Linguaggi

Algebre

25.11.2021
“Vedere un mondo in un granello di sabbia
E un paradiso in un fiore selvatico,
Tenere l’infinito nel palmo della mano,
E l’eternità in un’ora.”
William Blake, da Auguries of Innocence
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Non esiste l’infinito
“Non esiste l’infinito:
l’infinito è la sorpresa dei limiti.
Qualcuno constata la sua impotenza
e poi la prolunga più in là dell’immagine, nell’idea,
e nasce l’infinito.
L’infinito è il dolore
della ragione che assalta il nostro corpo.
Non esiste l’infinito, però sì l’istante:
Aperto, atemporale, intenso, dilatato, solido;
In esso un gesto si fa eterno…”

Chantal Maillard, da “Ammazzare Platone”

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In matematica non sono brava

“In matematica non sono brava.
Perdo il conto delle foglie dei rami
e per le stelle ogni volta ricomincio da capo.
Non riesco a misurare il salto delle cavallette
e non so la formula per il perimetro delle nuvole.
Il calcolo di quanta neve sia caduta mi sfugge
e anche di quanta ne possa reggere un filo d’erba.
La somma dei passi per arrivare al mare non mi riesce
e mi chiedo se per il ritorno devo fare una sottrazione.
Ho diviso il numero dei semi per i frutti
il risultato è una nuova foresta e ne avanza qualcuno.
Se moltiplico le giornate di sole per quelle di pioggia
ottengo più di sette stagioni e non so quante settimane.
La matematica mi confonde. Come misura del mondo è strana.
Per quanti conti si facciano qualcosa non torna mai pari.
Due finestre fanno una vista? quattro muri sono una casa?
Noi siamo i nostri centimetri, chili, litri? quanto pesa un segreto?
Quanto misura una risata? E l’area del cuore come si calcola?”

Azzurra D’Agostino

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Agebra

“Non è vero che mi manchi.
È solo una bugia.
L’alfabeto delle cose sa mentire bene.
La verità è un’altra.
Tu aggiungi
(calore alle coperte,
aria alle stanze,
chiavi alle porte,
pioggia ai vetri).
Sì, tu aggiungi.
Anche quando non ci sei.”
Rodolfo Cernilogar, “Algebra”, da “Parlando d’altro”, 2014
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Foto di Robert Doisneau
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Vivere per addizione è un vizio

“Vivere per addizione è un vizio
di forma,
si vive di ciò che resta
dopo tutto l’oblio.
Si sottraggono gli istanti
alla somma dei giorni.
Resta il cielo
respirato a cuore aperto.
Resta lo sguardo puro
di quando il mondo era
sognato e non ancora
sciupato da mani avide
e pance ingorde.
Il resto si dà per sottrazione.”

Doris Bellomusto, da “Come le rondini al cielo”

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Grande numero

“Quattro miliardi di uomini su questa terra,
ma la mia immaginazione è uguale a prima.
Se la cava male con i grandi numeri.
Continua a commuoverla la singolarità.
Svolazza nel buio come la luce d’una pila,
illumina solo i primi visi che capitano,
mentre il resto se ne va nel non visto,
nel non pensato, nel non rimpianto.
Ma questo neanche Dante potrebbe impedirlo.
E figuriamoci quando non lo si è.
Anche se tutte le Muse venissero a me.
Non omnis moriar – un cruccio precoce.
Ma vivo intera? E questo può bastare?
Non è mai bastato, e tanto meno adesso.
Scelgo scartando, perché non c’è altro modo,
ma quello che scarto è più numeroso,
è più denso, più esigente che mai.
A costo di perdite indicibili – una poesiola, un sospiro.
Alla chiamata tonante rispondo con un sussurro.
Non dirò di quante cose taccio.
Un topo ai piedi della montagna materna.
La vita dura qualche segno d’artiglio sulla sabbia.
Neppure i miei sogni sono popolati come dovrebbero.
C’è più solitudine che folle e schiamazzo.
Vi capita a volte qualcuno morto da tempo.
Una singola mano scuote la maniglia.
La casa vuota si amplia di annessi dell’eco.
Dalla soglia corro giù nella valle
silenziosa, come di nessuno, già anacronistica.
Da dove venga ancora questo spazio in me –
non lo so”.

