Linguaggi

μύθος, il mito: l’arte di raccontare

05.12.2021
“La mitologia non è una bugia, la mitologia è poesia, è metafora.
E’ stato giustamente detto che la mitologia è la penultima verità
– penultima perché l’ultima non può essere espressa con delle parole.
E’ oltre le parole.”
Joseph Campbell
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Mattia Preti (da alcuni attribuito a Caravaggio), “Omero”, 1635 circa
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Padre Omero
“Non sappiamo se era uno, o molti.
Non sappiamo nemmeno se sia mai esistito
o se lo abbiamo inventato noi
per dare un autore e un mito
alle poesie che hanno fondato
il mondo in cui viviamo.
Le orbite vuote dei suoi occhi
illuminavano come due soli
le acque, le isole e le spiagge del Mediterraneo.
Non sappiamo nemmeno se le storie
che cantava
avevano radici nella vera storia
o erano fantasticate
dalla sua incandescente immaginazione.
Suppongo che fosse un vecchio gentile ed eccentrico
che intratteneva anziani e bambini
con avventure favolose di guerrieri e mostri
in un momento insolito in cui Uomini e Dei erano intrecciati,
e le battaglie si vincevano
con cavalli di legno, magie ed elisir.
Lo vedo tra le ombre e lo scoppiettio dei fuochi da campo,
in villaggi profumati d’olio e vino,
suonare la sua lira
accompagnato dal mormorio del mare
e dai postumi della sbornia,
circondato da volti pieni di aspettativa.
La sua fantasia e le sue parole abbellivano gli aneddoti
che i marinai riportavano dai loro viaggi:
le canzoni voluttuose delle sirene,
i morsi di Scilla e il soffio di Cariddi
che affondavano le barche a vela
e i naufraghi che Polifemo inghiottì.
Nel cuore dei loro miti
pulsavano i pettegolezzi degli anziani,
i lamenti delle vedove
e le litanie delle madri
i cui figli erano stati rapiti dai pirati
per essere trasformati in vogatori.
Immagino la sua testa come un vulcano che scoppietta non di lava e fuoco ma di storie,
una sinfonia di eroismi, apparizioni, incubi, spavalderia, amore, stregoneria
e sontuose celebrazioni di Dei e Dee con uomini e demoni.
Nessuno sapeva da dove venisse
né dove stesse andando.
La sua barba era bianca
e i suoi occhi blu, prima di svuotarsi.
La sua tunica aveva mille rattoppi
e i suoi sandali consumati
avevano fatto il giro del mondo e dell’aldilà.
Il fascino della sua voce,
la dolcezza delle sue parole,
il colore e la fosforescenza con cui narrava,
evocavano le nostre storie con la forza contagiosa della danza e della musica,
la strada in cui inseguiva nel sogno
i suoi ascoltatori,
li invogliava ad imparare i suoi versi
a memoria
per tramandarli da genitori a figli,
di città in città, e di secolo in secolo, secondo il loro volere.
Grazie, grande Vecchio, inventore dell’Occidente.
Quanto sarebbe povera la nostra storia,
senza le tue storie.
Quanto mediocri i nostri sogni,
senza i tuoi sogni!”
Jorge Mario Pedro Vargas Llosa, “Padre Omero”
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Joseph Wright of Derby, “Penelope disfa la sua tela alla luce di una candela”, 1783
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Penelope
“Non è che non lo riconobbe alla luce del focolare;
non erano
gli stracci da mendicante, il travestimento – no;
segni evidenti:
la cicatrice sul ginocchio, il vigore, l’astuzia nello
sguardo. Spaventata,
la schiena appoggiata alla parete, cercava una scusa,
un rinvio, ancora un po’ di tempo, per non rispondere,
per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,
vent’anni di attesa e di sogni, per questo miserabile
lordo di sangue e dalla barba bianca? Si accasciò muta
su una sedia,
guardò lentamente i pretendenti uccisi al suolo, come
se guardasse
morti i suoi stessi desideri. E “Benvenuto” disse,
sentendo estranea, lontana la propria voce. Nell’angolo
il suo telaio
proiettava ombre di sbarre sul soffitto; e tutti gli uccelli
che aveva tessuto
con fili vermigli tra il fogliame verde, a un tratto,
in quella notte del ritorno, diventarono grigi e neri
e volarono bassi sul cielo piatto della sua ultima rassegnazione.”

