Linguaggi

E la Morte sognò la Vita

14.11.2021

“La sopravvivenza si basa sulla possibilità di elaborare il lutto. Se questo non viene superato, tutte le pene dell’inferno accorreranno da te per sedurti con mille maschere, alcune terribili, altre perfino gentili, distruggendoti comunque la vita. Invece, se riesci a elaborare il lutto, potrai vivere con la pena sino alla fine dei tuoi giorni. La pena non confonde, non ingarbuglia la ragione, non disorienta la mente; la pena opprime, rattrista, tutto qui, e pur essendo un tutto immenso, si tratta poi soltanto di questo.”

Marcella Serrano, da “Quel che c’è nel mio cuore”, 2001

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Epitaffio
“Qui giacciono le spoglie di un poeta.
Nacque durante un’eclissi, fu straniero,
non vi chiese nulla,
coltivò un Eden di assenza
e alla fine riunì i suoi fantasmi nell’aurora.”
Alfredo Fressia (poeta, critico letterario e traduttore uruguaiano), da “Radici del Paradiso”

 

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George Mayer, “Libido and Mortido”

 

 

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La curva della strada

 

“La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.

Fernando Pessoa

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Dichiarazione

“No, non c’è la morte.
Neppure questa pietra è morta.
E non è morto il frutto che è caduto:
tutto in vita ritorna al tocco delle dita,
tutto respira al ritmo del mio sangue,
del soffio che lo sfiora.
Così, quand’anche la mia mano seccherà,
nel ricordo vivrà di un’altra mano,
e tacita la bocca serberà
il gusto delle bocche che ha baciato.”
José Saramago, “Dichiarazione”
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Egon Schiele, “La morte e la fanciulla”, 1915

 

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La Morte venne

 

“La Morte venne e si coricò al fianco di Odisseo;
stanca per aver vagato tutta notte, le palpebre pesanti,
bramava anche lei distendersi sulla riva col vecchio amico,
sotto l’ombra di un salice, dormire anche lei un poco;
posò lievemente le mani ossute sul petto dell’Arciere
e così abbracciata la valorosa coppia precipitò nel sonno.
Dorme la Morte, e sogna che esistano uomini vivi,
che s’innalzino case sulla terra, e palazzi e regni,
che vi siano giardini fioriti,
e che alla loro ombra passeggino donne gentili e cantino le schiave.
Sogna che sorga il sole, e che la luna illumini,
che giri la ruota del mondo, e che ogni anno porti erbe e fiori,
e frutti d’ogni sorta, e dolci piogge e neve;
e compia un altro giro rinnovando ancora la terra.
Sorride di nascosto la Morte, lo sa bene ch’è un sogno, vento multicolore,
fantasia della sua mente stanca, e tollera incurante che l’incubo la assilli.
Ma pian piano si rianima la vita, la ruota prende slancio;
la terra apre avida le viscere, penetrano pioggia e sole,
infinite uova si schiudono, la terra brulica di vermi,
muovono folti eserciti di uomini, uccelli, fiere, pensieri
e si avventano per divorare la Morte addormentata.
E una coppia di umani rannicchiata nelle grotte delle sue nari accende
e attizza il fuoco, poi si prepara il pranzo,
e al suo forte labbro sospende la culla del neonato.
Sente un solletico sulle labbra, un formicolio alle nari,
si scuote d’improvviso la Morte, così svanisce il sogno;
per un attimo fulmineo ha dormito, per quell’attimo ha sognato la vita.”

Nikos Kazantzakis, da “Odissea”

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Anatomia
“Dice un proverbio sardo
che al diavolo non interessano le ossa
forse perché gli scheletri danno una grande pace,
composti nelle teche o dentro scenari di deserto.
Amo il loro sorriso fatto solo di denti, il loro cranio,
la perfezione delle orbite, la mancanza di naso,
il vuoto intorno al sesso
e finalmente i peli, questi orpelli, volati dentro il nulla.
Non è gusto del macabro,
ma il realismo glabro dell’anatomia
lode dell’esattezza e del nitore.
Pensarci senza pelle rende buoni.
Per il paradiso forse non c’è strada migliore
che ritornare pietre, saperci senza cuore.”

Antonella Anedda, “Anatomia”, da “Historiae”

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   Edvard Munch,  “Death in sickroom”, 1895

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Tu mi sarai radice

“Tu mi sarai radice e
io ti sarò ombra,
sebbene il sole mi bruci le foglie.
Tu mi spegnerai la sete e io ti nutrirò di frutti,
sebbene il tempo mi rubi i semi.
E quando sarò perso e di questa terra nulla riconoscerò
tu mi darai speranza.
Sempre udirai la mia voce.
Sempre avrai le mie mani.
Perché io ti sarò riparo.
E ti conforterò.
E quando entrambi saremo polvere,
perfino nella morte,
io ti ricorderò.”

Mark Danielewski, da “Casa di foglie”

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Lascio la vita come un mazzo di rose
“Lascio la vita come un mazzo di rose
che s’abbandona per proseguire il cammino
e alla morte che starà dietro di me, seguendomi
andranno tutte le cose amate
il silenzio che ci univa l’amore forte che non avrebbe mai potuto vincere il tempo
la ruvidezza delle tue mani
le sere in riva al mare, le tue promesse.”

Meira Delmar (1922-2009), poetessa colombiana

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   James Ensor, “Le maschere e la morte”, 1897

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E la morte non avrà più dominio

“E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché impazziscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.
E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono.
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.
E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché pazzi e morti stecchiti;
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà,
E la morte non avrà più dominio.”

