Affabulazioni

Parole in cammino

17.12.2021

FINESTRA SU QUESTO LIBRO

Una tavola rabberciata, alcuni vecchi caratteri mobili di piombo o di legno, una pressa che forse usò lo stesso Gutenberg: è il laboratorio di José Francisco Borges nel paese di Bezerros, nell’interno del Nordovest brasiliano.

L’aria odora d’inchiostro, di legno. Le tavole di legno, in alte pile, aspettano che Borges le incida, mentre le silografie fresche di stampa si asciugano appese a fili di ferro. Con il suo volto intagliato nel legno Borges mi guarda senza dire una parola.

Nell’era della supremazia televisiva, Borges continua a essere un artista legato all’antica tradizione libraria. In piccoli opuscoli racconta avvenimenti e leggende: lui scrive i versi, realizza le incisioni, stampa, si carica i libretti sulle spalle e li va a vendere nei mercati, di paese in paese, cantilenando le gesta di personaggi reali o fantastici.

Sono andato nel suo laboratorio per chiedergli di lavorare insieme. Gli spiego il mio progetto: immagini sue, la sua tecnica d’incisione, e parole mie. Lui tace mentre io continuo a parlare, a spiegare. Ma lui niente.

E continuiamo così, fino a che me ne rendo conto: le mie parole sono vuote. Sto battendo sul tasto sbagliato. Ciò che non è reale non si spiega, non si comprende: si percepisce, si palpa impercettibilmente. E allora smetto di spiegare e inizio a raccontargli. Gli racconto le storie di orrore e di delizie che voglio scrivere, voci raccolte per strada e sogni a occhi aperti, realtà farneticate e deliri realizzati, parole erranti che ho trovato o che mi hanno trovato.

Gli racconto le storie, e così nasce questo libro.

FINESTRA SULLA PAROLA (I)

Chi canta i racconti e chi li racconta può farlo solo mentre cade la neve. Così vuole la tradizione. Gli indiani del Nordamerica stanno molto attenti a questa faccenda dei racconti. Dicono che quando si racconta una storia, le piante non si preoccupano di crescere e gli uccelli dimenticano di nutrire i piccoli.

 

FINESTRA SULLA PAROLA (II)

Ad Haiti non si possono raccontare storie durante il giorno. Chi racconta di giorno merita che gli accada una disgrazia: la montagna gli lancerà in testa una pietra, sua madre potrà solo camminare a quattro zampe.
Le storie si raccontano di notte, perché di notte il sacro è reale, e chi sa raccontare racconta sapendo che il nome è quella cosa che il nome nomina.

 

FINESTRA SULLA PAROLA (III)

In lingua guaraní, ñe’è significa “parola” e significa anche “anima”.
Gli indigeni guaraní credono che coloro che mentono o abusano della parola tradiscano l’anima.

 

FINESTRA SULLA PAROLA (IV)

Magda Lemonnier ritaglia parole dai giornali, parole di tutte le misure, e le conserva in alcune scatole. Nella scatola rossa conserva le parole di rabbia. Nella scatola verde le parole d’amore. Nella scatola azzurra le parole neutrali. Nella scatola gialla le parole tristi. Nella scatola trasparente conserva le parole magiche.
Talvolta lei apre le scatole e le rovescia sul tavolo, affinché le parole si mescolino a casaccio. Allora, le parole le raccontano quando accade e le annunciano quanto accadrà.

 

FINESTRA SULLA PAROLA (V)

Javioer Villafañe ricerca invano la parola che gli è sfuggita proprio nel momento in cui stava per dirla. Dove se ne sarà andata quella parola che aveva sulla punta della lingua? Ci sarà un luogo dove si riuniscono le parole che non hanno voluto rimanere? Un regno delle parole perdute? Le parole che ti sono sfuggite, dove ti staranno aspettando?

 

FINESTRA SULLA PAROLA (VI)

La A presenta le gambe aperte.
La M è un saliscendi che va e viene dal cielo all’inferno.
La O, chiusa circonferenza, ti toglie l’aria.
La R, come si sa, è incinta.
“Tutte le lettere della parola AMOR sono pericolose” constata Romy Diaz-Perera.
Quando le parole escono dalla bocca, lei le vede disegnate nell’aria.