Ghiannis Ritsos, “La disperazione di Penelope”

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La tela

“Sta al suo telaio Penelope
Da molte lune ha iniziato l’impresa
e di giorno tesse ciò che di notte
scioglie, nodo su nodo
ché non sa cosa fare della tela
e la sua trama mal s’adatta all’ordito.
Penelope – belle braccia
figlia di Icario e Peribea di Sparta
anatrella pietosa
ceduta in cambio d’una corsa
a un re pastore, affascinante e infido
moglie senza sposo e senza quiete
attende, e affida agli dei il suo pavido cuore.
Confida nella celeste Atena, la stratega
tessitrice d’Olimpo, potente e battagliera.
Chiede saggezza Penelope
e uno scorcio di luce, finalmente
ché senno e discernimento occorrono
a una donna, se sola deve vivere
e gestire la necessaria sorte.
Finché un giorno, finalmente
come un baleno una luce si accende
tra i tremori del seno, e la mano
comincia a districare i gomitoli
per il disegno che nella mente
lesto s’affaccia, e vive.
Finalmente la tela si distende
la trama si fa più chiara
la mano veloce corre sul telaio
e intreccia fili perfetti di misura
e colore. Il disegno compare.
La regina finalmente sa dove
lo porterà, a quale compimento
ma a nessuno lo dice. Il cuore tace
e la voce obbedisce, premuta dentro il petto.
Nel chiuso della regal stanza
in solitudine, Penelope traccia
la sua mappa di vita, la strada del tesoro.
Né gli sciocchi Proci né Ulisse
tessitor d’inganni, a confonderla ancora.
E’ del suo destino che si tratta.
E’ la regina, e sua è l’isola e la vita
di chi si affida al suo valore.
Degli uomini ha imparato a fare a meno
e anche del letto condiviso. Il suo progetto
ha a che fare con destini di donne.
Le sue ancelle, le sorelle, il gineceo accogliente.
Ormai ha capito, la rete è sempre più precisa
e nessuno oltre a lei mai la vedrà.
Non cerca più consigli né futile consenso
Penelope trecce lucenti.
A nessuno sarà dato raccontarla.
Lei è la regina e Omero è cieco.”
Silvana Sonno, da “E’ l’amore delle donne come l’araba fenice”
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Evelyn De Morgan, “Cassandra”, 1878
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Monologo per Cassandra
“Sono io, Cassandra.
E questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa è la mia testa piena di dubbi.
È vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se mai fossero esistiti.
Ora rammento con chiarezza:
la gente al vedermi si fermava a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde –
nessuno la finiva in mia presenza.
Li amavo.
Ma dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e nulla è più facile che vedere la morte.
Mi spiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.
Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di –
È andata come dicevo io.
Solo che non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo è il mio ciarpame di profeta.
E questo è il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.”
Wislawa Szymborska, “Monologo per Cassandra”, da “Uno spasso”, 2009
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Orfeo e Euridice

 

“Gli dei mentivano. Non potevi tornare,
è certo.
Noi lo sapevamo.
Ma quante volte
tornai a quella carezza e
il tuo ultimo
sguardo.
Null’altro
potevo avere.
Volli assaporarlo
fino in fondo.
Non capirono.
Istante di eternità
che ancora una volta
ci rese complici,

oltre la morte.”