Dylan Thomas, “E la morte non avrà più dominio”

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Una poesia senza titolo

“Cosa farò senza di te?
Quando sarò morto
quando sarò solo,
morto e senza corpo
in uno spazio sconosciuto?
Potrei venirti in aiuto
con qualche numero fortunato
seguire la tua guida incerta
per proteggere l’auto
dai pericoli della tangenziale.
Potrei apparirti nel sonno
e chiederti perdono
per il mio debole corpo
scusarmi d’averti lasciata
sola a risolvere le beghe
con la casa da spazzare dalla polvere
il vicino rimbambito, il mutuo
l’armadio da svuotare
dai vestiti che un parente
con la mia stessa taglia
un giorno o l’altro indosserà
controvoglia.

Chi mi ricorderà la sera
che devo lavare i denti
portare in cortile la spazzatura
che sono anch’io un essere speciale?
Con chi parlerò della Luna e del futuro
A chi poggerò la testa sulla spalle
sgranocchiando popcorn
davanti a un film di Woody Allen?

In un sogno di una notte d’estate
fingendo di non essermene andato
vestito da prete, da arlecchino
da pirata, da cretino, da soldato
rivolgerti ancora la parola
per ricordarti quanto siamo stati felici.
Diventare terra e sostenerti
mentre passeggi o pedali in bici.
Carezzarti come brezza
in una pausa dai giorni bui
mentre torni a casa o te ne vai
per i fatti tuoi.

Anziché annoiarmi
della mia nuova forma
delle banali soluzioni
d’esistenza e redenzione
offerte dalle fedi conosciute
sarebbe bello ritornare
di tanto in tanto
a farti compagnia
quando scegli le verdure
il formato della pasta
il colore della stoffa di un vestito.
Quando resisti alle storture
della misera esistenza
affondando in qualche libro
il tuo naso fuori moda.

Lo so, anziché lasciare la tua mano
avrei dovuto confessarti un segreto
portarti ancora in viaggio, lontano
aggrapparmi alla mia pelle
inventare delle balle
per sfuggire all’unico destino
che l’amore non è capace di cambiare.”

 

Paolo Agrati, “Una poesia senza titolo”

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William Wetmore Story, “Angelo del Dolore”, 1894, Cimitero acattolico di Roma

 

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Quando la morte viene

 

“Quando la morte viene
come l’orso affamato in autunno;
quando la morte viene e tira fuori dal suo borsellino
tutte le monete scintillanti
per comprarmi, e chiude il borsellino di scatto;
quando la morte viene
come una pestilenza di morbillo;
quando la morte viene
come un iceberg fra le scapole,
io voglio affacciarmi alla porta piena di curiosità, domandandomi:
come sarà mai, quel cottage d’oscurità?

E perciò guardo ogni cosa
come una fratellanza e una sorellanza,
e vedo il tempo come nient’altro che un’idea,
e considero l’eternità un’altra possibilità,
e penso ad ogni vita come a un fiore, comune
come una margherita dei campi, e altrettanto singolare,
e ad ogni nome come a una piacevole musica in bocca,
che tende, perché tutta la musica lo fa, verso il silenzio,
e ad ogni corpo come a un leone di coraggio, e a qualcosa
di prezioso per la terra.
Quando sarà finita, voglio dire: per tutta la vita
sono stata una sposa maritata alla meraviglia.
Sono stata lo sposo, e ho preso il mondo fra le mie braccia.
Quando sarà finita, non voglio chiedermi
se ho fatto della mia vita qualcosa di particolare e di vero.
Non voglio trovarmi a sospirare, e spaventata,
e piena di recriminazioni.
Non voglio finire avendo semplicemente visitato questo mondo.”

Mary Oliver, “Quando la morte viene” (“When Death Comes”)

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Questo vogliamo

“Prendere d’assalto il cielo
espropriare il futuro
sconfiggere la morte
distruggere a colpi e morsi rabbiosi
la diga che racchiude la vita
affinché questa scorra e scorra
e inondi tutto
assolutamente tutto!
Abbiamo il fermo proposito
di instaurare l’allegria
come unica forma di vita:
l’unica morte possibile
sarà morire di felicità.
Abbiamo il fermo proposito
di difendere la luce
per noi e per voi
che verrete
che dovrete venire
infallibilmente
uomini puri, semplici e buoni
uomini nuovi.”

Mariana Yonusg Blanco (poetessa venezuelana), “Questo vogliamo”

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Epitaffio

“Un fiore viaggiava nel mio sangue.
Il mio cuore era un violino.
Amai a volte, altre no. Qualche volta
fui amato. Anche a me
rallegravano: la primavera,
la mano nella mano, ciò che è felice.
Dico che l’uomo deve esserlo!
(Qui giace un uccello.
Un fiore.
Un violino).”

Juan Gelman, “Epitaffio”

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Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson, “I funerali di Atala”, 1808

 

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Della perduta vita non so niente

“Della perduta vita non so niente,
ché sempre se ne va per chissà dove, resa o voltata a un angolo del giorno,
mesi che può la notte cancellare sulla soglia gelata del mattino.
Non c’è altro che adesso e adesso ancora: se appena lo pronunci si dissolve
in un adesso che non è più niente.
Siamo quest’oggi chiaro che si spegne,
luce che lascia gli occhi con dolcezza, uomini che di spalle vanno piano,
seguito della storia, sogno, nube, ombre che di ogni età fanno silenzio,
onde che si cancellano nel mare.”
Francesco Scarabicchi, da “L’esperienza della neve”, 2003

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Epilogo

“Un’altra luce torna, un’altra va,
cielo di chiusa tenebra d’azzurro,
muschio di pietra e sogno,
cani lontani salgono quel monte,
umido della pioggia che c’è stata,
stazione del mio essere, svanire.”
Francesco Scarabicchi, “Epilogo”, da “L’esperienza della neve”, 2003
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Evelyn de Morgan, “The Dryad”, 1884-1885 

 

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Partita

In alto, coloro
che vagano
restano
inudibili.
Paul Celan

I.