 

FINESTRA SULLA PAROLA (VII)

Era prigioniero da oltre vent’anni, quando la scoprì.
La salutò con la mano, dalla finestra della sua cella, e lei gli rispose dalla finestra della sua casa.
Poi, le parlò con stracci colorati e con lettere cubitali. Le lettere formavano parole che lei leggeva con un binocolo. Lei rispondeva con lettere più grandi perché lui un binocolo non ce l’aveva.
E così andò crescendo l’amore.
Ora Nela e Negro Viña si siedono schiena contro schiena. Se uno se ne va, l’altro cade.
Vendono vino di fronte alle rovine del carcere di Punta Carretas, a Montevideo.

 

FINESTRA SULLA PAROLA (VIII)

I forestieri erano arrivati e il rabbino non aveva nulla da offrire loro. Allora il rabbino andò dall’orto e gli parlò. Parlò alle piante con parole che venivano, come loro, dalla terra irrigata. Le piante accolsero queste parole e subito maturarono e diedero fiori e frutti. Così il rabbino poté onorare i suoi ospiti.
Lo racconta la Cabala e la Cabala racconta che il figlio del rabbino volle rifarlo, ma l’orto rimase sordo alle sue parole e nessuna pianta gli credette e neppure crebbe.
Il figlio del rabbino non ci riuscì. Ma, il rabbino? Fu in grado il rabbino di ripetere la sua stessa impresa? La Cabala non lo racconta. Cosa accadde al rabbino se l’arancio, il pomodoro, il gelsomino non gli risposero mai più?
Sa tacere la parola quando ormai non si trova più nel momento in cui è necessaria, né nel luogo che ne ha bisogno? E la bocca, sa morire?

 

FINESTRA SUL TEMPO

A Cajamarca in gennaio è tempo di tessere.

In febbraio compaiono i fiori delicati e le fasce colorate. I fiumi risuonano, è carnevale.

In marzo le mucche partoriscono e le patate germogliano.

In aprile, epoca silenziosa, crescono le pannocchie del mais.

In maggio si raccoglie.

Negli aridi giorni di giugno si preparano i campi.

In luglio ci sono feste e matrimoni; i cardi del Demonio si fanno strada nei solchi.

Agosto, dal cielo rosso, è tempo di venti e di epidemie.

Con la luna piena, mai con la luna calante, si semina in settembre.

Ottobre scongiura il Signore di far piovere.

In novembre comandano i morti.

In dicembre si celebra la vita.

 

FINESTRA SULL’ESSERE E SUL FARE

Liscia è la pelle della stiratrice.

Lungo e appuntito è chi ripara gli ombrelli rotti.

La pollivendola sembra un pollo spennato.

Brilla una luce demoniaca negli occhi dell’inquisitore.

Ci sono due monete tra le palpebre dell’usuraio.

I baffi dell’orologiaio segnano le ore.

Sono dotate di tasti le mani della funzionaria.

La guardia carceraria ha la faccia da delinquente e lo psichiatra faccia da pazzo.

Il cacciatore si trasforma nell’animale cacciato.

Il tempo rende gemelli gli amanti.

Il torturato tortura i sogni del suo carnefice.

Il poeta rifugge dalla metafora che trova nello specchio.

 

FINESTRA SULL’UOMO DI SUCCESSO

Non può guardare la luna senza calcolarne la distanza. Non può guardare un albero senza calcolarne la legna. Non può guardare un quadro senza calcolarne il prezzo. Non può guardare un menù senza calcolarne le calorie. Non può guardare un uomo senza calcolarne il vantaggio. Non può guardare una donna senza calcolarne il rischio

STORIA DELL’UOMO CHE VOLEVA PARTORIRE

Le donne? Una razza inferiore, come i negri, i poveri e i pazzi. Incapaci di libertà, come i bambini. Destinate a piangere, a gridare, a sparlare del prossimo e a cambiare opinione e pettinatura ogni giorno. A letto e in cucina talvolta danno piacere. Al di fuori di questo, causano solo dispiaceri.

