Linguaggi

La politica è una cosa seria!

14.11.2021
“Non mi occupo di politica”, è come dire “non mi occupo della vita”.
Jules Renard
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Chi si spaventa quando sente dire “rivoluzione”
“Chi si spaventa quando sente dire
“rivoluzione”
forse non ha capito.
Non è rivoluzione
tirare una sassata in testa a uno sbirro,
sputare addosso a un poveraccio
che ha messo una divisa non sapendo
come mangiare;
non è incendiare il municipio
o le carte in catasto
per andare da stupidi in galera
rinforzando il nemico di pretesti.
Quando ci si agita per giungere
al potere e non si arriva
non è rivoluzione, si è mancata;
se si giunge al potere e la sostanza
dei rapporti rimane come prima,
rivoluzione tradita.
Rivoluzione è distinguere il buono
già vivente, sapendolo godere
sani, senza rimorsi,
amore, riconoscersi con gioia.
Rivoluzione è curare il curabile
profondamente e presto,
è rendere ciascuno responsabile.
Rivoluzione
è incontrarsi con sapiente sapienza
assumendo rapporti essenziali
tra terra, cielo e uomini: ostie sì,
quando necessita, sfruttati no,
i dispersi atomi umani divengano
nuovi organismi e lottino nettando
via ogni marcio, ogni mafia.”
Danilo Dolci, da “Poema umano”
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Renato Guttuso, “Marsigliese contadina”, 1947; 
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Chi è avanti mille anni

“Chi è avanti mille anni
lo sputano, lo trascinano in galera,
l’ammazzano se possono
(quando non si interessi di esperienze
riguardanti bombe e veleni universali).
Chi è avanti cento anni
lo criticano.
Chi è indietro
l’applaudono.

Ma chi sputa (anche a lupara), o applaude?

Spesso mi domandano:
“Cosa pensa la gente del vostro lavoro?”
Pochi gli amici attivi
che muovono il mondo dal fondo.
Chi sa pensare guardando avanti
per meglio profittare dell’altrui confusione
è il nemico duro: sono pochi.
Tra gli uni e gli altri la grande massa
degli incerti aspetta di scorgere
chi vince.”

 

Danilo Dolci, da “Poema umano”

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George Grosz, “Die Stützen der GeselIschaft” (“I pilastri della società”), 1926

 

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I satrapi

“Nixon, Frei e Pinochet
fino a oggi, fino a questo amaro
mese di settembre
dell’anno 1973,
con Bordaberry, Garrastuzu e Banzer,
iene voraci
della nostra storia, roditori
delle bandiere conquistate
con tanto sangue e con tanto fuoco,
impantanati nei loro orticelli,
predatori infernali
satrapi mille volte venduti
e traditori, eccitati
dai lupi di New York,
macchine affamate di sofferenze,
macchiate dal sacrificio
dai loro popoli martirizzati, mercanti prostitute
del pane e dell’aria d’ America
fogne, boia, branco
di cacicchi di lupanare, senza altra legge che la tortura
e la fame frustrata del popolo.”

Pablo Neruda, “I satrapi”

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L’analfabeta politico

 

“Il peggiore analfabeta
è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla,
né s’importa degli avvenimenti politici.

Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina,
dell’affitto, delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.

L’analfabeta politico è così somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.

Non sa l’imbecille che dalla sua
ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato,
l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico imbroglione,
il mafioso corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.”

 

Bertolt Brecht, “L’analfabeta politico”

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L’opera compiuta

“In Atene divina, alla lor patria,
io molti ricondussi, che stati erano
venduti illegalmente, alcuni a termine
di legge, ed altri ancora che esuli
erano andati per fuggire i debiti,
e per il lungo errar, neppur parlavano
più l’attico idioma; ed altri ancora a sconcia
servitù qui soggetti, che tremavano
al cenno dei padroni, io resi liberi.
Forza unendo e Giustizia, in equa tempera,
col potere delle leggi seppi compiere
le mie promesse, e per i grandi e per gli umili
leggi ho sancite con giustizia equanime.

Se invece un altro, un uomo maligno e avido,
come io lo presi avesse il pungolo,
frenato certo non avrebbe il popolo,
né deposto il poter, pria che, sbattendolo,
la crema tolta non ne avesse. Immobile
fra le due parti io stetti, al par d’un termine.

Ché, se quanto i nemici un di bramavano voluto io prima avessi,
indi, al contrario, ciò che questi altri in danno lor pensavano,
d’assai gente sarebbe Atene or vedova.
Da ogni banda, però, posti forti argini, m’aggirai, lupo in mezzo a molti cani.”

