Linguaggi

I cieli dei bambini

14.11.2021
“I bambini sono frammenti di polvere di stelle soffiati dalla mano di Dio.”

Larry Barretto

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Letizia Battaglia, Palermo, 1980

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Dice la parola poesia per la prima volta
“Dice la parola poesia per la prima volta
Sai il tempo, tutto il tempo,
tra questa parola e il tuo tempo?
Sai l’aria, tutta l’aria
tra questa parola e la tua aria?
Il mare, forse, sai, il dolore,
l’amore, la terra, la morte,
sai,
tra questa parola e i tuoi finissimi fili?
É arrivata fino a te come una magia,
magari come una vecchiezza?
Ha bagnato con acqua delicata
la tua acqua, la purissima, la quieta?
T’ha incoronato di splendente luce?
Ti ha messo sulla bocca farine dolci?
Chi potrà dire mai ciò che succede
quando due bambini si baciano.”

Juan Gelman, “Dice la parola poesia per la prima volta”

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Al mio bambino
«Da dove vengo, dove mi hai trovato? » domanda il bambino alla mamma.
Lei piange e ride ad un tempo e, stringendo il bimbo al petto, gli risponde:
Tesoro mio, eri nascosto nel mio cuore, eri il suo desiderio.
Eri nelle bambole della mia infanzia quando, ogni mattina, modellavo nell’argilla l’immagine del mio Dio, eri tu che facevo e rifacevo.
Tu eri sull’altare con la divinità del nostro focolare; adorandola, adoravo te.
In tutte le mie speranze, in tutti i miei amori, nella mia vita, in quella di mia madre, sei tu che hai vissuto.
Lo spirito immortale che protegge il nostro focolare ti coccola sul suo seno dalla notte dei tempi.
Nella mia infanzia, quando il cuore apriva i suoi petali, tu lo avviluppavi, come un profumo inebriante.
La tua delicata freschezza vellutava le mie giovani membra come il riflesso della rugiada che precede l’aurora.
Tu, piccolo del cielo, che hai preso per sorella gemella la luce del primo mattino, tu sei stato portato dalle onde della vita universale che ti ha infine posato sul mio cuore.
Mentre contemplo il tuo viso, il mistero mi inghiotte; tu che appartieni a tutti mi sei stato donato!
Per paura che mi scappi, ti tengo stretto al cuore.
Quale magia il tesoro del mondo ha consegnato nelle mie fragili braccia?

Rabindranath Tagore

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Foto di Helen Levitt
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Nessuno sa 
“Nessuno sa di dove viene il sonno
che aleggia sugli occhi dei bambini?
Si. Si dice che abiti laggiù,
in un villaggio incantato, dove,
tra le ombre d’una fitta foresta
fiocamente illuminata dalle lucciole,
splendidi pendono due timidi fiori.
Ecco di dove viene il sonno
a baciare il sonno dei bambini.
Nessuno sa dove nacque il sorriso
che ondeggia sulle labbra dei bambini
che dormono?
Si, si dice che un giovane
pallido raggio di luna crescente
abbia sfiorato il lembo
d’una leggera nuvola autunnale;
e così, nel sogno di un mattino
bagnato di rugiada, per la prima
volta nacque il sorriso che ondeggia
sulle labbra dei bambini che dormono.
Nessuno sa dove a lungo nascose
la dolce e tenera freschezza
che fiorisce sulle membra dei bambini?
Si. Quando la madre era ancor giovinetta,
la portava nel cuore colmo del mistero
delicato e silenzioso dell’amore:
là sbocciò la dolce e tenera freschezza
che fiorisce sulle membra dei bambini.”
Rabindranath Tagore
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Un bambino al mare
“Conosco un bambino così povero
che non ha mai veduto il mare:
a Ferragosto lo vado a prendere
in treno a Ostia lo voglio portare.
“Ecco, guarda” gli dirò
“questo è il mare, pigliane un po’!”.
Col suo secchiello, fra tanta gente,
potrà rubarne poco o niente:
ma con gli occhi che sbarrerà
il mare intero si prenderà.”
Gianni Rodari, “Un bambino al mare”, da “Filastrocche in Cielo e in Terra”, 1996
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Dagli occhi di un bambino
“Dagli occhi di un bambino decollano gli aeroplani.
Se chiudesse gli occhi cadrebbero.
Solo la sua meraviglia li mantiene sospesi,
la sua piccola mano li fa alzare,
il suo cuore li muove e li allontana.
Senza un bambino appiccicato ai vetri,
alle alte ringhiere di una terrazza adulta,
gli aeroporti morirebbero di orrore.
Un bambino non potrà mai pronunciare
la parola “aeronautica”.
ma da lui dipenderà l’imitazione dell’uccello.
Un bambino non saprà calcolare le distanze
ma lui è la garanzia del ritorno.
Ogni aeroporto deve avere un bambino
appiccicato ai vetri,
vicino agli altoparlanti, dovunque si annidi
la paura.
Grazie a lui causerà meno lacrime il rientro di tutti,
soffrirà meno baci l’addio delle madri
e le hostess potranno evitare avvisi insulsi.
Un aeroplano nell’aria
sono molti i bambini che guardano l’orizzonte.”