Wislawa Szymborska, “Grande numero”, da “Grande numero”

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Progetto per un mondo

“Progetto un mondo, nuova edizione,
nuova edizione, riveduta,
per gli idioti, ché ridano,
per i malinconici, ché piangano,
per i calvi, ché si pettinino,
per i sordi, ché gli parlino.
Ecco un capitolo:
La lingua di Animali e Piante,
dove per ogni specie
c’è il vocabolario adatto.
Anche un semplice buongiorno
scambiato con un pesce,
àncora alla vita
te, il pesce, chiunque.
Quell’improvvisazione di foresta,
da tanto presentita, d’un tratto
nelle parole manifesta!
Quell’epica di gufi!
Quegli aforismi di riccio,
composti quando
siamo convinti
che stia solo dormendo!
Il Tempo (capitolo secondo)
ha il diritto di intromettersi
in tutto, bene o male che sia.
Tuttavia – lui che sgretola montagne,
sposta oceani
ed è presente al moto delle stelle,
non avrà il minimo potere
sugli amanti, perché troppo nudi,
troppo avvinti, col cuore in gola
arruffato come un passero.
La vecchiaia è solo la morale
a fronte d’una vita criminosa.
Ah, dunque sono giovani tutti!
La Sofferenza (capitolo terzo)
non insulta il corpo.
La morte
ti coglie nel tuo letto.
E sognerai
che non occorre affatto respirare,
che il silenzio senza respiro
è una musica passabile,
sei piccolo come una scintilla
e ti spegni al ritmo di quella.
Una morte solo così. Hai sentito
più dolore tenendo in mano una rosa
e provato maggiore sgomento
per un petalo sul pavimento.
Un mondo solo così. Solo così
vivere. E morire solo quel tanto.
E tutto il resto eccolo qui –
è come Bach suonato sul bicchiere
per un istante.”

Wislawa Szymborska, “Progetto per un mondo”, da “La gioia di scrivere”

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Qui

“Non so come dove,
ma qui sulla Terra c’è parecchio di tutto.
Qui si producono sedie e tristezze,
forbicette, violini, sensibilità, transistor,
dighe, scherzi, tazzine.

Forse altrove c’è di tutto di più,
soltanto per ovvie ragioni là mancano dipinti,
cinescopi, ravioli, fazzoletti per lacrime.

Qui ci sono tanti posti con dintorni.
Alcuni puoi amarli in modo speciale,
chiamarli a modo tuo
e proteggere dal male.

Forse altrove ci sono luoghi simili,
però nessuno li ritiene belli.

Forse come in nessun luogo, o in pochi luoghi,
hai qui un tronco separato,
e con esso le cose occorrenti,
affinché ai bimbi altrui tu aggiunga i tuoi.
Inoltre hai braccia, gambe e una testa stupita.

L’ignoranza qui viene lavorata,
continuamente qualcosa calcola, confronta, misura,
estrae con ciò deduzioni e radici.

Lo so, lo so, che cosa pensi.
Niente qui di solido,
perché da sempre per sempre siamo in balìa della furia degli elementi.
Ma osservi – gli elementi si stancano facilmente
e debbono talvolta lungamente riposare
fino alla volta successiva.

E so che cosa pensi ancora.
Guerre, guerre, guerre.
Pure tra di esse capitano delle pause.
Attenti! – gli uomini sono cattivi.
Calma! – gli uomini sono buoni.
Stando sull’attenti non si produce nulla.
Nella calma col sudore della fronte si costruiscono le case
e presto vi si abita.

