“Dondolami in questa culla di luna che c’è stasera.”
Fabrizio Caramagna
*****
Nanas de cebolla (Ninnananna della cipolla)
“La cipolla è rugiada
racchiusa e mite.
Rugiada dei tuoi giorni
e le mie notti.
Fame e cipolla,
gelo nero e brina
grande e rotonda.
Nella culla della fame
il mio bimbo stava.
Con sangue di cipolla
s’allattava.
Ma è il tuo sangue, figlio
brina di zucchero,
cipolla e fame.
Una donna di rame
velo di luna
si sparge filo a filo
sopra la culla.
Ridi, piccino:
quando tu lo vorrai
ti porterò la luna.
Il tuo riso è la spada
più vittoriosa,
vincitore dei fiori
e delle allodole.
Rivale del sole.
Futuro delle mie ossa
e del mio amore.
A otto mesi ridi
con cinque fiori.
Con cinque denti,
come cinque boccioli
adolescenti.
Vola, il mio bimbo,
nella sua doppia
luna del petto:
lacrime di cipolla,
ti tengono sveglio.
Dormi mio bimbo,
che tu possa ignorare
ciò che fuori ti aspetta
e che qui avviene.”
Miguel Hernández, “Nanas de cebolla “, da “Cancionero y romancero de ausencias”, 1958
(Miguel Hernàndez compone questa poesia per il suo bambino, Manuel Miguel. Quando la scrive, Miguel è in carcere: il regime franchista, dopo averlo condannato a morte in quanto militante repubblicano, ha commutato la pena in quella di carcere duro, che Miguel sconterà prima a Palencia, poi ad Alicante, dove morirà di tubercolosi a soli 31 anni. E proprio qui, in carcere, riceve una lettera della moglie Josefina: lei e il bambino soffrono la fame, non hanno altro da mangiare che pane e cipolla. E lui risponde con questi versi struggenti, in cui il piccolo si attacca con forza “alla doppia luna del petto” di sua madre, anche se quel petto gronda “lacrime di cipolla”, che non riescono a togliergli la fame.)
*****
Berthe Morisot, “La culla”, 1872

*****
“Apri le imposte e la notte ti assale:
le sue lave, i geyser si mescolano
a chi sei, ai tuoi dolori, alle tue emozioni
ne viene il suono di una antica ninna nanna.”
François Cheng, da “Enfin le royaume”, 2018
*****
Ninna nanna per una città all’imbrunire
“Addormenta i tuoi alti palazzi
che vegliano all’ombra delle pietre.
La notte già libera i suoi gufi.
È ora di mettere via tutte le auto.
Chiudi le palpebre del ponte
affinché riposi il fiume,
i vetri delle finestre che tremano di freddo,
ricopri le tue statue.
Spegni i lampioni che bevono
il rancore di uomini stanchi.
Lascia che le donne sognino il loro desiderio
nel mormorio delle felci.”
Eugenio Montejo, “Ninna nanna per una città all’imbrunire”
*****
Giuseppe Magni, “La ninna nanna”, 1910 circa
*****
“Quasi tutto lascia dei residui.
Quasi tutto, perché ci sono cose che si rifiutano.
Quello che certamente hanno i residui
è la grande varietà.
E questa varietà dipende dall’altro.
Perché ci sono cose intangibili,
che lasciano residui intangibili.
Per contro, ci sono cose così dense, così spesse, che lasciano residui come il piombo.
La disgrazia è di piombo
e l’allegria è trasparente.
Con i residui accadono cose molto strane:
all’inizio ispirano poco rispetto,
tendiamo a considerarli come scarti.
E c’è da dire che, in genere, lo sono,
ma è altrettanto certo che la varietà suole definirli. Perché l’altro marca una distanza,
un modo ingovernabile di esistere
e persino di scomparire.
Le illusioni sono un buon esempio:
appartengono al mondo residuale dell’utopia,
ma a volte sembrano figlie della Legge,
implacabili guardiane.
Lo scarto propriamente detto
è meno appiccicoso del residuo.
Il residuo ha un che di conclusione,
e che resiste a scomparire,
e tuttavia inspiegabilmente si impegna ad esaurirsi. Forse per questo il residuale ci sembra essere tanto.
Qualche volta dovemmo essere qualcosa di completo
e ora siamo questo residuo,
questo rimpianto di quel brandello o scarto
che un tempo
noi contemplammo intatto.”
