Linguaggi

Alla madre terra

25.11.2021

“Il mondo: una foglia appesa all’albero dell’universo”.

Fabrizio Caramagna

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Canto alla Madre Terra
“Tu sei Madre Terra, Lei è in te e tu sei in Lei.
È stata lei a generarti e a darti la vita.
E ti ha dato questo corpo che le restituirai un giorno.
Conosci il sangue che scorre nelle tue vene.
È nato dal sangue di tua Madre Terra.
Il suo sangue cade dalle nuvole, sgorgando dalla sua pancia.
Scivolando nei torrenti dalle montagne,
scorre abbondante nei fiumi delle pianure.
Tu sei l’aria che respiri e nasci dal respiro della tua Madre Terra.
Il respiro è il cielo blu delle altezze del cielo
E i sussurri delle foglie della foresta.
Sai che la durezza delle tue ossa è stata creata dalle ossa
della tua Madre Terra.
Tu sei la morbidezza della carne che è nata dalla carne
della tua Madre Terra.
La luce dei tuoi occhi, la portata delle tue orecchie
sono nati dai colori e dai suoni della tua Madre Terra.
Tu sei uno con la tua Madre Terra.
Lei è in te e tu sei in Lei.
Da Lei sei nato, in Lei vivi e a Lei tornerai ancora.
Perciò segui le sue leggi,
perché il tuo respiro è il respiro di esso,
il tuo sangue è il suo sangue,
le tue ossa sono le sue ossa,
la tua carne è la sua carne.
I tuoi occhi e le tue orecchie sono anche le sue.
Colui che trova pace sulla sua Madre Terra,
non morirà mai.
Conosci questa pace nella tua mente.
Desidera questa pace nel tuo cuore,
e fai pace con il tuo santo corpo.”

Carla Babudri, “Cantico alla Madre Terra”, da “Canti e incanti”

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Chissà che cosa c’è

“Chissà che cosa c’è
cosa c’è sempre stato
tra la terra e il mare;
cosa ha contato per tanto tempo
quel lasciarsi toccare, quel cercarsi e trovarsi
scandito da nature diverse
Proviamo a immaginare
la terra senza il mare:
qualcosa di molto simile allo sgomento,
al morire sottile che prende chi non può più
voltarsi indietro, perché non c’è più scopo
La consuetudine con il mare, dunque.
Ecco, forse il suo essere
è sempre stato un poco il nostro esistere
aggressivo e dolce,
infinito/finito coniugare la vita col tempo
Ringraziamolo, il mare.
Chissà se senza lui
sarebbe stata mai possibile la comunione col cielo,
una occasione di canto in un confronto fuggente
tra l’illimite
e la pelle amabile delle cose”
Leopoldo Attolico, da “Piccola preistoria”, 1964-1967

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Foto di Frédéric Lagrange

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La Rivoluzione del Contadino Impazzito

