Linguaggi

Sono l’uomo universo

17.11.2021
“Per tutti questi secoli le donne hanno svolto la funzione di specchi, dotati della magica e deliziosa proprietà di riflettere la figura dell’uomo a grandezza doppia del naturale.”
Virginia Woolf, da “Una stanza tutta per sé”
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Amo il canto del mimo
“Amo il canto del mimo,
l’uccello dalle quattrocento voci.
Mi piace il colore della pietra di giada
e il profumo dei fiori entusiasmante.
Ma più di tutto amo mio fratello: l’uomo.”
Nezahualcoyoti (guerriero e poeta)
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Sono l’uomo universo
“Sono l’uomo universo
Io sono l’abitante delle pietre
senza memoria, sete d’ombra verde;
il popolano di tutti i villaggi
e delle prodigiose capitali;
sono l’uomo universo,
marinaio di tutte le finestre
della terra stordita dai motori.
Sono l’uomo di Tokyo che si nutre
di pesciolini e bambù,
il minatore d’Europa, fratello della notte;
l’operaio del Congo e della spiaggia,
il pescatore della Polinesia,
sono l’indio d’America, il meticcio,
il giallo, il nero:
io sono tutti gli uomini.
Sopra il mio cuore firmano le genti
un patto eterno di vera pace e fraternità.”

Jorge Carrera Andrade

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Uomini

“Non esistono al mondo uomini non interessanti.
I loro destini sono come le storie dei pianeti.
Ognuno ha la sua particolarità
e non ha un pianeta che gli sia simile.
E se uno viveva inosservato
e amava questa sua insignificanza,
proprio per la sua insignificanza
egli era interessante tra gli uomini.
Ognuno ha il suo segreto mondo personale.
In quel mondo c’è l’attimo felice.
C’è in quel mondo l’ora più terribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.
Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,
e il primo bacio e la prima battaglia…
Tutto questo egli porta con sé.
Rimangono certo i libri, i ponti,
le macchine, le tele dei pittori.
Certo, molto è destinato a restare,
eppur sempre qualcosa se ne va.
È la legge di un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi.
Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori,
ma che sapevamo in fondo di loro?
Che sappiamo dei fratelli nostri, degli amici?
Di colei che sola ci appartiene?
E del nostro stesso padre
tutto sapendo non sappiamo nulla.
Gli uomini se ne vanno… e non tornano più.
Non risorgono i loro mondi segreti.
E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.”

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, “Uomini”

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Foto di Charles Lafrance

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La preghiera di un uomo

“Possa io essere un uomo la cui fiducia in se stesso viene dalla profondità del mio dare che capisce come la vulnerabilità sia la mia più grande forza
che crea spazi anziché dominarli
che apprezza l’ascoltare più del sapere
che cerca la gentilezza in una misura che oltrepassa il controllo che piange quando il dolore è troppo
che rifiuta lo schiaffo, la pistola, lo strozzare, l’insulto, il pugno.
Possa io non temere di perdermi.
Possa io apprezzare il tocco più della prestazione e l’esperienza più del risultato.
Possa io muovermi con lentezza e non bruscamente.
Possa io essere abbastanza coraggioso da condividere la mia paura e la mia vergogna e da raccogliere altri uomini affinché facciano lo stesso.
Possa io smettere di far finta di nulla e aprire le parti di me che sono state a lungo addormentate.
Possa io apprezzare, rispettare e amare mia madre.
Possa la risonanza di quell’amore tradursi nell’amare tutte le donne e ogni creatura vivente”.

Eve Ensler, “La preghiera di un uomo”

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E allora anch’io volli nascere

“E allora anch’io volli nascere,
nascere per me stesso, per mio espresso volere,
senza padre né madre, senza preparazione d’amore,
senza baci né carezze di nessuno,
solo, solo e soltanto per mia libera volontà.”

António Gedeão (pseudonimo di Rómulo de Carvalho, poeta portoghese -1906/1997), da “Poema de me chamar António”

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Lui ha due donne 

“Lui ha due donne:
una che dorme nel suo letto
e una che dorme nel letto dei suoi sogni.
Lui ha due donne che lo amano:
una che invecchia al suo fianco
e una che gli offrì la giovinezza
per poi occultarsi.
Lui ha due donne:
una nel cuore della sua casa
e una nella casa del suo cuore.”

Maram Al-Masri (poetessa siriana)

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Uno spasso

“Gli è venuta voglia di felicità,
gli è venuta voglia di verità,
gli è venuta voglia di eternità.
Ma guardatelo!

