Linguaggi

Tra la veglia e il sogno

16.11.2021
“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro.
Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.”
Arthur Schopenhauer, da “Il mondo come volontà e come rappresentazione”
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La veglia
“La veglia non svanisce
come svaniscono i sogni.
Nessun brusio,
nessun campanello
la scaccia,
nessun grido né fracasso
può strapparci da essa.
Torbide e ambigue
sono le immagini nei sogni,
il che può spiegarsi
in molti modi.
Veglia significa veglia
ed è un enigma maggiore.
Per i sogni ci sono chiavi.
La veglia si apre da sola
e non si lascia sbarrare.
Da essa si spargono
diplomi e stelle,
cadono giù farfalle
e anime di ferri vecchi da stiro,
berretti senza testa
e cocci di nuvole.
Ne vien fuori un rebus
irrisolvibile.
Senza di noi non ci sarebbero sogni.
Quello senza cui non ci sarebbe veglia
è ancora sconosciuto,
ma il prodotto della sua insonnia
si comunica a chiunque
si risvegli.
Non i sogni sono folli,
folle è la veglia,
non fosse che per l’ostinazione
con cui si aggrappa
al corso degli eventi.
Nei sogni vive ancora
chi ci è morto da poco,
vi gode perfino di buona salute
e di ritrovata giovinezza.
La veglia depone davanti a noi
il suo corpo senza vita.
La veglia non arretra di un passo.
La fugacità dei sogni fa sì
che la memoria se li scrolli di dosso,
facilmente.
La veglia non deve temere l’oblio.
E’ un osso duro.
Ci sta sul groppone,
ci pesa sul cuore,
sbarra il passo.
Non le si può sfuggire,
perché ci accompagna in ogni fuga.
E non c’è stazione
lungo il nostro viaggio
dove non ci aspetti.”

Wislawa Szymborska, “La veglia”

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Raffaello, “Sogno del cavaliere”, 1503-1504,
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Nel sonno
“Ho sognato che cercavo una cosa,
nascosta chissà dove oppure persa
sotto il letto o le scale,
all’indirizzo vecchio.
Rovistavo in armadi, scatole e cassetti,
inutilmente pieni di cose senza senso.
Tiravo fuori dalle mie valigie
gli anni e i viaggi compiuti.
Scuotevo fuori dalle tasche
lettere secche e foglie scritte non a me.
Correvo trafelata
per ansie e stanze
mie e non mie.
Mi impantanavo in gallerie
di neve e nell’oblio.
Mi ingarbugliavo in cespugli di spine
e congetture.
Spazzavo via l’aria
e l’erba dell’infanzia.
Cercavo di fare in tempo
prima del crepuscolo del secolo trascorso,
dell’ora fatale e del silenzio.
Alla fine ho smesso di sapere
cosa stessi cercando così a lungo.
Al risveglio
ho guardato l’orologio.
Il sogno era durato due minuti e mezzo.
Ecco a che trucchi è costretto il tempo
dacché si imbatte
nelle teste addormentate.”

Wislawa Szymborska, “Nel sonno”

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Stefano Vitale, “Sognibelli”

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Sogno

“Il mio caduto, il mio tornato polvere,
assunto l’aspetto che ha nella fotografia:
sul viso ombra di foglia, conchiglia nella mano,
si avvia verso il mio sogno.

Cammina per tenebre da mai spente,
per vuoti aperti verso di sé per sempre,
per sette volte sette e poi sette silenzi.

Appare all’interno delle mie palpebre,
in questo solo mondo a lui accessibile.
Gli batte il cuore trafitto.
Si alza il primo vento dai capelli.

Tra noi comincia a stendersi un prato.
Giungono in volo cieli con nuvole e uccelli.
Montagne esplodono in silenzio all’orizzonte
e un fiume scende giù in cerca del mare.

Si vede già lontano, così lontano
che giorno e notte sono simultanei,
e tutte le stagioni giungono in una volta.

La luna apre a ventaglio i suoi quattro quarti,
i fiocchi della neve danzano con le farfalle
e cadono i frutti da un albero in fiore.

Ci veniamo incontro. Non so se in lacrime,
non so se sorridendo. Un solo passo ancora
e ascolteremo insieme la tua conchiglia,
quale fruscio di mille orchestre c’è,
quale marcia nuziale c’è, la nostra.”