“Se amate il guadagno facile,
l’aumento annuale di stipendio,
le ferie pagate.
Se desiderate sempre più cose prefabbricate,
se avete paura di conoscere i vostri vicini di casa,
se avete paura di morire
allora nemmeno il vostro futuro
sarà più un mistero per il potere,
la vostra mente sarà perforata in una scheda
e messa via in un cassettino.
Quando vi vorranno far comprare qualcosa
vi chiameranno,
quando vi vorranno far morire per il profitto
ve lo faranno sapere.
Ma tu, amica, ogni giorno,
fai qualcosa che non possa entrare nei loro calcoli.
Ama la Vita. Ama la Terra.
Ama qualcuno che non se lo merita.
Conta su quello che sei e riduci i tuoi bisogni.
Fai qualche piccolo lavoro gratuitamente.
Non ti fidare del governo, di nessun governo,
e abbraccia gli esseri umani,
nel tuo rapporto con ciascuno di loro
riponi la tua speranza politica.
Approva nella natura quello che non capisci
e loda questa ignoranza,
perché ciò che l’uomo non ha razionalizzato
non ha distrutto.
Fai le domande che non hanno risposta.
Investi nel millennio,
Pianta sequoie.
Sostieni che il tuo raccolto principale
è la foresta che non hai piantato
e che non vivrai per sfruttare.
Afferma che le foglie quando si decompongono
Diventano fertilità:
Chiama questo “profitto”.
Una profezia così si avvera sempre.
Poni la tua fiducia
nei cinque centimetri di humus
che si formeranno sotto gli alberi
ogni mille anni.
Metti l’orecchio vicino e ascolta
I bisbigli delle canzoni a venire.
Sii pieno di gioia,
nonostante tutto,
e sorridi,
il sorriso è incalcolabile.
Finché la donna non si svilisce nella corsa al potere,
ascolta la donna più dell’uomo.
Domandati:
questo potrà dar gioia alla donna
che è contenta di aspettare un bambino?
Quest’altro disturberà il sonno della donna
vicina a partorire?
Vai col tuo amore nei campi.
Stendetevi tranquilli all’ombra.
Posa il capo sul suo grembo
e vota fedeltà alle cose più vicine al tuo cuore.
Appena vedi che i generali e i politicanti
riescono a prevedere i movimenti del tuo pensiero,
abbandonalo.
Lascialo come un segnale per indicare
la falsa traccia,
la via che non hai preso.
Sii come la volpe che lascia molte più tracce del necessario,
alcune nella direzione sbagliata.
Pratica la meditazione.”
Berry Wendell, “La Rivoluzione del Contadino Impazzito”
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Genesi terrestre
“Ogni volta che mi presento
alla terra è come fare all’amore,
ma non quell’atto rude, da
scortecciarsi, che ogni tanto
ci vuol pure, semmai l’incanto
delle ali che si sfiorano, che
si dipingono nell’aria al primo
sole della creazione, una genesi
dei profumi, un inchino al mare,
ma anche alla luna e ai vulcani.
Se posso dirti è un po’ come
educarsi a confinarsi, come
farsi pelle del mondo”
Tiziano Fratus, “Genesi terrestre”
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Foto di Tiziano Fratus
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La nostra Terra
“Dovremmo avere una terra di sole,
di sole sgargiante,
e una terra d’acqua fragrante
dove il tramonto è un morbido fazzoletto di seta
rosa e d’oro,
e non questa terra
dove la vita è fredda.
Dovremmo avere una terra d’alberi,
alti alberi folti,
piegati al peso di pappagalli ciarlieri
lucenti come il giorno,
e non questa terra dove gli’ uccelli son grigi.
Oh, dovremmo avere una terra di gioia,
d’amore e gioia e vino e canto,
e non questa terra dove la gioia è un errore.”
Langston Hughes, “La nostra Terra”
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Compleanno
“Tanto mondo a un tratto da tutto il mondo:
morene, murene e marosi e mimose,
e il fuoco e il fuco e il falco e il frutto –
come e dove potrò mettere il tutto?
Queste foglie e scaglie, questi merli e tarli,
lamponi e scorpioni – dove sistemarli?
Lapilli, mirtilli, berilli e zampilli –
grazie, ma ce n’è fin sopra i capelli.
Dove andranno questo tripudio e trifoglio,
tremore e cespuglio e turgore e scompiglio?
Dove porti un ghiro e nascondi l’oro,
che fare sul serio dell’uro e del toro?
Già il biossido è cosa ben preziosa e cara,
aggiungi la piovra, e in più la zanzara!
Immagino il prezzo, benché esagerato –
grazie, io davvero non l’ho meritato.
Non è troppo per me il sole, l’aurora?
Che cosa può farne l’umana creatura?
Sono qui un istante, un solo minuto:
non saprò del dopo, non l’avrò vissuto.
Come distinguere il tutto dal vuoto?
Dirò addio alle viole nel viaggio affrettato.
Pur la più piccola – è una spesa folle:
fatica di stelo, e il petalo, e il pistillo,
una volta, da mai, a caso sulla Terra,
sprezzante e precisa, fragile e altera.”

Wislawa Szymborska, “Compleanno”

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Disattenzione

“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,

senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per
un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.

Su un tavolo più giovane da una mano d’un
giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.”

 

Wislawa Szymborska, “Disattenzione”

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La fiera dei miracoli

“Un miracolo comune:
l’accadere di molti miracoli comuni.