 

Dino Borcas, “Orfeo e Euridice”

 

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Catharine Adelaide Sparks, “Orfeo e Euridice”

 

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Euridice
“Euridice ritornò agli inferi.
Quello che era difficile
era il viaggio, che,
all’arrivo, è dimenticato.
La transizione
è difficile.
E muoversi tra due mondi
in modo particolare;
la tensione è molto grande.
Un passaggio
colmo di rimpianto, d’intenso desiderio,
a cui abbiamo, nel mondo,
un qualche vago accesso o memoria.
Solo per un momento
quando il buio dell’oltretomba
si diffuse di nuovo intorno a lei
(gentile, rispettoso),
solo per un momento poté
un’immagine della bellezza della terra
raggiungerla di nuovo, bellezza
per cui lei si doleva.
Ma vivere con l’umana miscredenza
è tutta un’altra cosa.”
Louise Glück, da “Nuovi poeti americani”, 2006 – Traduzione di E. Biagini

 

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Orfeo e Euridice
“In piedi sui lastroni del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo si piegava nel vento impetuoso,
che sbatacchiava il suo cappotto, sollevava gomitoli di nebbia,
si rivoltava tra le foglie degli alberi. Le luci delle auto
a ogni soffio di nebbia si smorzavano.
Si fermò di fronte alle porte a vetri, incerto
se gli bastassero le forze per quest’ultima prova.
Ricordava le sue parole: «Tu sei buono».
Non ci credeva poi tanto. I poeti lirici
hanno di solito, come sapeva, un cuore freddo.
È questa in fondo la loro condizione. La perfezione dell’arte
non si ottiene senza questa menomazione.
Soltanto il suo amore lo riscaldava, lo umanizzava.
Quando era con lei, aveva anche un’altra opinione di sé.
Non poteva deluderla ora, che era morta.
Spinse la porta. Percorse il labirinto dei corridoi. Ascensori
La luce livida non era luce, ma crepuscolo terreno.
Cani elettronici lo superavano senza un fruscio.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento, all’ingiù.
Sognava. Aveva la sensazione di trovarsi nel Nulla.
Sotto migliaia di secoli raggelata,
su una traccia cinerea ove le generazioni arsero,
questo regno sembrava non avere né fondo né limite.
Lo circondavano volti di ombre in ressa.
Alcuni li riconobbe. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva forte la propria vita assieme con la sua colpa
ed ebbe paura di incontrare quelli a cui aveva fatto del male.
Ma loro avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti.
Per difendersi aveva la lira a nove corde,
nella quale portava la musica terrestre contro l’abisso
che seppellisce ogni suono col silenzio.
La musica lo dominava. Era allora privo di volontà.
Si abbandonava alla dettatura della canzone, come rapito.
Come la sua lira, diventava solo uno strumento.
Finché non giunse al palazzo dei signori di quella terra.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli rinsecchiti,
nero di rami nudi e di fuscelli bitorzoluti,
ascoltava dal suo lugubre trono di ametista.
Cantò il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
La fumante acqua della rosea alba.
I colori: cinabro, carminio,
terra di Siena, azzurro,
Il piacere di nuotare in mare vicino alle scogliere di marmo.
Banchettare sulla terrazza affacciata sul chiasso di un porto di pescatori.
Il sapore del vino, del sale, dell’olio, della senape, delle mandorle.
Il volo della rondine, del falco, dello stormo
di pellicani sopra la baia.
Il profumo del mazzo di lillà sotto la pioggia estiva.
Il fatto che aveva composto sempre parole contro la morte
e nessun dei suoi versi glorificava la ricerca del nulla.
Non so, disse la dea, se l’amavi,
ma sei venuto fin qui, per salvarla.
Ti sarà restituita. A una condizione però.
Non ti è permesso parlare con lei. E nella strada del ritorno
voltarti, per vedere se ti stia dietro.
Ed Ermes portò Euridice.
Il suo volto non era quello di sempre, completamente grigio,
le palpebre abbassate, e, al di sotto, l’ombra delle ciglia.
Avanzava rigidamente, guidata dalla mano
del suo accompagnatore. Di pronunciare il suo nome
aveva una gran voglia, di risvegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo di aver accettato la condizione.
Si mossero. Prima lui, e dietro, ma non subito,
lo scalpiccio dei sandali del dio e il leggero calpestio
delle gambe di lei strette dal vestito come da un velo funebre.
Il ripido sentiero sotto la montagna fosforeggiava
nelle tenebre, come le pareti di un tunnel.
Si fermava e ascoltava. Ma anche loro
si arrestavano, l’eco si affievoliva.
Quando riprendeva il cammino, allora si sentiva il loro duplice passo,
a tratti gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Nella sua fede aumentò il dubbio
e si avvinghiò a lui come una fredda edera.
Incapace di piangere, pianse sulla perdita
dell’umana speranza nella resurrezione dei morti.
Perché adesso era come un qualsiasi mortale,
la sua lira taceva e nel suo sogno era senza difesa.
Sapeva che doveva aver fede e non ne era capace.
Così rimase per quello che sembrò un tempo interminabile
contando i suoi passi nel torpore semicosciente.
Albeggiava. Apparve un anfratto roccioso
sotto l’occhio luminoso dell’uscita sotterranea.
E avvenne ciò che aveva intuito. Quando voltò la testa,
dietro di lui sul sentiero non c’era nessuno.
Sole. E cielo, e là le nuvole.
Soltanto ora esplose dentro di lui il grido: Euridice!
Come farò a vivere senza di te, o mio conforto.
Ma l’erba profumava, ronzavano basse le api.
E si addormentò, con la guancia sulla tiepida terra.”
Czesław Miłosz (Polonia) “Orfeo e Euridice”, – Traduzione di Francesco M. Cataluccio