Ha appena distinto il sonno dalla veglia,
ha appena intuito di essere sé,
ha appena intagliato con mano nata da pinna
un acciarino e un missile,
facilmente affogabile in un cucchiaio d’oceano,
non tanto ridicolo da far ridere il vuoto,
vede solo con gli occhi,
sente solo con le orecchie,
sua lingua ottimale è il condizionale,
con la ragione biasima la ragione:
in breve: è quasi una nullità,
ma in testa non ha che onniscienza, essere e libertà,
al di là d’una carne stolta.
guardatelo un po’!

Eppure sembra esistere,
è accaduto davvero
sotto una delle stelle provinciali.
A modo suo è vivace e assai attivo.
Per un misero degenerato del cristallo –
è davvero alquanto stupito.
Per un’infanzia dura nei rigori del branco –
è già non poco individuale.
guardatelo un po’!

Purché continui, non fosse che per un istante,
per il luccichio d’una galassia distante!
Che almeno si possa intravedere
cosa ne sarà, visto che è.
Ed è – accanito.
Accanito, va ammesso, e tanto.
Con quell’anello al naso, la toga, il maglione.
Uno spasso, comunque.
Un poveraccio qualunque.
Proprio un uomo.”

 

Wislawa Szymborska, “Uno spasso”

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René Magritte, “Decalcomania”, 1966

 

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Uomo del mio tempo

 

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.”

Salvatore Quasimodo, “Uomo del mio tempo”, da “Giorno dopo giorno”

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Penso che in questo momento…

“Penso che in questo momento
forse nessuno pensa a me nell’universo,
che solo io mi penso,
e se morissi ora,
nessuno, neppure io, mi penserebbe.
E qui inizia l’abisso,
come quando mi addormento.
Sono il mio sostegno e me lo tolgo.
Contribuisco a rivestire tutto di assenza.
Sarà per questo
che pensare ad un uomo
assomiglia a salvarlo.”

Roberto Juarroz

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Scienza

“L’uomo, l’introverso, mescolatosi
E per poco con la natura delle cose in questo secolo
Ha partorito giganti; ma divorato
Da maniaco amor proprio e da conflitti interni
non riesce a dominare i suoi ibridi.
Avvezzo a sogni senza filo,
Ora che sulla natura ha innestato coltelli rivolta
dentro di sé le loro punte assetate.
La mente presagisce l’autodistruzione;
Atteone che vide la dea nuda tra le foglie, divorato dal suoi cani.
Un po’ di conoscenza, un ciotola di battima,
Una goccia d’oceano: chi avrebbe sognato che
quest’infinitamente poco è troppo?”

Robinson Jeffers, “Scienza”

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Quello che non è mio

“Tutto quello che ora esiste
non è mio.

L’uomo che si sta facendo la doccia
non è mio.
L’uomo che è stanco
di correre nei miei labirinti
non è mio.
L’uomo educato
che si lima le unghie
prima di grattare la mia monotonia
non è mio.
L’uomo che nutre tutto quel che mi circonda
e dimentica la mia fame
non è mio.

Queste pareti pulite
non sono mie.
La casa con tutto ciò che è comune e familiare
non è mia.
Il cavallo adornato con sella e briglie
non è mio.

L’aperta campagna
è mia
il tramonto sui prati
è mio
la passione di un cavallo libero
è mia
l’orgoglio dei cervi
è mio
questo splendore
e questo universo
sono miei!”

Hamda Khamis (poetessa bahrenita)

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L’uomo di sabbia
“Forse era solo un attimo sospeso
di quelli che non entrano nel giorno
ma si ostina a seguirmi da vicino
come un viso di folla
di quelli che non hanno lineamenti
altro che molti
fino a quando ti siedi al primo bar.
Quello si siede accanto e ti rovina
l’aperitivo, il cocktail, la minestra
a seconda dello stato in cui ti trovi
mentre lassù passavano le rondini
a ricordare un’altra primavera
ed all’opposto è notte.
Chiederci dove siamo fa sconcerto
ma il giornale riporta data e luogo;
scuotersi brevemente, adesso è chiaro
e quando è chiaro adesso nell’opposto
resta sempre la notte.
Questa carta mi sporca, questo inchiostro
si appiccica alle dita ed i capelli
cercano scampo sotto il mio cappello
se ne avessi la forma, il portamento
l’albero di natale, la bisaccia
il mare il treno il sonno la parola
che non serva che a chiedere un caffè
di cui neppure ho voglia e penso solo
a una tazza di tempo
quello beve
dove bevevo io
quando passavo la mattina ai solchi
della memoria corta e quella lunga
oggi mi porta verso i miei pensieri
e a quello che mi resta della sabbia
e l’onda, il vento, la memoria antica
il viaggio, il non ritorno, le canzoni
che suonava qualcosa che suonava
e l’onda, il vento – dicevamo sabbia –
il tuo riferimento
dove talvolta passo.”
Giovanni Baldaccini, “L’uomo di sabbia”
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Fabian Perez, “La tua finestra”
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Dove sono le donne