 

Wislawa Szymborska, “Sogno”, da “Sale”

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In sogno

“In sogno
dipingo come Vermeer.
Parlo correntemente il greco
e non soltanto con i vivi.
Guido l’automobile,
che mi obbedisce.
Ho talento,
scrivo grandi poemi.
Odo voci
non peggio di autorevoli santi.
Sareste sbalorditi
dal mio virtuosismo al pianoforte.
Volo come si deve,
ossia da sola.
Cadendo da un tetto
so cadere dolcemente sul verde.
Non ho difficoltà
a respirare sott’acqua.
Non appena scoppia una guerra
mi giro sul fianco preferito.
Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo.
Qualche anno fa
ho visto due soli.
E l’altro ieri un pinguino.
Con la massima chiarezza.
Non mi lamento:
sono riuscita a trovare l’Atlantide.
Mi rallegro di sapermi sempre svegliare
prima di morire.”

Wislawa Szymborska, “In sogno”, da “Elogio dei sogni”

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Johann Heinrich Füssli, “Il sogno del pastore”, 1786 

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Ci sono momenti

“Ci sono momenti,
il tempo del transito di un treno,
in cui la vita sembra leggera.
La mente,
appesa al fragore della locomotiva,
sbarca senza vento,
alle sponde del sogno.”

Anna Marchesini, da “E’ arrivato l’arrotino”

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Il sarto dei sogni

“Le lumache tessono una sottile filigrana d’argento adamantina,
il sarto dei sogni usa spuma di onde e le imbastisce
con catene d’argento, leggere come un’ombra di luce
visibile sulle foglie verdi dei gerani.
Mentre ti immerge in un’altra dimensione dove i sogni
sono parole con sogni e in loro sognano.
Un impulso interiore è la tela di un sarto
che ti veste il sangue di tessuti, cellule marine meduse immortali,
balene sedute intorno a una tavola
a guardare l’album dei disegni che il sarto dei sogni
ha pubblicato in un libro per un paesaggio marino.
Ti immergi ancora di più ogni secondo sono mille anni fuori dal tempo
i fiori sono eternità e ogni volta galassie
angeli o geni, anime immense vibrando nel nulla
e tu sei oltre, infinita, profonda
guardandomi nelle possibilità
e il sarto dei sogni vede immergerti
e sogna d’essere un mare vibrando nelle densità
da una parte le onde sono montagne
dall’altra sono tormente
e tu, sveli il mistero delle distanze
e il mistero dei destini
ed emergi
per respirare in questo mondo
un istante.”
Jorge Contreras Herrera (poeta messicano), “Il sarto dei sogni”
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Karl Pavlovich Bryullov, “Sogno della nonna e della nipote”, 1829
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A volte penso di essere un sogno
“A volte penso di essere un sogno
che qualcuno si è dimenticato di fare,
il sogno nel cassetto
aperto nel momento sbagliato,
il dormiveglia di una dalia d’inverno
che lascia i suoi petali alla brina
che l’uccide, grata,
di conservare intatto il suo cuore,
il cuore del cuore
per la primavera alle porte:
aprile tu, o tu, o tu, aprimi tu, o tu,
o tu, o tu, o tu…o tu?
che come me pensi a volte
di essere un sogno
che qualcuno si è dimenticato di fare,
un’altalena occupata
che qualcuno si è dimenticato di spingere:
spingila tu, o tu, o tu, spingimi tu, o tu,
o tu, o tu, o tu…o tu?
A volte penso di essere una foto con l’autoscatto venuta fuori trasparente,
che non si vede bene,
che si vede niente,
un nastro dimenticato annodato sul letto
che da solo non sa sciogliere questo nodo,
scioglilo tu, o tu, o tu, scioglimi tu, o tu,
o tu, o tu, o tu…o tu?
Non ricordo più come fu che tu, o tu,
possiedi le dita delle mie mani,
le labbra della mia bocca,
il cuore che usa me per battere in sè,
per battere in te,
o tu, o tu, o tu…
o tu? pulsalo tu, o tu, o tu, pulsami tu…
tu?
A volte penso di essere un sogno
che qualcuno si è dimenticato di fare,
o tu, o tu, o tu…o tu?
ma poi non penso più…”

Aldo Busi, da “L’amore trasparente”

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Pablo Picasso, “Il sogno”, 1932, 

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Enigmi

“E tutta l’aria che non sa
che è azzurro e nube e cielo.
E tutto il mare che non sa
che è sale e onda e spuma.
E tutta la terra che non sa
che è spiaggia e montagna e alberi.
E tutto il fuoco che non sa
che è ardore e fiamma e cenere.
E tutta io che non so quel che sono
se sono mare, cielo, spiaggia o fuoco
o tutte le cose che sono o non sono
– quelle che penso e quelle che sogno –
o che forse non sono che un altro sogno
che non saprò mai. Che non saprò mai!
chi ha sognato.”
Luz Méndez De La Vega, “Enigmi”, da “Las palabras y la sombra”, 1983
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Di’, ti ricordi dei sogni?