 

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 Jean Veber, “Ulisse e Nausicaa”, 1888

 

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Nausicaa

 

“La vita non sempre fa male,
può stracciarti le vele, rubarti il timone,
ammazzarti i compagni a uno a uno,
giocare ai quattro venti con la tua zattera,
salarti, seccarti il cuore
come la magra galletta che ti rimane,
per regalarti nell’ora
dell’ultimo naufragio
sulle tue vergogne di vecchio
i grandi occhi, il radioso
innamorato stupore
di Nausicaa.”

 

Gesualdo Bufalino, “Nausicaa”

 

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John William Waterhouse, “Penelope and the Suitors”,1912

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Edipo e la Sfinge

“Molto tempo dopo Edipo, vecchio e accecato, camminava per le
strade. Sentì un odore familiare. Era
la Sfinge. Edipo disse, “Ho una domanda.
Perché non ho riconosciuto mia madre?” “La tua risposta
era sbagliata”, disse la Sfinge. “Ma era quella che ha reso
tutto possibile”, disse Edipo. “No”, lei disse.
“Quando ho chiesto: che cos’è che cammina a quattro zampe la mattina,
due il giorno, e tre la sera, hai risposto:
l’Uomo. Non hai parlato della donna.”
“Quando si dice Uomo”, disse Edipo, “sono comprese anche
le donne. Lo sanno tutti.”
Lei disse, “È quello che pensi tu.”
Muriel Rukeyser (poetessa e attivista politica), “Mito”
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Antigone
“Esci dalla penombra e cammina
davanti a noi un poco,
gentile, con il passo leggero
della donna risoluta a tutto, terribile
per i terribili
Distolta a forza
io so, come temevi la morte, ma
ancora più ti faceva orrore
la vita indegna
E non fosti indulgente
in nulla verso i potenti, e non scendesti
a patto con gli intriganti, e non
dimenticasti mai l’ingiuria e sui loro
misfatti non crebbe mai l’erba.”
Bertolt Brecht, da “Antigone. Variazione sul mito”

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John William Waterhouse, “Perseo e Danae salvati nell’isola di Serifos”

