Mio caro signor Kappus,
è trascorso molto tempo da quando ho ricevuto la sua ultima lettera. Non mi serbi rancore per questo; prima il lavoro, poi fastidi, e infine la salute cagionevole mi hanno impedito di continuo la risposta, che era mio intento farle pervenire da giorni buoni e sereni. Ora mi sento di nuovo un pò meglio (l’inizio della primavera con i suoi passaggi bruschi, capricciosi, si è fatto molto sentire anche qui) e mi accingo, caro signor Kappus, a salutarla e a dirle (e lo faccio di tutto cuore) questo e quello della sua lettera, come meglio so.
Lo vede: ho trascritto il suo sonetto, perchè mi sembrava fosse bello e semplice e nato nella forma in cui procede con così sommesso decoro. Sono i versi migliori tra quelli che di lei ho potuto leggere. E ora le offro quella trascrizione, poichè so che è importante e ricco di nuova esperienza ritrovare un proprio lavoro nell’altrui scrittura. Legga i versi come se fossero di un altro, e nell’intimo li sentirà profondamente suoi.
E’ stato per me un piacere leggere più volte quel sonetto e la sua lettera; di entrambi la ringrazio. E non deve lasciarsi fuorviare nella sua solitudine perchè c’è in lei qualcosa che vorrebbe uscirne. Proprio questo desiderio, se lei lo usa con calma e superiorità e come uno strumento, la aiuterà a dispiegare la sua solitudine su ampie distese. La gente, con l’ausilio delle convenzioni, ha risolto tutto secondo la facilità e la più facile delle facilità; ma è chiaro che noi dobbiamo attenerci al difficile; tutto ciò che vive vi si attiene, tutto in natura cresce e si batte a modo suo ed è per sua costutizione cosa a sè, e cerca di esserlo a qualunque prezzo e contro ogni resistenza. Sappiamo poco, ma che dobbiamo attenerci al difficile è una certezza che non ci deve abbandonare; è bene essere soli, poichè la solitudine è difficile; che una cosa sia difficile deve essere per noi un motivo in più per farla.
Anche amare è bene: poichè l’amore è difficile. Volersi bene, da uomo a uomo: è forse questo il nostro compito più arduo, l’estremo, l’ultima prova e verifica, il lavoro che ogni altro lavoro non fa che preparare. Per questo i giovani, che sono principianti in tutto, ancora non sanno l’amore; lo devono imparare. Con tutto l’essere, con tutte le energie, raccolte intorno al loro cuore solitario, ansioso, dal battito anelante, devono imparare ad amare. Ma il tempo dell’apprendistato è sempre un tempo lungo, chiuso al mondo, e così amare è a lungo, e fin nel pieno della vita, solitudine, intenso e approfondito isolamento per colui che ama. Amare non significa fin dall’inizio essere tutt’uno, donarsi e unirsi a un altro (poichè cosa sarebbe mai unire l’indistinto, il non finito, ancora senza ordine?); è una sublime occasione per il singolo di maturare, di diventare in sè qualcosa, di diventare mondo per sè per amore di un altro, è una grande, immodesta pretesa a lui rivolta, qualcosa che lo presceglie e lo chiama a vasti uffici. Solo in questo senso, come compito di lavorare a sè (“di stare all’erta e martellare notte e dì”), i giovani potrebbero usare l’amore che viene loro dato. Essere tutt’uno e donarsi e ogni sorta di comunione non è per loro (che ancora a lungo, a lungo devono risparmiare e radunare), è il compimento, è forse quello per cui oggi intere vite umane ancora non sono sufficienti.
In questo però i giovani sbagliano così spesso e gravemente: che essi (nella cui natura è non aver pazienza) si gettano l’uno all’altro quando l’amore li assale, si spandono così come sono, in tutto il loro disordine, scompiglio e turbamento… Ma come fare allora? Che deve fare la vita di quel mucchio di cocci che essi chiamano la loro comunione e che volentieri chiamarebbero la loro felicità, fosse plausibile, e il loro futuro? Così ognuno si perde per l’altro e perde l’altro e molti altri, che ancora volevano venire. E perde ampiezza e possibilità, scambia l’approssimarsi e lo sfuggire di sommesse e presaghe cose con una infeconda titubanza, da cui più nulla può venire; nulla se non un poco di disgusto, delusione e povertà e il rifugiarsi in una delle tante convenzioni, che come ricoveri comuni sorgono in gran numero lungo questo rischiosissimo cammino. Nessun ambito dell’umana esperienza è tanto fornito di convenzioni come questo: vi si trovano salvagenti delle più diverse fogge, scialuppe e tavolette galleggianti; rifugi di ogni tipo ha saputo creare l’ingegno sociale, poiché essendo incline a prendere la vita amorosa come uno svago doveva anche renderla facile, a buon mercato, senza rischi e sicura come sono i pubblici svaghi.