Un miracolo normale:
l’abbaiare di cani invisibili
nel silenzio della notte.
Un miracolo fra tanti:
una piccola nuvola svolazzante,
che riesce a nascondere una grande pesante luna.
Più miracoli in uno:
un ontano riflesso sull’acqua
e che sia girato da destra a sinistra,
e che cresca con la chioma in giù,
e non raggiunga affatto il fondo
benché l’acqua sia poco profonda.
Un miracolo all’ordine del giorno:
venti abbastanza deboli e moderati,
impetuosi durante le tempeste.
Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.
Un altro non peggiore:
proprio questo frutteto
proprio da questo nocciolo.
Un miracolo senza frac nero e cilindro:
bianchi colombi che si alzano in volo.
Un miracolo – e come chiamarlo altrimenti:
oggi il sole è sorto alle 3,14
e tramonterà alle 20.01
Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:
la mano ha in verità meno di sei dita,
però più di quattro.
Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.
Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l’inimmaginabile
è immaginabile.”

 

Wislawa Szymborska, “La fiera dei miracoli”

 

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Paura dell’amore

“Non aver paura dell’amore. Posa la tua mano
lentamente sul petto della terra e senti respirare
i nomi delle cose che lì stanno
crescendo: il lino e la genziana, la verzura odorosa
e le campanule blu; la menta profumata per
le bevande dell’estate e l’ordito delle radici di una
pianticella d’alloro che si organizza come un reticolo
di vene nella confusione di un corpo.
Mai la vita
è stata solo inverno.”

 

Maria do Rosário Pedreira, “Paura dell’amore”

 

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Terra

“C’è un’idea di terra
che accomuna il mondo.
Quella della scoperta e del rispetto.
E non può esserci rispetto dell’altro
se non si prova a conoscerlo.
La musica tende sempre la mano verso il diverso
ed è la buona metafora del viaggio.
E se viaggio è scoperta
la terra ne è l’essenza.
Luogo di tutti e da tutto calpestato
in rotte vicine e lontane.”

Paolo Fresu, “Terra”, da “Poesie jazz per cuori curiosi”

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Veronika Citro, “Madre Terra”, 2020

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Inno

“Non c’è nessuno fra te e me.
Né pianta che attinge i succhi dal profondo della terra,
né animale, né uomo,
né vento che cammina fra le nuvole.

I più bei corpi sono vetro trasparente.
Le fiamme più ardenti acqua che lava i piedi stanchi dei
viaggiatori.
Gli alberi più verdi piombo fiorito nel cuore della notte.
L’amore è sabbia inghiottita da labbra aride.
L’odio una brocca salata offerta all’assetato.
Scorrete, fiumi: alzate le vostre mani,
città! Io, fedele figlio della terra nera, farò ritorno
alla terra nera,
come se la mia vita non fosse stata,
come se canzoni e parole create le avesse
non il mio cuore, non il mio sangue,
non il mio esistere,
ma una voce sconosciuta, impersonale,
solo lo sciabordio delle onde, solo il coro dei venti,
solo il dondolio autunnale
dei grandi alberi.

Non c’è nessuno fra te e me,
e a me è data la forza.
Le montagne bianche pascolano sulle pianure della terra,
vanno verso il mare, alla loro abbeverata,
soli sempre nuovi si inchinano
sulla valle del piccolo e stretto fiume dove sono nato.
Non ho né saggezza, né talento, né fede,
ma ho avuto la forza, essa lacera il mondo.
Onda pesante mi infrangerò sulle sue rive
e me ne andrò, farò ritorno nei territori delle acque eterne,
e un’onda nuova ricoprirà di schiuma le mie orme.
Oscurità!
Tinta dal primo chiarore dell’alba,
come il polmone strappato da una bestia squarciata
ti dondoli, ti immergi.
Quante volte ho navigato con te
Trattenuto nel mezzo della notte,
sentendo una voce sulla tua testa agghiacciata,
il grido dell’urogallo, il fruscìo dell’erica,
e due mele brillavano sulla tavola
o le forbici aperte rilucevano –
-e noi eravamo simili:
mele, forbici, oscurità e io –
sotto la stessa, immobile,
assira, egiziana e romana
luna.