Oltre il regno dei morti,
oltre quei monti,
lungo l’argine stretto
dei passanti,
cos’è mai che consola
il sonno che ti vince
e che mi affianca
per tanta spesa vana
offerta al niente?

2.

Essere d’ogni tempo
alla sua soglia,
luce a marzo, d’inverno,
nel cammino
che cancella il pudore
delle impronte.

3.

Rimane quel congedo
ad ora incerta,
ciascuno col suo sogno
ed i suoi panni
per vie diverse ed altre,
sotto i lumi che mai
vedranno accesi,
quando l’ombra si volta
e vieta il viso
al futuro che siamo
e che non sanno.

4.

La virtù dell’amore
non ha nome.
Ultima sulle scale
è lei che guarda
all’annuncio di giugno,
a questa tarda
verità della fiamma
che non muore.

5.

C’è, nel luogo che lasci,
quando parti,
una tranquilla
carità di sguardi.

6.

Credere ancora agli anni,
conservarli
nel mattino che inonda
i tuoi capelli
in cui arde l’età
che non ritorna.

7.

Questa luce che tocca
ottobre e il mondo
calma scomparirà
da sé in silenzio
nella sera del tempo
e questa nebbia
bianca sulla città
lascerà intatto
tutto il vuoto dell’epoca,
il ritratto di ogni cosa che, ferma,
a voce spenta,
niente saprà di noi
come l’odore
della notte di vento
e pioggia dura
che sui nome e le case
cade invano.

8.

A stento si dilegua,
con tutta la fatica
che le costa,
debole come un male,
l’ostilità dell’ombra.

9.

Lascia
nel poco chiaro
giorno che si arrende
le voci di gennaio,
in un oblio di neve
e vetri opachi
dove ogni mese è inverno,
freddo come chi trema
nell’attesa
adesso che è lontano
il male della morte
con loro che non sanno
più il mio nome.”

Francesco Scarabicchi, da “Il prato bianco”

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“Tomba dei Leopardi”, nella necropoli etrusca dei Monterozzi (Tarquinia), patrimonio UNESCO dal 2004 

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Bagaglio del ritorno

“Un settore di piccole tombe al cimitero.
Noi, i longevi, lo oltrepassiamo furtivi,
come i ricchi oltrepassano i quartieri dei poveri.

Qui giacciono Zosia, Jacek e Dominik,
prematuramente sottratti al sole, alla luna,
al mutare delle stagioni, alle nubi.

Non molto hanno messo nel bagaglio del ritorno.
Frammenti di viste
in numero non troppo plurale.
Una manciata d’aria con una farfalla in volo.
Un sorso di amaro sapere sul gusto della medicina.

Piccole disobbedienze,
una delle quali mortale.
L’allegro inseguimento d’una palla per strada.
Pattinare felici sul ghiaccio sottile.

Quello laggiù e quella accanto, e quelli di lato:
prima che riuscissero a crescere fino alla maniglia,
a guastare un orologio,
a fracassare il loro primo vetro.

Malgosia, di anni quattro,
due dei quali distesa a guardare il soffitto.

Rafalek: gli mancava un mese ai cinque anni,
e a Basia le feste di Natale
con la nebbiolina del fiato nel gelo.

Che dire poi di un giorno di vita,
di un minuto, di un secondo:
buio, s’accende una lampadina, di nuovo buio?

KOSMOS MAKROS
CHRONOS PARADOXOS (*)
Solo il greco sulla pietra ha parole per questo.”

Wislawa Szymborska

(*) “L’universo è grande, il tempo è sorprendente”

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L’autotomia

“In caso di pericolo, l’oloturia si divide in due:
dà un sé in pasto al mondo,
con l’altro fugge.
Si scinde d’un colpo in rovina e salvezza,
in ammenda e premio, in ciò che è stato e ciò che sarà.
Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso
con due sponde subito estranee.
Su una la morte, sull’altra la vita.
Qui la disperazione, là la fiducia.
Se esiste una bilancia, ha piatti immobili.
Se c’è una giustizia, eccola.
Morire quanto necessario, senza eccedere.
Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato.
Già, anche noi sappiamo dividerci in due.
Ma solo in corpo e sussurro spezzato.
In corpo e poesia.
Da un lato la gola, dall’altro il riso,
leggero, presto soffocato.
Qui il cuore pesante,
là non omnis moriar,
tre parole piccole, soltanto, tre piume d’un volo.
L’abisso non ci divide.
L’abisso ci circonda.”

Wislawa Szymborska, “L’autotomia”, da “Ogni caso”

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  Arnold Böcklin, “Isola dei morti” (terza versione), 1883

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Emily Sparks

“E che tu l’abbia ricevuta o no,
ragazzo mio, dovunque tu sia,
fa’ qualcosa per la salvezza della tua anima
perché tutto il tuo fango, tutta la tua scoria
possa soccombere al fuoco,
finché il fuoco non diventi che luce!…
Non diventi che luce!”

Edgar Lee Masters, “Emily Sparks”, da “Antologia di Spoon River”

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George Gray

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio –
è una barca che anela al mare eppure lo teme.”

Edgar Lee Masters, “George Gray”, da “Antologia di Spoon River”

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  Amrita Sher-Gil, “Il cimitero felice”, 1939

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Edmund Pollard

“Vorrei aver immerso le mie mani di carne
nei fiori tondeggianti pieni di api,
nello specchiante cuore di fiamma
della luce vitale, un sole d’estasi.

A che servono petali o antere
o le aureole?

Larve, illusioni
del cuore profondo, la fiamma centrale!

Tutto è tuo, o giovane che passi;
entra nella sala del banchetto pensandoci;
non sgattaiolarci come preso dal dubbio
se tu sia il benvenuto – il festino è per te!