“Dove sono le donne
mentre voi camminate per le strade in branchi regolari
la domenica mattina
col passo degli sfaccendati?
Fanno la spesa
le faccende di ogni giorno
lavano i piatti del sabato sera
e badano ai bambini
mentre voi camminate per le strade
la domenica mattina
col passo degli sfaccendati.
Dove sono le donne
mentre voi rifate il mondo a misura vostra
un mondo rosso un mondo nero
la sera
intorno al tavolo?
Cucinano
apparecchiano
mettono i piatti sulla tavola
li riempiono di cibo
mentre voi rifate il mondo a misura vostra.
Dove sono le donne
quando voi fate loro l’amore?
Lontano da voi
pensano al giorno dopo
alla spesa
ai piatti da lavare
alle faccende
ai figli
alla cucina
alle posate
alla tavola
ai piatti
pensano al giorno dopo, loro.”

Anne Sexton

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L’unico sbaglio di Dio
(Mi pento di aver fatto l’uomo. — Genesi, 6)
“Io che sono un’ignorante e so così poco,
Poco della vita e ancora meno di Dio,
Una cosa la so:
Che la felicità è prevista e possibile,
Che tutte le cose semplici e primitive hanno vita piena
Tranne l’uomo,
Che tutti sulla terra sono felici per natura
Tranne l’uomo.
Senza libri o scuole, tradizione o filosofia
Dentro il mio cuore so
Che l’odio è sbagliato,
L’ingiustizia è male.
Il dolore e le lacrime, la sofferenza e la morte
Sono inevitabili, ma non così
L’intolleranza, la cattiveria, la crudeltà,
A patto che gli uomini non scelgano
La volgarità e la meschinità, che non vengono dalla Natura
Ma unicamente da noi.
E a volte penserò a Dio che guarda giù
Con sorriso amorevole, e dice
“Povero figlio, povero figlio, forse ho sbagliato
A darti la ragione e il libero arbitrio
Per gestirti la tua vita a modo tuo.
Per tutto il resto
Come si fa coi bambini ho stabilito io
I loro giorni semplici, a te invece
Ho dato il dono Divino di scegliere,
A te che saggio non eri — e infatti guarda come hai scelto,
Povero figlio, tra tutti quanti il solo
Infelice sulla terra”
Oodgeroo Noonuccal (Kathleen Jean Mary Ruska), poetessa e attivista australiana, da “My people. La mia gente”, 2021
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Foto di Marcus Møller Bitsch
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L’essere umano è una locanda
“L’essere umano è una locanda,
ogni mattina arriva qualcuno di nuovo.
Una gioia, una depressione, una meschinità,
qualche momento di consapevolezza
… arriva di tanto in tanto,
come un visitatore inatteso
Dai il benvenuto a tutti, intrattienili tutti!
Anche se è una folla di dispiaceri
che devasta violenta la casa
spogliandola di tutto il mobilio,
lo stesso, tratta ogni ospite con onore:
potrebbe darsi che ti stia liberando
in vista di nuovi piaceri.”
Jalāl al-Dīn Muḥammad Rūmī 
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Prologo del Mathnawi
“L’uomo è un flauto di canna, sospeso sugli abissi.
E invoca la sua origine, cui vorrebbe tornare, tra i lamenti.
Poiché è la strada di casa che ha smarrito, e la cerca.
Udendolo, il mio cuore è mosso a pietà.
E vorrebbe aiutarlo, ma non osa, perché sa che il compito è suo, di lui solo.
– E l’amore è una dolce follia, che riesce a guarirci dal peccato.
Gli innamorati si incontrano, senza parlare, e ciascuno di essi dice proprio ciò che deve dire,
ciò che 1’altro s’aspetta.
Mosè perse i sensi, alla vista del Divino. E così 1’amante, che rincorre 1’amato.
E lo scorge dappertutto, avvolto in mille veli.
Che gliene annunciano l’ onnipresente esistenza.
E quando l’incontro ha luogo, è una dolce ebbrezza, nel delirio, a imporsi.