Alexis Diaz Pimienta

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Ettore Tito, “Girotondo”, 1886

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Bambino

“Bambino,
se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
e portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento”

Alda Merini, “Bambino”

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Friedrich von Amerling, “Portrait of Princess Marie Franziska von Liechtenstein (1834-1909) at the Age of Two”, 1836 

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I bimbi dormono

“Fate piano, perché i bimbi non si sveglino,
ancora più piano, per non dissipare i loro sogni;
non sbattete le porte, non strepitate con le baionette,
portate i cannoni nelle discariche: niente
bombe, nessuna mossa o mutamento storico,
niente cricchiare di mobili, fate silenzio,
i bimbi dormono!”

Alojz Ihan, “I bimbi dormono”

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Milé Obrázky, “Babysitter”

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Ci sono giorni

“Ci sono giorni in cui crediamo
che tutto lo schifo del mondo ci cada
addosso. Poi
usciamo sul balcone e vediamo
i bambini correre cantando
lungo il molo.
Non conosco i loro nomi. Uno
o l’altro mi assomiglia.
Voglio dire: somiglia a quello che fui
quando divenni
luminosa presenza della grazia
o dell’allegria.
Allora si apre un sorriso
su un’estate lontana.
E dura, dura ancora.”

 

Eugénio De Andrade, da “I luoghi del fuoco”, 1998

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Nikolay Bogdanov-Belsky, “Le nuove favole”, 1891

 

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Infanzia

 

“Si dovrebbe riflettere a lungo per parlare
di certe cose che così si persero,
quei lunghi pomeriggi dell’infanzia
che mai tornarono uguali – e perché?

Dura il ricordo -: forse una pioggia,
ma non sappiamo ritrovarne il senso;
mai fu la nostra vita così piena
di incontri, di arrivederci, di transiti

come quando ci accadeva soltanto
ciò che accade a una cosa o a un animale:
vivevamo la loro come una sorte umana
ed eravamo fino all’orlo colmi di figure.

Eravamo come pastori immersi
in tanta solitudine e immense distanze,
e da lontano ci chiamavano e sfiorivano,
e lentamente fummo – un lungo, nuovo filo –
immessi in quella catena di immagini
in cui duriamo e ora durare ci confonde.”

Rainer Maria Rilke, “Infanzia”

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Foto di Letizia Battaglia

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L’infanzia è il regno in cui nessuno muore