Si alternano le stagioni, uomini e donne si accoppiano,
i bambini nel dormiveglia fanno correre le mani sui muri,
disegnando terre oscure col dito bagnato nella saliva,
si alternano le forme, crolla ciò che sembrava invincibile.

Ma fra gli Stati sorgenti dal fondo dei mari,
fra le vie scomparse, al cui posto
si innalzeranno monti costruiti con un pianeta caduto,
contro tutto ciò che è passato, tutto ciò che passa,
si difende la giovinezza, limpida come pulviscolo solare,
né del bene né del male invaghita,
inviata sotto i tuoi immensi piedi,
perché tu la schiacci, la calpesti,
perché tu col tuo alito faccia muovere la ruota
e l’esile struttura tremi al suo movimento,
perché a lei tu dia fame, e agli altri sale, pane e vino.

Ancora non risuona la voce del corno
che chiama gli sbandati, chi giace nelle valli.
La ruota dell’ultimo carro ancora non rimbomba
sul suolo gelato.
Fra te e me non c’è nessuno.”

 

Czesław Miłosz , “Inno”, 1935

 

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Ridate loro quel che in loro più non è presente

 

“Ridate loro quel che in loro più non è presente.
Torneranno a vedere il grano della messe dormire nella spiga
e dondolare sull’erba.
Insegnate loro, dalla caduta alla ripresa del cammino,
i dodici mesi del volto.
Si affezioneranno al vuoto del cuore fino a quando
un nuovo desiderio insorga.
Poiché nulla fa naufragio, nulla è attirato dalle ceneri.
E colui che sa vedere la terra svolgersi verso il frutto,
per nulla è turbato dallo scacco quand’anche tutto davvero
abbia perduto.”
René Char, da “Les loyaux adversaires”, in “Fureur et mystère”, 1948

 

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Marc Chagall, “Innamorati e margherite”, 1959

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Dispersione

 

“È che Dio si è fatto prudente
non parla più agli uomini
ma alle api alle maree
ad alberi ostaggi del cemento
a nuvole sudate di petrolio.

E dice Dio alla Natura:
“Riprenditi la tua Terra
appesta il cibo ai gaudenti
asciuga le loro sorgenti,
non avere quiete finché l’alba
certifichi il loro tramonto.

Ecco l’ultimo comandamento:
che l’uomo conquisti l’universo
e là vi si disperda “.

Gianni Pollini, “Dispersione”, da “Contenere la piena” (2019)

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La terra è stufa di noi

 

“Ci respinge la terra
e ci costringe nell’ultimo varco
ci spogliamo dalle membra per poter passare.
Ci spreme la terra.
Magari fossimo il suo grano
per morire e
Rinascere.
Magari fosse madre nostra
Perché abbia pietà di noi.
Magari fossimo dipinti sulle rocce,
che il nostro sogno porterà,
come specchi.
Abbiamo visto i volti
Di chi verrà assassinato
Dall’ultimo di noi,
in difesa dell’anima!
Abbiamo pianto sulle feste
dei loro bambini.
Abbiamo visto i volti
di chi lancerà i nostri bambini
dalle finestre di questo ultimo spazio.
Specchi che la nostra stella appenderà!
Dove andremo dopo le ultime frontiere?
Dove voleranno le rondini dopo l’ultimo cielo?
E dove dormiranno gli alberi dopo l’ultimo
respiro d’aria?
Scriveremo i nostri nomi
Con vapore scarlatto,
interromperemo il canto,
perché lo completi la nostra carne lacerata.
Qui moriremo,
qui nell’ultimo passaggio,
qui o forse qui,
pianterà i suoi olivi il nostro sangue.”