La vita sulla terra viene fuori abbastanza a buon mercato.
Per i sogni per esempio qui non paghi un centesimo.
Per le illusioni – solo quando svaniscono.
Per il possesso del corpo – soltanto con il corpo.

E se questo è ancora poco,
giri senza biglietto nella giostra dei pianeti,
insieme con essi, gratuitamente, nella bufera galattica,
in epoche così vertiginose,
che nulla qui sulla Terra ha neppure il tempo di tremare.

Allora osserva bene:
il tavolo sta dove stava,
sul tavolo il foglio, così come fu messo,
per la finestra socchiusa soltanto un buffo d’aria,
e nella parete nessuna grossa crepa,
per la quale dovunque ti soffierebbe.”

Wislawa Szymborska, “Qui”

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Compleanno

“Tanto mondo a un tratto da tutto il mondo:
morene, murene e marosi e mimose,
e il fuoco e il fuco e il falco e il frutto –
come e dove potrò mettere il tutto?

Queste foglie e scaglie, questi merli e tarli,

lamponi e scorpioni – dove sistemarli?
Lapilli, mirtilli, berilli e zampilli –
grazie, ma ce n’è fin sopra i capelli.
Dove andranno questo tripudio e trifoglio,
tremore e cespuglio e turgore e scompiglio?
Dove porti un ghiro e nascondi l’oro,
che fare sul serio dell’uro e del toro?
Già il biossido è cosa ben preziosa e cara,
aggiungi la piovra, e in più la zanzara!
Immagino il prezzo, benché esagerato –
grazie, io davvero non l’ho meritato.
Non è troppo per me il sole, l’aurora?
Che cosa può farne l’umana creatura?
Sono qui un istante, un solo minuto:
non saprò del dopo, non l’avrò vissuto.
Come distinguere il tutto dal vuoto?
Dirò addio alle viole nel viaggio affrettato.
Pur la più piccola – è una spesa folle:
fatica di stelo, e il petalo, e il pistillo,
una volta, da mai, a caso sulla Terra,
sprezzante e precisa, fragile e altera.

Wislawa Szymborska, “Compleanno”

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Il nulla si è rivoltato anche per me…

“Il nulla si è rivoltato anche per me.
Davvero si è rovesciato dall’altro lato.
Dove mai sono finita –
dalla testa ai piedi fra i pianeti,
neppure ricordando com’era il non esserci.

O mio qui incontrato, o mio qui amato,
posso solo intuire, la mano sulla tua spalla,
quanto vuoto ci spetta da quell’altra parte,
quanto silenzio là per un grillo qui,
che assenza di prato là per un filo d’erba qui,
e il sole dopo il buio come risarcimento
in goccia di rugiada – per quali arsure là!

Lo stellare a casaccio! Il di qui alla rovescia!
Disteso su curvature, pesi, ruvidità e moti!
Intervallo nell’infinito per il cielo sconfinato!
Conforto dal non spazio in forma di betulla!

Ora o mai il vento scuote una nuvola,
perché il vento è proprio ciò che là non soffia.
E lo scarabeo prende il sentiero in abito scuro di testimone
dell’evento d’una lunga attesa d’una vita breve.

E a me è capitato di esserti accanto.
E davvero non vedo in questo nulla
di ordinario.”

Wislawa Szymborska, da “Ogni Caso”

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Insegnami

“Ti ho chiesto un giorno:
«insegnami
la numerosità dei numeri
la geometria piana dei sentimenti
la direzione del tempo».
«Ma io – tu mi hai risposto –
conto ancora con le dita della mano sinistra
copio l’amore dai bambini
e sento il tempo soprattutto da fermo.
Come il primo bacio.
La prima interrogazione di filosofia.
Il primo vagito del ventre.
L’ultimo saluto
quello dato di fretta sulle scale.
Ché lì sono
la numerosità dei numeri
la geometria piana dei sentimenti
la direzione del tempo”.