“L’infanzia non è un tempo della vita
che ha principio coi giochi e si conclude
quando, adulti oramai, ce ne disfiamo.
L’infanzia è il regno in cui nessuno muore.
Nessuno d’importante, si capisce.
Ci sono lontani parenti che muoiono,
che abbiamo visto solo per un’ora
e che ci regalarono dei dolci
in una scatola a strisce verdi e rosa,
o un coltellino, ma presto sparirono,
non puoi dire che siano stati “vivi”.
E muoiono anche i gatti, che agitavano
la coda sul tappeto, il pelo reticente
all’improvviso scosso, percorso da pulci
che nessuno vi avrebbe immaginato,
lucente e bruno, i gatti che sapevano
tutto quello che c’è da sapere,
emigranti nel mondo dei vivi.
Tu prendi una scatola da scarpe,
che ora è troppo piccola per lui,
né può là dentro raggomitolarsi:
ne prendi una più grande, lo seppellisci nel cortile, e piangi.
Ma non ti svegli dopo un mese o due, nel mezzo della notte,
né dopo un anno, né dopo due anni,
a piangere, mordendoti le dita, a gridare:” Mio Dio, mio Dio, mio Dio!”.
L’infanzia è il regno dove nessuno d’importante muore –
madri e padri non muoiono.
E se tu hai detto: “Per l’amor del cielo,
devi proprio baciarmi di continuo?”
o “Vorrei tanto che smettessi di battere contro la finestra”.
Domani o il giorno dopo, in pieno gioco,
avrai il tempo per dire “Scusa, mamma”.
Diventi adulta quando siedi a tavola
in compagnia di morti,
persone che non parlano e non sentono;
che non bevono il tè, che pur dicevano
essere il primo dei piaceri umani.
Corri in cantina a prendere per loro
il vasetto più fresco di lamponi:
non li tenti.
Lusingali, allora: non abboccano.
Gridagli in faccia, alzati, arrossisci,
strappa alle sedie quelle palle rigide,
scuotile, strilla pure;
rimangono impassibili, nemmeno imbarazzati; scivolano solo indietro sulla sedia.
Ora è freddo il tuo tè.
Lo bevi in piedi
e poi lasci la casa.
Edna St. Vincent Millay, “L’infanzia è il regno in cui nessuno muore”
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Sally Swatland, “Bambini sulla spiaggia”
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I bambini

“I bambini vogliono essere tutti visti.
Per questo parlano, si muovono, e per questo si nascondono e stanno in silenzio.
I bambini desiderano tantissimo essere invisibili.
Certe volte solo l’invisibilità salva le cose sacre, come la nostra faccia che non vedendola possiamo sentirci abitanti di un paese invisibile e affacciarci alle finestre, gli occhi.
Perdere la faccia davanti agli altri salva la faccia sulla porta dell’invisibile, apre una prospettiva nuova.
Noi siamo nascosti dentro.
Invisibili.
E chi lo sa lancia occhiate agli altri.
Ci si riconosce, nell’invisibilità.

Le ferite sono invisibili, soprattutto a scuola e soprattutto con gli adulti spaventati dal cuore.
Il cuore è amico dell’invisibile, è attaccato per un filo al visibile, se tiri troppo si spezza e vola via e va a bussare alla foresta dell’invisibile dove si sono salvati tutti gli animali e ogni albero e tutte quante le ferite.
Chi vede l’invisibile è impossibile che si dia arie.”

Chandra Livia Candiani, “I bambini”

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E’ faticoso frequentare i bambini

“Dite: è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
È piuttosto il fatto di essere
obbligati ad innalzarsi fino all’altezza
dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi,
alzarsi sulla punta dei piedi.
Per non ferirli.”

Janusz Korczak, (medico , poeta, educatore polacco, morto nel campo di Treblinka nel 1942 , insieme ai bambini ebrei della Casa degli Orfani di Varsavia, da lui fondata), da “Quando ridiventerò bambino”

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Peter Bruegel il Vecchio, “Giochi di bambini”, 1560

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Intervista a un bambino

“È poco che il Maestro è tra noi.
Perciò fa la posta da tutti gli angoli.
Si copre il volto e guarda tra le dita.
Ha la faccia rivolta al muro, poi si gira di scatto.

Il Maestro respinge con disgusto l’assurdo pensiero
che un tavolo perso di vista debba restare un tavolo,
che una sedia alle sue spalle stia nei confini d’una sedia,
e nemmeno cerca d’approfittare dell’occasione.

Vero, è difficile sorprenderlo diverso, questo mondo.
Il melo torna sotto la finestra prima d’un batter d’occhio.
I passeri iridati scuriscono sempre in tempo.
Le orecchie del secchio catturano ogni fruscio.
L’armadio notturno finge la passività di quello diurno.
Il cassetto cerca di convincere il Maestro
che lì c’è solo ciò che v’era stato messo prima.
Perfino nel libro di fiabe aperto all’improvviso
la principessa torna sempre per tempo sull’illustrazione.