E non prendere solo un poco, rifiutando il resto
con un timido “grazie” quando sei affamato.

È viva la tua anima? Allora, che possa nutrirsi!
Non lasciare balconi che tu non abbia scalato;
né seni nivei che tu non abbia premuto;
né teste d’oro di cui dividere il guanciale;
né coppe di vino, quando il vino sia dolce;
né delizie del corpo o dell’anima.

Tu morrai, non c’è dubbio, ma morrai vivendo
in profondità azzurre, rapito e accoppiato,
baciando l’ape regina, la Vita!”

Edgar Lee Masters, “Edmund Pollard”, da “Antologia di Spoon River”

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Lei non sapeva che ogni cosa è frattura.

“Lei non sapeva che ogni cosa è frattura.
Nascendo, il seme spacca la terra, l’albero taglia l’aria.
Aveva sette anni quando il fiele s’impossessò del tronco.
Cacciò fuori dei frutti avvelenati.
Non sapeva che dalla morte nasce la vita.
Mangiava il pane sacro; ignorava il volto del nemico.
I bambini sono angeli.
E gli angeli che cadono nel ferirsi incrinano.
Il muro cieco corteggiava la bambina ma quando Giuda abboccò all’amo, lei capì.
Senza crepe non filtra la luce.
È impossibile vedere gli spettri, ombre di luce filtrata.”
Zingonia Zingone, da “Sombras de luz filtrada” – Traduzione dell’ Autrice

 

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Maya Kokocinski Molero (artista cilena)

 

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Edith Conant

“Restiamo qui presso – noi, le memorie;
e ci copriamo gli occhi perché abbiamo paura di leggere:
“17 giugno 1884, di 21 anni e 3 giorni”.E tutte le cose son mutate.
E noi – noi, le memorie, ce ne stiamo qui sole,
perché nessun occhio ci vede, né saprebbe perché siamo qui.

Tutto è dimenticato, tranne da noi, le memorie,
che siamo dimenticate dal mondo.
Tutto è mutato, tranne il fiume e la collina…
No, sono mutati anch’essi
Soltanto il sole scottante e le stelle silenziose sono le stesse.

E noi – noi, le memorie, restiamo qui timorose,
con gli occhi chiusi dalla stanchezza di piangere –
nell’infinita stanchezza!”

Edgar Lee Masters, “Edith Conant”, da “Antologia di Spoon River”

 

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Foto di Kok Guan Goh

 

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Blues in memoria

“Fermate gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Fate fare cerchi lamentosi agli aereoplani lassù
scrivendo in cielo il messaggio “Lui È Morto”.
Allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzogiorno, la mia mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotate l’oceano e sradicate il bosco;
perché niente adesso può più servire a qualcosa.”

Wystan Hugh Auden, “Blues in memoria”, da “La verità, vi prego, sull’amore”

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Niente

“Morte, se vieni per condurmi via,
lascia che ombra su ombra
io ripercorra la gente.
In quest’incrocio di rotte
casuali, ci siamo incontrati
– fra vivi – così inutilmente.
Per migliaia di giorni,
ogni giorno:
all’andata, al ritorno.
Per migliaia di notti,
ogni notte,
coi ginocchi, coi fiati.
Non ci siamo scambiati
niente.”

Fernanda Romagnoli

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Vorrei credere qualcosa oltre

“Vorrei credere qualcosa oltre,
Oltre che morte ti ha disfatta.
Vorrei poter dire la forza
Con cui desiderammo allora,
Noi già sommersi,
Di potere ancora una volta insieme
Camminare liberi sotto il sole.”
Primo Levi, da “Ad ora incerta”, 1946
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     William-Adolphe Bouguereau, “Il primo lutto”, 1888
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Non mi tolga tutto il lutto

“Non mi tolga tutto il lutto, dottoressa,
me ne lasci la metà;

io non voglio che il mio cuore
sia sgombro per intero,
mi lasci la mancanza:

faccia male di notte,
se non dormo, ma se dormo,
se possibile, vorrei
non svegliarmi nel buio,
come se
non potessi respirare.

Mi tolga
l’impossibile che è che non si possa
più ascoltare la sua voce
e lo squillo del telefono mai suo
quando compio un altro anno
e non vorrei.

Mi lasci continuare
a guardare fissamente

se qualcuno beve
il caffè nel vetro

e faccia che io pianga
sulla torta di riso;

mi tolga il grido, se può,
la testa che sbatte,
il nero che fa
la fine.

Non mi resta che
la mancanza che è:
e se è il dolore che riempie
come un corpo
il mio corpo,
me lo lasci per metà.

Non voglio perdere
che ferisca
la lama che non taglia dei suoi occhi;

Tolga il lutto che inginocchia,
che non crede, che mi chiude
in casa.

Mi lasci che mi facciano
male i fiori,
ma non tutti,
solo quelli arancioni.”

Beatrice Zerbini, da “In comode rate”

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Vuei a è Domènia
“Vuei a è Domènia,
doman a si mòur,
vuei mis vistís
di seda e di amòur.
Vuei a è Domènia,
pai pras cun frescs piès
a sàltin frutíns
lizèirs tai scarpès.
Ciantànt al me spieli
ciantànt mi petèni.
Al rit tal me vuli
il Diàul peciadòur.
Sunàit, mes ciampanis,
paràilu indavòur!
Sunàn, ma se i vuàrditu
ciantànt tai to pras?”
I vuardi il soreli
di muartis estàs,
i vuardi la ploja
li fuèjs, i gris.
I vuardi il me cuàrp
di quan’ch’i eri frut,
li tristis Domèniis,
il vivi pierdút.
“Vuei ti vistíssin
la seda e l’amòur,
vuei a è Domènia
domàn a si mòur”.
(“Oggi è Domenica, domani si muore, oggi mi vesto di seta e d’amore. Oggi è Domenica, pei prati con freschi piedi saltano i fanciulli leggeri negli scarpetti. Cantando al mio specchio, cantando mi pettino. Ride nel mio occhio il Diavolo peccatore. Suonate, mie campane, cacciatelo indietro! “Suoniamo, ma tu cosa guardi cantando nei tuoi prati?” Guardo il sole di morte estati, guardo la pioggia, le foglie, i grilli. Guardo il mio corpo di quando ero fanciullo, le tristi Domeniche, il vivere perduto. “Oggi ti vestono la seta e l’amore,
oggi è Domenica, domani si muore”.)
*****
Gustav Klimt, “Morte e Vita”, 1910-1915
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Quando il giorno della morte, si muoverà la mia bara