 

Mahmoud Darwish, “La terra è stufa di noi”

 

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Un atlante di un mondo difficile

“Ecco una mappa della nostra terra:
qui c’è il Mare dell’Indifferenza, smaltato di sale
Questo è il fiume maledetto che scorre dalla fronte all’inguine,
acqua che non osiamo assaggiare
Questo è il deserto in cui hanno piantato missili come tronchi
Questo è il cesto del pane delle fattorie ipotecate
Qui è dove è nato il rocker
Questo è il cimitero dei poveri
morti per la democrazia
Questo è il campo di battaglia
di una guerra del diciannovesimo secolo la cappella è famosa
Questa è la città marina di mito e storia dove flotte di pescatori
sono andate in rovina
Qui c’era lavoro sul molo
a congelare il pesce paga a ore e nessun contributo
Ecco altri campi di battaglia Centralia Detroit
Ecco le foreste neolitiche le vene di rame d’argento
Ecco i quartieri della desolazione il silenzio si alza come fumo dalle strade
Questa è la capitale del denaro e del dolore: le sue spire
s’infiammano in mulinelli d’aria i suoi ponti stanno crollando
i suoi figli vanno alla deriva in vicoli ciechi segregati
tra spire di filo spinato
Ho promesso di farti vedere una mappa, mi dici, ma questo è un murale
Ebbene sì, lascia stare non c’è una grande differenza
da dove lo guardiamo è la questione.”

Adrienne Rich, “Un atlante del mondo difficile”, da “Cartografie del silenzio”

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Renato Guttuso, “Contadini al lavoro”, 1951

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Essere terra è il nostro risultato

“Essere terra è il nostro risultato
lo scorrere zigzagante e tardivo
di un’idea perpendicolare del corpo. La terra è frutto di una decisione
collettiva – è
autentica fondazione – zappatura.
La piegatura delle sue specie folgora e monda: fonda
uno sguardo orizzontale e chiaro: uno specchio (quasi
di acqua) dal quale sgorgare come flauti – energia verticale
con le vanghe
nella terra inzuppata e cariata dal temporale. Dove termina
il pensiero non resta che constatare
l’esistenza
la soavità della mandria
l’orma
del pitecantropo. Selce
della famiglia eretta
(a sacramento).”

Maria Grazia Calandrone, “Essere terra è il nostro risultato”, da “La macchina responsabile”