Sentono in me un forestiero – sospira il Maestro –
non vogliono che un estraneo giochi con loro.

Come è possibile che tutto ciò che esiste
debba esistere in un solo modo,
in una situazione orribile, senza uscita da sé,
senza pausa e mutamento? In un umile da qui – a lì?
Mosca acchiappata in una mosca? Topo
intrappolato in un topo? Un cane mai liberato
da una catena celata? Un fuoco che altro non può fare
se non scottare di nuovo il dito fiducioso del Maestro?
È questo quel mondo vero, definitivo:
ricchezza sparsa che non si può raccogliere,
sfarzo inutile, possibilità vietata?
No – grida il Maestro e batte tutti i piedi
di cui dispone – con una tale disperazione
che non basterebbero le sei zampe d’un coleottero.”

Wislawa Szymborska, da “Ogni caso”, 1972

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Gustav Igler, “Die Puppeneltern”, 1927

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I Bambini dagli Occhi di Sole

“Ho visto i luminosi pionieri dell’Onnipotente
al confine dove il cielo si volge verso la vita,
scendere le scale d’ambra della nascita;
i precursori di una Divina moltitudine.

Essi venivano sul Sentiero della Stella del Mattino,
nella piccola stanza della vita mortale.

Li ho visti attraversare la penombra di una età
i bambini dagli occhi solari
portatori di una meravigliosa Aurora,
i grandi creatori dal calmo aspetto.

Li ho visti gli abbattitori delle barriere del mondo
i lottatori contro il destino nato dalla paura.
Li ho visti i lavoratori della Casa degli Dei,
i messaggeri di ciò che non può essere comunicato,
gli architetti dell’immortalità.

Li ho visti cadere nella sfera umana,
con i volti ancora luminosi della gloria immortale,
con voci che ancora parlavano con i pensieri di Dio,
con corpi resi splendenti dalla Luce dello spirito.

Portavano la Magica Parola, il Mistico Fuoco,
la dionisica Coppa della Gioia.

Li ho visti, i bambini che rendono l’uomo migliore,
coloro che cantano uno sconosciuto inno dell’Anima.
Ho sentito l’eco dei loro passi nei corridoi del tempo.

Ho visto gli alti sacerdoti della Saggezza,
della dolcezza, della Potenza e della Felicità Celeste,
i rivelatori delle vie solari della Bellezza,
i nuotatori delle acque tempestose dell’Amore,
i danzatori che aprono le porte d’oro del Nuovo Tempo.

Sono qui.

Camminano fra noi per mutare la sofferenza in gioia,
per giustificare la Luce sul volto della Natura.”

Sri Aurobindo (filosofo e mistico indiano dell’Ottocento)

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Dorothy Tennant (1855-1926), “Al gioco”

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Imparare a parlare dai bambini

“Imparare a parlare dai bambini.
Inventare il plurale delle cose.
Un bau due tre quattro bai.
Dimenticare le coniugazioni
far cadere in terra il tempo.
Non camminarci sopra scalzi.”
Andrea Bajani, da “Promemoria”, 2017
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William-Adolphe Bouguereau, “Amore e Psiche bambini”, 1890
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Quando il bambino era bambino

“Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozza il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
su niente aveva un’opinione,
non aveva abitudini,
sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo sgusciava via,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia di una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia di una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi.
Aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

Peter Handke

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Foto di Sonia Simbolo
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Il piede del bimbo

“Il piede del bimbo non sa ancora di essere piede,
e vuole essere farfalla o mela.

Ma presto i vetri e le pietre,
le strade, le scale,
e i cammini della dura terra
insegnano al piede che non può volare,
che non può essere frutto rotondo sul ramo.

Il piede del bimbo allora
è stato sconfitto, è caduto
in battaglia,
è stato fatto prigioniero,
condannato a vivere in una scarpa.

Poco a poco senza luce
ha cominciato a conoscere il mondo a suo modo,
senza conoscere l’altro piede, chiuso,
esplorando la vita come un cieco.

Quelle tenere unghie
di quarzo, di grappolo,
induriscono, si trasformano
in opaca sostanza, duro corno,
e i piccoli petali del bimbo
deformati, squilibrati,
prendono forma di rettili senza occhi,
teste triangolari di lombrico.