“Di’, ti ricordi dei sogni?
quand’erano proprio lì,
davanti?
Che distanza, in apparenza,
dagli occhi!
Sembravano alte nuvole,
fantasmi senza un appiglio,
orizzonti irraggiungibili.
Ora guardali, con me,
eccoli dietro di noi.
Se erano nuvole,
siamo su nuvole più alte.
E se orizzonti, lontani,
ora per vederli,
bisogna voltar
la testa perché li abbiamo passati.
Se erano fantasmi,
senti
sulle palme delle mani,
sulle labbra,
quell’orma ancora calda
dell’abbraccio
in cui smisero di esserlo.
Ci troviamo all’altro lato
di quei sogni che sogniamo,
da quel lato che si chiama
la vita che si è compiuta.
E ora,
da tanto aver realizzato
il nostro sognare,
il nostro sogno è in due corpi.
E non bisogna guardarli,
senza che uno veda l’altro,
da lontano, dalle nuvole,
per ritrovarne altri nuovi
che ci spingano alla vita.
Guardandoci faccia a faccia,
vedendoci nel già fatto
sboccia
da quelle gioie compiute
ieri, la gioia futura
che ci chiama. E un’altra volta
la vita si sente un sogno
tremante, ed appena nato.”

 

Pedro Salinas, “Di’, ti ricordi dei sogni?”, da “Ragioni d’amore”

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Balthus, “Teresa che sogna”, 1938

 

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Svegliati. Il giorno ti chiama

 

“Svegliati. Il giorno ti chiama
alla tua vita: il tuo dovere.
A nient’altro che a vivere.
Strappa ormai alla notte
negatrice e all’ombra
che lo celava, quel corpo
di cui è in attesa, sommessa,
la luce, nell’alba.
In piedi, afferma la retta
volontà semplice d’essere
pura vergine verticale.
Senti il tuo corpo.
Freddo, caldo? Lo dirà
il tuo sangue contro la neve
da dietro la finestra;
lo dirà
il colore sulle tue guance.
E guarda il mondo. E riposa
senz’altro impegno che aggiungere
la tua perfezione a un altro giorno.
Il tuo compito
è sollevare la tua vita,
giocare con lei, lanciarla
come voce alle nubi,
a riaffermare le luci
che ci hanno lasciato.
Questo è il tuo destino: viverti.
Non devi fare nulla.
La tua opera sei tu, niente altro.”

Pedro Salinas, “Svegliati. Il giorno ti chiama”

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Egli desidera il tessuto del cielo

“Se avessi il drappo ricamato del cielo,
Intessuto dell’oro e dell’argento e della luce,
I drappi dai colori chiari e scuri del giorno e della notte
Dai mezzi colori dell’alba e del tramonto,
Stenderei quei drappi sotto i tuoi piedi:
Invece, essendo povero, ho soltanto sogni;
E i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi;
Cammina leggera, perché cammini sui miei sogni.”

 

William Butler Yeats, “Egli desidera il tessuto del cielo”, da “Il vento tra le canne”, 1899

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Henri Matisse, “Il sogno”, 1940

 

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Istruzioni per dormire

“Certo, addormentarsi.
Scacciare la luna
dalla finestra.
Mettere in contumacia
le zanzare.
Stabilire per i gatti
lo spazio notturno.
Zittire i malinconici
cani dei vicini.
Chiudere l’udito
a tutti i rumori
tranne a quello della pioggia.
relegare tutti i pensieri
angosciosi nel posto
che gli spetta,
nel tempo passato
o futuro.
Sistemare i sentimenti
nei reconditi
meandri del cuore,
in astucci
chiusi a chiave fino all’alba.
Reprimere i dolori.
Controllare i desideri
e superare le offese.
Non comporre poesie.
Afferrare il filo di una storia
e inventare una favola.
Fungere da mamma a se stessi.
Essere la propria amata.
Coprire di baci
il cuore insoddisfatto.
Coprire con una coperta
le membra infreddolite.
Entrare
nell’enclave monastica
del buio e del silenzio.
Andare lontano.
In capo al mondo.
Al confine dei sogni e dei non sogni.
E magari
ancora più lontano.”