Francisca Aguirre, “Ninnananna dei residui”, da “Paesaggi di carta”, 2012
*****
Si te veco: me veco
“Si te veco: me veco.
Si mme vire: te vire.
Si tu parle, c’è l’eco
e chist’eco songh’i.
Si te muove: me movo.
Si te sento: me sento.
Si me truove, te trovo…
Si me trovo, si tu!”
Eduardo de Filippo (ninna nanna composta per il figlio Luca)
*****
inna nanna, figlio mio
“Ninna nanna, figlio mio.
Ninna nanna … dove sei, Dio?
Ninna nanna, piccolino.
Ninna nanna ed è già mattino.
Ninna nanna sul mio petto.
Ninna nanna è uno sfinimento.
Ninna nanna tra gli spari.
Ninna nanna ai ripari.
Ninna nanna nel terrore.
Ninna nanna cuore a cuore.
Ninna nanna crolla un muro.
Ninna nanna nessun futuro.
Ninna nanna non finisce.
Ninna nanna si patisce.
Ninna nanna tra le bombe.
Ninna nanna sulle tombe.
Ninna nanna notte scura.
Ninna nanna ho paura.
Ninna nanna tra i bagliori.
Ninna nanna non c’è amore.
Ninna nanna tra i singhiozzi.
Ninna nanna … siam tutti morti.
Dall’orrore di questo mondo,
con le mie braccia,
io ti proteggo,
io ti nascondo.
Chiudi gli occhi,
stringi la mamma.
Ninna nanna … ninna nanna.”
“Dormi, figlia, affinché con te dormano tutte le pallottole vaganti nel mondo…….
Dormi sull’altra sponda di queste parole con le quali ti cullo, meno pesanti della tua ombra, parole che ti insegnai solo a metà e che servono soltanto a farsi invisibili un po’ alla volta. Lontano da te chi semina denti di topo nel suolo umido. Che le zampe del tuo letto siano così alte che non lo sfiori il mare; che i cani non vengano a salmodiare vicino alla porta della tua stanza. Che lo spazio ti sia infedele, inesauribile. E che tutti i paradisi siano già perduti o da perdere. Ho messo nel tuo cuscino radici bianche, fili che scendono fino al penultimo respiro dell’infanzia. Dormi la tua stanchezza levigata: sulla tua fronte resta immobile la soffice pietra della tua risata. Presto verrò a svegliarti, quando il grano del futuro che resta sulla tua pelle sarà germogliato.”
Adalber Salas Hernández (Venezuela), “Ninna nanna”, da “La scienza degli addii”, 2018 – Traduzione di Alessio Brandolini
*****
“Dormi, figlia, affinché con te dormano
tutte le pallottole vaganti nel mondo. Che
si calmino per oggi le ossa scolorite della
terra, che si trattenga il cielo rude
che pende su di noi. Il corpo ti chiede
questa pace in cambio di trattenere la voracità
delle tue mani, il peso affamato di tutte le tue
domande – in cambio della tua statura impaziente
sotto il sole –.
Dormi per coloro che non possono
riposare, contando le gocce di sudore freddo
che la notte lascia sulle finestre. Che il
terrore passi al tuo fianco soltanto come un
mormorio, come il corpo di una giumenta immaginato
nell’oscurità. Che riposi la tua carne stordita
dal suono generato dagli alberi che crescono.
Dormi sull’altra sponda di queste parole
con le quali ti cullo, meno pesanti della
tua ombra, parole che ti insegnai solo a metà
e che servono soltanto a farsi invisibili
un po’ alla volta. Lontano da te chi semina
denti di topo nel suolo umido. Che
le zampe del tuo letto siano così alte che non
lo sfiori il mare; che i cani non vengano
a salmodiare vicino alla porta della tua stanza.
Che lo spazio ti sia infedele, inesauribile.
E che tutti i paradisi siano già perduti o
da perdere. Ho messo nel tuo cuscino radici bianche,
fili che scendono fino al penultimo respiro
dell’infanzia. Dormi la tua stanchezza levigata: sulla
tua fronte resta immobile la soffice pietra della tua risata.
Presto verrò a svegliarti, quando il grano
del futuro che resta sulla tua pelle sarà germogliato.”
Adalber Salas Hernández (Venezuela), “Ninna nanna per Malena”, da “La ciencia de las despedidas” (“La scienza degli addii”), 2018 – Traduzione di Alessio Brandolini
*****
Harold Feinstein
*****