Rapidamente sono incalliti,
si sono coperti
con piccolissimi vulcani di morte,
inaccettabili durezze.

Ma questo cieco è andato
senza tregua, senza fermarsi
ora dopo ora,
il piede e l’altro piede,
ora di uomo
o di donna,
sopra,
sotto
per campi e miniere,
magazzini e ministeri,
dietro,
fuori, dentro,
avanti,
questo piede ha camminato con la sua scarpa,
e ha avuto appena il tempo
di stare nudo nell’amore o nel sonno,
ha camminato, hanno camminato
fino a quando l’intero uomo si è fermato.

E allora è sceso nella terra
senza sapere nulla,
perché lì tutto proprio tutto è oscuro,
non ha saputo di aver smesso di essere piede,
se è stato interrato per volare
o per poter infine
essere mela.”

Pablo Neruda, “Il piede del bimbo”

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Lasciateli tranquilli
“Voglio che l’uomo quando nasce…
respiri i fiori nudi,
la terra fresca, il fuoco puro,
non ciò che tutti respirano.
Lasciate tranquilli quelli che nascono!
Fate posto perché vivano!
Non gli fate trovare tutto pensato,
non gli leggete lo stesso libro,
lasciate che scoprano l’aurora
e che diano un nome ai loro baci.”
Pablo Neruda, “Lasciateli tranquilli”
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Mr. Brainwash (street artist francese)
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Un racconto iniziato
“Alla nascita d’un bimbo
il mondo non è mai pronto.
Le nostre navi ancora non sono tornate dalla Vinlandia.
Ci attende ancora il valico del Gottardo.
Dobbiamo eludere le guardie nel deserto di Thor,
aprirci la strada per le fogne fino al centro di Varsavia,
trovare il modo di arrivare al re Harald Cote,
e aspettare che cada il ministro Fouché.
Solo ad Acapulco
ricominceremo tutto da capo.
Si è esaurita la nostra scorta di bende,
fiammiferi, argomenti, amigdale e acqua.
Non abbiamo camion, né il sostegno dei Ming.
Con questo ronzino non corromperemo lo sceriffo.
Niente nuove su quelli fatti schiavi dai Turchi.
Ci manca una caverna più calda per i grandi freddi
e qualcuno che conosca la lingua harari.
Non sappiamo di chi fidarci a Ninive,
quali condizioni porrà il principe-cardinale,
quali nomi siano ancora nei cassetti di Berija.
Dicono che Carlo Martello attaccherà all’alba.
In questa situazione rabboniamo Cheope,
presentiamoci spontaneamente,
cambiamo religione,
fingiamo di essere amici del doge
e di non avere a che fare con la tribù Kwabe.
Si approssima il tempo di accendere i fuochi.
Telegrafiamo alla nonna che venga dal paese.
Sciogliamo i nodi sulle corregge della yurta.
Purché il parto sia lieve
e il bimbo cresca sano.
Possa essere talvolta felice
e scavalcare gli abissi.
Che abbia un cuore capace di resistere,
e l’intelletto vigile e lungimirante.
Ma non così lungimirante
da vedere il futuro.
Risparmiategli questo dono,
o potenze celesti.”
Wisława Szymborska, “Un racconto iniziato”
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Henri Cartier-Bresson, “Rue Mouffetard”
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I bambini che si amano (Prevert alle elementari)
“I bambini che si amano
lo chiamano amore,
non sanno ancora le altre parole,
provarci, starci, mettersi insieme,
dicono Carlo ama Paola
ma Paola ama Michele,
e se lo chiedono su un pezzo
di carta, mi ami? si/no,
e niente vie di mezzo,
i bambini fanno l’amore
con mani di cioccolata
e piccoli baci asciutti,
poi guardano gli attori nei film
abbracciarsi a spalle nude
e si domandano se è tutto lì,
i bambini si amano
e a chi dice loro che l’amore
è solo per i grandi
vorrebbero dire che non è vero,
ma poi gli viene in mente un gioco
e vanno a giocare.”
Viviana Viviani, “I bambini che si amano (Prevert alle elementari)”
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Foto di Robert Doisneau
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Spaventata le sta succedendo
“Spaventata le sta succedendo
di avanzare giorno per giorno indietro nel tempo