Don Seráfico era sempre stato un uomo con le idee chiare. Adesso, però, sulla via del tramonto, una stupida idea gli annebbiava il cervello. C’era qualcosa nelle donne che non gli ispirava né disprezzo né pena. Per quanto fosse duro riconoscerlo, le invidiava: loro potevano essere abitate e lui no; loro potevano essere due e lui no. Don Seráfico non si lamentava della vita, che gli aveva offerto molto godimento e buona fortuna; tuttavia lui non aveva mai partorito e lo indignavano i privilegi altrui. Non era disposto a lasciare il mondo senza aver vissuto l’esperienza del parto: «Partorirò un bambino», giurò, «o, se non altro, una bambina».

In quei giorni nelle montagne vicine ci fu un altro giuramento. I cacciatori avevano preparato le loro trappole e la tigre vi era caduta. La tigre supplicò una scimmietta che si dondolava appesa a un ramo di aiutarla, ma la scimmia si mostrò malfidente. La tigre allora giurò e spergiurò: «Sarò tua schiava». La scimmia aprì la tagliola e se ne andarono. La tigre apriva il passo, sgombrando il terreno che la scimmia doveva calpestare. Quando la scimmia si sedeva a riposare, la tigre le faceva aria con una foglia di banano.

Don Seráfico entrò nella tenda della comare Juana Obánla, mise ai suoi piedi un mucchio di banconote e le disse che non voleva né una moglie, né tantomeno un marito, né un marinaio, e neppure lo Spirito Santo.

Juana Obánla era la maga di Camajuaní. Senza chiocciole, carte o sfere di cristallo traeva buoni auspici, consolava disgrazie e mescolava il possibile con l’impossibile.

La maga si grattò la testa, meditò. E rimase assorta, ruminando pensieri, fino a che si ricordò che i figli sono fatti degli stessi materiali dei sogni e degli incubi. Allora preparò la pozione: sette cucchiaiate di carbonio, diciassette di idrogeno, una di azoto e tre di ossigeno.

Per tutto il giorno la tigre fu un fedele servitore. Quando però scese la notte, il felino posò una zampa sulla spalla della scimmia e non per abbracciarla, bensì per palparla: accarezzandosi il petto commentò che noi tigri non divoriamo la luna per compassione della notte, che resterebbe al buio. Subito la scimmia le spiegò che poca soddisfazione ti darebbe la mia carne malata di epatite, malaria, sifilide e AIDS.

«Di qualcosa bisogna morire», rifletté la tigre, mentre la scimmia se la svignava scomparendo con un balzo.

Nove lune passarono.

Don Seráfico, lungi dall’avere un bambino o una bambina nella pancia, si sentiva distrutto per lo scompiglio di duecentosettanta notti di incessante baraonda. Non appena appoggiava la testa sul cuscino e chiudeva gli occhi, il sogno lo obbligava a compiere estenuanti prodezze: correva senza sosta, per tutta la notte, inseguito da un treno impazzito che gli schiacciava i talloni; o si arrampicava su un palo insaponato mentre dei coccodrilli lo aspettavano di sotto, con le fauci spalancate; o trascorreva tutta la notte facendo l’amore con le undicimila vergini della scorta di Nostra Signora della Carità del Rame che, una dopo l’altra, lo assalivano ballando la danza del ventre e lo strapazzavano gettandosi nude tra le sue braccia.

Si svegliava ridotto uno straccio. Si trascinava a fatica fino al cortile e si gettava acqua fredda sul volto, timoroso che dalla sorgente sgorgassero parole o lucertoline, al posto dell’acqua.