 

Ottavia Taini, “Insegnami”

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Le cause

 

“I ponenti e le generazioni.
I giorni di cui nessuno fu il primo.
La frescura dell’acqua nella gola di Adamo.
L’ordinato Paradiso.
L’occhio che sta decifrando la tenebra.
L’amore dei lupi al farsi dell’alba.
La parola. L’esametro. Lo specchio.
La torre di Babele e la superbia.
La luna che guardavano i caldei.
Le sabbie innumerevoli del Gange.
Chang-Tzu e la farfalla che lo sogna.
Le mele d’oro delle isole.
I passi dell’errante labirinto.
L’infinito tessuto di Penelope.
Il tempo circolare degli stoici.
La moneta in bocca di chi è morto.
Il peso della spada sulla bilancia.
Ogni goccia d’acqua nella clessidra.
Le aquile, gli sfarzi, le legioni.
Cesare nel mattino di Farsaglia.
L’ombra delle croci sopra la terra.
L’algebra e la scacchiera del persiano.
Le tracce delle lunghe migrazioni.
La conquista di regni con la spada.
La bussola incessante.
Il mare aperto.
L’eco dell’orologio nel ricordo.
Il re giustiziato con la mannaia.
La polvere infinita che fu eserciti.
La voce dell’usignolo in Danimarca.
Lo scrupoloso tratto del calligrafo.
Il volto del suicida nello specchio.
La carta di chi bara.
L’oro avido.
Le forme della nube nel deserto.
Ogni arabesco del caleidoscopio.
Ogni rimorso ed anche ogni lacrima.

Tutte queste cose abbisognarono
perché le nostre mani s’incontrassero.”

Jorge Luis Borges, “Le cause”

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Lava

“E se Eraclito e Parmenide
avessero ragione contemporaneamente
e due mondi esistessero affiancati
uno tranquillo, l’altro folle; una freccia
scocca immemore, e l’altra indulgente
la osserva; lo stesso flutto si frange e non si frange,
gli animali nascono e muoiono nello stesso istante,
le foglie di betulla giocano con il vento e al contempo
si struggono in una crudele fiamma rugginosa.
La lava uccide e serba, il cuore batte e viene colpito,
c’era la guerra, la guerra non c’era,
gli ebrei sono morti, vivono gli ebrei, le città bruciarono,
le città rimangono, l’amore avvizzisce, il bacio è eterno,
le ali dello sparviero devono essere brune,
tu sei sempre con me, anche se non ci siamo più,
le navi affondano, la sabbia canta e le nuvole
vagano come veli nuziali sfilacciati.

Tutto è perduto. Tanto incanto. I colli
reggono cauti lunghi stendardi boscosi,
il muschio sale sul campanile di pietra della chiesa
e con labbra minute timidamente loda il Settentrione.
Al crepuscolo i gelsomini brillano come lampade
folli stordite dalla propria luce.
Nel museo davanti a una tela scura
si stringono pupille feline. Tutto è finito.
I cavalieri galoppano su cavalli neri, il tiranno scrive
una sgrammaticata condanna a morte.
La giovinezza si dissolve nell’arco
di un giorno, i volti delle fanciulle si fanno
medaglioni, la disperazione volge in estasi
e i duri frutti delle stelle crescono nel cielo
come grappoli d’uva e la bellezza dura, tremula, immota
e Dio c’è e muore, la notte torna a noi
sul fare della sera, e l’alba è brizzolata di rugiada.”

Adam Zagajewski, “Lava”

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Una foglia cadendo

 

“Una foglia cadendo
fa il piccolo tonfo
scuote un poco la stella
e una geometria d’universo
si sbilancia negli assi.

Tutto un tratteggio di rette infinite
un pulsare di gradi angolari
nessuna ala distesa fa a meno
e la caduta non è che un’
algebra infinita che va giù
nella cifra, nel rigo.”