 

Kajetan Kovič

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Salvador Dalì, “Sogno causato dal volo di un’ape attorno a una melagrana un secondo prima del risveglio”, 1944

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Fine della fantasia

 

“Questo corpo mai più ricomincia. A toccargli le
occhiaie uno sente che un mucchio di terra
è più vivo, ché la terra, anche all’alba, non fa
che tacere in se stessa.
Ma un cadavere è un resto di troppi risvegli.

Non abbiamo che questa virtù: cominciare
ogni giorno la vita  davanti alla terra,
sotto un cielo che tace  attendendo un risveglio.
Si stupisce qualcuno che l’alba sia tanta fatica;
di risveglio in risveglio un lavoro è compiuto.
Ma viviamo soltanto per dare in un brivido
al lavoro futuro e svegliare una volta la terra.
E talvolta ci accade. Poi torna a tacere con noi.

Se a sfiorare quel volto la mano non fosse malferma
viva mano che sente la vita se tocca se davvero
quel freddo non fosse che il freddo
della terra, nell’alba che gela la terra, forse
questo sarebbe un risveglio, e le cose che tacciono
sotto l’alba, direbbero ancora parole. Ma trema
la mia mano, e di tutte le cose somiglia alla mano
che non muove. Altre volte svegliarsi nell’alba
era un secco dolore, uno strappo di luce,
ma era pure una liberazione.
L’avara parola della terra era gaia, in un rapido
istante, e morire era ancora tornarci.
Ora, il corpo che attende
è un avanzo di troppi risvegli e alla terra non torna.
Non lo dicon nemmeno, le labbra indurite.”

 

Cesare Pavese, “Fine della fantasia”

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Vorrei il giorno finisse

 

“Vorrei il giorno finisse
con un’allodola sul petto
volando così lieve da dare
aria ai sogni più bui, invece
di cerchi e nubi agli occhi
che la mente è vagabonda
e la notte una casa straniera
dove non cerco riposo né ombre
ma il dormire dei rododendri
e della donna invisibile che sento
dentro me aspettarmi vegliando;
ma il giorno mai mi finisce
cresce con me la radice più dura
che è natura il mio stare svegliato
e ascoltare il cuore, le rotte del corpo
ininterrotte finché l’alba mi centra,
così posso dormire, nel nido del corvo
bianco che il pensiero traduce
in un cielo interiore senza pensiero
che canti ninnenanne o voglia
i miei incubi solo uno specchio;
così la notte mi dura in eterno
e il mio amore uguale non dura
ma posso sognarlo, nei sogni
vi è quell’abisso di mostri
che di giorno sembrano neri
e calmi di una maschera buffa
che mi stanco a stanare, ora invece
il buio dona ricordi, sono ragazzo
di nuovo, non sento già vecchia la vita
ho solo il mio amore nei gesti
e quella forza che stanca mi ferma”
Antonio Bux, da “Terrestrità”
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Chi sogna di più
“Chi sogna di più, mi dirai —
Colui che vede il mondo convenuto
O chi si perse in sogni?
Che cosa è vero? Cosa sarà di più—
La bugia che c’è nella realtà
O la bugia che si trova nei sogni?
Chi è più distante dalla verità —
Chi vede la verità in ombra
O chi vede il sogno illuminato?
La persona che è un buon commensale, o questa?
Quella che si sente un estraneo nella festa?”

Fernando Pessoa, “Chi sogna di più”