“Quando il giorno della morte, si muoverà la mia bara,
non pensare che il cuore mio sia rimasto nel mondo.

Non piangere per me, non dire “ahimè! Ahimè!”
Cadresti nella rete del diavolo, ahimè, allora!

Quando vedrai il mio feretro non dire: “è partito lontano!”
E’ proprio quel giorno, per me, giorno d’unione e d’incontro!

E quando mi deporrai nella tomba non dire: “addio, addio !”.
Perché la tomba è un velo che cela l’eterna comunione col cielo.

Hai visto lo sprofondamento, contempla la resurrezione:
reca forse danno, il tramonto al sole e alla luna?

A te sembra tramonto, mentre invece è aurora;
la tomba sembra un carcere ma è, all’anima, liberazione.
Qual seme mai sprofondò in seno alla terra che non germinò poi?
Perché questo dubbio, allora, per quel seme che è l’uomo?

Qual secchio scese nel pozzo che non tornò pieno d’acqua freschissima?
Perché dunque il Giuseppe dell’anima avrebbe paura del pozzo?

Chiudi la bocca da questa parte e riaprila dall’altra parte del cosmo,
ché il suo canto trionfale risuoni alto nell’Oltrespazio”

Jalāl al-Dīn Muḥammad Rūmī 

*****

        Renato Guttuso, “I funerali di Togliatti”,  1972 

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Le parole da dire ai funerali di stato
“Dica “perdono”
lo dica, gliel’ho scritto
usi il tono giusto
forte, anche se afflitto
Sia edificante
pianga ma con misura
capisce? E’ importante
non mostrare la paura.
Calchi sullo “Stato”
faccia capir che esiste
gliel’ho sottolineato
lo dica senza sembrare triste
“Cristiani” lo dica bene
chiaro e scandito
all’aggettivo ci tiene
la Chiesa e il partito.
Non sembri disperata
c’e’ la televisione
la strada piu’ sbagliata
è allarmare la Nazione
spettacolo dev’essere
ma che non sia penoso
non comunichi malessere
ma un lutto dignitoso.
Pronunci bene “Amore”
parola efficace
santifica il dolore
e dà un’idea di pace.”
Enzo Costa, da “Cuore”, 1992
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Quale? Per chi, per cosa combattiamo?

“Quale? Per chi, per cosa combattiamo? –
Ingiusta guerra tra tutte,
Quella per cui noi siamo ciò che siamo.

Nell’Universo non si dà infinito
Né finito; così, l’anima nostra
Non potrà sopravvivere o morire
Oltre la morte.

Il ritorno è abisso,
Il ritorno è peccato.
Anima mia,
Come sei giunta a questa assidua noia
Di cui il ritorno è termine prefisso?

Non ho nulla di ciò che m’appartiene,
La mia vita va e viene
Tra il vivere e morire,
Tra il restare e fuggire:
Tra le due angosce supreme.”

Tommaso Landolfi, da “Viola di morte”

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E nulla mai muore

 “E nulla mai muore
nel mondo:
uno solo, ma fondo,
è il corso delle ore.
La mutazione origina il canto;
non aver paura di sparire;
dura un attimo il giorno,
ma è eterno l’incanto”.

Biagio Marin, da “Niente no xe passao”

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 Hans Andersen Brendekilde, “Udslit”, 1889

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Volevamo vivere un solo autunno

“Non so dove abbiamo sbagliato.
Pensavamo che il nostro autunno fosse pieno d’amore,
è stato pieno di terrore.
Dovevano cadere tante foglie colorate dagli alberi,
sono caduti tanti giovani dissanguati.
Volevamo sentire i canti dei corvi sotto la pioggia,
abbiamo sentito urla di dolore e rabbia.
Volevamo vivere un solo autunno
abbiamo vissuto mille inverni.
Ora che la morte
sincronizza il suo orologio
e chiede il tuo nome,
vieni più vicino.
Stringimi forte e
Lasciami sussurrare questa poesia
per l’ultima volta.
Cara sorella mia!
era bella questa vita
anche se non era nostra.
Stringimi ancora
non lasciarmi andare…
era bella questa vita
anche se non era nostra.
Era bella questa vita
anche se non era nostra.

Alba Persiana (Jasmine Efte), “Volevamo vivere un solo autunno”

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Poiché io non potevo fermarmi per la Morte

“Poiché io non potevo fermarmi per la Morte
Lei gentilmente si fermò per me.
La carrozza bastava a contenere
Noi due soltanto – e l’immortalità.