Quando la nona luna illuminò la foresta, la tigre e la scimmia erano ormai allo stremo delle forze; tuttavia, l’inseguitrice non abbandonava la ricerca della sua cena fuggitiva. I suoi passi risuonavano stanchi, ma facevano crepitare le foglie secche e le sue orecchie continuavano a fischiare, annunciando il balzo fatale; i suoi afoni ruggiti chiamavano la profuga e le offrivano saliva per inumidirti, lingua per serrarti in un angolo, denti per triturarti. Era così di giorno, nell’ora dei colori, ed era così di notte, nell’ora degli aromi.

Don Seráfico aveva ormai due problemi: continuava a non partorire e subiva il tormento del sogno incessante. Andò fino in città, ricorse ai rimedi della scienza. Pagò per una visita doppia dell’eminenza grigia più in vista. Il dottor Bonfín lo ascoltò senza batter ciglio. Don Seráfico gli spiegò che aveva deciso di partorire dal proprio ventre, senza donna, il principe che avrebbe incoronato la sua stirpe, e gli promise tutto quello che possedeva in cambio della formula della gravidanza maschile. Il dottor Bonfín lo avvisò: «Partorire è doloroso». Gli mise quindi un imbuto in bocca e con un tappo gli chiuse la bocca a tergo. Si avvicinò al paziente e gli somministrò con l’imbuto un recipiente colmo di olio di ricino. Quindi, don Seráfico gli chiese la ricetta contro il tormento degli incubi che lo perseguitavano. Il dottor Bonfín si limitò a chiedergli se dormiva con le braccia sopra o sotto le coperte, con i pugni chiusi o con le mani aperte.

Don Seráfico non riuscì mai più a chiudere occhio in tutta la sua vita, ma quel pomeriggio uscì dal consultorio in avanzato stato di gravidanza.

A prudente distanza dal nemico, la scimmia schiacciò un pisolino in cima a una guásima.

Stava dormicchiando quando sentì dei lamenti umani. Si sporse: sotto le frasche c’era un uomo gonfio accovacciato. Con la sua enorme pancia appoggiata per terra, don Seráfico gemeva, sudando freddo, sudando caldo. La scimmia scivolò a terra e si sedette, silenziosa, a contemplare lo spettacolo.

Quando il tappo saltò via e quella sfera scoppiò, un tuono spaventoso fece tremare il mondo e la scimmia fece un balzo.

Don Seráfico, sgonfiato, senza pancia, riuscì a vederlo e, in lacrime, piagnucolò: «È bruttino, ma non ha importanza».

 

STORIA DELL’ALTRO

 

Lei prepara la colazione, come tutti i giorni.

Come tutti i giorni, lei porta suo figlio a scuola.

Come tutti i giorni.

Allora, lo vede. Lo vede all’angolo, riflesso in una pozzanghera, contro il marciapiede, e per poco non la schiaccia un camion.

Poi, lei se ne va al lavoro. E lo vede ancora, nella vetrata di un’osteriaccia e lo vede nella folla che l’entrata della metropolitana inghiotte e vomita.

Verso sera, suo marito la viene a prendere. Entrambi vi state dirigendo verso casa, taciturni, respirando il veleno dell’aria, quando lei lo vede ancora nel turbine delle strade: quel corpo, quel viso che senza parole domanda e chiama.

Da allora lei lo vede con gli occhi aperti, in ogni cosa che guarda, e lo vede con gli occhi chiusi, in ogni cosa che pensa, e con i suoi occhi lo tocca.

Quest’uomo viene da un luogo che non è questo luogo e da un tempo che non è questo tempo. Lei, madre di, sposa di, è l’unica che lo vede, l’unica che può vederlo. Lei ormai non ha più voglia di nessuno, voglia di niente, ma ogni volta che lui fa capolino e svanisce lei sente un inevitabile bisogno di ridere e di piangere tutte le risa e tutto il pianto che ha ingoiato nel corso degli anni, risa pericolose, pianti proibiti, segreti nascosti in chissà quale meandro interiore.

E quando giunge la notte, mentre suo marito sta dormendo, lei gli gira le spalle e sogna di svegliarsi.


Eduardo Galeano, da “Las Palabras andantes / Parole in cammino”

***********

Nell’immagine: Incisione di José Francisco Borges 

Lascia un commento