombra.
Non sentirti solo
se un pomeriggio qualsiasi
la tua città si riempie
d’affamati gabbiani:
tutto questo amore io lo affido
alla distanza e a te
innalzo a focolare
prigioniera del sole
le piccole cose
del mio fare solitario.
Solo il mare conosce il tempo
cruciale d’ogni spiaggia
e il prezzo dell’azzurro
che nasce: io con te
invisibile e saggia
(immortale, forse)
vado traducendo
il disegno delle onde.
Al mare torneranno
i gabbiani dai boschi
al loro compito
sereno e luminoso.”
Juana Rosa Pita (poetessa cubana), da “I viaggi di Penelope”, 1980 – Traduzione di Brigidina Gentile

*****

Foto di Adel Alrmal

*****

La foto in evidenza è di Sonia Simbolo

Lascia un commento