 

Mariangela Gualtieri, da “Bestia di gioia”

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Dieci le stelle che cadono

 

“Dieci le stelle che cadono.
Nove quelle che non guardo.
Otto dividono il cielo.
Sette tornano a desiderare.
Sei cantano.
Cinque parlano.
Quattro sembrano felici.
Tre sospirano.
Due si sfiorano.
Una è quella che vedo.

Nove le stelle che perdi.
Dieci le stelle che cadono.
Un sogno ancora possibile.
Nessuno è felice, però qualcuno è contento.
Dieci … Le stelle che brillano.
Nove quelle che si spengono.
Una … Vabbè….continua tu.”

Gianluca Nadalini

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Sfacciataggine cosmica

“I neutrini, loro sono proprio piccoli:
non hanno carica e nemmeno massa
e non interagiscono per niente.
La Terra è nient’altro che una insulsa palla
per loro, che semplicemente ci passano attraverso
come donne delle pulizie in una sala piena di spifferi
o fotoni attraverso una lastra di vetro.
Essi snobbano i gas più sottili,
ignorano la più solida parete,
l’acciaio tenace e l’ottone sonoro,
insultano lo stallone nella sua stalla,
e, disdegnando le barriere di classe,
si infiltrano in te e me! Come alte
e indolori ghigliottine, cadono
attraverso le nostre teste giù nell’erba.
Di notte entrano nel Nepal
e perforano l’amante e la sua amata
da sotto il letto – per voi
è meraviglioso; per me è stupido.”

John Updike, “Sfacciataggine cosmica”

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Guardo ogni cosa

“Guardo ogni cosa
come una fratellanza e una sorellanza
vedo il tempo come nient’altro che un’idea
e considero l’eternità un’altra possibilità.
Penso ad ogni vita come a un fiore, comune
come una margherita dei campi, e altrettanto singolare
e ad ogni nome come a una piacevole musica in bocca
che tende, perché tutta la musica lo fa, verso il silenzio
e ad ogni corpo come a un leone di coraggio
e a qualcosa di prezioso per la terra.
Quando sarà finita, voglio dire:
per tutta la vita sono stata una sposa maritata alla meraviglia.
Sono stata lo sposo, e ho preso il mondo fra le mie braccia.
Quando sarà finita, non voglio chiedermi se ho fatto della mia vita
qualcosa di particolare e di vero.
Non voglio finire avendo semplicemente
visitato questo mondo.”
Mary Oliver, da “When Death Comes”
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Circa quattromilacinquecento milioni di anni fa
“Circa quattromilacinquecento milioni di anni fa, anno più, anno meno, una stella nana sputò un pianeta, che attualmente risponde al nome di Terra.
Circa quattromiladuecento milioni di anni fa,
la prima cellula bevve la broda marina,
le piacque e si duplicò per avere qualcuno
da invitare a bere qualcosa.
Circa quattro milioni e rotti di anni fa,
la donna e l’uomo, quasi ancora scimmie,
si eressero sulle zampe, si abbracciarono
e per la prima volta provarono la gioia
e il timore di vedersi, faccia a faccia,
mentre stavano in quel modo.
Circa quattrocentocinquantamila anni fa,
la donna e l’uomo fregarono due pietre
e accesero il primo fuoco, che li aiutò a lottare contro la paura e il freddo.
Circa trecentomila anni fa, la donna e l’uomo
si dissero le prime parole e credettero
di potersi comprendere.
E noi siamo ancora a quel punto:
a desiderare di essere in due, morti di paura, morti di freddo, alla ricerca di parole.”

Eduardo Galeano, da “Le labbra del tempo”

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Dammi la tua mano

“Dammi la tua mano:
voglio dirti ora
come sono entrata nell’inespresso
che da sempre è la mia ricerca cieca e segreta.

Di come sono entrata
in ciò che esiste tra il numero uno e il numero due,
come ho visto la linea del mistero e del fuoco,
una linea ambigua.