Queste storie si aprono al mondo del divino, in parole sufi che predichino la fine delle distinzioni. Cristiano, musulmano, ebreo – tutto ciò non avrà senso, per colui che sa vedere.
Esse sono rivolte agli amici, affinché imparino a guardare.
E intraprendano il cammino, se già non si sono messi in viaggio.”
Jalāl al-Dīn Muḥammad Rūmī, da Mathnawi. Il poema del misticismo universale”, 2014
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Salmo I
“Fortunato l’uomo che non segue le direttive del Partito
e non partecipa alle sue manifestazioni
e non si siede allo stesso tavolo con i gangsters
o con i Generali nel Consiglio di Guerra
Fortunato l’uomo che non spia il suo fratello
o denuncia il suo compagno di scuola
Fortunato l’uomo che non legge gli annunci pubblicitari
e non ascolta le loro radio
e non crede nei loro slogan
Sarà come un albero piantato accanto a una fonte”
Ernesto Cardenal Martinez (poeta, teologo e sacerdote nicaraguense), da “Salmos”, 1964
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Tutto è legato a una questione di postura
“Tutto è legato a una questione
di postura: nulla saprà degli animali
l’uomo eretto, dominus sprezzante
e onnipotente, mentre l’infante
che gattona a quattro zampe
vedrà la loro stessa scena, annuserà
gli stessi odori, spartirà
con loro inediti sapori.
L’unica chance offerta all’uomo
eretto è di sdraiarsi a terra:
osservando le stelle assieme agli animali,
magari scorderà di essere una macchina
di sopraffazione e guerra.”
Franco Marcoaldi, da “Animali in versi”
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Walking around
“Succede che mi stanco di essere uomo
Succede che entro nelle sartorie e nei cinema smorto,
impenetrabile, come un cigno di feltro
che naviga in un’acqua di origine e di cenere.
L’odore dei parrucchieri mi fa piangere e stridere
Voglio solo un riposo di ciottoli o di lana
Non voglio più vedere stabilimenti e giardini
Mercanzie, occhiali e ascensori.
Succede che mi stanco dei miei piedi e delle mie unghie
E dei miei capelli e della mia ombra
Succede che mi stanco di essere uomo.
Dopo tutto sarebbe delizioso
Spaventare un notaio con un giglio mozzo
O dar morte a una monaca con un colpo d’orecchio.
Sarebbe bello andare per le vie con un coltello verde
E gettar grida fino a morir di freddo.
Non voglio essere più radice nelle tenebre,
barcollante, con brividi di sonno, proteso all’ingiù,
nelle fradicie argille della terra
assorbendo e pensando, mangiando tutti i giorni.
Non voglio per me tante disgrazie
Non voglio essere più radice e tomba
Sotterraneo deserto, stiva di morti,
intirizzito, morente di pena.
E perciò il lunedì brucia come il petrolio
Quando mi vede giungere con viso da recluso
E urla nel suo scorrere come ruota ferita
E fa passi di sangue caldo verso la morte.
E mi spinge in certi angoli, in certe case umide,
in ospedali dove le ossa escono dalla finestra,
in certe calzolerie che puzzano d’aceto
in strade spaventose come crepe.
Vi sono uccelli color zolfo e orribili intestini
Appesi alle porte delle case che odio,
vi sono dentiere dimenticate in una caffetteria
vi sono specchi
che avrebbero dovuto piangere di vergogna e spavento,
vi sono ombrelli dappertutto e veleni e ombelichi.
Io passeggio con calma, con occhi, con scarpe,
con furia, con oblio
passo attraverso uffici e negozi ortopedici
e cortili con panni tesi a un filo metallico:
mutande, camicie e asciugamani che piangono
lente lacrime sporche.”
Pablo Neruda, da “Residencia en la tierra”
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Agnes Cecile (pseudonimo di Silvia Pelissero, pittrice romana)