Molti giovani però che amano in maniera errata, cioè semplicemente abbandonandosi e non essere in solitudine (la media ridurrà sempre questo…), sentono l’oppressione di uno sbaglio, e a modo loro vogliono rendere anche lo stato in cui si trovano coinvolti vitale e fecondo; poichè la loro natura dice loro che le questioni dell’amore, meno ancora di tutte le altre cose importanti, possono essere risolte in pubblico, e secondo questa o quella intesa; che sono questioni, questioni pressanti da uomo a uomo, che necessitano in ogni caso di una risposta nuova, peculiare, solo personale – ma come potrebbero essi, che già si sono gettati l’uno all’altro e non si limitano nè distinguono più, che dunque più nulla possiedono di proprio, trovare in sè una nuova via d’uscita, nel profondo della solitudine che è già sepolta?
Essi agiscono per comune sconcerto, e quando con i migliori intenti cercano di evitare la convenzione che balza loro agli occhi (il matrimonio, per esempio), finiscono irretiti da una soluzione convenzionale meno vistosa ma altrettanto mortale; poichè ormai all’intorno tutto è convenzione; quando si agisce per una comunione stretta troppo presto e torbida, ogni azione è convenzionale: ogni relazione a cui porti tale disorientamento ha la sua convenzione, per quanto fuori del comune (e dunque, in senso corrente, immorale) sia; persino la separazione sarebbe allora un passo convenzionale, un’impersonale decisione accidentale, senza forza e senza frutto.
A osservare seriamente, ci si rende conto che come per la morte, che è difficile, anche per il difficile amore non è stato ancora individuato alcun chiarimento, alcuna soluzione, nè traccia nè via; e per questi due compiti, che noi portiamo nascosti e passiamo ad altri senza aprirli, non si potrà studiare alcune regola comune, fondata sull’intesa. Se però cominciamo a tentare da singoli la vita, queste grandi cose si presenteranno a noi, i singoli, molto più vicine. Le istanze che il difficile lavoro dell’amore pone al nostro sviluppo sono smisuratamente grandi, e noi, da principianti, non siamo all’altezza. Ma se resistiamo e prendiamo su di noi questo amore come fardello e tirocinio, invece di perderci in tutto quel gioco frivolo e lieve dietro cui gli uomini hanno eluso la più seria serietà della loro esistenza, allora forse un piccolo progresso e un certo sollievo saranno percettibili a coloro che verranno molto dopo di noi; sarebbe molto.
Infatti stiamo appena cominciando a considerare la relazione di ogni singolo individuo con un altro singolo con obiettività e senza pregiudizi, e i nostri tentativi di vivere tale rapporto non hanno alcun modello da rifarsi. Eppure, nel mutare del tempo già vi sono varie cose che vogliono aiutare i nostri titubanti esordi.
La fanciulla e la donna, nella loro nuova, personale evoluzione, saranno solo temporaneamente imitatrici di modi e smodatezze maschili e replicanti di maschili mestieri. Dopo l’incertezza di siffatte transizioni, si vedrà che le donne sono passate attraverso la profusione e varitetà di quei travestimenti (spesso ridicoli) solo per purificare la più intima natura degli influssi deturpanti dell’altro sesso. Le donne, nelle quali più immediata, feconda e fiduciosa sta e dimora la vita, devono in fondo essersi fatte creature umane più mature, più umane del leggero maschio, che nessun frutto del corpo trascina col suo peso sotto la superficie della vita, e che, frettoloso e altero, sottovaluta quello che crede di amare. Questa umanità della donna, portata con dolori e umiliazioni, verrà alla luce quando ella si sarà spogliata delle convenzioni della mera femminilità nelle metamorfosi della sua condizione esteriore, e i maschi, che oggi ancora non la sentono venire, ne saranno sorpresi e battuti. Un giorno (a favore del quale già ora, soprattutto nei paesi nordici, parlano e brillano segni sicuri), un giorno vi sarà la fanciulla, e la donna, il cui nome non significherà più solo un opposto al maschile, ma qualcosa di proprio, qualcosa che non induca a pensare a complementi e confini ma soltanto a esistenza e vita: la creatura femminile.
Questo progresso trasformerà (dapprima assai contro la volontà dei maschi superati) l’esperienza dell’amore, che adesso è piena di errore, la cambierà dalla radice, la muterà in una relazione che è intesa da uomo a uomo, non più da maschio e femmina. E questo amore più umano (che si compirà infinitamente attento e lieve, e buono e chiaro nel legare e sciogliere) somiglierà a quello che noi lottando e con fatica andiamo preparando, l’amore che consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una innanzi all’altra.