Tra due note musicali c’è una nota,
tra due fatti esiste un fatto,
tra due granelli di sabbia per quanto uniti siano
c’è un intervallo di spazio,
c’è un sentire che è all’interno del sentire
negli interstizi della materia primordiale
c’è questa linea di mistero e di fuoco
che è il respiro del mondo,
e il respiro continuo del mondo
è ciò che sentiamo
e che chiamiamo silenzio.”

Clarice Lispector, “Dammi la tua mano”

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Come se il mare separandosi

“Come se il mare separandosi
svelasse un altro mare,
questo un altro, ed i tre
solo il presagio fossero

d’un infinito di mari
non visitati da riva −
il mare stesso al mare fosse riva−
questo è l’eternità.”

Emily Dickinson

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Amin, avrai una sola occasione

“Amin, avrai una sola occasione,
una sola freccia da scagliare controsole.
Seleziona con cura
l’abisso entro cui implodere.”

Giovanni Ibello

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L’universo non ha un centro

“L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro”.

Chandra Livia Candiani

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Il tempo del noi

“Adesso è forse il tempo della cura.
Dell’aver cura di noi, di dire noi.
Un molto largo pronome
in cui tenere insieme i vivi,
tutti: quelli che hanno occhi, quelli
che hanno ali, quelli con le radici
e con le foglie, quelli dentro i mari,
e poi tutta l’acqua, averla cara, e l’aria
e più di tutto lei, la feconda,
la misteriosa terra. È lì che finiremo.
Ci impasteremo insieme a tutti quelli
che sono stati prima. Terra saremo.
Guarda lì dove dialoga col cielo
con che sapienza e cura cresce un bosco.

Si può pensare che forse c’è mancanza
di cura lì dove viene esclusa
l’energia femminile dell’umano.
Per quella energia sacrificata,
nella donna e nell’uomo, il mondo
forse s’è sgraziato, l’animale
che siamo s’è tolto un bene grande.
Chi siamo noi? Apriamo gli occhi.
Ogni millimetro di cosmo pare
centro del cosmo, tanto è ben fatto
tanto è prodigioso.

Chi siamo noi, ti chiedo, umane e
umani? Perché pensiamo d’essere
meglio di tutti gli altri? Senza api
o lombrichi la vita non si tiene
ma senza noi, adesso lo sappiamo,
tutto procede. Pensa la primavera scorsa,
son bastati tre mesi – il cielo, gli animali
nelle nostre città, la luce, tutto pareva
ridere di noi. Come liberato
dall’animale strano che siamo, arrivato
da poco, feroce come nessuno.
Teniamo prigionieri milioni e milioni
di viventi e li maltrattiamo.
Poi ce li mangiamo, poveri malati
che a volte non sanno stare in piedi
tanto li abbiamo tirati su deformi –
per un di più di petto, per più latte.

Chi siamo noi ti chiedo ancora.
Intelligenze, sì, pensiero, quelli con le
parole. Ma non vedi come non promettiamo
durata? Come da soli ci spingiamo fuori
dalla vita. Come logoriamo lo splendore
di questo tiepido luogo, infettando
tutto e intanto confliggiamo fra di noi.
Consideriamo il dolore degli altri
e delle altre specie.
E la disarmonia che quasi ovunque portiamo.
Forse imparare dall’humus l’umiltà. Non è
un inchino. È sentirsi terra sulla nobile terra
impastati di lei. Di lei devoti ardenti innamorati.