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Ogni uomo è un mondo
“Ogni uomo è un mondo, popolato
da esseri ciechi in oscura rivolta
contro l’ego sovrano che li sovrasta tutti.
In ogni anima mille anime sono imprigionate,
in ogni mondo mille mondi sono nascosti
e questi ciechi, questi reami inferiori
così reali e vivi, anche se incompiuti,
veri come me che vivo. E noi re
e sovrani dei mille possibili dentro di noi
siamo noi stessi sudditi, noi stessi prigionieri
in qualche esistenza più grande, di cui l’io e l’essere
la superiorità scambiamo per nostra superiorità.
Della loro morte e del loro amore
i nostri sentimenti hanno preso le tinte.
Come quando un possente battello passa
laggiù, sul filo dell’orizzonte, nel luccichio
della sera. E non sappiamo di quello
prima che un’onda ci raggiunga sulla spiaggia
prima una, poi un’altra e ancora molte altre
che colpiscono e s’infrangono finché tutto non è diventato
come prima. Eppure nulla è come prima.
Così noi ombre veniamo presi da una strana inquietudine
quando qualcosa ci dice che si è viaggiato
che qualcuno di quei possibili è stato liberato.”
Gunnar Ekelöf, “Ogni uomo è un mondo”
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Foto di Sonia Simbolo
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Non essendo che uomini, camminavamo fra gli alberi
“Non essendo che uomini, camminavamo fra gli alberi,
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.
Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al di sopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.
Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo fra gli alberi.”
Dylan Thomas, da “Poesie inedite”
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Chi è l’uomo?
per E.B.
“E si insegnava l’amore?
Si, ma male e di nascosto.
E si insegnava la morte?
Si, ma soltanto in parte.
Perché in parte?
Si insegnava soltanto ad uccidere,
si insegnava e si praticava,
mentre la morte si metteva a tacere.
E si insegnava l’odio?
Si, si insegnava e si nutriva, ma solo
per quello che si chiamava il nemico
e non per la propria infelicità.
E cosa si faceva della propria vita?
Quasi tutti soltanto quello che era il risultato
di quello che avevano appreso.”
Erich Fried, “Chi è l’uomo?”
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Dipinto di Feliu Elias
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Penso che in questo momento
“Penso che in questo momento
forse nessuno pensa a me nell’universo,
che solo io mi penso,
e se morissi ora,
nessuno, neppure io, mi penserebbe.
E qui inizia l’abisso,
come quando mi addormento.
Sono il mio sostegno e me lo tolgo.
Contribuisco a rivestire tutto di assenza.
Sarà per questo
che pensare ad un uomo
assomiglia a salvarlo.”
Roberto Juarroz
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Vers dorés
“Uomo! libero pensatore – ti credi al mondo
Solo a pensare, mentre la vita irrompe in ogni cosa:
Delle tue forze la tua libertà dispone,
Ma dai consigli tuoi è assente l’universo.
Rispetta nell’animale uno spirito attivo…
È un’anima, ogni fiore, dischiusa alla Natura;
Nel metallo riposa un mistero d’amore;
Tutto è sensibile; – e tutto ti sovrasta!
Temi nel muro cieco uno sguardo che spia:
Un verbo è avvinto alla materia stessa…
Non fare che si pieghi ad uso empio.
Sovente nell’essere oscuro abita occulto un Dio;
E come occhio nascente, velato dalle palpebre,
Un puro spirito gonfia la scorza delle pietre.”
Gérard de Nerval, “Vers dorés”, da “Les chimères”, 1854
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Gli uomini dell’avvenire
“Essi saranno la mitezza e la forza.
Strapperanno la maschera di ferro
del sapere, perché sul volto dell’anima
si veda. Baceranno il pane, il latte:
carezzeranno il capo dei bambini
ed estrarranno con le stesse mani
ferro ed altri metalli dalle pietre.
Formeranno città dalle montagne
ed i loro polmoni quieti e immensi
assorbiranno tempeste, uragani;
si placherà ogni oceano. Saranno
sempre in attesa d’ospite imprevisto:
anche per lui prepareranno il desco
e gli apriranno il cuore.
Siate simili ad essi, perché i vostri
piccoli, che han di giglio i piedi, il mare
di sangue che dinanzi a loro giace,
possano da innocenti attraversare.”
Attila József (poeta ungherese), da “Con cuore puro”, 1972
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Immagine di nasr.au
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La polvere
“Perché siamo distanti,
piccoli ci sentiamo.
Cammina verso di te, uomo,
cammina più dentro.
Quando ti raggiungerai,
fra le tue dita avrai
una lieve sabbiolina
di verità e di sogni.”
Manuel Altolaguirre (poeta spagnolo), “La polvere”
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Immagine: Somasiri Jayamanne, “L’immagine dell’uomo nell’universo”

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