adulta sta toccando il traguardo
di un letto a forma di culla
dal basso vi guarda le ombre
giganti passate muovete le labbra le bocche
lei non comprende la lingua
spaventata vi guarda che andate di là
piange vi vuole lì accanto
toccarvi mettervi in bocca
incantata vi guarda dal basso le ombre le bocche
vuole scoprire decifrare la lingua
vi chinate le date un gioco di gomma
andate di là lei non riesce a parlare
nel silenzio la sentite fare piccoli versi
tentare.”
Vivian Lamarque, “Infanzia, età del non parlare”
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La bambina del Guatemala
“Voglio all’ombra di un’ala
raccontare un racconto in fiore.
La bambina del Guatemala,
quella che morì per amore.
C’erano corone di gigli
e cuscini di fior di reseda
e gelsomini…
La seppellimmo
in una cassa foderata di seta.
Lei gli aveva regalato
un cuscinetto profumato.
Lui ritornò già sposato
e lei morì per amore.
Trasportano la sua cassa
vescovi e ambasciatori
e il popolo segue in massa
con le mani piene di fiori.
Lei per poterlo vedere
salì fino al belvedere
lui ritornò con la sposa
e lei morì per amore.
Come bronzo incandescente
fu quel bacio dell’addio
su quella fronte, la fronte
che amavo di più io.
Di sera entrò dentro il fiume
e la tolse già morta il dottore
Dicono che è morta di freddo
ma io so che morì per amore.
Lì nella cripta gelata
la misero sopra due panche.
Baciai la sua mano affilata,
baciai le sue scarpine bianche.
Stavo là zitto e al tramonto
mi chiamò il seppellitore.
Io non ho visto mai più
colei che è morta per amore.”
José Julián Martí Pérez (scrittore e rivoluzionario cubano), “La bambina del Guatemala”
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Foto di Justyna Garczyk
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Come te lo spiego, un bambino?
“Come te lo spiego, un bambino?
Come spiegarti
un fischio
un bacio
una canzone.
Una tristezza allegra
che salta corre
se ne frega, gira le spalle
al mare e fischia e butta via
paure e orchi
come sassi sporchi.
Come te lo spiego? Come?
Uno che se gli spari con le dita
fa finta di cadere,
perde la vita
fa gli occhi bui
e non lo sa
che morirà anche lui,
che lo porteranno in chiesa
e al cimitero
e gli diranno dormi dormi
che adesso muori per davvero.
Non lo puoi spiegare
uno che corre fischia
non scende a patti
e vuole bene agli alberi ai gatti al mare,
ma non lo vuol guardare.
Uno che si fa ombra
sugli occhi con le mani
e già lo sa che morirà
domani, come suo nonno
il cane
il salumiere
e la mosca
stecchita nel bicchiere.
Così è un bambino, così,
una canzone coi buchi nelle suole,
da fischiare forte,
senza le parole.”
Antonio Ferrara, da “Come te lo spiego un bambino?”, 2022
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Solo i bambini vedono gli angeli
“Solo i bambini vedono gli angeli,
hanno capelli, cappotti, sciarpe,
loro lo sanno.
Tengono i piedi sul precipizio,
tirano funi,
portano vento,
pregano e baciano,
chiudono piaghe con sputi e dita.
Solo i bambini vedono gli angeli
mentre attraversano sulle strisce,
seduti storti nel seggiolino,
sul bus che parte,
dal finestrino.
Vedono orme
ma senza piedi,
capelli sporchi,
unghie scheggiate,
narici gonfie,
ruggine e sangue,
vedono quello che tu non vedi.
Solo i bambini vedono bene,
leggono il mondo come le carte.
Solo i bambini vedono gli angeli,
vedono il tenero che sta in disparte.”
Antonio Ferrara, da “Cupo incanto”
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Foto tratta da “La Stampa”
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Ho un sogno
“Ho un sogno che un giorno i bambini diventeranno bambini
in tutte le parti del mondo,
Ho un sogno che un giorno i bambini africani avranno
la possibilità di giocare e studiare come bambini,
Ho un sogno che un giorno loro deporranno le armi perché
non ne avranno più bisogno,
Ho un sogno che un giorno loro verranno ascoltati,