Dovremmo innamorarci, credo. Sì.
Di ciò che è vivo intorno. E in primo luogo
vederlo. Non esser concentrati
solo su noi. Il meglio nostro di specie
sta davanti, non nel passato. L’età
dell’oro è un ricordo che viene
dal futuro. Diventeremo cosa? È una
grande avventura, di spirito, di carne,
di pensiero, un’ascesa ci aspetta.
Eravamo pelo musi e code.
Diventeremo cosa?
Diremo io o noi? E quanto grande il noi
quanto popolato? Che delicata mano
ci vuole ora, e che passo leggero, e mente
acuta, pensiero spalancato al bene. Studiamo.
Impariamo dal fiore, dall’albero piantato,
da chi vola. Hanno una grazia che noi
dimentichiamo. Cura d’ogni cosa,
non solo dell’umano. Tutto ci tiene in vita.
Tutto fa di noi quello che siamo.”

Mariangela Gualtieri, “Il tempo del noi”

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Il conto

“E’ un’unica città il mondo intero,
libera che assomiglia ad una tazza
con al fondo la roba in cui si sguazza.
e poi la specie umana tutta quanta
non può di cose e cibi fare senza
va a rovesciarsi sopra al recipiente.
fra quelli che vi trovano rifugio
i cuori si scazzottano a vicenda,
dei fuori sparsi non si tiene conto,
essendo che nessuno ha più pazienza:
democrazia, quasi delinquenza.”

Guido Oldani

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Le rotte dell’infinito
“Lune che indicano la rotta
verso l’Infinito,
e di noi stesse eclissi,
vertici di stelle,
albe nate dalla notte
che alla vita chiamano.
I nostri occhi hanno sondato il mare
come polene antiche
sulla prora delle navi
e dai fondali di quelle acque
è affiorata la nostra voce chiara.
Ed è canto di richiami
Che il vento trasporta sulle onde
e narra storie di popoli,
di uomini di differenti lingue
e d’alfabeti altri,
di miti e di leggende
di sogni e di tragedie
di lacrime e speranze
in cui ritrovarmi e perdermi,
io Selene tra le tante…”
Oliva Novello, “Le rotte dell’infinito”
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Paul Gauguin, Autoritratto “I miserabili”, 1888
Ballata parabolica
“Lungo una parabola, come un razzo, vola il destino,
di solito nell’ombra e, rare volte, in pieno arcobaleno.
Visse un pittore dai capelli rosso fiamma, Gauguin,
agente di commercio prima di finire bohémien.
Per raggiungere da Montmartre
                                                  il Louvre regale
lo aggirò
passando da Sumatra a Giava!
Se ne fuggì scordando il denaro e le sue insanie
il chiocciare delle mogli, l’asfissia delle accademie,
fino a vincere
                                                  la gravitazione terrestre.
I sacerdoti gracidavano ingollando gotti di birra:
“La retta è più breve, la parabola più rapida,
perché non copia, invece, le tende del paradiso?”.
Ma lui sfrecciava via, razzo ruggente,
attraverso il vento che strappava falde e orecchie,
e nel Louvre entrò non per la porta principale,
ma sdegnosamente,
                                                     sfondando il tetto
                                                                  con la parabola.
Vanno alle proprie verità, coraggiosi in diverso modo
il verme per una fessura, lungo una parabola l’uomo.
C’era una volta una ragazza nello stesso mio quartiere.
Studiavamo e davamo anche gli esami insieme.
Perché mai sono partito!
                                                       Il diavolo mi ha spinto
tra queste stelle georgiane, ambigue e pingui!
Perdonami, una parabola sciocca come questa.
Spallucce intirizzite nell’uniforme da festa…
Oh, come tintinnavi nelle tenebre dell’Universo,
elastica e dritta come l’asta di un’antenna!
Ma io sto volando ancora
                                                         e ancora cerco di atterrare
secondo i tuoi terrestri, infreddoliti richiami.
Oh, se è difficile questa parabola….
Spazzando via canoni, prognosi, paragrafi,
volano l’arte, l’amore e la storia
lungo una parabolica traiettoria!
Lui stanotte stessa partirà per la Siberia.
Forse la via retta è quella più breve.”
Andrej Voznesenskij (poeta russo), “Ballata parabolica”

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