Piano andavamo – non aveva fretta
ed io avevo tralasciato
il mio Lavoro ed anche il mio riposo
per la Sua Cortesia –

Passammo oltre la scuola, dove bimbi
Giocavano in Cortile a Ricreazione –
Passammo i campi d’Occhieggiante Grano,
e passammo oltre il sole che moriva –

o piuttosto fu lui ad oltrepassarci –
le Rugiade tremavano di freddo,
di sola Garza era la mia Gonna,
la mia Mantellina – di tulle –

E ci fermammo dinanzi a una Casa
Che assomigliava a un’Onda della Terra –
Il Tetto si vedeva a malapena –
Per Cornicione solo poche zolle –

Da allora sono Secoli, ma sembrano
più brevi di quel Giorno in cui mi accorsi
– in un attimo – che all’Eternità
Le Teste dei Cavalli eran protese”

Emily Dickinson

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Della vita

 

“Supponiamo di essere malati
così gravi
che occorra il bisturi.
Ciò vuoI dire che forse
non potremmo mai più rialzarci dal bianco bigliardo.
Allora, anche provando una grande tristezza
di andarcene un po’ troppo presto,
rideremmo lo stesso
ascoltando un aneddoto,
daremmo un’occhiata alla finestra
per vedere se il tempo si mette alla pioggia
o aspetteremmo, con l’impazienza nel cuore,
le notizie dell’ultima ora.

Supponiamo di essere al fronte
per una causa che meriti.
Laggiù al primo scontro
può darsi che tu cada con la faccia a terra
e muoia.

Tu lo sai, ti fa rabbia
ma tuttavia
saresti ansioso e accalorato
vorresti conoscere come finirebbe quella guerra
che potrebbe durare degli anni.
Supponiamo di essere in carcere.
Che si rasenti la cinquantina
e che dovessero passare ancora diciotto anni
prima che la galera si apra.

Ma ugualmente
tu vivresti con il mondo di fuori
con i suoi uomini
i suoi animali
le sue lotte
e i suoi venti
con il mondo di là dai muri.
Così, dovunque tu sia, in qualunque
circostanza tu sia
devi vivere
come se mai tu dovessi morire.”

 

Nazim Hikmet, “Della vita”

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Il Taj Mahal, il mausoleo costruito nel 1632 ad Agra (India settentrionale) dall’imperatore moghul Shāh Jahān in memoria della sua sposa, Arjumand Banu Begum

 

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Se mi ami non piangere!

 