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Dicerie sulla terra

“È bassa per il contadino
piegato su di lei per macinarla,
alta per l’alpinista a quattro zampe
sul soffitto del mondo.
Sta sotto l’acqua per il marinaio
che naviga l’oceano.
È rotonda per l’astronomo antico
che vide la sua ombra
stampata sulla luna.
Poca per l’impero
che la voleva tutta.
Un buco nero per il minatore
che sfalda nel cunicolo
il suo burro carbone.
Ha un nocciolo di ferro
per chi la studia a scuola.
È ruggine al tramonto
sul mare che scolora
Giardino per chi la può irrigare,
olio e vino per chi la sa torchiare.
È un facchino e ci sopporta il peso.
È una corsa su ostacoli
per l’ospite spaesato
che scavalca frontiere
sopra il filo spinato.
Ha molte spine ma nessun confine,
chiuderla nei recinti dietro i muri
è impresa vana:
la terra è vento e non si fa arrestare.
Ha l’anima di polvere
e la tosse di cenere,
scatarro di vulcani.
La terra è oggi, ma chissà domani.
Sta dove grida ancora il sangue sparso
dal fratello di Abele,
il primo tempo perso.
È seminata a stelle
dalle notti di agosto
lucide di scintille.
La terra siamo noi
fatti di argilla
e di un soffio venuto da lontano
a riempire e poi scappare via.”
Erri De Luca, “Dicerie sulla terra”
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Foto di Sonia Simbolo
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La mia terra
“La mia terra è una matrona che sogna,
con i polsi distesi come fiumi;
ha stanchezze lontane da riposare, senza mai una vergogna e
Appennini al posto dei cuscini;
ma ha le braccia, molte braccia
contadine e lunghi
solchi come rughe, coltivati
a sudore e sangue;
è infatti vecchia
la mia terra e sa giocare a carte
sul retro dei bar, ma anche
in prima linea farsi saggia, sa
tremare forte con le ginocchia,
sa inciampare, farsi male, sa
perdere i pezzi e sempre
ricostruire.
E ha molte maniche da rimboccarsi,
maniche che sono piantagioni e campi, maniche botteghe, maniche
per le sue più di mille
braccia e un milione di dita
capaci solo di stringere
e afferrare.
Alla mia terra dicono
che ha un brutto mare
e infatti è di terra
la mia terra;
ma chi si piega
con il cuore sfatto di fatica
ha fiducie che sono
vanghe e da sole
spaccano sassi,
impastano case,
fino a fare
fiorire i pesci e le zanzare.
E ha il profumo la mia terra
di scorribande infantili e di selci
e un sentore di bosso e ha
alti pioppi sotto cui piangere,
per poco, poi riandare.
È spaccata in due la mia terra,
ma non si divide, non si perde,
non dimezza, la mia terra raddoppia, moltiplica ciò che ha
avuto in dono.
La mia terra è
tutta colline e bassure
fino alla piana
e se la insegui con gli occhi,
mentre parti coi treni, sembra
un niente di distese, ma mai
quando torni.
Quando torni la mia terra è casa,
c’è sempre un piatto per non morire.
La mia terra è madre di tutti
e non di sé stessa
e la amo mentre annega e le vedo
la punta della fronte riemergere appena,
e mentre arranca e piange e frana
la vedo
che ha braccia larghe
per nuotare, per scavare,
per sollevare e sempre
per stringere, abbracciare.”
Beatrice Zerbini, da “In comode rate”
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Fine del ’68
“Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.”
Eugenio Montale, “Fine del ’68”
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Quasi preghiera
“Madre nostra che sei in terra
che sai del padre e del figlio
che sei sorella e miele latte e fiume
minerale e proteina di pietra e carne
che sai di ere scomparse che sei era presente
vento di Dio volontà di fiori litanie scordate
millenni di alberi fili di bucato al sole
trama sottile di storie d’amore
che s’impara dai panni sporchi
da quello che manca che arriva che si porta
nelle piazze nei vicoli all’anagrafe
tu che insonne sciogli la notte e il dolore
che ti riempi e ti svuoti di inquiete maree
che ti copri di erbe senza nome ne fai strame
di cicatrici di legami nei racconti dell’ombelico
di abissi e risalite di febbri e sudori
perdi sangue con le lune storte
tu che scivoli con coraggio nelle pieghe del giorno
che sposti a mani nude le montagne per
il sentiero dei pochi per una buona sorte
dai larghi fianchi maturano grappoli d’oro
nessun frutto proibito nel tuo giardino
benedetto e puro il respiro dei bambini
appena nati per un po’ sconfiggono l’ultimo drago
per un po’ sollevano il peso del mondo
in loro batte forte il tuo cuore.”
Rosaria Gasparro, “Quasi preghiera”
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Un giardino verde in inverno
“Il mio mondo è il mio mondo
non posso aprirlo davanti a voi
E se anche descrivessi
le statue dei dodici mesi
celate nel fìtto verde
ognuno di voi vedrebbe
un verde diverso
una statua diversa
e non questo verde
E se descrivessi la mia tristezza
apparirebbe ridicola
e infantile
perché la mia tristezza
è piena d’incanto
come un giardino verde
in inverno”
Jaroslaw Iwaszkiewicz, “Un giardino verde in inverno”, da “La mappa del tempo”, 2010 – Traduzione di Francesco Groggia

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Kaoru Yamada

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In una stessa terra

(a Mauro Martini)
“Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta– da brughiera –
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.”
Antonella Anedda, “In una stessa terra”, da “Notti di pace occidentale”
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Je Shen, “Shades of purple”
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Credo nella vita sotto forma terrestre
“Credo nella vita sotto forma terrestre,
tangibile, vagamente rotonda,
meno sferica ai poli,
dappertutto piena di orizzonti.
Credo nelle nuvole, nelle loro pagine,
nitidamente scritte
e negli alberi, soprattutto d’autunno.
(Talvolta mi pare d’essere un albero.)
Credo nella vita come territudine,
come grazia o disgrazia.– Il mio desiderio più grande fu quello di nascere,
e ogni volta continua ad aumentare.
Credo nel dubbio agonico di Dio,
vale a dire, credo che credo,
anche se la notte, da solo,
interrogo le pietre,
ma non sono ateo rispetto a nulla,
tranne che alla morte.”
Eugenio Montejo, da “Terredad” (“Territudine”), 1978, traduzione di Luca Rosi

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Nell’immagine: Foto di Antonio Mora, “Dans la forêt”

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