Una cosa ancora: non creda che quel grande amore che a lei, fanciullo, un tempo fu assegnato, fosse perduto; può dire se allora non siano maturati in lei grandi e buoni desideri, e propositi di cui ancora oggi vive? Io credo che quell’amore si conservi così forte e potente nel suo ricordo perchè fu la sua prima profonda solitudine, e il primo intimo lavoro con cui ha atteso alla sua vita.Tutti i migliori auguri a lei, caro signor Kappus!
Suo
*****
“Qui non serve misurare con il tempo, a nulla vale un anno, e dieci anni non son nulla. Essere artisti significa: non calcolare o contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e fiducioso sta nelle tempeste di primavera, senza l’ansia che dopo possa non giungere l’estate. L’estate giunge. Ma giunge solo a chi è paziente e vive come se l’eternità gli stesse innanzi, così sereno e spensierato e vasto. Lo imparo ogni giorno, lo imparo a prezzo di dolori ai quali sono grato: la pazienza è tutto!”
***
“Lei ha avuto molte e grandi tristezze, che poi sono passate. (…) Rifletta se quelle grandi tristezze non l’abbiano piuttosto trapassata. Se non si siano trasformate molte cose in lei, se in qualche luogo, in qualche parte del suo essere, lei non sia cambiato, mentre era triste. (…) Essa sono i momenti in cui qualcosa di nuovo è subentrato in noi, qualcosa d’ignoto; i nostri sentimenti ammutoliscono in timido imbarazzo, tutto in noi arretra, si fa silenzio, e il nuovo, inconoscibile, vi sta nel mezzo e tace. Io credo che quasi tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi sentiamo come paralisi perché non udiamo più vivere i nostri storditi sentimenti. Perché siamo soli con l’intruso in noi; perché per un istante ogni cosa consueta e familiare ci è sottratta; perché siamo nel pieno di una transizione dove non è possibile arrestarsi. (…) Per questo è così importante essere solitari e attenti, quando si è tristi: perché l’istante in apparenza vuoto e fermo in cui il nostro futuro accede a noi, è tanto più vicino alla vita di quell’altro momento chiassoso e casuale in cui esso, come da fuori, sopravviene. Più siamo quieti, pazienti, aperti quando siamo tristi, tanto più profondo e tanto più sicuro entra in noi in nuovo”
***
“Col tempo si imparerà anche a riconoscere che quello che noi chiamiamo destino esce dagli uomini, non li compenetra da fuori”
***
“Eppure è necessario che viviamo anche questo. Dobbiamo immaginare la nostra esistenza quanto più vasta possibile; tutto, anche l’inaudito, deve trovarvi spazio. È questo in fondo l’unico coraggio che si richieda a noi: essere coraggiosi verso quanto di più strano, prodigioso e inesplicabile ci possa accadere.”
***
“Non abbiamo motivo di diffidare del nostro mondo, poiché esso non è contro di noi. Se vi sono orrori, allora sono i nostri orrori, se vi sono abissi, allora quegli abissi ci appartengono, se vi sono pericoli, allora dobbiamo cercare di amarli. E se solo organizziamo la nostra vita secondo quel principio, che ci ingiunge di attenerci sempre al difficile, allora ciò che adesso ci appare ancora totalmente estraneo, ci diverrà del tutto familiare e fido. Come potremmo dimenticare quegli antichi miti che stanno all’origine di tutti i popoli, i miti dei draghi che nell’attimo estremo si tramutano in principesse? Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse, che attendono solo di vederci una volta belli e coraggiosi. Forse tutto l’orrore non è in fondo altro che l’inerme che ci chiede aiuto.”
***
“Non vi osservate troppo. Non ricavate conclusioni troppo rapide da quello che vi accade; lasciate che semplicemente vi accada. O troppo facilmente arriverete a guardare con risentimento (cioè: moralmente) il vostro passato, che naturalmente è compartecipe di tutto quello che ora vi accade. Ciò che in voi opera ancora degli errori, desideri e brame della vostra fanciullezza, non è però quello che ricordate e giudicaste. Le straordinarie condizioni di un’infanzia solitaria e inerme sono così difficili, così complicate, abbandonate a tante influenze e nello stesso tempo così sciolte da tutte le reali connessioni della vita, che dove un vizio entra in essa, non lo si può senz’altro chiamare vizio. […]
E se vi debbo dire ancora una cosa, è questa: non crediate che colui che tenta di confortarvi, viva senza fatica in mezzo alle parole semplici e calme, che qualche volta vi fanno bene.
La sua vita reca molta fatica e tristezza
e resta lontana dietro a loro. Ma fosse altrimenti, egli non avrebbe potuto trovare quelle parole.”
Rainer Maria Rilke, “Lettere ad un giovane poeta”, 1929