tollerati e che potranno anche decidere cosa fare da grandi.
Nel mio sogno vedo che i bambini africani non
moriranno più di fame, sete e malattie banali,
Nel mio sogno vedo che questi bambini andranno a scuola
la mattina anziché andare nei vari cantieri,
Nel mio sogno vedo che questi bambini lasceranno le grotte,
i tombini e le strade per andare a dormire
nelle case.
Ho un sogno che un giorno i bambini africani
lasceranno i campi profughi,
Ho un sogno che un giorno loro non avranno più
bisogno di camminare per chilometri in cerca d’acqua
sporca da bere,
Ho un sogno che un giorno i loro piedi saranno
protetti dalle scarpe e i loro corpi coperti dai vestiti.
Nel mio sogno vedo che i bambini africani avranno la
possibilità di vaccinarsi contro le malattie infantili,
Nel mio sogno vedo che i loro destini non saranno più
decisi dalle tragedie causate dai grandi,
Nel mio sogno vedo che i bambini africani avranno la
possibilità di riuscire un giorno a sognare!”
Blessing Sunday Osuchukwu (Poeta, scrittore e mediatore interculturale nigeriano), da “Le lacrime degli angeli”
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Se insegni a contare a un bambino
“Se insegni a contare a un bambino
dovresti dirgli che lo zero
è il numero della fantasia
il più misterioso e il più grande di tutti,
abita in una terra sconosciuta
e anche se nessuno sa dove si trovi
tutti lo possiamo conoscere
basta chiudere gli occhi e sognare.
Non dirgli che è anche il numero del nulla
e conosce la bruttezza della morte.
Uno è il primo numero del mondo
perché in tutto il vasto universo
nessuno sarà come lui.
Non dire che è anche il nome della solitudine.
Due è il numero delle braccia e delle mani
degli occhi, delle orecchie,
delle gambe e dei piedi
è quello che serve
per poter stringere qualcuno sopra il cuore
ascoltare bene anche i più piccoli rumori
correre finché manca il fiato
vedere tutte le cose che stanno intorno
come un falco guarda la prateria.
Un giorno capirà
che è anche il nome dell’amore
che è pari perché due cuori
devono avere sempre lo stesso peso.
Tre è il numero di quel paese piccino piccino
dove vivono anche suo padre e sua madre
per questo gli sembrerà perfetto
e dolce come lo zucchero.
Non fargli sapere
che anche nel più piccolo paese
illuminato dal sole
può nascere la tempesta.
Quattro è il numero delle zampe del suo cane
che si muovono insieme, a due a due,
perché è insieme che si fanno le cose belle.
Tu però non dirgli
che è anche il primo numero di ogni guerra
di un esercito che si fronteggia.
Cinque sono le dita della sua mano
per tenere ben stretto il mondo.
Ometti di raccontare
che quella stessa mano che carezza
può dare dolore.
Tutto il resto, tutta l’infinità dei numeri
è solo una ripetizione, somma e divisione
di incalcolabili sfumature
ma tu non glielo dire
abbi rispetto di un bambino
e non glielo dire.
C’è tempo per imparare.
Tutto il tempo di una vita.”
Anna Spissu, da “La vita trasparente”
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Foto di Robert Doisneau
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Ogni bambino conosce il dramma della nascita
“Ogni bambino conosce il dramma della nascita
nell’abisso di sé,
conosce che dovrà infrangere i segreti,
far morire la vita per rinascere in una costellazione
di pura notte.
La vita spiega tutto con parsimonia,
fa crescere in noi tresche e amori,
ci domina di sesso e di spirito
e termina con occhi chiusi e stanchi.
Ritorneremo a vivere in spighe
in un terreno fertile e ansioso,
ma l’anima sarà parte
di un compito arduo e misterioso.
Smetteremo
di approfondire l’esperienza in terra dopo la morte,
ma avremo le gambe sgravate dalla forza
che solitamente ci trascina.”
Eloisa Ticozzi, da “L’albero dell’infanzia”
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Nella foto in evidenza: Il nostro piccolo Leòn

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