“Se mi ami non piangere!
Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo; se tu potessi vedere e sentire
quello che io vedo e sento in questi orizzonti senza fine
e in questa luce che tutto investe e penetra, tu non piangeresti se mi ami.
Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo, quanto piccole e fuggevoli, al confronto!
Mi è rimasto un profondo affetto per te; una tenerezza che non ho mai conosciuto.
Ora l’amore che mi stringe profondamente a te, è qui po’ piùgioia pura e senza tramonto.
Mentre io vivo nella serena ed esaltante attesa, tu pensami così!
Nelle tue battaglie, nei tuoi momenti di sconforto e di stanchezza,
pensa a questa meravigliosa casa, dove non esiste la morte,
dove ci disseteremo insieme nel trasporto più intenso,
alla fonte inesauribile dell’amore e della felicità.
Non piangere più se veramente mi ami!”
Giacomo Perico, “Se mi ami non piangere”, da “Resta con noi Signore”, 2001
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Troppa morte
“A Luis Eduardo Aute,
a Luis Sepúlveda,
e a tutti quelli che se ne vanno da soli
e ci lasciano ancora più soli
in questi giorni strani.”
“Moriremo lontani…”
Cristina Campo
“Troppa morte, amici, troppa morte.
Troppo fredda e troppo sola.
Senza poter salutare chi se ne va.
Senza poter abbracciare chi resta.
Troppi cadaveri sulla pista del Palazzo del Ghiaccio.
Troppe bare. Troppe ceneri. Troppe
solitudini col fiato sospeso, preghiere nel vuoto,
condoglianze per iscritto,
lacrime solitarie. Troppo solitarie.
Troppo nessuno.
Troppo silenzio dietro tanto rumore,
dietro tanta paura.
Il muezzin chiama ora alla preghiera.
Ci ricorda che dobbiamo morire.
Ce ne fossimo dimenticati.
Morire, quello era il verbo, morire. Ma non così,
non così soli, non così lontani,
senza poter salutare chi se ne va,
senza poter abbracciare chi resta.”
Juan Vicente Piqueras, “Troppa morte”,Amman, aprile 2020
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Nel caso in cui fossimo eterni
“Nel caso in cui fossimo eterni
tirerei fuori dall’armadio il vestito
di quella festa, di trecento anni fa,
ed eternamente, seduti nel portico a prendere il fresco,
parleremo del passato.
Le nostre dita – sempre rosate – toccano ora
la vivida rappresentazione.
Se otteniamo un istante di eternità,
romperemo il sortilegio della morte.”
Virgilio Piñera Llera Cardenas (poeta cubano), da “Uno scherzo colossale” in “Il peso di un’isola”
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Oh cari
“Apparivano tutti
in trasparenza.
Tutti
mamma.
Tutti
nell’imprendibile essenza
dell’ombra.
Ma vivi.
Vivi dentro la morte
come i morti son vivi
nella vita.
Cercai
di contarli.
Il numero
si perdeva nel vuoto
come nel vento il numero
delle foglie.
Oh cari.
Oh odiosi.
Piansi
d’amore e di rabbia.
Pensai
alla mia mente accecata.
Chiusi la finestra.
Il cuore.
La porta.
A doppia mandata.”
Giorgio Caproni, “Oh cari”
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Foglie
“Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverìo
confuso d’occhi.
Un brusìo
di voci afone, quasi
di foglie
controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.”
Giorgio Caproni, “Foglie”
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Foto Dinogamba
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Il timore della vecchiaia invecchia?
“Il timore della vecchiaia invecchia?
il timore della morte immorta?
che sto facendo con le migliaia io
di compagni morti?
mi sto immortando io?
forse vi temo
amati?
ti forse temo Paco *
viso
come allegria umana?
o li invidio io forse?
o li invidio io forse
uniti come potremmo andare adesso
senza soffrire per il proprio e l’altrui?
ma perché ci piango su di voi
pezzi della mia vedova?
forse posso infine piangere?
posso infine finalmente piangere?”
* Si riferisce allo scrittore Paco Urondo, uno dei tanti amici perduti
Juan Gelman (poeta argentino)
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Foto di Robert Doisneau
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Per l’anniversario della mia morte
“Ogni anno senza saperlo ho trascorso il giorno
in cui gli ultimi fuochi mi saluteranno
e il silenzio si metterà in cammino
instancabile viaggiatore
come il raggio di una stella buia
allora non mi ritroverò più
nella vita come in uno strano indumento
sorpreso della terra
e dell’amore di una donna
e della spudoratezza degli uomini
come oggi che scrivo dopo tre giorni di pioggia
ascolto il canto dello scricciolo e la fine del diluvio
e mi inchino senza sapere a cosa.”
William Stanley Merwin, da “L’essenziale”, 2022
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La vita in versi
“Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.
Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.
Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettano occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano
al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.
Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.”
Giovanni Giudici, “La vita in versi”
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Foto di Roland Banrevi
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Requiem per un’amica
Parigi, 31/10 – 3/11 1908
“Ho morti, e li ho lasciati andare
e stupivo a vederli così in pace,
così presto accasati nella morte, così giusti,
così diversi dalla loro fama. Solo tu torni
indietro; mi sfiori, ti aggiri, vuoi
cozzare in qualcosa che risuoni di te
e ti riveli. Oh, non prendermi quel che
lentamente imparo. Io ho ragione; sei in errore
se hai, commossa, nostalgia di
cose. Noi trasformiamo queste;
non sono qui, le riflettiamo in noi
dal nostro essere appena le riconosciamo.
Ti credevo assai più avanti. Mi sconcerta
che erri e ritorni proprio tu, che più
di ogni altra donna hai trasformato.
Che ci spaventassimo quando moristi, no, che
la tua forte morte c’interrompesse oscuramente
strappando via il prima dal poi –
ciò riguarda noi; trovare un nesso in ciò
sarà il lavoro che facciamo sempre.
Ma che ti spaventassi tu e ancora adesso
abbia spavento quando spavento più non vale;
che perda un pezzo della tua eternità
ed entri dentro qui, amica, qui,
dove nulla ancora è; che distratta,
per la prima volta distratta nel gran tutto e mezza persa,
non afferrassi il sorgere delle nature infinite
come afferravi qui ciascuna cosa;
che dall’orbita che già ti aveva accolto
la muta gravità di una qualche inquietudine
ti attragga giù verso il tempo contato –
questo mi desta spesso a notte come un ladro che effrange.
E potessi io dire che sol ti degni,
che vieni per generosità, per esuberanza,
in quanto sei così sicura, così in te stessa,
che gironzoli come un fanciullo impavido
di luoghi dove si fa del male –
ma no: tu implori. Questo mi va fin
dentro le ossa e stride come una sega. Un rimprovero che muovessi da fantasma,
muovessi rancorosa a me quando di notte mi ritiro
nei miei polmoni, nelle mie budella,
nell’ultima più angusta cavità del cuore –
un tale rimprovero non sarebbe crudele
com’è questo implorare. Cosa implori?
Di’, devo mettermi in viaggio? Hai abbandonato
in qualche posto una cosa che si affligge
e che ti vuole seguire? Devo raggiungere un paese
che non vedesti benché ti fosse affine
quanto l’altra metà dei tuoi sensi?
Navigherò i suoi fiumi, scenderò
a terra e chiederò di costumanze antiche,