Solone (638 a.C. – 558 a.C.), “L’opera compiuta”

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Marco Petreio, “Alla scuola delle Legioni”, da “La Domenica del Corriere”, 22 Marzo 1935

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Er ventre de vacca o pe’ capisse mejo er Parlamento

I

Er deputato appena è deputato
pensa subbito a fasse un portafojo
e p’avello, ce sii qualunque scojo,
nu’ la pianta finché nu’ l’ha spuntato.

Si è un somaro, allora sta ingoffato
davanti a chi guverna e l’ogne d’ojo;
si è dotto je comincia a dà cordojo
finché nu’ l’ha sbattuto e aribbartato,

Tutti l’istessi so’, destri e sinistri;
er gioco sta ne’ ribbartà er guverno
p’annacce loro e diventà ministri.

Arivati a succhiasse quela manna,
siccome quella pacchia nun è eterna,
fanno; “Mo, panza mia, fatte capanna!”

II

E voi v’erivo creso pe’ davero
che quanno ar Parlamento c’è buriana
quella razza de gente cispatana
facci a botte sur serio? sì lallero!

Magaraddio ‘sto pisto fussi vero,
nun basterebbe la nettezza urbana
a caricà e scopà de quella tana
li morti pe’ portalli ar cimitero!

So’ gente quella de cert’armi armate
che a volello ‘na cosa che je secchi
potrebbero davero fà a scornate.

E allora si che pisto e che scompijo!
(perché de certo lì tutti so’ becchi,
puro li prisidenti der consijo!)

Giggi Zanazzo. “Er ventre de vacca o pe’ capisse mejo er Parlamento”, 1897

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1° settembre 1939

Siedo in una delle bettole
della Cinquantaduesima strada
incerto e spaventato
vedendo scadere le astute speranze
d’un decennio basso e disonesto:
onde di rabbia e di paura
circolano per le luminose
e oscurate contrade della terra,
ossessionando le nostre vite private;
l’indicibile odore della morte
offende la notte di settembre.

Le ricerche degli esperti possono
riesumare intera l’offesa
che da Lutero ad oggi
ha fatto impazzire una cultura,
scoprire quello che successe a Linz,
quale immensa illusione ha creato
un dio psicopatico:
io e il pubblico sappiamo
quel che i bambini imparano a scuola,
coloro a cui male è fatto,
male faranno in cambio.

L’esule Tucidide sapeva
tutto quello che può dire un discorso
sulla Democrazia,
e quello che fanno i dittatori,
l’antiquato ciarpame che raccontano
a un apatico sepolcro;
egli analizzò tutto nel suo libro,
la ragione messa al bando,
il dolore che plasma l’abitudine,
il cattivo governo e il cordoglio:
tutto questo ci è inflitto un’altra volta.

In quest’aria neutrale
dove ciechi grattacieli usano
tutta la loro altezza a proclamare
la forza dell’Uomo Collettivo,
ogni lingua versa a gara
la sua scusa vana:
ma chi può vivere a lungo
in un sogno euforico;
essi guardano fuori dallo specchio
la faccia dell’imperialismo
e il torto internazionale.

Le facce lungo il bancone
s’aggrappano al loro giorno medio:
le luci non devono mai spegnersi,
la musica deve sempre andare,
tutte le convenzioni cospirano
perché questa fortezza assuma
l’arredamento di casa;
perché non vediamo dove stiamo,
persi in un mondo stregato,
bambini spaventati dalla notte
che mai felici sono stati o buoni.

Le idiozie di partito più vacue
che gridano le Persone Importanti
non sono radicali come il nostro
desiderio: quel che il folle Nijinsky
ha scritto su Diaghilev
vale per il cuore di tutti;
ché ogni donna e ogni uomo
nutre nelle fibre l’errore
di bramare quel che non può avere,
non l’amore universale,
ma d’avere per sé solo ogni amore.

Dal buio conservatore
gli ottusi pendolari entrano
nella vita etica,
ripetendo il voto mattutino:
”Sarò fedele a mia moglie,
mi concentrerò di più sul lavoro”,
e i governanti impotenti si svegliano
riprendendo il loro gioco obbligato:
chi può liberarli adesso,
chi può arrivare ai sordi,
chi può parlare per i muti?