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Grigio oltremare

“La incontro sui mercati fra il deserto e l’oceano.
Porta un turbante che non sa allacciare.
«Mi chiamano la Rondine. Ogni inverno
ritorno in questo posto. Cerco uomini
giovani, la carne locale.
Non devi giudicare:
la distanza
ci fa liberi. A casa coltiviamo
inibizioni. Qui rovino e ricreo
la vuota parola amore.
……………………………………
Hai la pelle di un frutto adolescente.
Mi piace questa quiete dopo il coito:
ogni mia belva è chiusa nella gabbia,
china il capo e mi chiede una carezza.
La prima volta che sono arrivata
credevo di tornare agli elementi,
la sabbia, la notte, il vento:
il deserto, lo scheletro del mondo».
«Il ritorno è sempre monotono,
si finisce a parlare con le nuvole».
Un autista è la polpa tenera
nel guscio duro di un veicolo.
«A trent’anni mi sentivo finito.
Sono rinato nel grembo di un camion
dove mio padre è precipitato
fra le pecore e l’autostrada.
Genitori che morite,
radici spinte a forza nella terra.
Gli accarezzavo la barba ed erano
superfici scabrose di pianeti a venire».
Il camion si muove come un bruco nella polvere.
Viviamo fra parentesi e crediamo
di conoscere l’intero libro.
Guarda: il deserto sta fiorendo
di bottiglie di plastica immortali.
Cimiteri di copertoni
che portavano il peso degli uomini
attendono che nasca
un profeta dalle loro trincee.
I figli accorrono al passaggio del motore.
Un bambino è un sogno.
Mille bambini sono un incubo.
Ma un miliardo di bambini – è realtà.
Mi risveglio da un sonno bianco”
Isacco Turina, “Grigio oltremare”, da “Non come luce”
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Marc Chagall, “Il sogno”, 1939
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Sogni
“Malgrado le pietre
A immagine umana
Rideremo ancora
Malgrado i cuori
Legati e mortali
Viviamo in speranza
Nulla ci riduce
A sogni senza sogni
A sopportare l’ombra
Di un’ora simile
Non c’è sull’ora
Dubbio o sospetto
Per sempre al mondo
Tutto muove e canta.”
Paul Éluard, “Sogni”
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Alphonse Osbert, Senza titolo, 1900 circa
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Ogni mio sogno è su di te

“Ogni mio sogno è su di te
E ogni mio incubo ha origine in te
La mia felicità ha a che fare con te
E la mia tristezza è provocata da te
Ogni mia aspettativa riguarda te
E accanto a te le mie delusioni si accumulano.”

Suad Amiry (scrittrice e architetta palestinese)

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Ferdinand Hodler, “Il sogno”, 1897

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L’amato dorme

“Quando, al colmo dell’ebbrezza, infine
s’addormentò, quando i suoi occhi
misero fine alla ronda notturna,
cedendo a loro volta al sonno,
m’avvicinai a una distanza
conveniente, come s’accosta a un compagno
che sa pienamente il valore
di ciò che s’appresta a saggiare,
per vellicarlo come si vellica
una bellezza sonnolenta,
per sfiorarlo
come si sfiora un effluvio.
La notte trascorse così
con lui sempre addormentato,
finché l’aurora non schiuse
le sue labbra con un sorriso.”

Abu Tammam (poeta siriano del IX secolo)

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Ad occhi chiusi

“Ad occhi chiusi
E mentre dormi, e dura l’armistizio
fra l’anima ed il corpo suo sudario,
vorrei scenderti in petto, mescolarmi
allo stormo dei palpiti al comizio
dei sentimenti. In balìa, sorpreso
senza sigilli: stai come un diario
di bordo pieno d’isole e di venti,
come un albero offerto al plenilunio.
Terribile e indifeso (questo taglio
fra i cigli, fino all’animia…) E non oso
più decrifarti. Sacro
– simile a morte – il tuo riposo. Meglio
che incognite le sigle, che i cifrari
siano confusi. Meglio
ch’io seguiti ad amarti ad occhi chiusi.”
Fernanda Romagnoli
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Paul Klee, “Sogno intenso”, 1929
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Sogni
“Molti sogni sollevano frastuono nel crepuscolo.
Quando un sogno soffoca il precedente,
Dal sogno seguente viene cacciato.
I sogni passati sono neri come inchiostro.
Anche i sogni presenti sono neri come inchiostro:
E quello presente e quello passato esitanti dicono:
“Guarda ho davvero un bel colore”.
Forse il colore è bello, nell’oscurità non si capisce,
E inoltre non si sa chi sia a parlare.
Nell’oscurità non si capisce, con la febbre e il mal di testa.
Vieni, vieni, sogno trasparente.”
Lu Xun, “Sogni”, da ”Ballate del dissenso”
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Édouard Detaille, “Il sogno”, 1888
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Fase d’oriente
“Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio
Ci vendemmia il sole
Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse
Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa.”
Giuseppe Ungaretti, “Fase d’oriente”, 27 aprile 1916, da “Il porto sepolto”, in “Allegria”
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Ilustrazione di Platon Yurich

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