parlerò con le donne all’uscio
e le starò a guardare mentre chiamano i figli.
Terrò a mente come si avvolgon lì
del paesaggio fuori nell’antico lavoro
dei pascoli e dei campi; pretenderò
d’esser condotto innanzi al loro re,
e indurrò i sacerdoti con la corruzione
a pormi innanzi al simulacro più potente
e ad andar via chiudendo le porte del tempio.
Ma allora, quando avrò saputo molto,
contemplerò semplicemente gli animali, che
un che delle movenze loro scivoli di qua
nelle mie giunture; avrò un’esistenza breve
nelle loro pupille che mi terranno
e lentamente lasceranno, placide, senza giudicare.
Mi farò elencare dai giardinieri
molti fiori, così che nei frantumi
dei bei nomi propri riporti
un resto qui di quei cento profumi.
E frutti comprerò, frutti dove la terra
si ritrova ancora, fino al cielo.
Ché la capivi tu, la pienezza dei frutti.
Li posavi su piatti innanzi a te
e controbilanciavi con colori il loro peso. E come frutti vedevi anche le donne
e così vedevi i bimbi, dall’interno
spinti nelle forme del loro esistere.
E vedevi te stessa infine come un frutto,
ti cavavi fuori dai tuoi vestiti, ti portavi
allo specchio, ti lasciavi andar dentro fino al tuo
sguardo escluso; e questo rimaneva grande innanzi
e non diceva no: «son io», ma: «questo è».
Così privo di curiosità era infine il tuo sguardo
e così senza possesso, di così vera povertà,
che non desiderava più nemmeno te: santo.
Così voglio serbarti, come t’introducevi
nello specchio, profondamente dentro
e via da tutto. Perché vieni diversa?
Perché ti smentisci? Perché vuoi darmi
a intendere che in quelle perle d’ambra
attorno al collo tuo restava un po’ della gravezza
di quel peso che non è mai nell’aldilà
d’immagini pacificate; perché mi mostri
nel tuo contegno un cattivo presagio;
cosa ti muove a esporre i contorni
del tuo corpo come le linee di una mano,
così che io non possa più vederli senza fato?
Vieni qui al lume della candela. Non ho paura
di contemplare i morti. Se vengono,
hanno diritto a soffermarsi
nei nostri occhi quanto le altre cose.
Vieni qui; staremo un poco in quiete. Osserva questa rosa sul mio scrittoio;
la luce attorno a lei non è precisamente timida
come sopra te? Nemmeno lei potrebbe essere qui.
Nel giardino là fuori, non mischiata con me,
avrebbe dovuto rimanere o svanire –
be’, resiste così: cosa conta per lei la mia coscienza?
Non spaventarti se adesso comprendo, ah,
ecco che sale in me: non posso altrimenti,
devo comprendere, anche a costo di morirne.
Comprendere che sei qui. Comprendo.
Proprio come a tentoni un cieco comprende una cosa,
io sento la tua sorte e non so darle nome.
Lamentiamo insieme che uno ti abbia
presa dal tuo specchio. Puoi ancora piangere?
Non puoi. L’afflusso potente delle tue lacrime
l’hai trasformato nel tuo maturo contemplare,
e stavi per convertire così
ogni tuo umore in una forte esistenza
che cresce e circola, in equilibrio e alla cieca.
Allora ti strappò un caso, il tuo ultimo caso
ti strappò indietro dal tuo progresso estremo
giù in un mondo dove gli umori vogliono.
Non ti strappò interamente; strappò solo un pezzo
dapprima, ma allorché attorno a quel pezzo la realtà
aumentò di giorno in giorno sino a renderlo pesante,
tu avesti bisogno di te intera: allora reagisti
e ti staccasti a frammenti dalla legge
con fatica, perché avevi bisogno di te. Allora
ti sgombrasti e dissotterrasti dal caldo humus notturno
del tuo cuore i semi ancora verdi
da cui sarebbe germogliata la tua morte: la tua,
tua propria morte, corrispondente alla tua propria vita.
E li mangiasti, i chicchi della morte tua,
come tutti gli altri, mangiasti i suoi chicchi,
e ti restò un sapore di dolcezza
che non supponevi, ti vennero labbra dolci –
tu, ch’eri dolce già dentro nei sensi.
Così ti premiasti – ché da ogni altro
eri troppo lontana, e ancora adesso; nessuno avrebbe
potuto immaginare quale premio ti andasse bene.
Tu lo sapevi. Sedevi ritta nel letto del parto,
e innanzi a te stava uno specchio che ti restituiva
interamente tutto.
Ché questo soffrire dura già da troppo,
e nessuno ne è capace; è troppo gravoso per noi,
il soffrire arruffato del falso amore che,
poggiando su prescrizione come su abitudine,
dice di essere un diritto e prolifera dal torto.
Dov’è un maschio che ha diritto al possesso?
Chi può possedere ciò che non tiene se stesso,
ciò che di tempo in tempo solo si prende felicemente
al volo e si ributta lì come un bimbo la palla?
Quanto poco l’ammiraglio può fissare
una nike alla prua della nave
quando la levità segreta del suo nume
la leva via di colpo nel chiaro vento marino,
altrettanto poco può uno di noi chiamare
la donna che non ci scorge più e
prosegue su una striscia sottile della sua
esistenza come per un miracolo, senza infortuni –
a meno che non si abbia vocazione e gusto della colpa.
E lì dentro moriamo senza destarci.
Nessuno è più avanti. A chiunque ha sollevato
il proprio sangue in un’opera che diviene lunga
può capitare di non più tenerlo alto
e ch’esso segua il peso suo, senza valore.
Da qualche parte infatti c’è un’antica ostilità
tra la vita e il gran lavoro.
A che la riconosca e dica: aiutami.
Non tornare. Se lo sopporti, sii
morta tra i morti. I morti hanno molto da fare.
Ma aiutami lo stesso senza dover distrarti,
come mi aiuta a volte quello ch’è più lontano: in me.”
Rainer Maria Rilke, “Requiem für eine Freundin”, 1908
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Foto di Sonia Simbolo
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In tempi di disimpegno
“Non è infrequente per queste
strade familiari – anche se esse
ti hanno portato al di là di un fiume,
o torrente, confine spesso di due provincie,
il passaggio a un’altra riva col sole
in una salute languente –
incontrare dei cippi dedicati a chi uomo o donna anche ragazzo
qui vivente o transitante
venne ucciso perché ribelle ostaggio.
Su marmo pietra o umile laterizio
una lapide ricorda i nomi e il giorno dell’eccidio –
ma tu che passi procedi oltre, t’affretti
punto dal primo freddo e dal tramutarsi
all’orizzonte di rosso in viola
mentre la siepe accoglie arruffata
e misera il ritorno dei passeri
dai seminati in ombra – ormai
indistinti quei cippi dai tumuli
che il cantoniere o il colono
innalzò di ghiaia o terra o letame
nella luce lavorativa d’un giorno senza data.”
Attilio Bertolucci, “In tempi di disimpegno”, da Viaggio d’inverno”, 1971
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Se siamo così tanti
“Se siamo così tanti
vuol dire che non c’è morte
perché non possiamo morire così in tanti,
se le galassie sono così tante
se tra viventi e non viventi non c’è poi tanta
differenza, e se dovunque è il vivente
come dovunque è l’idrogeno
e se la plastica che abbiamo inventato
in qualche mondo è in natura,
se ciò che facciamo non è artificiale
ma imitazione della natura,
natura stessa perché noi siamo natura,
parte di lei, messi da lei
a creare esseri artificiali
sotto il suo comando,
allora la morte ha poco da dire
e insieme tantissimo, è qualcosa che ci appartiene
e non ci è estranea
qualcosa che ci accomuna, e ci riunisce,
qualcosa di bello, che adesso ci fa paura
ma quando arriverà sarà un’esperienza grande
più grande della nascita, più grande dell’amore
e saremo contenti di poterla vivere insieme.”
Claudio Damiani, da “Poesie”
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