Tutto quello che ho è una voce
per svelare la bugia nascosta,
la bugia romantica ch’è nel cervello
del sensuale uomo della strada
e la bugia dell’Autorità
i cui edifici frugano il cielo:
non c’è una cosa chiamata Stato
e nessuno esiste da solo;
la fame non lascia scelta
al cittadino né alla polizia;
dobbiamo amarci l’un l’altro o morire.

Senza difesa il nostro mondo
giace sotto la notte attonito;
eppure, accesi ovunque,
ironici punti di luce
lampeggiano là dove i Giusti
si scambiano i loro messaggi:
oh, ch’io possa, composto come loro
d’Eros e di polvere,
assediato dalla medesima
negazione e disperazione,
mostrare una fiamma affermativa.”

Wystan Hugh Auden

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Figli dell’epoca

“Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.
Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.
Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.
Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.
Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.
Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche.”
Wisława Szymborska, “Figli dell’epoca”
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Muore ignominiosamente la Repubblica

“Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale di che sognata equità.
E l’udienza è tolta.”

Mario Luzi, da “Al fuoco della controversia”

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Que pasaria?
“Che succederebbe se un giorno
risvegliandoci scoprissimo
di essere in maggioranza?
Che succederebbe se all’improvviso
un’ingiustizia, una qualsiasi,
venisse ripudiata da tutti,
da tutti noi, da tutti
non da alcuni, da pochi, ma da tutti?
Che succederebbe se invece
di essere così divisi
ci moltiplicassimo, sommandoci tra noi
sottraendoci al nemico
che ci sbarra la strada.
Che accadrebbe se ci
organizzassimo e allo stesso
tempo affrontassimo
senz’armi, in silenzio
in moltitudini, in milioni di
sguardi, la faccia degli
oppressori , senza lodi
né plausi, né sorrisi,
senza pacche sulle spalle,
senza sigle di partito,
senza slogan?
Che succederebbe se io chiedessi
di te che sei lontano,
e tu di me che sono lontano, e entrambi
degli altri che sono molto
ma molto lontani
e gli altri di noi
anche se siamo lontani?
Che succederebbe se il grido
di un continente fosse
il grido di tutti i continenti?
Che accadrebbe se abbattessimo
le frontiere e marciassimo
e marciassimo e marciassimo
e continuassimo a marciare?
Che accadrebbe se bruciassimo
tutte le bandiere per conservare
soltanto una, la nostra,
quella di tutti, o meglio
nessuna perché non ne sentiamo il bisogno?
Che accadrebbe se per un istante
smettessimo di essere patrioti per
diventare esseri umani?”
Mario Benedetti, “Que pasaria” (trad. di Milton Fernàndez)
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Come si pesa la morte?
“Come si pesa la morte?
Chi vale di piú davanti ai vostri occhi
i 44 messicani,
il giovane venezuelano
o Cucchi il tossico italiano
o i ragazzini neri degli USA
o…
chi piange chi
e cosa piange
una vita spezzata
un diritto calpestato
o gli interessi propri
che diventano diritti umani
quale governo è buono o cattivo
davanti all’omicidio?
e chi ha le mani non insaguinate
mentre difende democrazie
o decide dittature
quali diritti umani
insegnate
voi che del diritto
avete fatto un abuso
con quali carri armati
difenderemo il diritto alla vita?
Non ho risposte
ma non sarò complice
del vostro ballo
sui cadaveri del mondo”
Antonio Nazzaro
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Renato Guttuso, “I funerali di Togliatti”, 1942
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Democrazia
Andai dalla democrazia imbalsamata, come
il cadavere di Lenin, a fiutare formalina e acquaragia,
in uno scantinato dell’Europa. Le stillavano sopra dall’alto
unguenti e colonie, le bruciavano d’incenso
e hashish, le recintavano l’opera completa di
Rousseau, di Saint-Just, di Victor Hugo, e
il corpo non si muoveva. Le gridavano libertà,
uguaglianza, fraternità, e la povera morta
odorava di camposanto, come se aspettasse
autopsie che non venivano, referti, diennea
che le dessero famiglia e discendenza. Sperai
che tutti si levassero dai piedi, scrutai a fondo
uno dei suoi occhi, e vidi che si muoveva. Le presi
le labbra, per dire qualcosa. Un testamento?
L’ultima verità del mondo? “Cosa vuoi?“,
le chiesi. E lei, quasi viva: “Una sigaretta“.
Nino Júdice (poeta portoghese), “Democrazia”, da “La materia della Poesia”, 2015
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Nell’immagine: Street Art di Bansky

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