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Lamento di Danae
“Quando la trascinavano
nella cassa costruita ad arte,
il vento che soffiava e la furia del mare,
(Danae) si abbatté per lo sgomento,
e con le guance bagnate di pianto
intorno a Perseo passò il suo braccio
e disse: “ O figlio, che pena è la mia!
Ma tu dormi, piccolo cuore ignaro, e riposi
su (questo) triste legno: risplendi
nella notte inchiodata col bronzo
e nella tenebra cupa disteso.
L’acqua del flutto, che alta
passa sulla tua chioma, non curi,
né il rombo del vento, col bel viso
adagiato in un rosso mantello.
Ma se per te fosse terribile
ciò che davvero è terribile,
tenderesti il tenero orecchio alle mie parole.
Ma, ti prego, dormi, piccolo, e s’acquieti
il mare, e abbia tregua l’immane sventura.
E un qualche cambiamento si manifesti
da parte tua, o padre Zeus.
Se poi pronuncio una preghiera audace
e contraria alla giustizia,
concedimi il tuo perdono.”
Simonide di Ceo, “Lamento di Danae”, Frammento 13 Diehl, VI secolo a. C.
(Avendo appreso da un oracolo che sarebbe stato ucciso da un nipote, Acrisio, re di Argo, fa rinchiudere la figlia Danae in una torre di bronzo. Zeus, però, incantato dalla sua bellezza, la feconda trasformandosi in pioggia d’oro.
Danae mette al mondo un figlio, che chiama Perseo e che cerca disperatamente di nascondere agli occhi di suo padre.
Quando Acrisio scopre la verità, fa rinchiudere lei e il bambino in una cassa inchiodata, che viene gettata in mare.)
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John William Waterhouse, “Ariadne”, 1898
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Il dedalo
“Io ringrazio di tutto cuore
chi non mi ha amato — chi mi ha piantata
in Nasso, ché il mio asso nella manica
è un sasso fermo immobile,
è sabbia una volta troppo mobile
avvezza a mutare forma e volto.
Nella mia turchina tunica
mi accorgo ora mentre mi volto
indietro a guardarvi tutti in fila —
se un giorno sarò priva di morte
la mia sorte benedetta sarete
stati tutti voi. Sarete giusto la trafila
di tanti pianti tramutati in alti voli.”
Lara Pagani, “Il dedalo”
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Demetra in lutto
“Niente può consolarmi. Potete portare seta
per far sospirare la mia pelle,
dispensare rose gialle
come fa qualche vecchio dignitario.
Potete continuare a ripetermi
che sono insostenibile (questo lo so):
eppure, nulla tramuta l’oro in granoturco,
non vi è nulla di dolce per il dente che vi si frantuma.
Non chiederò l’impossibile;
a camminare si impara camminando.
Col tempo scorderò questo mio traboccare di vuoto,
potrò sorridere ancora a
un uccello, forse, che abbandona il nido
–ma non sarà felicità,
poiché quella, io, l’ho conosciuta.”
Rita Dove, da “L’imprevedibile esattezza della grazia”
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Evelyn De Morgan, “Demetra in lutto per Persefone”,1906
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Agamennone
“Guardiano:
Dio, fa’ che finisca presto questa pena!
Da anni ed anni sto qui, senza pace,
come un cane, in questo lettuccio
della casa degli Atridi, ad aspettare.
Conosco ormai tutti i segni delle stelle,
specie di quelle che ritornano
con l’estate e l’inverno, e in cui traspare,
di fuoco, l’altro mondo. So tutto, di loro,
le nascite, i crepuscoli… E sono
sempre qui: ad aspettare il segno
della lampada, la fiammata che porti
notizie da Troia, la parola vittoria!
La stessa angoscia che prova una donna
quando cerca l’amore. Ah, mentre sto qui,
in questo lettuccio bagnato di rugiada,
che mi tiene, la notte, lontano dai miei,
in questo lettuccio che non conosce i sogni
(è la paura, lei sola
-e non il sonno-
che vive, che non mi lasci mai chiudere
le palpebre al sonno), se ho voglia
di cantare, o di fischiettare, e così
cercare, col canto, di vincere il sonno,
invece, piango: perché penso al destino
di questa casa, alla sua gioia di un tempo.
Ah, vedessi oggi la fine della mia pena,
e splendesse il fuoco segnale di gioia!”
Eschilo, da “Agamennone”, in “L’Orestiade”, traduzione di Pier Paolo Pasolini
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Nell’immagine in evidenza: John William Waterhouse, “Psiche apre la porta del giardino di Cupido”, 1904

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